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KENYA: Progetto St.Martin a cura di Elisa Da Re

GABRIELE PIPINATO

L'AFRICA FELICE di Elisa Da Re

GRAZIE A ...

 

www.saintmartin-kenya.org 


 

COME E PERCHÈ  NASCE IL ST. MARTIN?

È una storia un po’ strana… qualche anno fa don Gabriele Pipinato, che vive a Nyahururu (Kenya) da dieci anni, stava visitando una famiglia per benedire la casa. In Kenya ogni avere, dagli animali alle biciclette, vengono consacrati. Verso la fine di questo gesto don Gabriele si accorse della presenza di qualcosa dietro ad una porta rimasta sempre chiusa, chiese di aprirla e con suo immenso stupore si trovò di fronte ad un ragazzo disabile, abbandonato a sé stesso in quel luogo sporco fin dai primi anni di vita. La tradizione locale, infatti, considera l’handicap come una maledizione e un disonore. Thomas, questo ragazzo, che in quell’occasione fu battezzato, era nato lo stesso giorno del sacerdote missionario ed è stato grazie a lui che è nata l’idea di fondare un centro per persone disabili. Questa era sicuramente una necessità; ma la straordinaria iniziativa è stata quella di coinvolgere la comunità locale e di creare così una struttura radicata nel territorio e in cui sono coinvolti gli abitanti, che in essa lavorano oppure fanno volontariato. È questa la vera forza di questa associazione, infatti è molto più semplice dover parlare dei propri problemi con le persone che più si conoscono e che vivono nella tua stessa comunità. Molta gente ha così scoperto che non è la sola ad avere un figlio malato e che questo figlio non è solo suo ma di tutti coloro che, con gioia, se ne prenderanno cura. Altri hanno notato di essere importanti per gli altri, non perché hanno una laurea o un buon guadagno, ma perché partecipano alle loro sofferenze e insieme trovano una soluzione!

 

MA PERCHÈ CHIAMARLO PROPRIO “St. Martin”?

IL LOGO

Spesso quando si parla di povertà, solidarietà e condivisione il primo santo a cui la maggior parte di noi pensano è Francesco, che ha abbandonato tutto per vivere con i meno fortunati. Anche quando è nata questa realtà si è pensato a lui, come il modello ideale per gli obbiettivi che ci si era proposti. Ma poi si è pensato che Francesco è anche un esempio molto difficile da imitare: non tutti noi siamo davvero disposti a mollare tutto e questo forse non è neanche del tutto necessario. Allora ci si è ricordati  di un altro santo, anch’esso molto conosciuto ed amato… San Martino! Lui non ha mollato tutto, ma ugualmente ha condiviso e aiutato il prossimo: non ha donato l’intero mantello, ma l’ha diviso con chi ne aveva bisogno. Con questo santo non abbiamo scuse: tutti possiamo dare qualcosa, e quel qualcosa è il nostro massimo, tutto ciò che non ci è in dispensabile e che possiamo condividere! Il simbolo del St. Martin evidenzia molto quest’aspetto: la fascia arancione, che rappresenta il mantello, avvolge quasi totalmente le due persone, unendole; tra loro c’è solo la croce di Cristo, il modo con cui si crea l’unione tra persone di ogni cultura e religione, che può essere interpretata anche come la spada con cui viene tagliata la stoffa, in ogni caso è il mezzo con della condivisione!

L’idea che si propone l’associazione è proprio questa: ognuno offre al bisognoso della propria comunità tutto ciò che può.

 

SOLO ATTRAVERSO LA COMUNITÀ

L’idea che si propone il St. Martin non è da poco: ogni singola decisione, dalla più banale alla più seria, viene prese solo attraverso la comunità (only through community). Ognuna di esse non è chiamata a dare tutto ma il massimo. È così che se una persona necessita di un’operazione chirurgica non si procede (salvo, ovviamente, che non sia troppo urgente) fino a che la comunità a cui appartiene non dimostra di prendersene cura e si offre con quello che ha. In certi casi da sola riesce a pagare quasi tutte le spese, in altri a malapena il viaggio per arrivare all’ospedale… non importa! Questo era il suo massimo!

A questo proposito si educano tutti coloro che hanno a che fare con il St. Martin: a turno, ogni giorno, qualcuno esce con i vari progetti per prendere atto della realtà con cui hanno a che fare. Nessuno ne è esente, dalla cuoca all’amministratore!

 

FACCIAMO UN ESEMPIO…

Mary è una bambina orfana che è finita sulla strada. Il centro specializzato la accoglie momentaneamente, ma una bimba non può vivere in un centro: ha bisogno di una famiglia! Peter è un volontario del St. Martin ed ha nove figli, lui e sua moglie si offrono ad accogliere Mary, ma non ne hanno le possibilità economiche.

Noi occidentali saremmo propensi a risolvere il problema inviando noi dei soldi ai missionari per il mantenimento.

RISULTATO: noi ci sentiamo eroi! Ma quando i missionari o noi stessi non potremo più svolgere il servizio… Mary probabilmente tornerebbe sulla strada… Bella fregatura!

Il St. Martin fa un’altra proposta: va chiedere al fornaio di donare un po’ di farina, al farmacista qualche medicina, al cartolaio un quaderno, al preside e agli insegnanti di proporre ai genitori di garantire parte dell’istruzione, e così via…

RISULTATO: Mary ha una famiglia, anzi un intera comunità! Ma anche la comunità ha Mary e ne va fiera perché ha scoperto di valere qualcosa e nessuno sarà mai solo, grazie ai legami che si sono creati!

 

LA STRUTTURA

Se noi osserviamo l’organigramma del St. Martin ci sembrerà un po’ diverso da uno dei nostri, anzi, per meglio dire, rovesciato. Infatti noi siamo abituati ad avere in alto il vertice di una piramide che scendendo si allarga, comprendendo sempre più persone. Qui, invece, succede l’esatto contrario: i volontari, che rappresentano la categoria più ampia e il vero punto di forza, occupano il posto più alto; poi vengono i vari progetti ed infine i direttori

I PROGETTI

Sono sei e si sviluppano in un territorio molto vasto, abitato da varie tribù:

DISABILITÀ  cerca di ridurre le disabilità fisiche con interventi e terapie realizzate con gli oggetti più semplici e recuperabili in ogni villaggio. Inoltre si occupa dell’inserimento dei disabili e delle loro famiglie nella comunità.

BAMBINI DI STRADA operano con famiglie e ragazzi con disagi sociali, facendo attività di counselling e inserimento nella comunità. Raccolgono i bambini dalla strada e li accolgono in centri specializzati (siti nei villaggi e in case simili a quelle della gente comune) per poi proporne l’adozione.

NON VIOLENZA E DIRITTI UMANI promuove la non violenza e i diritti umani, specialmente delle donne con attività di counselling e di sostegno comunitario.

AIDS E ABUSO DI  ALCOOL O DROGA si occupa della prevenzione e dell’informazione su questi problemi, tramite volantini, pubblicità e rappresentazioni teatrali. Inoltre curano e assistono i malati. A Maina, la baraccopoli di Nyahururu, più del 60% della popolazione ha l’AIDS!

RISPARMIO E MICROCREDITO avvia particolari prestiti e attività economiche con i beneficiari degli altri progetti.

EMERGENZE fa fronte ai disastri naturali con progetti di reintegrazione per le vittime.

LE SEDI DISLOCATE E LE ALTRE REALTÀ MISSIONARIE IN KENYA CHE COLLABORANO CON IL St. Martin

NORTH KINANGOP: l’ospedale fondato dalla diocesi di Padova nel 1964. Si occupa dell’istruzione di ragazzi africani affinché diventino medici o infermieri. Team di specialisti italiani, a turno, trascorrono lì due o più settimane nelle quali si fanno convergere tutte le operazioni necessarie per risolvere le patologie di cui loro si occupano.

SPECIAL UNIT QUANJORA: centro per bambini disabili e abbandonati. Rispecchia

le stesse condizioni delle abitazioni normali, poiché è finalizzato all’adozione.

OL KALOU/DISABLE HOME: centro pediatrico specializzato in ortopedia; scuola per bambini con handicap fisici e/o mentali. Viene inoltre insegnato ai ragazzi del posto a costruire da soli, con quello che hanno, protesi e tutto ciò che occorre ai disabili.

Elisa Da Re

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 


 

 

GABRIELE PIPINATO

Nato a Padova nel 1965. Dal 1994 è Missionario a Nyahururu in Kenya, dove è presidente dell'ONG St. Martin che si occupa di programmi di sviluppo comunitario in particolare in ambito sanitario, di educazione e animazione sociale, di promozione dei diritti umani e della nonviolenza

Dal 1998 è Presidente della Fondazione Fontana onlus di Padova e trustee di One World International, la Fondazione internazionale che promuove la rete di portali sui diritti umani e lo sviluppo sostenibile OneWorld (di cui fa parte in Italia Unimondo).  

 

Ha partecipato all'edizione 2000 e 2001 del World Social Forum e all'edizione 2002 della World Social Agenda:


 

L’ A F R I C A  F E L I C E

Fin da bambina avevo un sogno: andare in Kenya. Finalmente lo scorso luglio il desiderio si è avverato. L’esperienza è stata molto diversa da quella che mi aspettavo. I libri, la scuola e quanti mi avevano parlato dell’Africa, ne avevano sempre evidenziato la povertà, la sofferenza e la tristezza dei “poveri africani che muoiono di fame”. Avevo imparato ad avere compassione per questa gente e a regalare qualcosa ai “bambini poveri”, che, poiché non hanno neppure i giocattoli, sono sempre molto tristi. Non nego che tutto ciò sia vero, soprattutto dal punto di vista economico; ma, secondo me, questa idea dell’Africa è sbagliata, perché dimentica la vitalità e la voglia di vivere degli Africani. Ricordo che una sera tardi, tornando a casa, nella baraccopoli di Maina, siamo arrivati al villaggio percorrendo una discesa ripidissima.

Era la prima volta che rientravo con il buio (che in Kenya significa non vedere assolutamente nulla) e la sensazione era piuttosto strana: era come se la jeep entrasse nel vuoto. Però man mano che proseguivamo, ecco qualche fievole luce e… persone, tante persone, che chiacchieravano tranquillamente, come si fa a volte anche qui, in Italia, quando siamo in ferie. La differenza è che in baraccopoli non si è in vacanza!

Ogni sera poi mi addormentavo ascoltando i canti delle bambine del “St. Rose centre”, (centro di recupero per bambine di strada) che dopo cena si soffermano a lungo a cantare, ballare, ridere e divertirsi.

Come si può pensare che l’Africa sia triste?

La prima volta che sono entrata nella baraccopoli di Maina, ancora mezza addormentata dal viaggio in aereo, mi sono affacciata dal finestrino dell’auto, credendo di vedere dal vivo l’originale di tutte le tragedie viste libri di geografia che trattano del problema della povertà. Invece, con stupore, vedevo tutta

gente sorridente, bambini che giocavano felici e spensierati. Contrasto non da poco con le mie aspettative; ma, credo, questa esperienza sia comune a molte persone che visitano l’Africa. Forse a noi quasi piace l’idea di un’Africa povera: siamo convinti che senza di noi, delle nostre associazioni, e soprattutto dei

nostri aiuti economici, il suo futuro non cambierà; ci fa sentire importanti, quasi indispensabili. Secondo me, abbiamo l’abitudine di vedere il “Terzo Mondo”

come qualcosa di statico, sempre uguale: triste, sofferente, povero e incapace totalmente di cambiare la sua realtà. Io ho visto molta gente sofferente o in situazione di estrema povertà, ma quello che mi ha stupito è che ciò faceva problema soprattutto a me perché ho un’esperienza, un’idea della vita troppo lussuosa e diffidente verso gli altri . Una delle prime parole della lingua locale che mi sono state insegnate è stata “karibuni”, significa benvenuti e credo di essermela sentita dire almeno tre volte ogni giorno. Una comune abitazione di Maina è grande circa quanto un nostro bagno; in più di quattro o cinque non ci si sta neanche, eppure sono entrata in moltissime di queste case e quasi sempre mi è stato offerto qualcosa, con semplicità e accoglienza.

Addirittura una volta mi è capitato di andare, assieme ad altri ragazzi e a Jane (un’operatrice del St. Martin della quale sono diventata amica) in un villaggio Turkana, tribù considerata inferiore – un po’ come i samaritani nel vangelo -, che ha costumi propri e… pochi rapporti con i bianchi. Dopo qualche minuto Jane mi ha

chiamata per invitarmi ad entrare in un’abitazione. E’ stato uno dei momenti più significativi per me: la casa, come tutte le altre del resto, era costruita con rami e nailon, a base circolare di circa un metro di raggio e altezza non superiore al metro e mezzo. Sono entrata e mi sono sentita subito accolta perché io, straniera, ero stata ammessa nella loro poverissima intimità.

Credo che ben poche persone tra noi sarebbero in grado, senza problemi, di far entrare nella propria casa qualche Africano, dargli in braccio il proprio bambino, di mostrare i propri problemi. Insomma, in Kenya ho fatto davvero esperienza di vera e sincera ospitalità. Quell’ospitalità che pure ha caratterizzato

l’origine della nostra civiltà occidentale: l’ospite era protetto dagli dei e perciò sacro e inviolabile. Così c’è scritto sui libri di scuola. Io però nel mio paese non ne ho mai avuta esperienza.

 

Elisa Da Re (Elisa, quindicenne di Padova è stata in Kenya con il padre nell'estate 2004)

                          

 

GRAZIE A...

... tutti i ragazzi dell'Azione Cattolica di Padova che con me hanno vissuto e condiviso l'esperienza a S.Martin l'estate 2004 e hanno contribuito a diffondere notizie e riflessioni;

... Lamberto, Nicola e Giorgio per le foto;

... Annarita, Carlotta, Ezio, Giorgio per l'aioto al computer;

... chi lavora a S.Martin: Don Gabriele Pipinato, Claudia Guglielmi e Laura Di Lenna - volontarie - , famiglia Ramigni;

Elisa Da Re  


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