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Basta un caffè a sdoganare Nestlé? 11 dicembre 2005 www.nigrizia.it

NESTLÈ VENDERÀ GELATI A TUTTA L'EUROPA BALCANICA 20 dicembre 2005  www.greenplanet.net

COSI' E' COMINCIATO IL CASO DELL'ITX Il Resto del Carlino, 15 dicembre 2005

NESTLÉ, MARCHIO DI... INGIUSTIZIE GLOBALI  giugno 2004
UNA CARTOLINA PER LA NESTLE' dicembre 2003

Fuori la Nestlé da Eurochocolate gennaio 2003

Eurochocolate è indipendente gennaio 2003

Scherzo alla Nestlé febbraio 2002

La Nestlé fa causa all'Etiopia "Vogliamo 6 milioni di dollari" dicembre 2002
Boycott Nestlé

NESTLÉ ITALIANA, TUTTI I MARCHI

DOSSIER NESTLE'


DOSSIER NESTLE' da                         oppure SCARICA PDF >>
Introduzione
di Francuccio Gesualdi, responsabile del Centro Nuovo Modello di Sviluppo

Perché protestare?

Perché l'allattamento artificiale uccide
Ogni giorno 4000 bambini nel Sud del Mondo potrebbero essere salvati dalla morte per malattie e denutrizione se fossero allattati al seno e non con latte in polvere

Perché contro la Nestlé?

Le responsabilità della Nestlé
Nonostante ciò la Nestlé e molte altre società produttrici di latte in polvere, pur di vendere i loro prodotti, non si fanno scrupolo a promuoverne l’uso con tecniche di marketing irresponsabili

Quali leggi proteggono i bambini?

Il Codice Internazionale
UNICEF e OMS hanno redatto un Codice che bandisce queste tecniche di marketing

Come cerca di difendersi la Nestlé?

La Nestlé dice che...
Nestlé dichiara di attenersi al Codice...

Come e quanto queste leggi vengono violate dalla Nestlé?

Come la Nestlé trasgredisce il codice
Ma monitoraggi indipendenti ed episodi clamorosi hanno messo in luce molte gravi infrazioni del Codice da parte di Nestlé, la multinazionale che ha il più vasto mercato di latte in polvere nel Terzo Mondo, e delle altre compagnie...

Perché il boicottaggio come forma di protesta?

Che cosa possiamo fare noi?
Il boicottaggio è uno strumento democratico e efficace che noi consumatori abbiamo a disposizione per costringere la Nestlé a rivedere il proprio comportamento  

CREDITS

Idea originale: Comitato Boicottaggio Nestlé Pisa

Testi: Riccardo Apreda, Antonio Ferazzoli, Fabrizio Gennari, Elisa Giovannetti, Marco Tarini (per il Comitato di Pisa), Caterina Carroli, Aronne Galimberti, Matteo Piantoni, Davide Rasella, Pietro Vertova (per il Comitato di Bergamo).

Ha collaborato Sofia Quintero (Comitato Scientifico RIBN) per gli aspetti medici, Luca Chiarei (Movimento Nonviolento) per gli aspetti legali.

Grazie a: Francuccio Gesualdi (Centro Nuovo Modello di Sviluppo) e Adriano Cattaneo.

 

La Nestlé fa causa all'Etiopia "Vogliamo 6 milioni di dollari"

GINEVRA - L'Etiopia è tra i paesi più poveri e affamati, eppure la Nestlé, gigante mondiale dell'industria alimentare, reclama milioni di dollari di risarcimenti. Una disputa paradossale iniziata quasi trent'anni fa nella terra minacciata da gravi carestie e dove milioni di persone non hanno cibo a sufficienza, secondo i più recenti allarmi lanciati dalla Fao. La multinazionale elvetica aveva una fabbrica alimentare in Etiopia, che gli è stata espropriata nel '75 da parte dell'allora regime militare.

Per quell'esproprio nel 2001 la Nestlé ha reclamato sei milioni di dollari a titolo di indennizzo, e i negoziati sono ancora in corso. La multinazionale si difende, malgrado la denuncia di un'organizzazione non governativa. "La situazione può sembrare scandalosa a prima vista, ma non lo è se si conoscono tutti gli aspetti della vicenda", ha detto Francois Xavier Perroud, portavoce della Nestlé. "Discussioni sono in corso con le autorità etiopiche e la richiesta di sei milioni è solo quella iniziale. Siamo molto flessibili e siamo pronti a investire la somma del risarcimento nel paese africano", ha aggiunto.

I negoziati, cui partecipa anche un'agenzia della Banca mondiale, sono ripresi nel 2001 su iniziativa del governo etiopico. Inoltre, il caso Nestlé non è isolato: una cinquantina di simili trattative sono in corso, ha sottolineato Perroud. Al centro della disputa è l'Elidco (Ethiopian Livestock Development Company), una fabbrica alimentare in Etiopia che controllava il gruppo tedesco Schweisfurth, rilevato dalla Nestlé nel 1986. Dopo l'espropriazione, le autorità di Addis Abeba avevano poi rivenduto la fabbrica a una società locale nel 1998 per la somma di 8,7 milioni di dollari, ha raccontato Perroud.

Con l'acquisto del gruppo tedesco la Nestlé ha ereditato anche i diritti di indennizzo. "Per noi è una questione di principio e saremo inflessibili sul principio di un risarcimento. In caso contrario" ha detto Perroud "la somma di sei milioni di dollari da noi richiesta è solo il punto di partenza di un negoziato: sulla somma, sui tempi e sulle modalità saremo molto, molto flessibili. Inoltre siamo pronti a investire in Etiopia l'integralità del risarcimento ricevuto".

L'Ong britannica Oxfam ha denunciato la Nestlé in un comunicato affermando che l'Etiopia è un paese che muore di fame ed è tra i più poveri dell'Africa, con un reddito medio pro capite di meno di 2 dollari al giorno. I sei milioni di dollari reclamati dalla Nestlé "potrebbero fornire acqua potabile a oltre quattro milioni di persone in Etiopia o permettere di costruire 6.500 pozzi nel paese colpito dalla siccità".

(19 dicembre 2002)  www.repubblica.it


UNA CARTOLINA PER LA NESTLE'

 

Per l'Oms ogni giorno 4 mila bambini nel Sud del mondo potrebbero essere salvati dalla morte

per malattie e denutrizione se fossero allattati al seno e non con latte in polvere, perché nelle società povere - sostiene l'Unicef- i bambini allattati artificialmente sono 25 volte più esposti alla morte di quelli allattati dalla madre. Nonostante una multa che supera i 6 miliardi delle vecchie lire, Nestlé e altre multinazionali continuano a distribuire nei Paesi poveri latte in polvere per i bambini. La proposta della Rete di boicottaggio.

 

IN QUESTI GIORNI IN CUI L'ATTENZIONE PUBBLICA È TUTTA RIVOLTA ALL' IRAQ, VI VOGLIAMO PARLARE DI UNA guerra di natura diversa, di cui si parla sporadicamente, ma non per questo meno tragica o con meno vittime o meno conseguenze drammatiche. Stiamo parlando della "guerra" dei sostituti del latte materno.

«Ogni giorno 4000 bambini nel Sud del mondo potrebbero essere salvati dalla morte per malattie e denutrizione se fossero allattati al seno e non con latte in polvere (Unicef/Organizzazione mondiale della sanità)». «Nelle società povere - sostiene l'Unicef - i bambini allattati artificialmente sono 25 volte più esposti alla morte di quelli allattati al seno». Nonostante ciò molte società produttrici di latte in polvere, pur di vendere i loro prodotti, non si fanno scrupolo a promuoverne l'uso con tecniche di marketing; diverse aziende dichiarano di attenersi al Codice, ma monitoraggi indipendenti ed episodi clamorosi hanno messo in luce molte gravi infrazioni del Codice da parte di tutte le compagnie, ma soprattutto a opera della multinazionale Nestlé, che detiene il più vasto mercato di latte in polvere nel Terzo Mondo. Ma perché nei Paesi poveri e in via di sviluppo l'allattamento artificiale uccide? Il problema non sta solo nella natura del latte in polvere, meno nutritivo e meno protettore del latte materno, ma nel modo scorretto in cui viene presentato alle madri. Attraverso innumerevoli e gravi violazioni del Codice internazionale, le compagnie inducono le madri ad abbandonare l'allattamento al seno in favore del latte artificiale. I produttori pubblicizzano il latte in polvere non come un sostituto del latte materno nei casi estremi in cui esso non possa essere usato (madre deceduta o gravemente malata, abbandono) ma come simbolo del progresso e di salute a priori. Oltre a distribuire cartelloni pubblicitari recanti immagini di bambini sani e paffuti negli ospedali, le ditte produttrici si mettono in contatto con i medici locali. Organizzando corsi e seminari per il personale sanitario fanno entrare in uso i loro prodotti negli ospedali. In passato, i rappresentanti delle ditte arrivavano a fìngersi infermieri per convincere le donne incinte a comprare il prodotto commercializzato. In questo sono molto facilitati dalla carenza di informazioni mediche (spesso le uniche disponibili sono proprio quelle fornite dalle ditte produttrici).

Un boicottaggio cominciato nel 1993

Una delle più redditizie tattiche di marketing usate è fornire prodotti gratis agli ospedali e ai reparti di maternità. In molti casi, viene dato abbastanza latte perché tutti i bambini nati all'ospedale siano allattati con il biberon. Alle madri viene spesso dato anche un barattolo campione da portare a casa. Dare il latte con il biberon ai neonati fa sì che il latte materno venga progressivamente a mancare e l'allattamento al seno diventi impraticabile. Di conseguenza il

bambino diventa dipendente dal latte artificiale. Una volta a casa, le madri non ricevono più il latte gratis, ma se lo devono comperare.

Ma le famiglie guadagnano troppo poco per attenersi alle dosi prescritte. Pertanto, non deve stupire se il latte è annacquato diverse volte più del prescritto, con il risultato finale che i bambini, lungi dal crescere belli e robusti, diventano rachitici e sottopeso fino a morire. La seconda ragione per cui l'allattamento al biberon uccide è la

mancanza di igiene. L'acqua con cui il latte è preparato è spesso malsana ed è impossibile sterilizzare biberon e tettarella senza la comodità del fornello e senza disinfettanti. Mamme con pochi soldi, poche comodità e poche conoscenze igieniche somministrano ai loro bambini latte allungato in biberon a malapena sciacquati, con tettarelle esposte all'aria, su cui si posano di continuo decine di mosche. Le inevitabili conseguenze sono infezioni intestinali che provocano diarree mortali. L'Oms e l'Unicef stimano che la morte di circa un milione e mezzo di bambini, su circa undici milioni che muoiono ogni anno, avvenga nei Paesi a basso reddito per mancanza di allattamento al seno. Molti di più sono quelli che non muoiono, ma costituiscono un grave fardello per le famiglie e per la

società, a causa della malnutrizione, delle infezioni e delle conseguenze che tali problemi hanno sullo sviluppo dei bambini stessi. L'Unicef, insieme a diverse Ong e all'Oms, da 20 anni condanna e combatte la promozione dei surrogati artificiali del latte materno nei reparti maternità degli ospedali e nelle altre strutture sanitarie dei Paesi in via di sviluppo. Dal 1981 esiste un apposito Codice Internazionale sulla commercializzazione dei sostituti del latte mater-

no, sottoscritto dall'Unicef, dall'Oms, da varie Ong e da rappresentanti dell'industria di alimenti per bambini. Numerose violazioni commesse da alcune industrie multinazionali del settore sono state

denunciate, nel 1996 per esempio, con il rapporto Cracking thè Code (Infrangere il codice), redatto dall'Inter agency group on breastfeeding monitoring (gruppo congiunto per il monitoraggio dell'allattamento al seno). La Nestlé è stata riconosciuta tra i maggiori responsabili di questo tipo di violazioni, ed è quindi stata fatta oggetto di una campagna di denuncia che è tuttora in atto, dato il reiterarsi di questi comportamenti. La vera e propria campagna di boicottaggio è condotta da una rete di organizzazioni non governative, che agisce sia a livello internazionale sia a livello italiano. La Nestlé era già stata fermata dai consumatori di tutto il mondo mediante un boicottaggio intenazionale durato dal 1977 al 1984. Si era allora impegnata a comportarsi correttamente, ma dopo poco ha ripreso a violare il Codice e a promuovere la vendita omicida. Nel 1988 è stato lanciato dal Ibfan (International baby food action network) un nuovo boicottaggio nella maggior parte dei Paesi in Europa e in America. In Italia il boicottaggio è iniziato nel 1993. I comportamenti non corretti e le violazioni del Codice interna zionale non riguardano comunque solo i Paesi in via di sviluppo; sono ben documentati anche nei Paesi ricchi, Usa in testa (si veda il documento Breaking thè Rules, Stretching thè Rules 2001 scaricabile dal sito internet http://www.ibfan.org/ ), ed in Italia. Nell'ottobre 2001 è stata presentata a Roma, in una sala del Campidoglio, un'importante pubblicazione Il Codice Violato realizzato dalla Coalizione italiana per il monitoraggio del Codice, che documenta le violazioni del codice internazionale perpetrate in Italia. Nel marzo 2000 Nestié, Nutricia, Milupa, Abbot, Heinz (Plasmon) e Humana sono state condannate da una sentenza dell'Autorità garante per la concorrenza ed il mercato a una multa che oltrepassa complessivamente i 6 miliardi di vecchie lire. Tali compagnie sono state condannate per avere illegalmente organizzato un cartello per il controllo dei prezzi, allo scopo di mantenerli a livelli doppi, in media, rispetto a quelli praticati in altri Paesi europei. Il cartello si avvale di due meccanismi principali. Il primo consiste nella vendita di prodotti solo in farmacia, con un rigido controllo dei prezzi, escludendo dal circuito di commercializzazione le catene di supermercati. Il secondo meccanismo, invece, è una chiara violazione del Codice internazionale, perché consiste nella fornitura gratuita di latte in polvere ai reparti maternità degli ospedali pubblici e privati, mediante una caratteristica "turnazione mensile". Questo meccanismo rinforzato da regolari donazioni di attrezzature richieste spesso dagli stessi ospedali, condiziona le successive scelte di acquisto dei genitori, a cui spesso sono consegnate lettere di dimissione per i neonati in cui vengono prescritti i nomi dei sostituti del latte materno. In merito alla fornitura gratuita di latte in polvere ai reparti maternità degli ospedali, si tratta, come già dicevamo sopra, di una pratica proibita dal Codice in modo esplicito; l'Italia ha sottoscritto il Codice nel 1981 e nel 1994 ha emesso il decreto ministeriale numero 500 su questo argomento. Ma la normativa italiana permette comunque alle aziende la fornitura gratuita di campioni di latte artificiale alle strutture sanitarie. Basta che ne faccia richiesta un responsabile, come un primario o il direttore sanitario.

I bambini, vittime innocenti

Ma se qui in Italia le violazioni "intaccano" soprattutto il portafoglio (ma anche la salute: i bambini alimentati artificialmente non

godono in generale della nutrizione ottimale e della protezione della salute fornita dal latte materno), nei Paesi del Sud del mondo causano la morte di milioni di neonati innocenti! Perché allora non contrastare l'operato di queste multinazionali che si permettono di aggravare una situazione già drammatica qual è la mancanza di cibo e risorse, scoraggiando e di fatto impedendo una corretta informazione alle mamme e il sacrosanto diritto di allattare al seno i loro bambini? Siamo consapevoli che il problema della fame non è di facile e rapida soluzione, ma nel caso delle morti per mancanza di allattamento al seno, la soluzione al problema sarebbe così semplice e naturale (è proprio il caso di dirlo!). Tra l'altro, «anche in condizioni di estrema malnutrizione una madre continua a produrre il latte necessario al bambino...Nutrire di più la madre costa solo un decimo del latte artificiale per il bambino» (Thè Lancet, rivista specializzata di medicina).

Sono soprattutto loro, i bambini, le vittime innocenti di questo sistema disumano! È impossibile non ascoltarli, non essere loro accanto, non percepire la loro richiesta silenziosa di aiuto, non possiamo più tacere di fronte a questo scenario, dobbiamo far sentire la nostra voce e noi della Rete italiana boicottaggio Nestlé, Vi invitiamo, cari lettori, a farlo con un gesto concreto: la prossima volta che andrete al supermercato astenetevi dal comperare tutti i prodotti a marchio Nestlé e questo fatelo fino a quando la multinazionale non rispetterà il Codice Internazionale. E per comunicare alla Nestlé Italiana questa Vostra decisione. Dopo la tragedia dell'11 settembre pensavamo di aver raggiunto l'apice, che non ci potesse accadere qualcosa di peggio; oggi, guardando alla guerra in Iraq o alla spregiudicatezza di certe multinazionali, ci rendiamo conto che    

molto probabilmente allora ci eravamo sbagliati. 

 

PER SAPERNE DI PIU'

sito internet

www.ribn.it

Portavoce e comitato scientifico

www.cattaneo@burlo.trieste.it

Segreteria e informazioni

ribn@yahoo.it

Paolo Baruffa e Patricia Xillo, rete boicottaggio Nestlè da "VALORI" anno 3 n°23 Nov/dic 2003


Comunicato stampa / 30/01/2003 

Fuori la Nestlé da Eurochocolate. Veltroni soddisfatto

Walter Veltroni

Vittoria della società civile. Una battaglia sostenuta anche da padre Zanotelli

Il sindaco di Roma Walter Veltroni ha comunicato a Nigrizia la sua soddisfazione per il ritiro dell'invito alla Nestlé (Perugina) da parte di Eurochocolate. Agli organizzatori della fiera, che si terrà al Pincio dal 1° al 9 marzo, e al sindaco stesso, si era rivolto il Coordinamento cambia lo sponsor (Cocs) e, con una lettera del 14 dicembre a Veltroni, anche padre Zanotelli

 

LA DICHIARAZIONE DEL SINDACO
«In vista della seconda edizione di Eurochocolate abbiamo sollecitato una riflessione con gli organizzatori per tenere conto delle varie denunce e prese di posizioni, a partire da quelle dell'Unicef e di tante associazioni del mondo della solidarietà e del volontariato, sull'attività delle compagnie che operano nel settore del cacao e dell'alimentazione in genere. Una riflessione naturale per una città come Roma impegnata con forza in azioni di solidarietà internazionale con una particolare attenzione verso il continente africano che è all'origine nelle decisioni espresse dai dirigenti di Eurochocolate e spiegate nel loro comunicato stampa.
Da parte nostra auspichiamo che da Roma inizi un percorso che porti ad un chiarimento e al superamento dei problemi denunciati. Ringraziamo Eurochocolate sia per la sensibilità dimostrata nelle decisioni prese, sia per aver coinvolto nell'evento tante piccole imprese artigianali che lavorano nella nostra città e che contribuiranno al successo di una grande festa particolarmente attesa, soprattutto dai bambini».

 

14/12/2002

Zanotelli a Veltroni su boicottaggio e commercio equo

Padre Alex Zanotelli invita il sindaco di Roma Walter Veltroni a sostenere la battaglia del "Coordinamento cambia lo sponsor", Cocs, che chiede al Comune di non accettare sponsorizzazioni e "doni" da aziende oggetto di boicottaggio da parte della società civile. Inoltre, chiede di dire no a Eurochocolate (sostenuta dalla Nestlé) e di promuovere invece Equochocolate.
Caro Sindaco,

un saluto e un ringraziamento a te e all'assessore Luigi Nieri e a tutti quelli che sono presenti alla Festa dell'Altraeconomia.

Penso che la realizzazione della festa dell'Altraeconomia da parte del Comune di Roma rientri a pieno nella strada che tu, come uomo e come Sindaco, hai voluto intraprendere con rinnovato vigore all'indomani del tuo viaggio tra i poveri dell'Africa. Altra-economia significa economia per una volta non finalizzata a rendere il 20% degli uomini, quello ricco, ancora più ricco, a danno dell'80% povero, ma significa economia che tenta di agire su questo sistema squilibrato e immorale, in cui il 20% degli uomini si pappa l'82% delle risorse a spese del resto dell'umanità, per modificarlo e per sconfiggere la povertà globale.

E' ormai chiaro che la scelta di un altro sistema, diverso da quello neo-liberista, è una priorità assoluta, un'urgenza irrimandabile. Non possiamo continuare a raccontarci la storia dello sviluppo sostenibile, che porta pian piano tutti i popoli della Terra al nostro livello di benessere. Per fare questo sarebbero necessari, in termini di risorse naturali, altri 6 pianeti come la Terra. E' quindi evidente che o saremo capaci di pensare e costruire un altro mondo o non ci sarà nessun mondo.

Per costruire un altro mondo sono necessari un'altra politica, basata sul servizio e sulla partecipazione, un'altra modalità di risoluzione dei conflitti, basata sulla non-violenza, e un'altra economia, basata sulla solidarietà.

Quindi anche a Roma la scelta dell'Altraeconomia deve ripartire da un evento come questa Festa per divenire sempre più pratica quotidiana per ogni uomo, e ancor di più per ogni uomo politico che sia stato chiamato a servire la collettività con l'amministrazione della cosa pubblica. La tua bellissima ambizione di fare di Roma la Città della Pace deve andare di pari passo con la costruzione di Roma come Città Equa, perché non c'è Pace senza Giustizia.

Caro Sindaco, come nella lettera che ti scrissi nel 2000, ti chiedo se hai il coraggio di proseguire nell'azione politica alternativa già iniziata, per rispondere in maniera sempre più esauriente ai bisogni del pianeta e della tua città. Ti chiedo di rispondere pubblicamente, anche e soprattutto a quella parte della società civile che si fa portatrice delle istanze dei poveri nell'Occidente ricco. Sono ad esempio stato contattato dal Coordinamento Cambia lo Sponsor, che ha avviato alcune campagne per chiedere al Comune di Roma una maggiore attenzione sulle sponsorizzazioni, che rischiano di sporcare l'immagine di Roma per ripulire quella di multinazionali sotto boicottaggio.

Ti chiedo:

1) di non offrire nell'anno venturo il patrocinio del Comune di Roma ad una manifestazione come Eurochocolate, vetrina per una multinazionale come la Nestlé che, non secondo me ma secondo l'Unicef, è corresponsabile ogni anno della morte di un milione e mezzo di bambini nei Paesi del Sud del mondo; di contribuire invece, in collaborazione all'Assessorato di Luigi Nieri, all'organizzazione di una manifestazione alternativa, sul modello di Equochocolate organizzata a Perugia qualche mese fa, in cui vengano messe al centro le questioni relative al mercato del cacao, immenso terreno di sfruttamento nell'Africa che hai potuto vedere e conoscere;

2) di non consentire alla Nike un'operazione di immagine, come quella dei campetti donati alle scuole romane, che la faccia vedere come benefattore dei bambini, quando invece nelle sue fabbriche si lavora e si vive ancora in condizioni drammatiche;

3) ti chiedo infine di assumere come Comune di Roma l'impegno preciso e formale di non accettare per attività sportive, educative e culturali, nonché per l'esecuzione di lavori pubblici nell'ambito del territorio comunale, la sponsorizzazione, la pubblicità e il contributo in denaro di multinazionali sotto boicottaggio, che non mostrano alcun reale interesse a modificare questo sistema di oppressione e che mirano solo a dare di sè un'immagine più accettabile. Te lo chiedo perché vinca la vita.

Alex Zanotelli

 

Eurochocolate è indipendente

Ufficio Stampa Eurochocolate

Eurochocolate spiega perché la Nestlé (Perugina) non sarà a Roma il prossimo marzo. «Non vogliamo essere facile bersaglio di colpevolezze che non ci appartengono».

Raccogliendo l'invito del Sindaco di Roma Walter Veltroni l'organizzazione di Eurochocolate comunica di aver ritirato l'invito alla Nestlè Italia a partecipare alla prossima edizione di Eurochocolate Roma 2003 che si terrà al Pincio dal 1 al 9 Marzo.
 

La presenza di Nestlè Italia unitamente a quella di oltre 120 aziende artigianali (50%) media (20%) e piccola industria (20%), che peraltro doveva essere ancora confermata, si sarebbe manifestata esclusivamente con il marchio Perugina che è tra i piu' noti e prestigiosi del panorama dolciario nazionale ed internazionale. Un marchio al quale Eurochocolate è particolarmente affezionata essendo stato piu' volte protagonista del Festival ma soprattutto perché costituisce una straordinaria rilevanza di carattere sociale ed economico per una città, Perugia, che è storicamente legata alla produzione di cioccolata e che ha dato i natali al dolce festival conosciuto ed apprezzato da milioni di italiani.

Le rispettabili posizioni dei movimenti new global unitamente a quelle di altre voci del tessuto sociale e politico del nostro Paese che prima a Perugia (Ottobre 2002) ed ora a Roma hanno manifestato contro la multinazionale Nestlè non hanno mai trovato né pronte risposte né repliche ufficiali facendo si che Eurochocolate si trasformasse in un facile bersaglio di colpevolezze che non ci appartengono. Il tutto a danno anche di un marchio dolciario che per storia e tradizione meriterebbe maggiore considerazione da parte di tutti e per il quale merita ricordare lavorano oltre 1300 addetti.

E' noto a tutti come Eurochocolate sia indipendente da qualsiasi soggetto e che piu' volte abbia dimostrato nel passato di fare scelte anche importanti, non ultima quella di non consentire la partecipazione a quelle aziende che a partire dal Giugno 2003 produrranno cioccolata con l'aggiunta di grassi vegetali.

Riteniamo utile con questa decisione riconfermare quanto piu' volte detto: Eurochocolate è un grande evento che ha per obiettivo quello di promuovere la cultura del cioccolato in maniera serena e divertente, creando un clima di festa all'interno di una città piuttosto che dentro un asettico contenitore fieristico, evitando di creare conflittualità tra i soggetti protagonisti: aziende produttrici, pubblico, media, istituzioni locali.

Tutto cio' rischiava di compromettersi. Auspichiamo che la decisione di cui sopra sia in grado si favorire delle riflessioni importanti capaci di contribuire alla risoluzione dei problemi sollevati.


NESTLÉ, MARCHIO DI... INGIUSTIZIE GLOBALI a cura di Raffaello Zordan

"Ogni giorno 4.000 bambini nel Sud del mondo muoiono a causa dell'uso improprio del latte in polvere" (Organizzazione mondiale della Sanità - Unicef). Nonostante la presenza di un Codice che vincola l'uso del marketing nel promozionare il prodotto, numerose aziende (prime tra tutte la Nestlé) continuano ad invitare migliaia di donne a non allattare il bimbo al seno. Nigrizia rilancia la Campagna di boicottaggio ai prodotti Nestlé.

Ogni giorno 4.000 bambini nel sud del mondo potrebbero essere salvati dalla morte per malattie e denutrizione, se fossero allattati al seno e non con latte in polvere. Lo sostengono Unicef e Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Nonostante ciò, molte società produttrici di latte in polvere, pur di vendere, non si fanno scrupolo di promuoverne l’uso con tecniche di marketing irresponsabili.

Unicef e Oms hanno redatto un Codice internazionale che bandisce questo tipo di marketing; diverse aziende dichiarano di attenersi al Codice, ma monitoraggi indipendenti hanno messo in luce molte, gravi infrazioni del Codice da parte di tutte le compagnie, ma soprattutto ad opera della Nestlé, che detiene il più vasto mercato di latte in polvere nel Sud del mondo.

25 ottobre 2001, lettera del presidente del Comitato italiano per l’Unicef, Gianni Micali: «Numerose violazioni commesse da alcune industrie multinazionali sono state denunciate nel 1996 con il rapporto Infrangere il Codice, redatto dal Gruppo congiunto per il controllo dell’allattamento al seno, di cui ha fatto parte anche l’Unicef. La Nestlé è stata riconosciuta tra i maggiori responsabili di questo tipo di violazioni, ed è stata fatta oggetto di una campagna di denuncia tuttora in atto, dato il reiterarsi di questi comportamenti».

25 giugno 2003, il direttore generale del Comitato italiano per l’Unicef, Roberto Salvan, riconferma la posizione dell’organizzazione sulle respon-sabilità delle aziende che violano il Codice internazionale. I risultati più importanti del rapporto sono stati pubblicati anche dalla rivista British Medical Journal, una delle più importanti riviste mediche nel mondo, nota per la serietà con la quale verifica la scientificità degli articoli.

Il 18 gennaio 2003, il British Medical Journal ha pubblicato i risultati di una ricerca effettuata in Togo e Burkina Faso per verificarne l’adeguamento al Codice. Considerati gli ospedali, la grande e la piccola distribuzione e il contributo dei media: risulta che in entrambi i paesi ci sono sistematiche violazioni al Codice, specie per quello che riguarda la fornitura gratuita di campioni di latte in polvere.

Inoltre il 90% dei medici e degli infermieri non è neppure a conoscenza dell’esistenza di una legislazione internazionale in materia. Le multinazionali coinvolte sono, oltre a Nestlé, Danone, Wyeth, Novolac e altri produttori nazionali e internazionali.

La testimonianza di Chiara Castellani, ginecologa, responsabile di programmi di assistenza materno-infantile prima in Nicaragua e oggi nell’Rd Congo, ci fa capire la drammaticità della situazione. «In Nicaragua, fin dall’inizio, ho costatato gli effetti deleteri dell’allattamento artificiale sullo stato di nutrizione e sulla morbi-mortalità per diarrea dei bambini minori di un anno.

Ma solo quando mi sono trovata in una realtà rurale, marginale ed estremamente povera, ho avuto termini di confronto concreti quasi paradossali: nei villaggi più poveri e isolati, la malnutrizione aveva una prevalenza superiore al 50% nei bambini minori di 6 anni, ma i lattanti (regolarmente allattati al seno: non c’era altro alimento disponibile) erano degli stupendi bambini grassocci e sveglissimi. La malnutrizione infantile era una conseguenza immediata dello svezzamento, non esistendo alternative alimentari di buon tenore proteico.

Viceversa, nel centro urbano in cui si trovava l’ospedale, vi erano alcune famiglie che potevano permettersi la spesa del latte artificiale: qui riscontravo i casi di diarrea cronica e di marasma infantile precoce. Nel 1987, l’anno in cui la guerra fu più dura, la principale causa di morte ospedaliera fu la diarrea. Su 27 decessi per diarrea, 26 furono di minori di un anno. Tutti, meno uno, erano allattati artificialmente e con un deficit nutrizionale moderato o grave associato.

L’allattamento artificiale favoriva anche gravidanze ravvicinate, alimentando ulteriori circoli viziosi di povertà e malnutrizione. Il fatto è che chi utilizzava il latte artificiale lo faceva convinto di spendere i suoi pochi risparmi per meglio nutrire il proprio bambino, "come fanno in Europa". Mentre le madri che non avevano la possibilità materiale di acquistare il latte in polvere si sentivano quasi in colpa che la povertà impedisse loro di garantire il meglio ai propri figli.

Anche nell’Rd Congo le conseguenze della guerra e l’isolamento stanno minando le poche risorse economiche della popolazione; la malnutrizione è diffusissima, ma non nel minore di un anno, perché la sola forma possibile di alimentarlo è l’allattamento materno. Le poche volte che ho dovuto ricorrere a un complemento di latte vaccino anche se maternizzato (per esempio, nel caso di madre affetta da ipogalattia per tubercolosi o aids), pur evitando il biberon e utilizzando tutte le precauzioni igieniche, ho avuto risultati scoraggianti».

Da questa testimonianza si evince come l’uso improprio del latte in polvere nei paesi poveri sia diventato una piaga sociale. Il problema, infatti, non sta solo nella natura del latte in polvere, meno nutritivo e protettore del latte materno, ma nel modo scorretto in cui viene presentato alle madri. Attraverso innumerevoli e gravi violazioni del Codice internazionale, le compagnie inducono le madri ad abbandonare l’allattamento al seno in favore del latte artificiale.

I produttori pubblicizzano il latte in polvere non come un sostituto del latte materno nei casi estremi in cui esso non possa essere usato (madre deceduta o gravemente malata, abbandono) ma come simbolo del progresso e di salute a priori. Oltre a distribuire negli ospedali pubblicità con immagini di bambini sani e paffuti, le ditte produttrici contattano i medici locali, organizzano corsi e seminari per il personale sanitario, fanno entrare in uso i loro prodotti negli ospedali.

In passato, i rappresentanti delle ditte sono arrivati a fingersi infermieri per convincere le donne incinte a comprare. In questo sono molto facilitati dalla carenza di informazioni mediche nel sud del mondo: spesso le uniche disponibili sono proprio quelle fornite dalle aziende produttrici. Una delle più redditizie tecniche di marketing usate è di dare gratis il latte per bambini agli ospedali e ai reparti maternità.

In molti casi, viene dato abbastanza latte perché tutti i bambini nati all’ospedale siano allattati con il biberon. Alle madri viene spesso dato anche un barattolo campione da portare a casa. Dare il latte con il biberon ai neonati fa sì che il latte materno venga progressivamente a mancare e l’allattamento al seno diventi impraticabile. Di conseguenza, il bambino diventa dipendente dal latte artificiale.

Una volta a casa, le madri non ricevono più il latte gratis, e se lo devono comprare. Ma le famiglie guadagnano troppo poco per attenersi alle dosi prescritte. Pertanto, non deve stupire se il latte è annacquato diverse volte più del prescritto, con il risultato finale che i bambini, lungi dal crescere belli e robusti, diventano rachitici e sottopeso fino a morire.

La seconda ragione per cui l’allattamento al biberon uccide è la mancanza di igiene. L’acqua con cui il latte è preparato è spesso malsana ed è impossibile sterilizzare biberon e tettarelle senza un fornello e senza disinfettanti. Mamme con pochi soldi, poche comodità e poche conoscenze igieniche somministrano ai loro bambini latte allungato in biberon a malapena sciacquati, con tettarelle esposte all’aria, su cui si posano di continuo gli insetti. Le conseguenze sono infezioni intestinali che provocano diarree mortali.

L’Oms e l’Unicef stimano che la morte di circa un milione e mezzo di bambini, su circa undici milioni che muoiono ogni anno, avvenga nei paesi a basso reddito per mancanza di allattamento al seno. Molti di più sono quelli che non muoiono, ma costituiscono un grave fardello per le famiglie e per la società, a causa della malnutrizione, delle infezioni e delle conseguenze che tali problemi hanno sullo sviluppo dei bambini stessi.

Proprio per far pressione sui produttori e distributori di sostituti del latte materno perché commercializzino i loro prodotti nel rispetto del Codice Oms è nata la Ribn (Rete italiana boicottaggio Nestlé), un insieme di individui ed associazioni che si propone di proteggere l’allattamento al seno, soprattutto nei paesi a basso reddito.

Sono soprattutto loro, i bambini, le vittime innocenti di questo sistema diabolico! Non possiamo più tacere di fronte a questo scenario, Vi invitiamo a fare un gesto concreto: la prossima volta che andrete al supermercato astenetevi dal comperare tutti i prodotti a marchio Nestlé e questo fino a quando la multinazionale non rispetterà il Codice internazionale.

Vi ringraziamo per questo gesto concreto di solidarietà, anche a nome di tutti quei bambini sacrificati ogni anno sull’altare del profitto di poche imprese dai comportamenti eticamente inaccettabili e scandalosi.

Fino a poco tempo fa, il boicottaggio era rivolto a Nesquik e a Nescafè, prodotti simbolo Nestlé. Successivamente si è deciso di estenderlo a tutti i prodotti a marchio Nestlé. Se invece di difendersi senza produrre prove, la Nestlé si proponesse di applicare veramente in tutto il mondo la lettera e lo spirito del Codice internazionale e cercasse un accordo con le altre compagnie perché la seguano su questa strada, noi la smetteremmo di esercitare questa pressione e milioni di bambini sarebbero più felici.

Paolo Baruffa e Patricia Xillo
Rete Italiana Boicottaggio Nestlé


Scherzo alla Nestlé

Raffaello Zordan

Ci hanno messo tre anni a convincere l’amministrazione comunale e il comitato organizzatore del carnevale di Fano, città marchigiana in provincia di Pesaro, a interrompere ogni forma di collaborazione con la Perugina-Nestlé. Alla fine, l’associazione Crik e il Gruppo carnevale etico ci sono riusciti.
 

Ci hanno messo tre anni a convincere l’amministrazione comunale e il comitato organizzatore del carnevale di Fano, città marchigiana in provincia di Pesaro, a interrompere ogni forma di collaborazione con la Perugina-Nestlé. Alla fine, l’associazione Crik e il Gruppo carnevale etico ci sono riusciti e il carnevale 2002 si riappacifica con tutti i cittadini, in particolare con i bambini.

Infatti Fano, dichiarata “città dei bambini e delle bambine”, si caratterizza per il lancio di dolciumi dai carri allegorici; comprensibile perciò, anche per ragioni di vicinanza geografica, la collaborazione di lunga data con l’industria dolciaria Perugina. I problemi sono sorti quando nel 1998 la multinazionale svizzera Nestlé, che controlla una fetta cospicua del mercato mondiale del settore agroalimentare, ha inglobato anche la Perugina.

Molti si sono chiesti: è giusto che i soldi pubblici impiegati per organizzare il carnevale vadano a rimpinguare i bilanci di un’azienda da decenni oggetto di un boicottaggio internazionale (vedi Rete italiana boicottaggio Nestlé: www.citinv.it/associazioni/RIBN/) perché promuove in maniera scorretta, in particolare nel Sud del mondo, il latte in polvere per neonati quale sostituto del latte materno, contravvenendo così al Codice internazionale di commercializzazione e causando così, seppur indirettamente, la morte di migliaia di bambini? E in molti si sono risposti: no, non è giusto. Forme di pressione sul consiglio comunale, battage sulla stampa, informazione porta a porta dei cittadini, incontri pubblici hanno portato a questo risultato. Buon carnevale, Fano!

 


 

Boycott Nestlé

Nata negli anni '80, la campagna è ripresa a metà nel 1994 per contrastare la promozione di latte in polvere della Nestlé e di altre società. Disincentivare l'allattamento al seno causa ogni giorno la morte di 4.000 bambini del Sud del mondo.
La Rete Italiana Boicottaggio Nestlé (RIBN) è un'associazione senza scopo di lucro e persegue il fine di convincere la Nestlé e le aziende del settore a rispettare il Codice internazionale di commercializzazione dei sostituti del latte materno dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS).
La Rete si impegna ad usare metodi nonviolenti e rispettosi della legge, e rifiuta ogni atto mirato a causare panico ed insicurezza tra la gente.

 

NESTLÉ ITALIANA, TUTTI I MARCHI

Di seguito i prodotti Nestlé in Italia.

Dolciari: Perugina, Baci Perugina, KitKat, Quality Street, Smarties, Galak, Polo, After Eigh, Emozioni, Ore Liete, Lion, Fruit Joy, Rossana.
Gelati: Motta, La Cremeria, Antica Gelateria del Corso, Gran Dessert.
Dolci da forno: Motta, Alemagna, Tartufone Motta.
Surgelati: Buitoni, Buitoni Bella Napoli, Valle degli Orti.
Referigerati: Buitoni Fresco.
Pasta, prodotti da forno, condimenti: Buitoni, Le Rasagnole, Maggi.
Latticini e dietetici: Mio, Fruttolo, Lc1, Latte intero concentrato zuccherato, Sveltesse.
Alimenti per l’infanzia: Nestlé, Nidina, Guigoz, Latte Mio, Nestlé prima infanzia.
Caffè e bevande prima colazione: Nescafé, Nesquik, Orzoro.
Cereali prima colazione: Fitness, Ficre1, Cheerios.
Ristorazione: Nestlé Foodservices.
Cibo per animali: Kit Kat
(fonte: dati dell’azienda)

La Rete Italiana Boicottaggio Nestlé pubblica un elenco aggiornato con altre marche che non sono presenti sul sito della Nestlé Italia. Si tratta di cosmetici, profumi e cibo per animali.

Cosmetici: Alcon, Biotherm, Cosmence, Garnier, Helena Rubenstein, La Roche-Posay, Lancome, L'oreal, Matrix, Maybelline, Metamorphosis, Plenitude, Redken
Profumi: Cacharel, Giorgio Armani, Ralph Lauren
Cibo per animali: Felix, Friskies, Purina, Gourmet

La Nestlé è inoltre proprietaria, nel settore alimentare delle acque minerali: Panna, Claudia, Levissima, Lora Recoaro, Pejo, Perrier, San Bernardo, San Pellegrino, Vera.

I marchi di appartenenza della Nestlé sono parecchi (oltre 8.000 equivalenti ad altrettanti prodotti o linee di prodotto); non sempre si è in grado di risalire alla multinazionale. Quelli qui segnalati sono quelli più conosciuti distribuiti in Italia.
Il consiglio è, comunque, quello di boicottare tutti i prodotti che riportano sulla confezione il marchio Nestlé.


COSI' E' COMINCIATO IL CASO DELL'ITX
 

Come sono partiti i controlli e le indagini

Il fascicolo più consistente della delicata inchiesta sul latte per l’infanzia contaminato dall’Itx è passato ieri mattina nelle mani della procura milanese. La magistratura ascolana che fino ad oggi ha coordinato le indagini si occuperà del filone relativo al presunto ritardo nell’allerta alimentare, dopo la scoperta della sostanza chimica disciolta nel latte. Coinvolti in questo filone due responsabili delle Zone dell’Azienda Sanitaria Unica Regionale di Ascoli e San Benedetto.
«Ci occupiamo abitualmente di controlli sugli alimenti — spiega Vincenzo Calvaresi del servizio igiene degli alimenti della Asur Zona 13 — per questo è finito nelle mani dei miei ispettori il latte Nidina 2. In un primo momento l’Arpam di Ascoli ha rifiutato di fare le analisi sulla ricerca dell’eventuale presenza di Ipa. Così il campione è passato all’Istituto Zooprofilattico di Fermo che però non aveva i mezzi necessari per realizzare gli accertamenti. Così è tornato nelle mani dei tecnici dell’Arpam». A fine agosto l’Arpam ha consegnato i risulati delle analisi che mettevano in luce la presenza di una sostanza ‘estranea’ nell’alimento per bambini: l’Itx.
La comunicazione è stata fatta al servizio igiene di Ascoli che aveva commissionato le indagini alla Regione e alla ditta che commercializza il prodotto. «A questo punto c’era un iter normativo preciso da seguire — aggiunge Calvaresi — visto che non si era a conoscenza della reale tossicità della sostanza. E’ scattata l’allerta alla Comunità Europea che in base al regolamento 178 del 2002 dovrebbe comunicare il possibile rischio. Da parte nostra abbiamo provveduto ad accertare il ritiro dal commercio da parte della Nestlè dei lotti contaminati».
La Nestlè infatti avrebbe fornito alla Asur 13 il prospetto della rete distributiva che ha permesso agli ispettori di controllare il ritiro, effettuato dall’azienda, dei lotti ‘inquinati’.
«I miei ispettori — continua Calvaresi — hanno accertato, almeno nella nostra regione, l’effettivo ritiro del latte dagli scaffali. Entro 15 giorni la Nestlè ha diritto a chiedere una controanalisi sul prodotto in questione, controanalisi che entro 60 giorni viene fatta dall’Istituto superiore di sanità. Nel frattempo abbiamo provveduto ad analizzare campioni di latte di altre marche, come l’Aptamil della Milupa. Anche questo è risulato positivo ai test dell’Arpam sull’Itx ma la Milupa, al contrario della Nestlè, non ha disposto il ritiro immediato dal mercato del prodotto contaminato.
Probabilmente non ritenendo la sostanza pericolosa alla salute. Il fascicolo è passato alla Procura di Ascoli il 28 ottobre, appena ho ricevuto una comunicazione da parte della Nestlè che rinunciava alla controanalisi sul latte fatta dall’Istituto superiore di sanità».

Il Resto del Carlino, 15 dicembre 2005


NESTLÈ VENDERÀ GELATI A TUTTA L'EUROPA BALCANICA

La multinazionale svizzera ha rilevato per 240 milioni di euro la Delta Ice Cream

Nestlé entra di prepotenza nel mercato dei gelati dell’Est Europa. La multinazionale svizzera ha rilevato per 240 milioni di euro la Delta Ice Cream, il ramo d’azienda dedicato ai gelati della società greca Delta Holdings. Per Nestlé si tratta della terza acquisizione in questo segmento negli ultimi quattro anni. La società guidata da Peter Brabeck-Lemathe è impegnata a crescere per linee esterne per sfidare la leadership di Unilever, il colosso olandese dell’alimentare che ha in portafoglio marchi di gelato tra i più venduti nel mondo come Magnum e Ben & Jerry.
L’acquisizione di Delta Ice Cream, tra l’altro, non apre a Nestlé soltanto il mercato greco, ma anche quello dei Paesi limitrofi come Bulgaria, Macedonia, Romania, Serbia e Montenegro, Nel 2004 la Delta Ice Cream ha registrato un fatturato di 122,4 milioni di euro.

20 dicembre 2005  www.greenplanet.net


Basta un caffè a sdoganare Nestlé?   Nigrizia  01/11/2005 www.nigrizia.it
Raffaello Zordan
Ottenuto per un tipo di caffè il marchio di garanzia "fair trade", che identifica i prodotti del commercio equo, ora l’impresa svizzera – peraltro, oggetto di un boicottaggio internazionale – può affermare di avere a cuore i temi sociali e ambientali. In fibrillazione il movimento italiano.
 

Delle due una: o ci siamo capiti male o la Nestlé ha fatto un doppio salto mortale ed è cambiata. Eravamo (siamo) convinti che il commercio equo e solidale fosse una pietra d’inciampo sulla strada di noi consumatori del primo mondo, un sassolino nell’ingranaggio della formazione del prezzo delle merci, il nucleo di un’economia sociale praticabile che coinvolge, in un percorso di cooperazione e di trasparenza lungo l’asse Nord/Sud, piccoli produttori (di caffè, cacao, banane, ecc.) e consumatori via via più consapevoli e critici.

Insomma, un modo serio di affermare che un altro mondo – più giusto – è possibile qui e ora: naturalmente senza mettere tra parentesi la necessità di battersi per cambiare le regole del commercio internazionale, che condannano alla marginalità e alla miseria milioni di contadini.

A mettere scompiglio nelle nostre convinzioni ci ha pensato la multinazionale Nestlé, che in ottobre ha cominciato a commercializzare un tipo di caffè – il Partenrs’ Blend – che proviene da cinque cooperative di piccoli produttori in Etiopia e Salvador e che, dice l’etichetta, «aiuta gli agricoltori, le loro comunità e l’ambiente». Nessun stupore che la Nestlé, come altre multinazionali, cerchi di appiccicarsi qualche etichetta etica: ha visto che i prodotti eticamente riconoscibili hanno fatto breccia tra i consumatori e vi si butta a capofitto.

Ma stride non poco che lo stia facendo fregiandosi del marchio “fair trade”, garanzia che il prodotto non causa sfruttamento nel Sud del mondo e che fa parte del commercio equo e solidale. Eppure, il marchio è stato rilasciato dall’inglese Fairtrade Foundation, che fa parte di Flo (Fairtrade Labelling Organisation), il coordinamento internazionale dei marchi di garanzia del commercio equo.

È rimasto di stucco anche Fairtrade TransFair Italia. Il marchio di garanzia nostrano non esclude che il commercio equo possa svilupparsi anche «coinvolgendo aziende che operano sul mercato internazionale», ma non vede come questo coinvolgimento possa «riguardare imprese, come la Nestlé, sottoposte a campagne internazionali di boicottaggio».

La multinazionale svizzera è da molti anni oggetto di boicottaggio a causa della sua politica di promozione del latte in polvere per neonati: un marketing che induce le donne dei paesi poveri a usare il latte in polvere invece che allattare al seno, e ciò provoca indirettamente (mancanza di acqua pulita, soldi insufficienti) la morte di migliaia di bambini.

TransFair Italia non crede che Nestlé possa tenere il piede in due staffe: «Da una parte supportare alcuni produttori svantaggiati nei paesi in via di sviluppo e dall’altra continuare con comportamenti che riteniamo eticamente scorretti». Perciò: «TransFair Italia non concederà in uso il marchio “fair trade” alla Nestlé, e continuerà a sostenere questa posizione all’interno di Flo».

Sulla stessa linea anche l’associazione Botteghe del mondo (129 tra cooperative e associazioni), che ribadisce «il ruolo centrale delle botteghe per la vendita dei prodotti del commercio equo e solidale e come vero punto d’incontro tra consumatori e produttori». E fa un proposta: in tutti i punti vendita sia esposto un cartello con scritto “Caffè corretto Nestlé? No grazie!”.

Scelta sbagliata

La mette giù un po’ più dura l’Assemblea generale italiana del commercio equo e solidale (Agices). Che parla di «assalto della Nestlé alla diligenza del commercio equo e solidale», e sottolinea: «Riconoscere a un prodotto della multinazionale di far parte di questo mondo significa identificare l’“equosolidarietà” di un’azienda solamente sulla base di un singolo prodotto e non del comportamento che adotta nei confronti dei diversi attori del ciclo produttivo, commerciale e di consumo, e della trasparenza della filiera. È come definire “ecologica” un’impresa petrolifera solamente perché tra i suoi gadget ci sono magliette sbiancate senza l’uso del cloro».

E invita a inviare a Flo e a Fairtrade Foundation una e-mail un cui si chiedono due cose: quali criteri siano stati utilizzati per definire equa e solidale la Nestlé; e di riconsiderare una scelta «che riteniamo avrà conseguenze gravi nella disarticolazione  dell’intero movimento del commercio equo e solidale e favorirà soltanto le politiche di “greenwashing” (operazioni d’immagine) delle multinazionali».

Ancora più netto il giudizio di Giorgio Dal Fiume, presidente del consorzio Ctm Altromercato (130 organizzazioni non-profit): «Quello che è accaduto con la Nestlé per noi non è una sorpresa. Da oltre un anno ci stiamo opponendo a Flo e ai “certificatori”, portando argomenti intorno ai criteri di certificazione, che sono l’aspetto centrale. Anche a prescindere dai suoi comportamenti sul latte in polvere, la Nestlé non c’entra con il commercio equo.

Ci sta bene che, anche grazie al nostro lavoro, le grandi imprese modifichino i loro comportamenti nella direzione di una maggiore eticità. Però, se il criterio di base del commercio equo è rivolgersi ai piccoli produttori, che senso ha certificare chi trae i propri prodotti per il 99,9% dalle piantagioni e per lo 0,1% dai piccoli produttori? Che senso ha fornire il marchio “fair trade” a multinazionali che sono lontane persino dalla responsabilità sociale d’impresa? Prima dimostrino, per anni e con certificazione fatta da terzi, di aver imboccato la strada della responsabilità sociale d’impresa; dimostrino che si rivolgono ai piccolo produttori e che la quota di piccoli produttori aumenta nel tempo... poi si vedrà».

A quanto pare, il “caffè corretto Nestlé” non avrà vita facile. Almeno in Italia.

Ctm Altromercato: alla larga dalle multinazionali

Il documento è di settembre, è rivolto a Flo (coordinamento internazionale dei marchi di garanzia del commercio equo), è firmato dal consiglio di amministrazione del consorzio Ctm Altromercato, ed è l’ultimo di un carteggio che va avanti da più di un anno. La Ctm valuta che le imprese transnazionali (Tnc), «al di là di dichiarazioni d’intenti e dinamiche positive» non abbiano modificato sostanzialmente le loro pratiche.

Invita Flo «a non decidere unilateralmente», esprime «dissenso sull’entrata delle Tnc nel Fair Trade, e ritiene che tale operazione non deve essere facilitata solo in funzione dei potenziali fatturati aggiuntivi». E sottolinea: «Rimane centrale per il Fair Trade l’ampliare il mercato principalmente per i piccoli produttori: tale prospettiva non ha esaurito le sue potenzialità».

Ctm elenca i rischi che il movimento può correre aprendo alle multinazionali:

«1) rispettando criteri Fair Trade solo per una piccola percentuale della loro attività, le Tnc possono facilmente promuoversi come “eque”, portando gravi difficoltà di identità e riconoscibilità a tutto il movimento Fair Trade, e difficoltà politiche ed economiche alle organizzazioni Fair Trade;

2) le Tnc sono coinvolte nella produzione dello squilibrio Nord/Sud, nella diffusione di pratiche di dumping sociale, nel rifiuto del concetto e della pratica di “prezzo equo”, nel condizionamento delle istituzioni pubbliche; l’associare il loro marchio al Fair Trade comporta perdita di credibilità e confusione del messaggio Fair Trade e delle sue “relazioni esterne” che non può essere compensata dall’allargamento della quota di mercato “equo”;

3) c’è una tendenza in atto nelle Tnc di acquisire il controllo di una grande quantità di produzioni e soprattutto delle filiere produttive; oltre un certo livello esse potrebbero quindi acquisire un peso economico tale da incidere sugli equilibri interni al commercio equo e controllare le politiche/criteri di certificazione;
4) includere le Tnc nella certificazione equa e solidale potrebbe promuovere anche dentro il commercio equo un contesto economico nel quale le imprese più piccole sono acquisite da quelle più grandi, e – cosa grave – i piccoli produttori potrebbero essere respinti o sfavoriti».

E conclude: «Il movimento del commercio equo e solidale non consiste solo nel “produrre sviluppo” per i soggetti con cui viene in contatto. E l’obiettivo di rafforzare e rendere consapevoli del Fair Trade va oltre il pagamento di prezzi equi. È nostra responsabilità contribuire alla modifica delle pratiche economiche e commerciali che producono sottosviluppo e sfruttamento».

Lettera aperta di Ctm altromercato sull’inclusione delle grandi compagnie transnazionali nel settore del fair trade

Il lancio di una linea certificata di caffè equo e solidale Nestlè nel Regno Unito è stato ampiamente ripreso dalla stampa nazionale e internazionale e sta scatenando in tutto il mondo una spontanea reazione di protesta da parte di organizzazioni di commercio equo e solidale, volontari, consumatori consapevoli, attori della società civile. Ctm ritiene necessario chiarire che il problema non si riduce a un giudizio sul profilo etico della TNC di turno (oggi Nestlè), ma investe lo stesso concetto di commercio equo e solidale, ovvero il modello economico sotteso a questa definizione.

File allegati
Lettera aperta di Ctm altromercato su transnazionali e fair trade
(alcune note di ctm su organizzazioni transnazionali e fair trade.pdf - 77.25 Kb)
Alcune note di approfondimento
(lettera aperta sull'inclusione delle grandi compagnie transnazionali nel settore del fair trade.pdf - 92.21 Kb)
Ultima modifica 2005-10-19 14:25 http://www.altromercato.it

 


 

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