KENYA:
Progetto St.Martin
a cura di Elisa Da Re
L'AFRICA FELICE di Elisa Da Re
COME E PERCHÈ NASCE IL ST. MARTIN?
MA PERCHÈ CHIAMARLO PROPRIO “St. Martin”?
IL LOGO
Spesso quando si parla di povertà, solidarietà e condivisione il primo santo a cui la maggior parte di noi pensano è Francesco, che ha abbandonato tutto per vivere con i meno fortunati. Anche quando è nata questa realtà si è pensato a lui, come il modello ideale per gli obbiettivi che ci si era proposti. Ma poi si è pensato che Francesco è anche un esempio molto difficile da imitare: non tutti noi siamo davvero disposti a mollare tutto e questo forse non è neanche del tutto necessario. Allora ci si è ricordati di un altro santo, anch’esso molto conosciuto ed amato… San Martino! Lui non ha mollato tutto, ma ugualmente ha condiviso e aiutato il prossimo: non ha donato l’intero mantello, ma l’ha diviso con chi ne aveva bisogno. Con questo santo non abbiamo scuse: tutti possiamo dare qualcosa, e quel qualcosa è il nostro massimo, tutto ciò che non ci è in dispensabile e che possiamo condividere! Il simbolo del St. Martin evidenzia molto quest’aspetto: la fascia arancione, che rappresenta il mantello, avvolge quasi totalmente le due persone, unendole; tra loro c’è solo la croce di Cristo, il modo con cui si crea l’unione tra persone di ogni cultura e religione, che può essere interpretata anche come la spada con cui viene tagliata la stoffa, in ogni caso è il mezzo con della condivisione!
L’idea che si propone l’associazione è proprio questa: ognuno offre al bisognoso della propria comunità tutto ciò che può.

Mary è una bambina orfana che è finita sulla strada. Il centro specializzato la accoglie momentaneamente, ma una bimba non può vivere in un centro: ha bisogno di una famiglia! Peter è un volontario del St. Martin ed ha nove figli, lui e sua moglie si offrono ad accogliere Mary, ma non ne hanno le possibilità economiche.
Noi occidentali saremmo propensi a risolvere il problema inviando noi dei soldi ai missionari per il mantenimento.
RISULTATO: noi ci sentiamo eroi! Ma quando i missionari o noi stessi non potremo più svolgere il servizio… Mary probabilmente tornerebbe sulla strada… Bella fregatura!
Il St. Martin fa un’altra proposta: va chiedere al fornaio di donare un po’ di farina, al farmacista qualche medicina, al cartolaio un quaderno, al preside e agli insegnanti di proporre ai genitori di garantire parte dell’istruzione, e così via…
RISULTATO: Mary ha una famiglia, anzi un intera comunità! Ma anche la comunità ha Mary e ne va fiera perché ha scoperto di valere qualcosa e nessuno sarà mai solo, grazie ai legami che si sono creati!
LA STRUTTURA
Se noi osserviamo l’organigramma del St. Martin ci sembrerà un po’ diverso da uno dei nostri, anzi, per meglio dire, rovesciato. Infatti noi siamo abituati ad avere in alto il vertice di una piramide che scendendo si allarga, comprendendo sempre più persone. Qui, invece, succede l’esatto contrario: i volontari, che rappresentano la categoria più ampia e il vero punto di forza, occupano il posto più alto; poi vengono i vari progetti ed infine i direttori

I PROGETTIBAMBINI DI STRADA operano con famiglie e ragazzi con disagi sociali, facendo attività di counselling e inserimento nella comunità. Raccolgono i bambini dalla strada e li accolgono in centri specializzati (siti nei villaggi e in case simili a quelle della gente comune) per poi proporne l’adozione.
NON VIOLENZA E DIRITTI UMANI
promuove la non violenza e i diritti umani, specialmente delle donne con
attività di counselling e di sostegno
comunitario.
AIDS E ABUSO DI ALCOOL O DROGA si occupa della prevenzione e dell’informazione su questi problemi, tramite volantini, pubblicità e rappresentazioni teatrali. Inoltre curano e assistono i malati. A Maina, la baraccopoli di Nyahururu, più del 60% della popolazione ha l’AIDS!
RISPARMIO E MICROCREDITO avvia particolari prestiti e attività economiche con i beneficiari degli altri progetti.
LE SEDI DISLOCATE E LE
ALTRE
REALTÀ MISSIONARIE IN KENYA CHE
COLLABORANO CON IL St. Martin
NORTH KINANGOP: l’ospedale fondato dalla diocesi di Padova nel 1964. Si occupa dell’istruzione di ragazzi africani affinché diventino medici o infermieri. Team di specialisti italiani, a turno, trascorrono lì due o più settimane nelle quali si fanno convergere tutte le operazioni necessarie per risolvere le patologie di cui loro si occupano.
SPECIAL UNIT QUANJORA: centro per bambini disabili e abbandonati. Rispecchia
le stesse condizioni delle abitazioni normali, poiché è finalizzato all’adozione.
OL KALOU/DISABLE HOME: centro pediatrico specializzato in ortopedia; scuola per bambini con handicap fisici e/o mentali. Viene inoltre insegnato ai ragazzi del posto a costruire da soli, con quello che hanno, protesi e tutto ciò che occorre ai disabili.
Elisa Da
Re




Nato a Padova nel 1965. Dal 1994 è Missionario a Nyahururu in Kenya, dove è presidente dell'ONG St. Martin che si occupa di programmi di sviluppo comunitario in particolare in ambito sanitario, di educazione e animazione sociale, di promozione dei diritti umani e della nonviolenza
Dal 1998 è Presidente della Fondazione Fontana onlus di Padova e trustee di One World International, la Fondazione internazionale che promuove la rete di portali sui diritti umani e lo sviluppo sostenibile OneWorld (di cui fa parte in Italia Unimondo).

Ha partecipato all'edizione 2000 e 2001 del World Social Forum e all'edizione 2002 della World Social Agenda:
Leggi l'intervento alla conferenza "Banche armate. Strategie finanziarie e sviluppo globale" (2000)
Leggi l'intervento alla conferenza "Cooperare nel conflitto. Dalla cooperazione decentrata alle azioni internazionali di pace" (2001)
Leggi l'intervento alla conferenza "Città e diritti, diritti di cittadinanza: una nuova sfida per la società civile mondiale" (2002)
Fin da bambina avevo un sogno: andare in Kenya. Finalmente lo scorso luglio il desiderio si è avverato. L’esperienza è stata molto diversa da quella che mi aspettavo. I libri, la scuola e quanti mi avevano parlato dell’Africa, ne avevano sempre evidenziato la povertà, la sofferenza e la tristezza dei “poveri africani che muoiono di fame”. Avevo imparato ad avere compassione per questa gente e a regalare qualcosa ai “bambini poveri”, che, poiché non hanno neppure i giocattoli, sono sempre molto tristi. Non nego che tutto ciò sia vero, soprattutto dal punto di vista economico; ma, secondo me, questa idea dell’Africa è sbagliata, perché dimentica la vitalità e la voglia di vivere degli Africani. Ricordo che una sera tardi, tornando a casa, nella baraccopoli di Maina, siamo arrivati al villaggio percorrendo una discesa ripidissima.
Era la prima volta che rientravo con il buio (che in Kenya significa non vedere assolutamente nulla) e la sensazione era piuttosto strana: era come se la jeep entrasse nel vuoto. Però man mano che proseguivamo, ecco qualche fievole luce e… persone, tante persone, che chiacchieravano tranquillamente, come si fa a volte anche qui, in Italia, quando siamo in ferie. La differenza è che in baraccopoli non si è in vacanza!
Ogni sera poi mi addormentavo ascoltando i canti delle bambine del “St. Rose centre”, (centro di recupero per bambine di strada) che dopo cena si soffermano a lungo a cantare, ballare, ridere e divertirsi.
Come si può pensare che l’Africa sia triste?
La prima volta che sono entrata nella baraccopoli di Maina, ancora mezza addormentata dal viaggio in aereo, mi sono affacciata dal finestrino dell’auto, credendo di vedere dal vivo l’originale di tutte le tragedie viste libri di geografia che trattano del problema della povertà. Invece, con stupore, vedevo tutta
gente sorridente, bambini che giocavano felici e spensierati. Contrasto non da poco con le mie aspettative; ma, credo, questa esperienza sia comune a molte persone che visitano l’Africa. Forse a noi quasi piace l’idea di un’Africa povera: siamo convinti che senza di noi, delle nostre associazioni, e soprattutto dei
nostri aiuti economici, il suo futuro non cambierà; ci fa sentire importanti, quasi indispensabili. Secondo me, abbiamo l’abitudine di vedere il “Terzo Mondo”
come qualcosa di statico, sempre uguale: triste, sofferente, povero e incapace totalmente di cambiare la sua realtà. Io ho visto molta gente sofferente o in situazione di estrema povertà, ma quello che mi ha stupito è che ciò faceva problema soprattutto a me perché ho un’esperienza, un’idea della vita troppo lussuosa e diffidente verso gli altri . Una delle prime parole della lingua locale che mi sono state insegnate è stata “karibuni”, significa benvenuti e credo di essermela sentita dire almeno tre volte ogni giorno. Una comune abitazione di Maina è grande circa quanto un nostro bagno; in più di quattro o cinque non ci si sta neanche, eppure sono entrata in moltissime di queste case e quasi sempre mi è stato offerto qualcosa, con semplicità e accoglienza.
Addirittura una volta mi è capitato di andare, assieme ad altri ragazzi e a Jane (un’operatrice del St. Martin della quale sono diventata amica) in un villaggio Turkana, tribù considerata inferiore – un po’ come i samaritani nel vangelo -, che ha costumi propri e… pochi rapporti con i bianchi. Dopo qualche minuto Jane mi ha
chiamata per invitarmi ad entrare in un’abitazione. E’ stato uno dei momenti più significativi per me: la casa, come tutte le altre del resto, era costruita con rami e nailon, a base circolare di circa un metro di raggio e altezza non superiore al metro e mezzo. Sono entrata e mi sono sentita subito accolta perché io, straniera, ero stata ammessa nella loro poverissima intimità.
Credo che ben poche persone tra noi sarebbero in grado, senza problemi, di far entrare nella propria casa qualche Africano, dargli in braccio il proprio bambino, di mostrare i propri problemi. Insomma, in Kenya ho fatto davvero esperienza di vera e sincera ospitalità. Quell’ospitalità che pure ha caratterizzato
l’origine della nostra civiltà occidentale: l’ospite era protetto dagli dei e perciò sacro e inviolabile. Così c’è scritto sui libri di scuola. Io però nel mio paese non ne ho mai avuta esperienza.
Elisa Da Re (Elisa, quindicenne di Padova è stata in Kenya con il padre nell'estate 2004)
... tutti i ragazzi dell'Azione Cattolica di Padova che con me hanno vissuto e condiviso l'esperienza a S.Martin l'estate 2004 e hanno contribuito a diffondere notizie e riflessioni;
... Lamberto, Nicola e Giorgio per le foto;
... Annarita, Carlotta, Ezio, Giorgio per l'aioto al computer;
... chi lavora a S.Martin: Don Gabriele Pipinato, Claudia Guglielmi e Laura Di Lenna - volontarie - , famiglia Ramigni;
Elisa Da Re