Ogni giorno 4000 bambini nel Sud del Mondo potrebbero essere salvati
dalla morte per malattie e denutrizione se fossero allattati al seno
e non con latte in polvere
Nonostante ciò la Nestlé e molte altre società produttrici di latte
in polvere, pur di vendere i loro prodotti, non si fanno scrupolo a
promuoverne l’uso con tecniche di marketing irresponsabili
Ma monitoraggi indipendenti ed episodi clamorosi hanno messo in luce
molte gravi infrazioni del Codice da parte di Nestlé, la
multinazionale che ha il più vasto mercato di latte in polvere nel
Terzo Mondo, e delle altre compagnie...
Il boicottaggio è uno strumento democratico e efficace che noi
consumatori abbiamo a disposizione per costringere la Nestlé a
rivedere il proprio comportamento
Testi: Riccardo Apreda, Antonio Ferazzoli, Fabrizio
Gennari, Elisa Giovannetti, Marco Tarini (per il Comitato di
Pisa), Caterina Carroli, Aronne Galimberti, Matteo Piantoni,
Davide Rasella, Pietro Vertova (per il Comitato di Bergamo).
Ha collaborato Sofia Quintero (Comitato Scientifico
RIBN) per gli aspetti medici, Luca Chiarei (Movimento
Nonviolento) per gli aspetti legali.
Grazie a: Francuccio Gesualdi (Centro Nuovo Modello di
Sviluppo) e Adriano Cattaneo.
GINEVRA - L'Etiopia è tra i paesi più
poveri e affamati, eppure la Nestlé, gigante mondiale dell'industria
alimentare, reclama milioni di dollari di risarcimenti. Una disputa
paradossale iniziata quasi trent'anni fa nella terra minacciata da gravi
carestie e dove milioni di persone non hanno cibo a sufficienza, secondo
i più recenti allarmi lanciati dalla Fao. La multinazionale elvetica
aveva una fabbrica alimentare in Etiopia, che gli è stata espropriata
nel '75 da parte dell'allora regime militare.
Per quell'esproprio nel 2001 la Nestlé ha reclamato sei milioni di
dollari a titolo di indennizzo, e i negoziati sono ancora in corso. La
multinazionale si difende, malgrado la denuncia di un'organizzazione non
governativa. "La situazione può sembrare scandalosa a prima vista, ma
non lo è se si conoscono tutti gli aspetti della vicenda", ha detto
Francois Xavier Perroud, portavoce della Nestlé. "Discussioni sono in
corso con le autorità etiopiche e la richiesta di sei milioni è solo
quella iniziale. Siamo molto flessibili e siamo pronti a investire la
somma del risarcimento nel paese africano", ha aggiunto.
I negoziati, cui partecipa anche un'agenzia della Banca mondiale,
sono ripresi nel 2001 su iniziativa del governo etiopico. Inoltre, il
caso Nestlé non è isolato: una cinquantina di simili trattative sono in
corso, ha sottolineato Perroud. Al centro della disputa è l'Elidco (Ethiopian
Livestock Development Company), una fabbrica alimentare in Etiopia che
controllava il gruppo tedesco Schweisfurth, rilevato dalla Nestlé nel
1986. Dopo l'espropriazione, le autorità di Addis Abeba avevano poi
rivenduto la fabbrica a una società locale nel 1998 per la somma di 8,7
milioni di dollari, ha raccontato Perroud.
Con l'acquisto del gruppo tedesco la Nestlé ha ereditato anche i diritti
di indennizzo. "Per noi è una questione di principio e saremo
inflessibili sul principio di un risarcimento. In caso contrario" ha
detto Perroud "la somma di sei milioni di dollari da noi richiesta è
solo il punto di partenza di un negoziato: sulla somma, sui tempi e
sulle modalità saremo molto, molto flessibili. Inoltre siamo pronti a
investire in Etiopia l'integralità del risarcimento ricevuto".
L'Ong britannica Oxfam ha denunciato la Nestlé in un comunicato
affermando che l'Etiopia è un paese che muore di fame ed è tra i più
poveri dell'Africa, con un reddito medio pro capite di meno di 2 dollari
al giorno. I sei milioni di dollari reclamati dalla Nestlé "potrebbero
fornire acqua potabile a oltre quattro milioni di persone in Etiopia o
permettere di costruire 6.500 pozzi nel paese colpito dalla siccità".
Per l'Oms ogni giorno 4 mila bambini nel Sud del mondo potrebbero essere
salvati dalla morte
per malattie e denutrizione se fossero allattati al seno e non con latte
in polvere, perché nelle società povere - sostiene l'Unicef-
i bambini allattati artificialmente sono 25 volte più esposti alla morte
di quelli allattati dalla madre. Nonostante una multa chesupera i 6 miliardi delle vecchie lire, Nestlé e altre multinazionali
continuano a distribuire nei Paesi poveri lattein polvere per i bambini. La proposta della Rete di boicottaggio.
IN
QUESTI GIORNI IN CUI L'ATTENZIONE PUBBLICA È TUTTA RIVOLTA ALL' IRAQ, VI
VOGLIAMO PARLARE DI UNA guerra di natura diversa, di cui si parla
sporadicamente, ma non per questo meno tragica o con meno vittime o meno
conseguenze drammatiche. Stiamo parlando della "guerra" dei
sostituti del latte materno.
«Ogni
giorno 4000 bambini nel Sud del mondo potrebbero essere salvati dalla
morte per malattie e denutrizione se fossero allattati al seno e non con
latte in polvere (Unicef/Organizzazione mondiale della sanità)». «Nelle
società povere - sostiene l'Unicef - i bambini allattati artificialmente
sono 25 volte più esposti alla morte di quelli allattati al seno».
Nonostante ciò molte società produttrici di latte in polvere, pur di
vendere i loro prodotti, non si fanno scrupolo a promuoverne l'uso con
tecniche di marketing; diverse aziende dichiarano di attenersi al Codice,
ma monitoraggi indipendenti ed episodi clamorosi hanno messo in luce molte
gravi infrazioni del Codice da parte di tutte le compagnie, ma soprattutto
a opera della multinazionale Nestlé, che detiene il più vasto mercato di
latte in polvere nel Terzo Mondo. Ma perché nei Paesi poveri e in via di
sviluppo l'allattamento artificiale uccide? Il problema non sta solo nella
natura del latte in polvere, meno nutritivo e meno protettore del latte
materno, ma nel modo scorretto in cui viene presentato alle madri.
Attraverso innumerevoli e gravi violazioni del Codice internazionale, le
compagnie inducono le madri ad abbandonare l'allattamento al seno in
favore del latte artificiale. I produttori pubblicizzano il latte in
polvere non come un sostituto del latte materno nei casi estremi in cui
esso non possa essere usato (madre deceduta o gravemente malata,
abbandono) ma come simbolo del progresso e di salute a priori. Oltre a
distribuire cartelloni pubblicitari recanti immagini di bambini sani e
paffuti negli ospedali, le ditte produttrici si mettono in contatto con i
medici locali. Organizzando corsi e seminari per il personale sanitario
fanno entrare in uso i loro prodotti negli ospedali. In passato, i
rappresentanti delle ditte arrivavano a fìngersi infermieri per
convincere le donne incinte a comprare il prodotto commercializzato. In
questo sono molto facilitati dalla carenza di informazioni mediche (spesso
le uniche disponibili sono proprio quelle fornite dalle ditte
produttrici).
Un boicottaggio cominciato nel 1993
Una delle più redditizie
tattiche di marketing usate è fornire prodotti gratis agli ospedali e ai
reparti di maternità. In molti casi, viene dato abbastanza latte perché
tutti i bambini nati all'ospedale siano allattati con il biberon. Alle
madri viene spesso dato anche un barattolo campione da portare a casa.
Dare il latte con il biberon ai neonati fa sì che il latte materno venga
progressivamente a mancare e l'allattamento al seno diventi impraticabile.
Di conseguenza il
bambino diventa dipendente
dal latte artificiale. Una volta a casa, le madri non ricevono più il
latte gratis, ma se lo devono comperare.
Ma le famiglie guadagnano
troppo poco per attenersi alle dosi prescritte. Pertanto, non deve stupire
se il latte è annacquato diverse volte più del prescritto, con il
risultato finale che i bambini, lungi dal crescere belli e robusti,
diventano rachitici e sottopeso fino a morire. La seconda ragione per cui
l'allattamento al biberon uccide è la
mancanza di igiene. L'acqua
con cui il latte è preparato è spesso malsana ed è impossibile
sterilizzare biberon e tettarella senza la comodità del fornello e senza
disinfettanti. Mamme con pochi soldi, poche comodità e poche conoscenze
igieniche somministrano ai loro bambini latte allungato in biberon a
malapena sciacquati, con tettarelle esposte all'aria, su cui si posano di
continuo decine di mosche. Le inevitabili conseguenze sono infezioni
intestinali che provocano diarree mortali. L'Oms e l'Unicef stimano che la
morte di circa un milione e mezzo di bambini, su circa undici milioni che
muoiono ogni anno, avvenga nei Paesi a basso reddito per mancanza di
allattamento al seno. Molti di più sono quelli che non muoiono, ma
costituiscono un grave fardello per le famiglie e per la
società, a causa della
malnutrizione, delle infezioni e delle conseguenze che tali problemi hanno
sullo sviluppo dei bambini stessi. L'Unicef, insieme a diverse Ong e all'Oms,
da 20 anni condanna e combatte la promozione dei surrogati artificiali del
latte materno nei reparti maternità degli ospedali e nelle altre
strutture sanitarie dei Paesi in via di sviluppo. Dal 1981 esiste un
apposito Codice Internazionale sulla commercializzazione dei sostituti del
latte mater-
no, sottoscritto dall'Unicef,
dall'Oms, da varie Ong e da rappresentanti dell'industria di alimenti per
bambini. Numerose violazioni commesse da alcune industrie multinazionali
del settore sono state
denunciate, nel 1996 per
esempio, con il rapporto Cracking thè Code (Infrangere il codice),
redatto dall'Inter agency group on breastfeeding monitoring (gruppo
congiunto per il monitoraggio dell'allattamento al seno). La Nestlé è
stata riconosciuta tra i maggiori responsabili di questo tipo di
violazioni, ed è quindi stata fatta oggetto di una campagna di
denuncia che è tuttora in atto, dato il reiterarsi di questi
comportamenti. La vera e propria campagna di boicottaggio è condotta da
una rete di organizzazioni non governative, che agisce sia a livello
internazionale sia a livello italiano. La Nestlé era già stata fermata
dai consumatori di tutto il mondo mediante un boicottaggio intenazionale
durato dal 1977 al 1984. Si era allora impegnata a comportarsi
correttamente, ma dopo poco ha ripreso a violare il Codice e a promuovere
la vendita omicida. Nel 1988 è stato lanciato dal Ibfan (International
baby food action network) un nuovo boicottaggio nella maggior parte dei
Paesi in Europa e in America. In Italia il boicottaggio è iniziato nel
1993. I comportamenti non corretti e le violazioni del Codice interna
zionale non riguardano comunque solo i Paesi in via di sviluppo; sono ben
documentati anche nei Paesi ricchi, Usa in testa (si veda il documento
Breaking thè Rules, Stretching thè Rules 2001 scaricabile dal sito
internet http://www.ibfan.org/ ), ed
in Italia. Nell'ottobre 2001 è stata presentata a Roma, in una sala del
Campidoglio, un'importante pubblicazione Il Codice Violato realizzato
dalla Coalizione italiana per il monitoraggio del Codice, che documenta le
violazioni del codice internazionale perpetrate in Italia. Nel marzo 2000
Nestié, Nutricia, Milupa, Abbot, Heinz (Plasmon) e Humana sono state
condannate da una sentenza dell'Autorità garante per la concorrenza ed il
mercato a una multa che oltrepassa complessivamente i 6 miliardi di
vecchie lire. Tali compagnie sono state condannate per avere illegalmente
organizzato un cartello per il controllo dei prezzi, allo scopo di
mantenerli a livelli doppi, in media, rispetto a quelli praticati in altri
Paesi europei. Il cartello si avvale di due meccanismi principali. Il
primo consiste nella vendita di prodotti solo in farmacia, con un rigido
controllo dei prezzi, escludendo dal circuito di commercializzazione le
catene di supermercati. Il secondo meccanismo, invece, è una chiara
violazione del Codice internazionale, perché consiste nella fornitura
gratuita di latte in polvere ai reparti maternità degli ospedali pubblici
e privati, mediante una caratteristica "turnazione mensile".
Questo meccanismo rinforzato da regolari donazioni di attrezzature
richieste spesso dagli stessi ospedali, condiziona le successive scelte di
acquisto dei genitori, a cui spesso sono consegnate lettere di dimissione
per i neonati in cui vengono prescritti i nomi dei sostituti del latte
materno. In merito alla fornitura gratuita di latte in polvere ai reparti
maternità degli ospedali, si tratta, come già dicevamo sopra, di una
pratica proibita dal Codice in modo esplicito; l'Italia ha sottoscritto il
Codice nel 1981 e nel 1994 ha emesso il decreto ministeriale numero 500 su
questo argomento. Ma la normativa italiana permette comunque alle aziende
la fornitura gratuita di campioni di latte artificiale alle strutture
sanitarie. Basta che ne faccia richiesta un responsabile, come un primario
o il direttore sanitario.
I bambini, vittime innocenti
Ma se qui in Italia le
violazioni "intaccano" soprattutto il portafoglio (ma anche la
salute: i bambini alimentati artificialmente non
godono in generale della
nutrizione ottimale e della protezione della salute fornita dal latte
materno), nei Paesi del Sud del mondo causano la morte di milioni di
neonati innocenti! Perché allora non contrastare l'operato di queste
multinazionali che si permettono di aggravare una situazione già
drammatica qual è la mancanza di cibo e risorse, scoraggiando e di fatto
impedendo una corretta informazione alle mamme e il sacrosanto diritto di
allattare al seno i loro bambini? Siamo consapevoli che il problema della
fame non è di facile e rapida soluzione, ma nel caso delle morti per
mancanza di allattamento al seno, la soluzione al problema sarebbe così
semplice e naturale (è proprio il caso di dirlo!). Tra l'altro, «anche
in condizioni di estrema malnutrizione una madre continua a produrre il
latte necessario al bambino...Nutrire di più la madre costa solo un
decimo del latte artificiale per il bambino» (Thè Lancet, rivista
specializzata di medicina).
Sono soprattutto loro, i
bambini, le vittime innocenti di questo sistema disumano! È impossibile
non ascoltarli, non essere loro accanto, non percepire la loro richiesta
silenziosa di aiuto, non possiamo più tacere di fronte a questo scenario,
dobbiamo far sentire la nostra voce e noi della Rete italiana boicottaggio
Nestlé, Vi invitiamo, cari lettori, a farlo con un gesto concreto: la
prossima volta che andrete al supermercato astenetevi dal comperare tutti
i prodotti a marchio Nestlé e questo fatelo fino a quando la
multinazionale non rispetterà il Codice Internazionale. E per comunicare
alla Nestlé Italiana questa Vostra decisione. Dopo la tragedia dell'11
settembre pensavamo di aver raggiunto l'apice, che non ci potesse accadere
qualcosa di peggio; oggi, guardando alla guerra in Iraq o alla
spregiudicatezza di certe multinazionali, ci rendiamo conto che
Vittoria della società civile. Una battaglia sostenuta anche da padre
Zanotelli
Il sindaco di Roma Walter Veltroni ha comunicato a Nigrizia la
sua soddisfazione per il ritiro dell'invito alla Nestlé (Perugina) da
parte di Eurochocolate. Agli organizzatori della fiera, che si terrà al
Pincio dal 1° al 9 marzo, e al sindaco stesso, si era rivolto il
Coordinamento cambia lo sponsor (Cocs) e, con una lettera
del 14 dicembre a Veltroni, anche padre Zanotelli
LA DICHIARAZIONE DEL SINDACO
«In vista della seconda edizione di Eurochocolate abbiamo sollecitato
una riflessione con gli organizzatori per tenere conto delle varie
denunce e prese di posizioni, a partire da quelle dell'Unicef e di tante
associazioni del mondo della solidarietà e del volontariato,
sull'attività delle compagnie che operano nel settore del cacao e
dell'alimentazione in genere. Una riflessione naturale per una città
come Roma impegnata con forza in azioni di solidarietà internazionale
con una particolare attenzione verso il continente africano che è
all'origine nelle decisioni espresse dai dirigenti di Eurochocolate e
spiegate nel loro comunicato stampa.
Da parte nostra auspichiamo che da Roma inizi un percorso che porti ad
un chiarimento e al superamento dei problemi denunciati. Ringraziamo
Eurochocolate sia per la sensibilità dimostrata nelle decisioni prese,
sia per aver coinvolto nell'evento tante piccole imprese artigianali che
lavorano nella nostra città e che contribuiranno al successo di una
grande festa particolarmente attesa, soprattutto dai bambini».
Padre Alex Zanotelli invita il sindaco di Roma Walter Veltroni a
sostenere la battaglia del "Coordinamento cambia lo sponsor", Cocs, che
chiede al Comune di non accettare sponsorizzazioni e "doni" da aziende
oggetto di boicottaggio da parte della società civile. Inoltre, chiede
di dire no a Eurochocolate (sostenuta dalla Nestlé) e di promuovere
invece Equochocolate. Caro Sindaco,
un saluto e un ringraziamento a te e all'assessore Luigi Nieri e a tutti
quelli che sono presenti alla Festa dell'Altraeconomia.
Penso che la realizzazione della festa dell'Altraeconomia da parte del
Comune di Roma rientri a pieno nella strada che tu, come uomo e come
Sindaco, hai voluto intraprendere con rinnovato vigore all'indomani del
tuo viaggio tra i poveri dell'Africa. Altra-economia significa economia
per una volta non finalizzata a rendere il 20% degli uomini, quello
ricco, ancora più ricco, a danno dell'80% povero, ma significa economia
che tenta di agire su questo sistema squilibrato e immorale, in cui il
20% degli uomini si pappa l'82% delle risorse a spese del resto
dell'umanità, per modificarlo e per sconfiggere la povertà globale.
E' ormai chiaro che la scelta di un altro sistema, diverso da quello
neo-liberista, è una priorità assoluta, un'urgenza irrimandabile. Non
possiamo continuare a raccontarci la storia dello sviluppo sostenibile,
che porta pian piano tutti i popoli della Terra al nostro livello di
benessere. Per fare questo sarebbero necessari, in termini di risorse
naturali, altri 6 pianeti come la Terra. E' quindi evidente che o saremo
capaci di pensare e costruire un altro mondo o non ci sarà nessun mondo.
Per costruire un altro mondo sono necessari un'altra politica, basata
sul servizio e sulla partecipazione, un'altra modalità di risoluzione
dei conflitti, basata sulla non-violenza, e un'altra economia, basata
sulla solidarietà.
Quindi anche a Roma la scelta dell'Altraeconomia deve ripartire da un
evento come questa Festa per divenire sempre più pratica quotidiana per
ogni uomo, e ancor di più per ogni uomo politico che sia stato chiamato
a servire la collettività con l'amministrazione della cosa pubblica. La
tua bellissima ambizione di fare di Roma la Città della Pace deve andare
di pari passo con la costruzione di Roma come Città Equa, perché non c'è
Pace senza Giustizia.
Caro Sindaco, come nella lettera che ti scrissi nel 2000, ti chiedo se
hai il coraggio di proseguire nell'azione politica alternativa già
iniziata, per rispondere in maniera sempre più esauriente ai bisogni del
pianeta e della tua città. Ti chiedo di rispondere pubblicamente, anche
e soprattutto a quella parte della società civile che si fa portatrice
delle istanze dei poveri nell'Occidente ricco. Sono ad esempio stato
contattato dal Coordinamento Cambia lo Sponsor, che ha avviato alcune
campagne per chiedere al Comune di Roma una maggiore attenzione sulle
sponsorizzazioni, che rischiano di sporcare l'immagine di Roma per
ripulire quella di multinazionali sotto boicottaggio.
Ti chiedo:
1) di non offrire nell'anno venturo il patrocinio del Comune di Roma ad
una manifestazione come Eurochocolate, vetrina per una multinazionale
come la Nestlé che, non secondo me ma secondo l'Unicef, è
corresponsabile ogni anno della morte di un milione e mezzo di bambini
nei Paesi del Sud del mondo; di contribuire invece, in collaborazione
all'Assessorato di Luigi Nieri, all'organizzazione di una manifestazione
alternativa, sul modello di Equochocolate organizzata a Perugia qualche
mese fa, in cui vengano messe al centro le questioni relative al mercato
del cacao, immenso terreno di sfruttamento nell'Africa che hai potuto
vedere e conoscere;
2) di non consentire alla Nike un'operazione di immagine, come quella
dei campetti donati alle scuole romane, che la faccia vedere come
benefattore dei bambini, quando invece nelle sue fabbriche si lavora e
si vive ancora in condizioni drammatiche;
3) ti chiedo infine di assumere come Comune di Roma l'impegno preciso e
formale di non accettare per attività sportive, educative e culturali,
nonché per l'esecuzione di lavori pubblici nell'ambito del territorio
comunale, la sponsorizzazione, la pubblicità e il contributo in denaro
di multinazionali sotto boicottaggio, che non mostrano alcun reale
interesse a modificare questo sistema di oppressione e che mirano solo a
dare di sè un'immagine più accettabile. Te lo chiedo perché vinca la
vita.
Eurochocolate spiega perché la Nestlé (Perugina) non sarà a Roma il
prossimo marzo. «Non vogliamo essere facile bersaglio di colpevolezze
che non ci appartengono».
Raccogliendo l'invito del Sindaco di Roma Walter Veltroni
l'organizzazione di Eurochocolate comunica di aver ritirato l'invito
alla Nestlè Italia a partecipare alla prossima edizione di Eurochocolate
Roma 2003 che si terrà al Pincio dal 1 al 9 Marzo.
La presenza di Nestlè Italia unitamente a quella di oltre 120 aziende
artigianali (50%) media (20%) e piccola industria (20%), che peraltro
doveva essere ancora confermata, si sarebbe manifestata esclusivamente
con il marchio Perugina che è tra i piu' noti e prestigiosi del panorama
dolciario nazionale ed internazionale. Un marchio al quale Eurochocolate
è particolarmente affezionata essendo stato piu' volte protagonista del
Festival ma soprattutto perché costituisce una straordinaria rilevanza
di carattere sociale ed economico per una città, Perugia, che è
storicamente legata alla produzione di cioccolata e che ha dato i natali
al dolce festival conosciuto ed apprezzato da milioni di italiani.
Le rispettabili posizioni dei movimenti new global unitamente a quelle
di altre voci del tessuto sociale e politico del nostro Paese che prima
a Perugia (Ottobre 2002) ed ora a Roma hanno manifestato contro la
multinazionale Nestlè non hanno mai trovato né pronte risposte né
repliche ufficiali facendo si che Eurochocolate si trasformasse in un
facile bersaglio di colpevolezze che non ci appartengono. Il tutto a
danno anche di un marchio dolciario che per storia e tradizione
meriterebbe maggiore considerazione da parte di tutti e per il quale
merita ricordare lavorano oltre 1300 addetti.
E' noto a tutti come Eurochocolate sia indipendente da qualsiasi
soggetto e che piu' volte abbia dimostrato nel passato di fare scelte
anche importanti, non ultima quella di non consentire la partecipazione
a quelle aziende che a partire dal Giugno 2003 produrranno cioccolata
con l'aggiunta di grassi vegetali.
Riteniamo utile con questa decisione riconfermare quanto piu' volte
detto: Eurochocolate è un grande evento che ha per obiettivo quello di
promuovere la cultura del cioccolato in maniera serena e divertente,
creando un clima di festa all'interno di una città piuttosto che dentro
un asettico contenitore fieristico, evitando di creare conflittualità
tra i soggetti protagonisti: aziende produttrici, pubblico, media,
istituzioni locali.
Tutto cio' rischiava di compromettersi. Auspichiamo che la decisione di
cui sopra sia in grado si favorire delle riflessioni importanti capaci
di contribuire alla risoluzione dei problemi sollevati.
"Ogni giorno 4.000 bambini nel Sud del mondo muoiono a causa dell'uso
improprio del latte in polvere" (Organizzazione mondiale della Sanità -
Unicef). Nonostante la presenza di un Codice che vincola l'uso del
marketing nel promozionare il prodotto, numerose aziende (prime tra
tutte la Nestlé) continuano ad invitare migliaia di donne a non
allattare il bimbo al seno. Nigrizia rilancia la Campagna di
boicottaggio ai prodotti Nestlé.
Ogni giorno 4.000 bambini nel sud del mondo potrebbero essere salvati
dalla morte per malattie e denutrizione, se fossero allattati al seno e
non con latte in polvere. Lo sostengono Unicef e Organizzazione mondiale
della sanità (Oms). Nonostante ciò, molte società produttrici di latte
in polvere, pur di vendere, non si fanno scrupolo di promuoverne l’uso
con tecniche di marketing irresponsabili.
Unicef e Oms hanno redatto un Codice internazionale che bandisce questo
tipo di marketing; diverse aziende dichiarano di attenersi al Codice, ma
monitoraggi indipendenti hanno messo in luce molte, gravi infrazioni del
Codice da parte di tutte le compagnie, ma soprattutto ad opera della
Nestlé, che detiene il più vasto mercato di latte in polvere nel
Sud del mondo.
25 ottobre 2001, lettera del presidente del Comitato italiano per l’Unicef,
Gianni Micali: «Numerose violazioni commesse da alcune industrie
multinazionali sono state denunciate nel 1996 con il rapporto Infrangere
il Codice, redatto dal Gruppo congiunto per il controllo
dell’allattamento al seno, di cui ha fatto parte anche l’Unicef. La
Nestlé è stata riconosciuta tra i maggiori responsabili di questo tipo
di violazioni, ed è stata fatta oggetto di una campagna di denuncia
tuttora in atto, dato il reiterarsi di questi comportamenti».
25 giugno 2003, il direttore generale del Comitato italiano per l’Unicef,
Roberto Salvan, riconferma la posizione dell’organizzazione sulle
respon-sabilità delle aziende che violano il
Codice internazionale. I risultati più importanti del
rapporto sono stati pubblicati anche dalla rivista
British Medical Journal, una delle più importanti
riviste mediche nel mondo, nota per la serietà con la quale verifica la
scientificità degli articoli.
Il 18 gennaio 2003, il British Medical Journal ha pubblicato i
risultati di una ricerca effettuata in Togo e Burkina Faso per
verificarne l’adeguamento al Codice. Considerati gli ospedali, la grande
e la piccola distribuzione e il contributo dei media: risulta che in
entrambi i paesi ci sono sistematiche violazioni al Codice, specie per
quello che riguarda la fornitura gratuita di campioni di latte in
polvere.
Inoltre il 90% dei medici e degli infermieri non è neppure a conoscenza
dell’esistenza di una legislazione internazionale in materia. Le
multinazionali coinvolte sono, oltre a Nestlé, Danone, Wyeth, Novolac e
altri produttori nazionali e internazionali.
La testimonianza di Chiara Castellani, ginecologa, responsabile di
programmi di assistenza materno-infantile prima in Nicaragua e oggi
nell’Rd Congo, ci fa capire la drammaticità della situazione. «In
Nicaragua, fin dall’inizio, ho costatato gli effetti deleteri
dell’allattamento artificiale sullo stato di nutrizione e sulla
morbi-mortalità per diarrea dei bambini minori di un anno.
Ma solo quando mi sono trovata in una realtà rurale, marginale ed
estremamente povera, ho avuto termini di confronto concreti quasi
paradossali: nei villaggi più poveri e isolati, la malnutrizione aveva
una prevalenza superiore al 50% nei bambini minori di 6 anni, ma i
lattanti (regolarmente allattati al seno: non c’era altro alimento
disponibile) erano degli stupendi bambini grassocci e sveglissimi.
La malnutrizione infantile era una conseguenza immediata dello
svezzamento, non esistendo alternative alimentari di buon tenore
proteico.
Viceversa, nel centro urbano in cui si trovava l’ospedale, vi erano
alcune famiglie che potevano permettersi la spesa del latte artificiale:
qui riscontravo i casi di diarrea cronica e di marasma infantile
precoce. Nel 1987, l’anno in cui la guerra fu più dura, la principale
causa di morte ospedaliera fu la diarrea. Su 27 decessi per diarrea, 26
furono di minori di un anno. Tutti, meno uno, erano allattati
artificialmente e con un deficit nutrizionale moderato o grave
associato.
L’allattamento artificiale favoriva anche gravidanze ravvicinate,
alimentando ulteriori circoli viziosi di povertà e malnutrizione. Il
fatto è che chi utilizzava il latte artificiale lo faceva convinto di
spendere i suoi pochi risparmi per meglio nutrire il proprio bambino,
"come fanno in Europa". Mentre le madri che non avevano la possibilità
materiale di acquistare il latte in polvere si sentivano quasi in colpa
che la povertà impedisse loro di garantire il meglio ai propri figli.
Anche nell’Rd Congo le conseguenze della guerra e l’isolamento stanno
minando le poche risorse economiche della popolazione; la malnutrizione
è diffusissima, ma non nel minore di un anno, perché la sola forma
possibile di alimentarlo è l’allattamento materno. Le poche volte che ho
dovuto ricorrere a un complemento di latte vaccino anche se maternizzato
(per esempio, nel caso di madre affetta da ipogalattia per tubercolosi o
aids), pur evitando il biberon e utilizzando tutte le precauzioni
igieniche, ho avuto risultati scoraggianti».
Da questa testimonianza si evince come l’uso improprio del latte in
polvere nei paesi poveri sia diventato una piaga sociale. Il problema,
infatti, non sta solo nella natura del latte in polvere, meno nutritivo
e protettore del latte materno, ma nel modo scorretto in cui viene
presentato alle madri. Attraverso innumerevoli e gravi violazioni del
Codice internazionale, le compagnie inducono le madri ad abbandonare
l’allattamento al seno in favore del latte artificiale.
I produttori pubblicizzano il latte in polvere non come un sostituto
del latte materno nei casi estremi in cui esso non possa essere usato
(madre deceduta o gravemente malata, abbandono) ma come simbolo del
progresso e di salute a priori. Oltre a distribuire negli ospedali
pubblicità con immagini di bambini sani e paffuti, le ditte produttrici
contattano i medici locali, organizzano corsi e seminari per il
personale sanitario, fanno entrare in uso i loro prodotti negli
ospedali.
In passato, i rappresentanti delle ditte sono arrivati a fingersi
infermieri per convincere le donne incinte a comprare. In questo sono
molto facilitati dalla carenza di informazioni mediche nel sud del
mondo: spesso le uniche disponibili sono proprio quelle fornite dalle
aziende produttrici. Una delle più redditizie tecniche di marketing
usate è di dare gratis il latte per bambini agli ospedali e ai reparti
maternità.
In molti casi, viene dato abbastanza latte perché tutti i bambini nati
all’ospedale siano allattati con il biberon. Alle madri viene spesso
dato anche un barattolo campione da portare a casa. Dare il latte con il
biberon ai neonati fa sì che il latte materno venga progressivamente a
mancare e l’allattamento al seno diventi impraticabile. Di conseguenza,
il bambino diventa dipendente dal latte artificiale.
Una volta a casa, le madri non ricevono più il latte gratis, e se lo
devono comprare. Ma le famiglie guadagnano troppo poco per attenersi
alle dosi prescritte. Pertanto, non deve stupire se il latte è
annacquato diverse volte più del prescritto, con il risultato finale che
i bambini, lungi dal crescere belli e robusti, diventano rachitici e
sottopeso fino a morire.
La seconda ragione per cui l’allattamento al biberon uccide è la
mancanza di igiene. L’acqua con cui il latte è preparato è spesso
malsana ed è impossibile sterilizzare biberon e tettarelle senza un
fornello e senza disinfettanti. Mamme con pochi soldi, poche comodità e
poche conoscenze igieniche somministrano ai loro bambini latte allungato
in biberon a malapena sciacquati, con tettarelle esposte all’aria, su
cui si posano di continuo gli insetti. Le conseguenze sono infezioni
intestinali che provocano diarree mortali.
L’Oms e l’Unicef stimano che la morte di circa un milione e mezzo di
bambini, su circa undici milioni che muoiono ogni anno, avvenga nei
paesi a basso reddito per mancanza di allattamento al seno. Molti di
più sono quelli che non muoiono, ma costituiscono un grave fardello per
le famiglie e per la società, a causa della malnutrizione, delle
infezioni e delle conseguenze che tali problemi hanno sullo sviluppo dei
bambini stessi.
Proprio per far pressione sui produttori e distributori di sostituti del
latte materno perché commercializzino i loro prodotti nel rispetto del
Codice Oms è nata la Ribn (Rete italiana boicottaggio Nestlé), un
insieme di individui ed associazioni che si propone di proteggere
l’allattamento al seno, soprattutto nei paesi a basso reddito.
Sono soprattutto loro, i bambini, le vittime innocenti di questo sistema
diabolico! Non possiamo più tacere di fronte a questo scenario, Vi
invitiamo a fare un gesto concreto: la prossima volta che andrete al
supermercato astenetevi dal comperare tutti i prodotti a marchio
Nestlé e questo fino a quando la multinazionale non rispetterà il Codice
internazionale.
Vi ringraziamo per questo gesto concreto di solidarietà, anche a nome di
tutti quei bambini sacrificati ogni anno sull’altare del profitto di
poche imprese dai comportamenti eticamente inaccettabili e scandalosi.
Fino a poco tempo fa, il boicottaggio era rivolto a Nesquik e a Nescafè,
prodotti simbolo Nestlé. Successivamente si è deciso di estenderlo a
tutti i prodotti a marchio Nestlé. Se invece di difendersi senza
produrre prove, la Nestlé si proponesse di applicare veramente in tutto
il mondo la lettera e lo spirito del Codice internazionale e cercasse un
accordo con le altre compagnie perché la seguano su questa strada, noi
la smetteremmo di esercitare questa pressione e milioni di bambini
sarebbero più felici.
Ci hanno messo tre anni a convincere l’amministrazione comunale e il
comitato organizzatore del carnevale di Fano, città marchigiana in
provincia di Pesaro, a interrompere ogni forma di collaborazione con la
Perugina-Nestlé. Alla fine, l’associazione Crik e il Gruppo carnevale
etico ci sono riusciti.
Ci hanno messo tre anni a convincere l’amministrazione comunale e il
comitato organizzatore del carnevale di Fano, città marchigiana in
provincia di Pesaro, a interrompere ogni forma di collaborazione con la
Perugina-Nestlé. Alla fine, l’associazione Crik e il Gruppo carnevale
etico ci sono riusciti e il carnevale 2002 si riappacifica con tutti i
cittadini, in particolare con i bambini.
Infatti Fano, dichiarata “città dei bambini e delle bambine”, si
caratterizza per il lancio di dolciumi dai carri allegorici;
comprensibile perciò, anche per ragioni di vicinanza geografica, la
collaborazione di lunga data con l’industria dolciaria Perugina. I
problemi sono sorti quando nel 1998 la multinazionale svizzera Nestlé,
che controlla una fetta cospicua del mercato mondiale del settore
agroalimentare, ha inglobato anche la Perugina.
Molti si sono chiesti: è giusto che i soldi pubblici impiegati per
organizzare il carnevale vadano a rimpinguare i bilanci di un’azienda da
decenni oggetto di un boicottaggio internazionale (vedi Rete italiana
boicottaggio Nestlé: www.citinv.it/associazioni/RIBN/) perché promuove
in maniera scorretta, in particolare nel Sud del mondo, il latte in
polvere per neonati quale sostituto del latte materno, contravvenendo
così al Codice internazionale di commercializzazione e causando così,
seppur indirettamente, la morte di migliaia di bambini? E in molti si
sono risposti: no, non è giusto. Forme di pressione sul consiglio
comunale, battage sulla stampa, informazione porta a porta dei
cittadini, incontri pubblici hanno portato a questo risultato. Buon
carnevale, Fano!
Nata negli anni '80, la campagna è ripresa a metà nel 1994 per
contrastare la promozione di latte in polvere della Nestlé e di altre
società. Disincentivare l'allattamento al seno causa ogni giorno la
morte di 4.000 bambini del Sud del mondo.
La Rete Italiana Boicottaggio Nestlé (RIBN) è un'associazione senza
scopo di lucro e persegue il fine di convincere la Nestlé e le aziende
del settore a rispettare il Codice internazionale di commercializzazione
dei sostituti del latte materno dell'Organizzazione mondiale della
sanità (OMS).
La Rete si impegna ad usare metodi nonviolenti e rispettosi della legge,
e rifiuta ogni atto mirato a causare panico ed insicurezza tra la gente.
Dolciari: Perugina, Baci Perugina, KitKat, Quality Street,
Smarties, Galak, Polo, After Eigh, Emozioni, Ore Liete, Lion, Fruit Joy,
Rossana. Gelati: Motta, La Cremeria, Antica Gelateria del Corso, Gran
Dessert. Dolci da forno: Motta, Alemagna, Tartufone Motta. Surgelati: Buitoni, Buitoni Bella Napoli, Valle degli Orti. Referigerati: Buitoni Fresco. Pasta, prodotti da forno, condimenti: Buitoni, Le Rasagnole,
Maggi. Latticini e dietetici: Mio, Fruttolo, Lc1, Latte intero
concentrato zuccherato, Sveltesse. Alimenti per l’infanzia: Nestlé, Nidina, Guigoz, Latte Mio,
Nestlé prima infanzia. Caffè e bevande prima colazione: Nescafé, Nesquik, Orzoro. Cereali prima colazione: Fitness, Ficre1, Cheerios. Ristorazione: Nestlé Foodservices. Cibo per animali: Kit Kat (fonte: dati dell’azienda)
La Rete
Italiana Boicottaggio Nestlé pubblica un elenco aggiornato con
altre marche che non sono presenti sul sito della Nestlé Italia. Si
tratta di cosmetici, profumi e cibo per animali.
Cosmetici: Alcon, Biotherm, Cosmence, Garnier, Helena Rubenstein,
La Roche-Posay, Lancome, L'oreal, Matrix, Maybelline, Metamorphosis,
Plenitude, Redken Profumi: Cacharel, Giorgio Armani, Ralph Lauren Cibo per animali: Felix, Friskies, Purina, Gourmet
La Nestlé è inoltre proprietaria, nel settore alimentare delle acque
minerali: Panna, Claudia, Levissima, Lora Recoaro, Pejo, Perrier,
San Bernardo, San Pellegrino, Vera.
I marchi di appartenenza della Nestlé sono parecchi (oltre 8.000
equivalenti ad altrettanti prodotti o linee di prodotto); non sempre si
è in grado di risalire alla multinazionale. Quelli qui segnalati sono
quelli più conosciuti distribuiti in Italia.
Il consiglio è, comunque, quello di boicottare tutti i prodotti che
riportano sulla confezione il marchio Nestlé.
Il fascicolo più consistente della delicata inchiesta sul latte per
l’infanzia contaminato dall’Itx è passato ieri mattina nelle mani della
procura milanese. La magistratura ascolana che fino ad oggi ha
coordinato le indagini si occuperà del filone relativo al presunto
ritardo nell’allerta alimentare, dopo la scoperta della sostanza chimica
disciolta nel latte. Coinvolti in questo filone due responsabili delle
Zone dell’Azienda Sanitaria Unica Regionale di Ascoli e San Benedetto.
«Ci occupiamo abitualmente di controlli sugli alimenti — spiega Vincenzo
Calvaresi del servizio igiene degli alimenti della Asur Zona 13 — per
questo è finito nelle mani dei miei ispettori il latte Nidina 2. In un
primo momento l’Arpam di Ascoli ha rifiutato di fare le analisi sulla
ricerca dell’eventuale presenza di Ipa. Così il campione è passato
all’Istituto Zooprofilattico di Fermo che però non aveva i mezzi
necessari per realizzare gli accertamenti. Così è tornato nelle mani dei
tecnici dell’Arpam». A fine agosto l’Arpam ha consegnato i risulati
delle analisi che mettevano in luce la presenza di una sostanza
‘estranea’ nell’alimento per bambini: l’Itx.
La comunicazione è stata fatta al servizio igiene di Ascoli che aveva
commissionato le indagini alla Regione e alla ditta che commercializza
il prodotto. «A questo punto c’era un iter normativo preciso da seguire
— aggiunge Calvaresi — visto che non si era a conoscenza della reale
tossicità della sostanza. E’ scattata l’allerta alla Comunità Europea
che in base al regolamento 178 del 2002 dovrebbe comunicare il possibile
rischio. Da parte nostra abbiamo provveduto ad accertare il ritiro dal
commercio da parte della Nestlè dei lotti contaminati».
La Nestlè infatti avrebbe fornito alla Asur 13 il prospetto della rete
distributiva che ha permesso agli ispettori di controllare il ritiro,
effettuato dall’azienda, dei lotti ‘inquinati’.
«I miei ispettori — continua Calvaresi — hanno accertato, almeno nella
nostra regione, l’effettivo ritiro del latte dagli scaffali. Entro 15
giorni la Nestlè ha diritto a chiedere una controanalisi sul prodotto in
questione, controanalisi che entro 60 giorni viene fatta dall’Istituto
superiore di sanità. Nel frattempo abbiamo provveduto ad analizzare
campioni di latte di altre marche, come l’Aptamil della Milupa. Anche
questo è risulato positivo ai test dell’Arpam sull’Itx ma la Milupa, al
contrario della Nestlè, non ha disposto il ritiro immediato dal mercato
del prodotto contaminato.
Probabilmente non ritenendo la sostanza pericolosa alla salute. Il
fascicolo è passato alla Procura di Ascoli il 28 ottobre, appena ho
ricevuto una comunicazione da parte della Nestlè che rinunciava alla
controanalisi sul latte fatta dall’Istituto superiore di sanità».
La multinazionale svizzera ha rilevato per 240 milioni di euro la Delta
Ice Cream
Nestlé entra di prepotenza nel mercato dei gelati dell’Est Europa. La
multinazionale svizzera ha rilevato per 240 milioni di euro la Delta Ice
Cream, il ramo d’azienda dedicato ai gelati della società greca Delta
Holdings. Per Nestlé si tratta della terza acquisizione in questo
segmento negli ultimi quattro anni. La società guidata da Peter
Brabeck-Lemathe è impegnata a crescere per linee esterne per sfidare la
leadership di Unilever, il colosso olandese dell’alimentare che ha in
portafoglio marchi di gelato tra i più venduti nel mondo come Magnum e
Ben & Jerry.
L’acquisizione di Delta Ice Cream, tra l’altro, non apre a Nestlé
soltanto il mercato greco, ma anche quello dei Paesi limitrofi come
Bulgaria, Macedonia, Romania, Serbia e Montenegro, Nel 2004 la Delta Ice
Cream ha registrato un fatturato di 122,4 milioni di euro.
Ottenuto per un tipo
di caffè il marchio di garanzia "fair trade", che identifica i
prodotti del commercio equo, ora l’impresa svizzera – peraltro,
oggetto di un boicottaggio internazionale – può affermare di avere a
cuore i temi sociali e ambientali. In fibrillazione il movimento
italiano.
Delle due una: o
ci siamo capiti male o la Nestlé ha fatto un doppio salto mortale ed
è cambiata. Eravamo (siamo) convinti che il commercio equo e
solidale fosse una pietra d’inciampo sulla strada di noi consumatori
del primo mondo, un sassolino nell’ingranaggio della formazione del
prezzo delle merci, il nucleo di un’economia sociale praticabile che
coinvolge, in un percorso di cooperazione e di trasparenza lungo
l’asse Nord/Sud, piccoli produttori (di caffè, cacao, banane, ecc.)
e consumatori via via più consapevoli e critici.
Insomma, un modo
serio di affermare che un altro mondo – più giusto – è possibile qui
e ora: naturalmente senza mettere tra parentesi la necessità di
battersi per cambiare le regole del commercio internazionale, che
condannano alla marginalità e alla miseria milioni di contadini.
A mettere
scompiglio nelle nostre convinzioni ci ha pensato la multinazionale
Nestlé, che in ottobre ha cominciato a commercializzare un tipo di
caffè – il Partenrs’ Blend – che proviene da cinque cooperative di
piccoli produttori in Etiopia e Salvador e che, dice l’etichetta,
«aiuta gli agricoltori, le loro comunità e l’ambiente». Nessun
stupore che la Nestlé, come altre multinazionali, cerchi di
appiccicarsi qualche etichetta etica: ha visto che i prodotti
eticamente riconoscibili hanno fatto breccia tra i consumatori e vi
si butta a capofitto.
Ma stride non poco
che lo stia facendo fregiandosi del marchio “fair trade”, garanzia
che il prodotto non causa sfruttamento nel Sud del mondo e che fa
parte del commercio equo e solidale. Eppure, il marchio è stato
rilasciato dall’inglese Fairtrade Foundation, che fa parte di Flo (Fairtrade
Labelling Organisation), il coordinamento internazionale dei marchi
di garanzia del commercio equo.
È rimasto di
stucco anche Fairtrade TransFair Italia. Il marchio di garanzia
nostrano non esclude che il commercio equo possa svilupparsi anche
«coinvolgendo aziende che operano sul mercato internazionale», ma
non vede come questo coinvolgimento possa «riguardare imprese, come
la Nestlé, sottoposte a campagne internazionali di boicottaggio».
La multinazionale
svizzera è da molti anni oggetto di
boicottaggio a causa
della sua politica di promozione del latte in polvere per neonati:
un marketing che induce le donne dei paesi poveri a usare il latte
in polvere invece che allattare al seno, e ciò provoca
indirettamente (mancanza di acqua pulita, soldi insufficienti) la
morte di migliaia di bambini.
TransFair Italia
non crede che Nestlé possa tenere il piede in due staffe: «Da una
parte supportare alcuni produttori svantaggiati nei paesi in via di
sviluppo e dall’altra continuare con comportamenti che riteniamo
eticamente scorretti». Perciò: «TransFair Italia non concederà in
uso il marchio “fair trade” alla Nestlé, e continuerà a sostenere
questa posizione all’interno di Flo».
Sulla stessa linea
anche l’associazione Botteghe del mondo (129 tra cooperative e
associazioni), che ribadisce «il ruolo centrale delle botteghe per
la vendita dei prodotti del commercio equo e solidale e come vero
punto d’incontro tra consumatori e produttori». E fa un proposta: in
tutti i punti vendita sia esposto un cartello con scritto “Caffè
corretto Nestlé? No grazie!”.
Scelta sbagliata
La mette giù un
po’ più dura l’Assemblea generale italiana del commercio equo e
solidale (Agices). Che parla di «assalto della Nestlé alla diligenza
del commercio equo e solidale», e sottolinea: «Riconoscere a un
prodotto della multinazionale di far parte di questo mondo significa
identificare l’“equosolidarietà” di un’azienda solamente sulla base
di un singolo prodotto e non del comportamento che adotta nei
confronti dei diversi attori del ciclo produttivo, commerciale e di
consumo, e della trasparenza della filiera. È come definire
“ecologica” un’impresa petrolifera solamente perché tra i suoi
gadget ci sono magliette sbiancate senza l’uso del cloro».
E invita a inviare
a Flo e a Fairtrade Foundation una e-mail un cui si chiedono due
cose: quali criteri siano stati utilizzati per definire equa e
solidale la Nestlé; e di riconsiderare una scelta «che riteniamo
avrà conseguenze gravi nella disarticolazione dell’intero movimento
del commercio equo e solidale e favorirà soltanto le politiche di
“greenwashing” (operazioni d’immagine) delle multinazionali».
Ancora più netto
il giudizio di Giorgio Dal Fiume, presidente del consorzio Ctm
Altromercato (130 organizzazioni non-profit): «Quello che è accaduto
con la Nestlé per noi non è una sorpresa. Da oltre un anno ci stiamo
opponendo a Flo e ai “certificatori”, portando argomenti intorno ai
criteri di certificazione, che sono l’aspetto centrale. Anche a
prescindere dai suoi comportamenti sul latte in polvere, la Nestlé
non c’entra con il commercio equo.
Ci sta bene che,
anche grazie al nostro lavoro, le grandi imprese modifichino i loro
comportamenti nella direzione di una maggiore eticità. Però, se il
criterio di base del commercio equo è rivolgersi ai piccoli
produttori, che senso ha certificare chi trae i propri prodotti per
il 99,9% dalle piantagioni e per lo 0,1% dai piccoli produttori? Che
senso ha fornire il marchio “fair trade” a multinazionali che sono
lontane persino dalla responsabilità sociale d’impresa? Prima
dimostrino, per anni e con certificazione fatta da terzi, di aver
imboccato la strada della responsabilità sociale d’impresa;
dimostrino che si rivolgono ai piccolo produttori e che la quota di
piccoli produttori aumenta nel tempo... poi si vedrà».
A quanto pare, il
“caffè corretto Nestlé” non avrà vita facile. Almeno in Italia.
Ctm Altromercato:
alla larga dalle multinazionali
Il documento è di
settembre, è rivolto a Flo (coordinamento internazionale dei marchi
di garanzia del commercio equo), è firmato dal consiglio di
amministrazione del consorzio Ctm Altromercato, ed è l’ultimo di un
carteggio che va avanti da più di un anno. La Ctm valuta che le
imprese transnazionali (Tnc), «al di là di dichiarazioni d’intenti e
dinamiche positive» non abbiano modificato sostanzialmente le loro
pratiche.
Invita Flo «a non
decidere unilateralmente», esprime «dissenso sull’entrata delle Tnc
nel Fair Trade, e ritiene che tale operazione non deve essere
facilitata solo in funzione dei potenziali fatturati aggiuntivi». E
sottolinea: «Rimane centrale per il Fair Trade l’ampliare il mercato
principalmente per i piccoli produttori: tale prospettiva non ha
esaurito le sue potenzialità».
Ctm elenca i
rischi che il movimento può correre aprendo alle multinazionali:
«1) rispettando
criteri Fair Trade solo per una piccola percentuale della loro
attività, le Tnc possono facilmente promuoversi come “eque”,
portando gravi difficoltà di identità e riconoscibilità a tutto il
movimento Fair Trade, e difficoltà politiche ed economiche alle
organizzazioni Fair Trade;
2) le Tnc sono
coinvolte nella produzione dello squilibrio Nord/Sud, nella
diffusione di pratiche di dumping sociale, nel rifiuto del concetto
e della pratica di “prezzo equo”, nel condizionamento delle
istituzioni pubbliche; l’associare il loro marchio al Fair Trade
comporta perdita di credibilità e confusione del messaggio Fair
Trade e delle sue “relazioni esterne” che non può essere compensata
dall’allargamento della quota di mercato “equo”;
3) c’è una
tendenza in atto nelle Tnc di acquisire il controllo di una grande
quantità di produzioni e soprattutto delle filiere produttive; oltre
un certo livello esse potrebbero quindi acquisire un peso economico
tale da incidere sugli equilibri interni al commercio equo e
controllare le politiche/criteri di certificazione;
4) includere le Tnc nella certificazione equa e solidale potrebbe
promuovere anche dentro il commercio equo un contesto economico nel
quale le imprese più piccole sono acquisite da quelle più grandi, e
– cosa grave – i piccoli produttori potrebbero essere respinti o
sfavoriti».
E conclude: «Il
movimento del commercio equo e solidale non consiste solo nel
“produrre sviluppo” per i soggetti con cui viene in contatto. E
l’obiettivo di rafforzare e rendere consapevoli del Fair Trade va
oltre il pagamento di prezzi equi. È nostra responsabilità
contribuire alla modifica delle pratiche economiche e commerciali
che producono sottosviluppo e sfruttamento».
Lettera aperta di
Ctm altromercato sull’inclusione delle grandi
compagnie transnazionali nel settore del fair trade
Il lancio di una linea
certificata di caffè equo e solidale Nestlè nel
Regno Unito è stato ampiamente ripreso dalla stampa
nazionale e internazionale e sta scatenando in tutto
il mondo una spontanea reazione di protesta da parte
di organizzazioni di commercio equo e solidale,
volontari, consumatori consapevoli, attori della
società civile. Ctm ritiene necessario chiarire che
il problema non si riduce a un giudizio sul profilo
etico della TNC di turno (oggi Nestlè), ma investe
lo stesso concetto di commercio equo e solidale,
ovvero il modello economico sotteso a questa
definizione.