Una pericolosa baby-sitter: la signora Tvdi Federica D’Amico
Mass media come moderne agenzie di socializzazione e pericolosi nemici del senso critico da cui difendere i minori, esposti sempre più ai rischi di un malsano consumo di pessimi prodotti mediatici
Le immagini dell’impiccagione di Saddam Hussein sono state messe a disposizione di milioni di spettatori. Occhi sbigottiti, o forse anche un po’ curiosi, hanno rincorso lo schermo da una parte all’altra del globo. Immagini e ricordi di soli pochi mesi fa. Immagini che quotidianamente ci vengono ripresentate in ogni forma da mezzi di comunicazione di vecchia o nuovissima generazione. A qualsiasi ora della notte, e del giorno. Di fronte ad un pubblico di adulti, e bambini. Ecco dove si annida il pericolo.
Dalla minaccia di una diseducazione da media, provocata da contenuti così immediati ma poco formativi, vuole metterci in guardia L’Onnipotenza dei Media: Sua Maestà la Tv! (Prefazione di Alessandro Meluzzi, editore Rubbettino, 2007, pp. 122, € 10.00), secondo banco di prova nel mondo dell’editoria per Antonio Marziale. Di recente insignito del Premio Mauro Laeng per la Comunicazione educativa (edizione 2006), classe 1966, il giornalista originario di Taurianova diede inizio alla sua carriera laureandosi proprio in Scienze della Comunicazione presso l’ateneo di Cassino, ma è stato soprattutto il fondatore dell’Osservatorio sui diritti dei minori nonché presidente del Dipartimento Lombardia, ed anche della Associazione nazionale sociologi.
Una carriera che in parte ha camminato di pari passo con la storia delle teorie delle comunicazioni di massa, il cui inizio, proprio come l’autore ricorda introducendoci al tanto attuale dibattito, si fa risalire agli anni Trenta del Novecento, con il diffondersi di cinema e radio, senza tralasciare il grande e rinnovato valore dato dai regimi fascista e nazista alla stampa, allora, insieme alla radio, i mezzi di comunicazione per eccellenza.
Saranno, però, gli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale a consolidare l’idea secondo la quale tali mezzi di comunicazione fossero per l’appunto “di massa”, una specificazione in aperta polemica con quella società del dopoguerra ormai divenuta “società dei consumi di massa”, cioè un corpo sociale animato da spinte all’acquisto e al consumo di prodotti seriali immessi in un mercato in cui a farla da padrone erano ormai grandi industrie e non più piccole fabbriche. Ed anche la televisione, in un contesto simile, si trasformò in una vera e propria industria.
Una simile definizione però (ed è proprio Marziale a farcene prendere coscienza) fu dettata essenzialmente da un mutato contesto socioeconomico e quindi anche delle richieste di utenti ormai divenuti consumatori.
Del resto (ed anche S. Freud e G. Le Bon sarebbero stati d’accordo) una massa possiede una propria anima, una sua “psiche”, desideri, limiti, voleri. È una struttura che riproduce la dimensione interiore dell’individuo, ingigantendola.
In altri termini, possiamo essere certi che i rischi a cui i moderni media espongono siano da imputare al mezzo in sé, non ovviamente in quanto oggetto fisico, ma in quanto contenitore d’informazioni? O, piuttosto, parte delle colpe nella faccenda dovrebbero essere imputate anche all’utente, pessimo fruitore di questi contenuti?
L’idea di utente, infatti, intuitivamente, si fa immagine della passività del consumatore di fronte al mezzo, pur se già a partire dagli anni Quaranta la definizione di pubblico, così inteso, lasciò il posto a quella di audience, parte attiva nello “scambio” comunicativo con i media. In tempi recenti, quindi, il dibattito si è fatto più strenuo soprattutto tra chi, sostenitore del ruolo attivo dell’utente non riesce a riconoscere alcun genere di pericolo in essi, e chi invece, sostenitore della tesi opposta, vede nei mezzi di comunicazione, in particolar modo in quelli di ultima generazione, la rovina della società futura.
Secondo una nota espressione di Wright, riportata da Marziale a proposito del modo in cui i media agiscono o interagiscono nella e sulla vita dell’utente, la società di massa sarebbe piuttosto un “pubblico di massa”, e come un “ago ipodermico”, da cui la più accreditata teoria delle comunicazioni di massa prende nome, i contenuti dei media ci vengono iniettati giorno dopo giorno, a piccole dosi, finché non ne saremo inconsapevolmente, ma totalmente, assuefatti. Marziale sostiene fino in fondo questa tesi.
La formazione dell’individuo passa attraverso il mezzo televisivo
Una teoria come quella dell’“ago ipodermico” implica quindi la posizione passiva dell’utente rispetto al mezzo.
E proprio la mancanza di consapevolezza nell’uso dei media rappresenta il maggiore fattore di rischio anche a causa del mutato “ruolo sociale” dei mezzi di comunicazione, in particolare di quello più presente nella quotidianità di ciascun individuo: la tv.
La vecchia black box, infatti, è diventata un’agenzia di socializzazione primaria e, in tempi ancora più recenti, stessa felice sorte è toccata anche ad internet, sostituendosi in tale importante ruolo di formazione dell’adulto alla ormai surclassata “famiglia”, un tempo sinonimo di agenzia di socializzazione tout court. La tv, quindi, è andata soppiantando il ruolo di genitori, scuola e gruppo dei pari, in quanto è proprio essa ad accompagnare la quotidianità di target di pubblico molto eterogenei, soprattutto dei più giovani, producendo modelli stereotipati che sarà difficile non identificare con l’effettiva realtà circostante. Essa, quindi, è in grado di istituire ruoli sociali insegnando il gioco delle parti, proiettando l’individuo in una dimensione in cui l’errore e l’imprevisto, possibilità da cui difficilmente poter prescindere, vengono oscurati da prassi chiare e, apparentemente, non discutibili. Tale canale mediatico, cioè, offre immagini della vita prima ancora che l’individuo possa farne un’esperienza reale, personale e affettiva, privandolo così della possibilità di un giudizio obiettivo.
Come è potuto avvenire questo passaggio? E, soprattutto, che risvolti avrà sulla vita psichica dell’utente ormai diventato adulto?
Chi ha assistito all’avvento del tubo catodico, ormai molti anni or sono, ricorderà certamente come sfocate immagini in bianco e nero, dai contenuti “innocenti” (ad esempio Carosello citato da Marziale, come non definirne innocenti i contenuti?), si fossero lentamente aperte un varco nella quotidianità degli italiani.
È bene limitare i riferimenti alla nostra nazione, evitando paragoni d’oltreoceano dove, come dati sorprendenti testimoniano, la situazione sembra essere ancora più allarmante. Infatti secondo uno dei più importanti critici della società postmoderna, Neil Postman, sarebbero circa 16.000 le ore di esposizione alla tv di un americano medio tra il terzo e il diciottesimo anno di vita. Dato allarmante che conferma l’idea del sociologo americano di un ambiente ormai “inquinato” dai media.
Ma dalle parole di Omar Calabrese riportate da Marziale è possibile evincere la problematicità del rapporto televisione-utente anche nel nostro paese: ‹‹Negli USA c’è il televisore acceso in tutte le case ma fa da rumore di fondo. Da noi no. Il problema è che da noi la Tv ha assorbito tutto il restante universo dei Media [...] Lì dentro c’è tutta la vita sociale italiana››.
Lentamente quindi, con una sottile forza persuasiva degna del miglior illusionista, la televisione fece breccia nel cuore di un’intera nazione, nessuno escluso, ed anche i contenuti, lentamente, si adattarono alle richieste di un pubblico sempre più assetato di informazione. O forse, siamo ormai costretti a dire, di disinformazione.
Una visione distorta della realtà: i pericoli di una tv priva di valori
In un proliferare di reti televisive e palinsesti nasce un mercato tanto vasto e potente da “programmare” la vita dell’utente più assuefatto ai consumi televisivi, l’heavy viewer, secondo un modello definito della “agenda setting”, in cui chi o cosa l’individuo sia viene oscurato da chi o cosa la televisione vuole che l’individuo divenga.
Una scatola nera è divenuta ormai baby-sitter, maestra e consigliera di intere generazioni. Ciò che spaventa, però, non sono soltanto gli effetti a breve termine, persuasori e comportamentali, derivanti dalle troppe ore di esposizione al mezzo, conseguenze relativamente poco dannose sul piano psichico e cognitivo. Più allarmanti sono gli effetti a lungo termine, causati dalla continua e costante esposizione ai messaggi mediatici, ma riscontrabili in un arco di tempo che coinvolge l’intera esistenza dell’individuo. Il soggetto esposto sin dalla nascita all’uso esagerato ed insano della televisione costruisce, infatti, nel tempo, un proprio “percorso mediatico”, in base alla personale, ma poco responsabile, selezione delle informazioni da trattenere. Tale tipo di esposizione a lungo andare è causa di una vera e propria assuefazione, tale da ledere i processi di socializzazione del soggetto, minandone soprattutto capacità cognitive, formative e l’apprendimento scolastico.
Il più pericoloso effetto a lungo termine è proprio quello, dal punto di vista pedagogico, di una diseducazione da media dell’utente ormai adulto. Sarebbe un errore, infatti, ritenere che la formazione di un individuo si limiti soltanto ad un certo arco di tempo, ad esempio l’età della scolarizzazione, ammesso che questa possa essere esattamente definita.
Piuttosto l’essere umano, la cui struttura cerebrale è tanto plastica, per quanto le scienze mediche e cognitive oggi ci consentano di sapere, è soggetto ad un continuum della formazione, la cui durata si protrae dal momento della nascita sino a quello della morte. Ecco perché, seppure gli effetti provocati dalla eccessiva e malsana esposizione ai media sembrino tanto disastrosi (specie sui minori), è pur sempre possibile un parziale recupero, una sorta di rieducazione e risocializzazione del soggetto.
Purtroppo, quindi, televisione e simili rappresentano oggi soltanto dei pessimi filtri attraverso cui uomini educano altri uomini fornendo una visione distorta della realtà in cui viviamo, ‹‹informazioni di seconda mano››. Scadenti. La critica di Marziale, naturalmente, non risparmia colpi né alla pubblicità né ai videogame, di cui la più sconcertante versione è rappresentata da Second Life, possibilità di una ricostruzione virtuale di percorsi di vita. Il risvolto peggiore in un simile contesto destabilizzante, in cui la linea di demarcazione tra realtà, finzione e virtualità è scarsamente percepibile, è che spesso proprio i più giovani tendono ad emulare, desiderando essere, quei modelli preconfezionati che sullo schermo acquistano un tanto elevato valore, prototipi di un mondo inesistente!
La televisione offre, infatti, contenuti simbolici facilmente manipolabili, così come il bambino in una situazione di gioco è in grado di manipolare oggetti d’uso quotidiano trasformandoli in altro. È il classico esempio del bastone di una scopa che diventa cavallo o della banana trasformata in un telefono. Giochi innocenti, che però lo diventano un po’ meno quando una bambina non ancora alle soglie dell’adolescenza incomincia a denudare la propria Barbie o a respingere il cibo, trasformando la bambola o, peggio, se stessa in una velina.
È così che la tv rischia di divenire un gioco per l’infante inconsapevole, un’ulteriore immagine da manipolare ed inserire nelle proprie abitudini, a causa di questa capacità del mezzo di simbolizzare l’attività sociale, in un certo modo semplificandola e rendendola immediata e più fruibile.
Bisogna quindi fare attenzione, specie quando l’utente è un minore, a questo pericoloso gioco di do ut des tra il mezzo di comunicazione e l’utente. La tv in questo caso dà, secondo Marziale, un gran potere all’individuo, anche se per ottenerlo è quasi necessario firmare un patto faustiano: per riuscire ad avere la facoltà di controllare il linguaggio dei media, acquisendo ad esempio la consapevolezza per cui “sono io a cambiare canale” e quindi “sono io a scegliere”, è necessario collocarsi all’interno del linguaggio stesso, accettandone così il suo dominio e ricadendo in un pericoloso regresso all’infinito.
Derrick De Kerkhove, ad esempio, chiede: ‹‹il linguaggio è esterno a voi e vi controlla, oppure il linguaggio è interno a voi e quindi siete voi a controllarlo?››.
Si tratta di una questione spinosa, anche perché la risposta muta a seconda del canale di comunicazione considerato: la tv infatti rende tutti “pubblici”, nel senso che colloca tutti su uno stesso piano in quanto fruitori liberi di scegliere, ma non troppo poiché la possibilità di scelta è pur sempre limitata. Il libro e la stampa invece, con una buona dose di senso critico specie in tempi recenti, rendono l’utente “privato”, diremmo, appunto, dominatore di quel linguaggio.
Ma siamo certi che simili conclusioni, che vorrebbero ridurre l’entità dei danni arrecati dai media, possano essere applicate anche quando a fruire dei mezzi sono i minori?
Tv ed internet si adeguano: nascono i codici di autoregolamentazione
Il presupposto da cui Marziale trae una critica tanto tenace al mezzo televisivo, al punto da indurlo a riportare per intero nel testo il Codice di autoregolamentazione Tv e minori, è quello per cui i più piccoli sono esposti a rischi maggiori in quanto non posseggono ancora un senso critico tanto forte da indurli a distinguere buoni contenuti da pessimi contenuti. Se quindi il minore non è in grado di rispondere adeguatamente ai media, allora dovranno essere quest’ultimi ad adeguarsi a ciascun tipo di target di pubblico. Quello al di sotto della maggiore età in particolare. Non a caso Marziale è stato anche componente attiva delle Commissioni ministeriali per la stesura del Codice di autoregolamentazione Tv e minori e del Codice di autoregolamentazione Internet e Minori.
Attività certamente degne di valore etico e sociale, in un contesto in cui a farla da padrone sono immagini di guerra, violenza, falsi miti e inni al “dio denaro”.
A causa della “cattiva maestra”, ricordando una definizione popperiana, infatti, i bambini forniscono television answers sia in semplici situazioni sperimentali che nelle comuni conversazioni, allarmante segnale di casi di telefissazione o teledipendenza, e nella peggiore delle ipotesi causa di gravi disturbi psichici.
I dati che Marziale riporta da un’inchiesta realizzata dall’Osservatorio sui diritti dei minori sono preoccupanti: gli adolescenti umbri sarebbero i più videodipendenti del paese con una media di 4 ore e 30 minuti di esposizione giornaliera al mezzo televisivo, quelli lombardi gli ultimi in classifica con “sole” 2 ore di esposizione, mentre i giovani calabresi con 4 ore si collocherebbero al secondo posto. Probabilmente, a determinare tali diversi gradi di fruizione del mezzo televisivo sono fattori eterogenei che vanno dal livello di istruzione alla collocazione geografica della regione.
Ma i risvolti negativi di una simile diseducazione da media non sono soltanto psichici. Addirittura, sottolinea Marziale, la tv è diventata causa di gran parte dei disturbi alimentari, anoressia, bulimia e obesità ed anche di problemi ormonali legati ad un’anticipazione della pubertà a 7-8 anni, secondo quanto rilevato da uno studio condotto dal professor Roberto Salti, endocrinologo pediatrico dell’Istituto Meyer di Firenze.
Quindi, nel tentativo di ridurre al minimo, o almeno di contenere, gli effetti collaterali di una “tv spazzatura” è stato promosso il Codice di autoregolamentazione Tv e minori, rientrante nella così detta Legge Gasparri del 2004 sul riordino del sistema televisivo, grazie alla continua azione di denuncia e analisi portata avanti dall’Osservatorio sui diritti dei minori, formatosi a Milano nel 2000.
Il codice, – sottoscritto, tra le molte altre reti televisive, anche da Rai e Mediaset – è costituito da una serie di norme atte a regolamentare i contenuti televisivi dagli spot pubblicitari a fiction, film e varietà, anche in relazione all’istituzione di “fasce orarie” in cui distribuire la programmazione, (specie per le reti generaliste) ed in base ad ipotetici target di fruitori.
È sorprendente però il fatto che un provvedimento tanto drastico, poiché prevede sanzioni penali per i trasgressori, non trovi equivalenti né negli USA né in altri paesi europei, segno o di mancanza di interesse per la questione, o piuttosto di un diverso rapporto con il mezzo televisivo nelle altre nazioni.
Certo è che un simile codice, la cui sottoscrizione è libera, insieme a situazioni paradossali (quali quelle create dalle immagini di morte e violenza trasmesse dai telegiornali anche durante le così dette “fasce protette”), fanno sì che il problema non possa essere effettivamente risolto attraverso delle semplici norme, motivo per cui sarebbe auspicabile, secondo Marziale, introdurre nei programmi didattici l’insegnamento di una nuova attività: la Media education. L’espressione fu coniata da Len Masterman per indicare le iniziative di educazione ai mezzi di comunicazione portate avanti nell’arco degli ultimi trent’anni da gruppi di studio volti all’analisi della realtà dei media in relazione al loro attuale valore paideutico. Oggi la Media education rappresenta quasi un’arma per combattere questo sistema dal suo interno poiché, come scrive lo psichiatra Alessandro Meluzzi nella sua Prefazione al testo, contro reality e violenza ‹‹gli unici anticorpi possibili sono quelli della cultura››: soltanto attraverso una educazione continua alla fruizione del mezzo i minori potranno sviluppare un senso critico tanto forte da fare degli uomini ‹‹cittadini consapevoli e non già sudditi dei Media››.
Federica D’Amico
( www.scriptamanent.net , anno V, n. 43, giugno 2007)