Anche le
riserve
di molti
minerali
si
stanno
esaurendo.
Gestire
in
maniera
sostenibile
quel che
resta è
possibile,
spiega
il
professor
Marco
Pagani*
Oltre al
petrolio,
di
cos’altro
dovremo
fare a
meno nei
prossimi
anni?
Quindici
minerali
di
grande
importanza
tecnologica
sono
stati
sfruttati
per
oltre la
metà.
Tra essi
ci sono
il
mercurio
(estratto
al 95%),
il
piombo,
l’argento
e l’oro
(estratti
per
oltre
l’80%),
l’arsenico,
il
cadmio e
lo zinco
(circa
il 70%);
l’estrazione
di
stagno,
litio e
selenio
si
attesta
intorno
al 60%,
mentre
manganese,
rame,
berillio
e
tungsteno
sono
intorno
al 50%.
Queste
percentuali
sono
state
calcolate
tenendo
conto
delle
riserve
economicamente
sfruttabili,
secondo
l’Usgs,
il
servizio
geologico
del
governo
degli
Stati
Uniti.
Esistono
riserve
marginali
un po’
più
ampie,
il cui
sfruttamento
è pero
assai
più
costoso,
soprattutto
in
termini
energetici.
Di
alcuni
abbiamo
già
iniziato
a fare a
meno: il
mercurio
ad
esempio
è
scomparso
da quasi
tutte le
applicazioni
tecnologiche,
mentre
si
stanno
riducendo
considerevolmente
gli
impieghi
per il
piombo e
il
cadmio.
Ci sono
materiali
insostituibili.
Uno è il
rame,
considerato
fondamentale
per una
civiltà
tecnologica.
Le
riserve
sono
oggi
stimate
in
cinquecento
milioni
di
tonnellate,
ovvero
circa 70
chilogrammi
per ogni
abitante
del
pianeta.
Un altro
è il
litio,
che per
la sua
bassa
densità
sarà di
impiego
fondamentale
per le
batterie
dei
veicoli
elettrici.
Le
riserve
ammontano
a circa
4
milioni
di
tonnellate,
appena
sufficienti
ad
equipaggiare
l’attuale
parco
auto
mondiale
con
batterie
al
litio.
Anche
ipotizzando
di
“sequestrare”
tutta la
produzione
annuale
di litio
per le
auto
elettriche,
non se
ne
potrebbero
comunque
produrre
più di
60
milioni
all’anno.
D’ora in
poi
occorre
fare
bene i
conti
sulle
riserve
minerali
prima di
lanciarsi
nella
produzione
insostenibile
di
qualche
novità
tecnologica
per il
consumo
di
massa.
La
scoperta
di nuovi
giacimenti
potrà
modificare
queste
previsioni?
Sui
giornali
si
leggono
previsioni
sulla
durata
futura
di certe
risorse
minerarie,
basate
su una
valutazione
scorretta
dell’attività
estrattiva.
Consideriamo
ad
esempio
il
cadmio:
secondo
l’Usgs
le
riserve
sfruttabili
ammontano
a circa
500mila
tonnellate,
mentre
la
produzione
annua si
attesta
a 20mila
tonnellate.
Viene
spontaneo
dividere
questi
due
numeri e
affermare
che le
riserve
dureranno
per
altri 25
anni ai
ritmi
attuali
di
estrazione.
Ma le
miniere
non sono
serbatoi
o
magazzini
da cui
prelevare
a
piacimento
ciò che
ci serve
nelle
quantità
volute.
Il
cadmio
si trova
all’interno
di una
matrice
rocciosa
che
contiene
moltissimi
altri
elementi
non
desiderati;
per
ottenerlo
occorre
identificare
i
giacimenti,
scavare
e
smuovere
il
materiale,
separarlo
dalle
scorie e
raffinarlo.
Queste
operazioni
hanno un
costo
economico
(e
soprattutto
energetico)
crescente
a mano a
mano che
si passa
dai
filoni
più
grandi e
più
ricchi
ai
giacimenti
più
piccoli
e
marginali
in cui
la
concentrazione
di
cadmio è
più
bassa.
Detto
con una
metafora,
si
inizia a
mangiare
la polpa
più
tenera e
succosa,
si passa
a quella
più dura
e meno
appetibile
e poi ci
si deve
ridurre
a
staccare
i
frammenti
di carne
dalle
ossa.
Per
questo
la
produzione
non può
continuare
a lungo
ai ritmi
attuali.
Anche i
consumi
energetici
potrebbero
rappresentare
un
fattore
limitante.
Ma non
dovremmo
assistere
a
un’evoluzione
delle
tecniche
estrattive
in
termini
di rese
e di
efficienza
energetica?
Il
miglioramento
della
tecnologia
estrattiva
ha già
permesso
di
utilizzare
giacimenti
di
minerali
a più
bassa
concentrazione.
Questo
si
scontra,
però,
con due
limiti
fisici
ben
precisi.
Il primo
è dato
dalla
grande
quantità
di
roccia
che
occorre
scavare,
frantumare
e
trasportare.
Una
miniera
a più
bassa
concentrazione
ha un
impatto
ambientale
assai
più
elevato.
Il
secondo
riguarda
l’energia
necessaria
per
ricavare
il
metallo
dalla
matrice
rocciosa.
Un
esempio
interessante
è dato
dall’estrazione
del
rame: se
si
dovesse
estrarre
dalla
crosta
terrestre
(concentrazione
media di
65 parti
per
milione),
per
ottenere
l’attuale
produzione
annua
(15
milioni
di
tonnellate)
occorrerebbe
usare
l’intera
produzione
annua
del
pianeta
di
carbone,
petrolio
e gas
naturale.
Tra i
minerali
analizzati
c’è il
fosforo.
Attualmente,
per cosa
viene
utilizzato?
Per
nutrire
quasi 7
miliardi
di
esseri
umani
occorre
fornire
ai
terreni
i
nutrienti
di cui
hanno
bisogno,
in
particolare
azoto,
fosforo
e
potassio.
Non
esiste
un’alternativa
naturale
al
fosforo
e al
potassio:
anche
nell’agricoltura
biologica
vengono
usati
fosfati
e
potassa
di
origine
minerale.
Per il
fosforo
si parla
di
“ciclo
aperto”,
perché
il
processo
agricolo
industriale
ha
l’effetto
netto di
trasferire
il
fosforo
dalle
miniere
agli
oceani,
al ritmo
di circa
21
milioni
di
tonnellate
all’anno.
Una
volta
che il
fosforo
finisce
sul
fondo
dell’oceano
diventa
infatti
un po’
difficile
recuperarlo.
Per
questo è
importante
“chiudere
il
cerchio”
del
fosforo,
riutilizzando
sistematicamente
nei
campi il
letame,
sia
animale
che
umano.
L’uso di
fertilizzante
organico
riduce
in modo
significativo
la
perdita
di
fosforo
dal
suolo
verso le
acque,
rispetto
all’impiego
di
fosfati
inorganici.
Non
possiamo
fare a
meno del
fosforo,
ma
possiamo
evitare
di
usarlo
per
nutrire
raccolti
destinati
a
ingrassare
il
bestiame
nelle
stalle:
ridurre
i
consumi
di carne
è un
modo più
efficace
di
utilizzare
il
fosforo.
In una
transizione
verso
un’economia
solare
l’industria
fotovoltaica
assumerà
un ruolo
fondamentale.
Quali
materiali
utilizza?
Sono
prevedibili
problemi
di
approvvigionamento?
Le celle
fotovoltaiche
sono
oggi
costruite
per la
maggior
parte in
silicio
mentre
le
strutture
di
supporto
sono in
genere
di
alluminio.
Non
esistono
particolari
problemi
di
approvvigionamento
dal
punto di
vista
dei
materiali,
dal
momento
che
questi
due
metalli
sono i
più
diffusi
nella
crosta
terrestre.
La
filiera
fotovoltaica
potrebbe
auto
sostentarsi:
nella
sua vita
utile
(che è
almeno
di 25
anni) un
pannello
fotovoltaico
produce
almeno
10 volte
l’energia
che è
servita
per
costruirlo.
*
Questa
intervista
a Marco
Pagani
-docente
di
Matematica
e Fisica
a
Novara,
curatore
del blog
ecoalfabeta.blogosfere.it
e socio
dell'Associazione
per lo
studio
del
picco
del
petrolio-
è un
estratto
da
quella
contenuta
nel
libro
La vita
dopo il
petrolio
(Altreconomia,
160 pp.,
11 euro)
.