Più sei povero, più paghi per l´acqua. Un bene primario che
i benestanti dei paesi ricchi pagano pochissimo e i
poverissimi dei paesi poveri tantissimo e che diventa un
nuovo indicatore di povertà. L´assurda proporzione inversa
tra benessere e costo per dissetarsi è valida in alcuni casi
in termini assoluti, per colpa delle difficoltà di
reperimento del servizio di approvvigionamento alle condotte
di acqua potabile. Così a Nairobi si arriva al paradosso che
un litro di acqua potabile viene pagata fino a dieci volte
di più in uno
slum
piuttosto che in uno degli hotel di lusso o in uno dei
quartieri residenziali della stessa città. Ma ciò che viene
messo in evidenza nel Rapporto sullo sviluppo umano 2006
realizzato per le Nazioni Unite, nel capitolo intitolato «Al
di là della scarsità: il potere, la povertà e la crisi
idrica globale», è anche la crudezza del confronto relativo
tra chi meno ha e chi più paga. Le famiglie più povere del
Salvador, del Nicaragua e della Giamaica spendono in media
più del 10 per cento del loro reddito per l'acqua.
Nella ricca Inghilterra - dove certamente i guadagni sono
mediamente centinaia, migliaia di volte più alti - chi
spende più del 3 per cento del reddito familiare per l'acqua
è considerato un «povero». Come dire che se il pagamento
dell´acqua incide molto sul tuo bilancio familiare significa
che guadagni poco. Chi guadagna molto, non sente neppure il
«peso» dell´acqua, che non è un bene di lusso nell´Upper
West Side di Manhattan ma lo è invece tra le case di lamiera
della poverissima
bidonville di Quito, in Ecuador, dove abitano un
milione e mezzo di persone ma non arriva nemmeno un tubo di
fognatura o di rete idrica. Un´ovvietà? Mica tanto.
Sottolineare i differenziali economici del costo dell´acqua
– bene primario per eccellenza – serve a centrare ancora una
volta il problema del suo accesso come diritto universale e
sulle compensazioni necessarie per garantire questo diritto.
Secondo il Rapporto Onu qui il problema non è tra «pubblico
contro privato». Per quanto – a ben vedere – il dibattito in
Italia come in Brasile, dove schierati alla testa dei
contadini poveri che lottano contro la cessione delle acque
a multinazionali dei servizi ci sono anche preti come "
Frei
Cappio"- don Luiz Flavio Cappio nello Stato di Bahia - è
proprio su questo punto. Forse perché non sembra casuale che
in Italia – dove l´acqua è stato finora un bene pubblico
gestito prevalentemente da consorzi finanziati con la
tassazione generale – l´acqua ha uno dei costi più bassi
d´Europa (0,68 euro al litro cubo di media contro l´1,30
della Spagna, il 2,56 della Francia e il 4,53 della
Danimarca fino a tre anni fa) .
In Italia la legge che regola le concessioni e la gestione
delle acque è
la n.36 del 5 gennaio 1994, quella che delega alle
costituende- entro il 31 dicembre 2007 - Autorità di ambito
territoriale ottimale - in sigla Ato - la responsabilità
delle scelte sulle risorse idriche. Nel frattempo il
dibattito sulla gestione economica di queste risorse si è
fatto vivace. Esiste in tutta Europa un movimento che si
batte contro la privatizzazione delle acque con
l´approvazione della
direttiva Bolkestein sui servizi. In Italia questo
movimento, a parte alcune realtà particolari come Aprilia,
nel Lazio, o Arezzo, si ritrova soprattutto su Internet.
Comunità di navigatori che si battono direttamente contro
l´affidamento delle reti idriche, a una gestione
privatistica, di mercato, delle risorse idriche nazionali
attraverso aziende multiutility come Acea, Hera, Asm, Amga o
anche colossi (
http://www.acquabenecomune.org
o
http://www.leggepopolareacqua.it/ dove si incontrano
coloro che vorrebbero per ripubblicizzare tutte le risorse
idriche italiane entro il 2008). Ma anche navigatori e
mediattivisti che seguono campagne più generali sull'impiego
sociale dell´acqua: sul sito
www.portatoridacqua.it con l´adesione di ong come Cospe
e Legambiente ma anche da personalità come Alex Zanotelli e
Danielle Mitterand. Oppure sul sito
http://www.crbm.org/ si
trova una "piazza" virtuale che si batte perché sull´acqua
la politica della Banca mondiale non sia imposta dalle
multinazionali, come Genèrale des Eaux, Suez environment,
Veolia, solo per fare i nomi dei colossi più grandi.
Nel
Rapporto Onu
sulla crisi idrica si legge invece: «Il dibattito sui meriti
relativi dell'approvvigionamento pubblico e di quello
privato ha stornato l'attenzione da una preoccupazione più
importante: le prestazioni inadeguate dei fornitori idrici,
sia pubblici che privati, ai fini del superamento della
carenza idrica globale». E si raccomanda a tutti i governi
di andare al di là dei vaghi principi costituzionali e di
elaborare leggi che garantiscano il diritto degli esseri
umani a un approvvigionamento idrico sicuro e accessibile,
fisicamente ed economicamente. Si propone anche un parametro
standard di diritto minimo relativo all´acqua: almeno 20
litri di acqua pulita al giorno da garantire a ogni
cittadino, e a titolo gratuito per quelli troppo poveri per
pagare. A prezzi di mercato, 20 litri garantiti al giorno
signicano un costo di circa 1 euro ogni due mesi a persona.
Un prezzo sostenibile? E da chi? In molti paesi poveri la
maggior parte della popolazione che non ha accesso all'acqua
potabile non ha neppure due euro (un dollaro) al giorno per
sopravvivere.
Questi 20 litri di razione minima di acqua da garantire a
tutti - dice l'Onu - sono un obiettivo da raggiungere
attraverso strategie di riduzione della povertà e di
pianificazione del bilancio come: estendere le «tariffe
sociali» che consentono alle famiglie povere di avere
accesso a una quantità minima di acqua a un prezzo molto
basso o gratuitamente; aumentare gli investimenti a favore
dei poveri. Ma non dovrebbe essere necessariamente lo Stato
a fornire questi servizi e garanzie? Per le Nazioni Unite
basterebbe fissare obiettivi chiari e costringere i
fornitori del servizio a renderne conto, sviluppare ed
espandere la struttura di regolamentazione, ripensare e
riprogettare le tariffe e i sussidi e infine, dare la
priorità al settore rurale.