LINEA DI CONFINE
MARIO PIRANI
Sono anni ormai che mi occupo della sanità pubblica con magri risultati. Talvolta solo l´enormità di nuove nefandezze mi spinge a riproporre il tema. Ora scopro che un altro colpo è stato inferto al ruolo dei medici, con conseguenze che ricadranno in un modo o nell´altro sui pazienti. Vengo ai fatti: da che mondo è mondo gli infermieri in corsia dipendono da una (o un) caposala e costei risponde al primario e ai medici di turno. Con la riforma universitaria del 3+2 è stata aperta la possibilità di una qualifica professionale più alta a numerose categorie, attraverso il conseguimento della cosiddetta laurea breve. Ne possono usufruire svariati settori tecnici collegati alla sanità (infermieri, podologi, fisioterapisti, addetti all´igiene dentaria ecc.). È un´ottima cosa fino a che migliora la preparazione professionale di queste categorie; diviene aberrante se è intesa come leva per far saltare ogni principio di gerarchia e responsabilità medica.
Purtroppo è quello che sta accadendo grazie alla pressione sindacale e alla complicità partitica.
Sotto la parola d´ordine «siam tutti dottori» è passato il principio che gli ex infermieri, oggi muniti di laurea, non dipendono più dai responsabili medici del reparto ma costituiscono un servizio autonomo, con una propria gerarchia interna, sottratta persino alla direzione sanitaria ma facente capo alla direzione generale.
Impressiona la casistica che si sta evidenziando. Tre medici psichiatrici del San Giacomo di Roma (i dottori Vercillo, Elmo e Rosini) mi hanno scritto una lunga e-mail che riassumo: tra i compiti dei primari (denominati a loro dispetto «dirigenti di struttura complessa») il principale era la direzione tecnica (clinica), la responsabilità delle diagnosi, delle terapie, di tutta la conduzione delle indagini e dei trattamenti, quando non attuati in urgenza dal medico di guardia. Oggi il potere dei dirigenti medici è praticamente nullo e il loro compito è diventato altro: non più responsabili del lavoro clinico, ma titolari di un ruolo «gestionale e amministrativo».
Dovrebbero occuparsi insomma di turni e soprattutto di ‘budget´. A leggere le normative attuali non si sa chi debba coordinare il lavoro nel servizio: o i medici operano in totale anarchia, responsabili, ognuno per conto proprio, di diagnosi e terapia sui pazienti loro affidati, o i primari proseguono in realtà a svolgere il loro lavoro come prima. La magistratura infatti continua a considerare il loro ruolo immutato rispetto alle responsabilità medico-legali, visto che li chiama a rispondere delle scelte cliniche errate nei loro reparti.
Anche questo però sta per essere superato davanti all´ascesa di nuove professioni che premono per avere il riconoscimento di funzioni dirigenziali.
Ecco che, infatti, si ventila la possibilità di reparti gestiti da infermieri ed altri tecnici laureati, con i medici ridotti a consulenti di reparto. Organizzazioni simili sono già previste in reparti per anziani e riabilitativi, nei laboratori di analisi, ecc. In un ospedale romano il ruolo di responsabile del blocco operatorio, già attribuito per 3 anni a un valente anestesista, è stato assegnato a una infermiera laureata, mentre al medico è stato chiesto di collaborare con la «collega».
Per non parlare poi della psichiatria, dove l´essenza medica degli atti diagnostici e terapeutici viene costantemente negata. Qui sono gli psicologi ad ambire (anche legittimamente se si pensa alla natura solo «gestionale e amministrativa» del primario) alla massima dirigenza dei servizi. E già esistono casi di servizi di salute mentale con primari o anche responsabili clinici, laureati solo in Psicologia. Se un parente, non convinto della diagnosi o delle decisioni terapeutiche adottate per un paziente, vorrà «parlare con il primario», troverà una persona che, anche con la massima preparazione sulle psicologie individuali, di famiglia e di gruppo, non avrà alcuna competenza sulle richieste specifiche. Riflettendo al fatto che vengono elencate almeno 64 patologie non rare di tipo fisico che possono causare sindromi psichiatriche, non si capisce come uno psicologo, anche bravissimo, possa fare una diagnosi differenziale. Per non parlare poi della somministrazione di terapie psicofarmacologiche molto complesse anche nelle interazioni e negli effetti collaterali.
Ci si troverà insomma con servizi diretti da persone che avranno competenze scarse o parziali sul complesso processo che si svolge nel loro servizio, competenze certamente minori dei medici psichiatrici loro sottoposti. Tutti «dottori» o «todos caballeros» negli ospedali italiani?
(La Repubblica - lunedi 23 aprile 2007)
A PROPOSITO DI SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE, SISTEMA SALUTE E INFERMIERI…
16/05/2007 - La risposta dell'Ipasvi
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Oggi, 16 maggio, sulle pagine del "Corriere della Sera" è stata pubblicata un'inserzione firmata dalla Federazione nazionale e dai Collegi provinciali Ipasvi di risposta alla serie di articoli del signor Mario Pirani, comparsi recentemente su un noto quotidiano nazionale.
L'auspicio è di concludere così questa vicenda, per tornare a discutere con serietà e concretezza dei problemi che interessano i cittadini e gli infermieri, che hanno a cuore le sorti della sanità italiana.
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Il SSN è un servizio fondamentale per il benessere dei singoli e della collettività ed è un sistema che vede crescere
esponenzialmente la sua complessità, che affronta problemi crescenti, che si impegna a gestire e superare criticità strutturali,
economiche, tecnologiche, assistenziali ed organizzative.
Vi accadono eventi difficili, dolorosi e drammatici, ma è anche un sistema in cui si intersecano valori etici e sociali,
attenzione all’altro, competenze ed esperienze, studio e ricerca, sviluppo tecnologico e scientifico, innovazione organizzativa
e assistenziale ed un grande impegno lavorativo e professionale di tanti professionisti sanitari, tra cui gli infermieri.
Gli infermieri
che nell’ultimo decennio, passo dopo passo, hanno ottenuto un profondo cambiamento dei loro percorsi formativi;
si sono impegnati per innovare il loro modo di fare assistenza, di relazionarsi con gli altri professionisti e con le persone assistite;
hanno adeguato i loro standard professionali a quelli dei Paesi europei più avanzati; hanno prodotto studi e ricerche;
hanno proposto e propongono nuovi modelli organizzativi e assistenziali; hanno contribuito e continuano a promuovere
la realizzazione di modalità assistenziali più efficaci e coerenti con l’evoluzione epidemiologica e demografica del Paese
e con le necessità di cambiamento del sistema salute in cui sono inseriti.
Nonostante questo, un noto editorialista di un altrettanto noto quotidiano nazionale, in alcuni recenti articoli, ha scritto che:
•l’ineluttabile destino professionale degli infermieri è di essere “paramedici”;
•il loro percorso di professionalizzazione anche gestionale, sostenuto dall’OMS, da studiosi ed esperti di caratura nazionale
ed internazionale e dalle leggi di questo Paese è da considerarsi “aberrante”;
•l’affrancamento da antiche sudditanze e obsolete gerarchie, l’impegno verso l’integrazione dei saperi
e dei diversi percorsi professionali, anche di tipo organizzativo/gestionale, è segno di schizofrenica ricerca di carriere parallele;
•la loro crescita professionale potrebbe produrre carenze nell’assistenza…
Gli infermieri e la Federazione Ipasvi
dopo il momento dell’irritazione e degli interrogativi, hanno riflettuto e vogliono con forza sostenere:
•che l’integrazione professionale e il lavoro di squadra sono una necessità ineludibile per ogni organizzazione sanitaria
moderna ed efficace;
•che esiste distinzione tra la linea clinico/assistenziale e la linea organizzativo/gestionale;
•che il ritorno a rigide gerarchie tra professioni, non solo è anacronistico, ma risponde a vecchie logiche di potere
che si risolvono in un danno per il cittadino, a cui servono i diversi e integrati saperi per un‘assistenza personalizzata e di qualità;
•che tutti loro, anche quelli con laurea triennale, quinquennale e master, non hanno mai smesso e non smetteranno mai
di fare le prestazioni necessarie all’assistenza e al benessere dei cittadini, 24 ore al giorno per 365 giorni l’anno;
•che continuano ad impegnarsi e si impegneranno quotidianamente, anche nelle condizioni difficili che oggi attraversa
il sistema sanitario, a contribuire al funzionamento degli ospedali italiani e a garantire l’assistenza a chi ne ha bisogno,
con serietà e grande senso di responsabilità.
340mila infermieri e la Federazione che li rappresenta chiedono
un confronto e un dibattito serio e costruttivo basato sui fatti e non sugli stereotipi, in cui esserci con la serenità
e la maturità che vogliono li contraddistingua sempre.
Annalisa Silvestro
Presidente della Federazione nazionale
Collegi degli Infermieri
IL COMITATO CENTRALE DELLA FEDERAZIONE NAZIONALE IPASVI E I COLLEGI PROVINCIALI IPASVI DI:
AGRIGENTO alessandria ANCONA aosta AREZZO ascoli piceno ASTI avellino BARI belluno BENEVENTO bergamo BIELLA bologna BOLZANO brescia BRINDISI cagliari CALTANISSETTA campobasso-isernia CASERTA catania CATANZARO chieti COMO cosenza CREMONA crotone CUNEO enna FERRARA firenze FOGGIA forlì-cesena FROSINONE genova GORIZIA grosseto IMPERIA l’aquila LA SPEZIA latina LECCE lecco LIVORNO lucca MACERATA mantova MASSA CARRARA matera MESSINA milano-lodi MODENA napoli NOVARA-VERBANIA nuoro ORISTANO padova PALERMO parma PAVIA perugia PESARO-URBINO pescara PIACENZA pisa PISTOIA pordenone POTENZA prato RAGUSA ravenna REGGIO CALABRIA reggio emilia RIETI rimini ROMA rovigo SALERNO sassari SAVONA siena SIRACUSA sondrio TARANTO teramo TERNI torino TRAPANI trento TREVISO trieste UDINE varese VENEZIA vercelli VERONA vibo valentia VICENZA viterbo
LETTERA APERTA A MARIO PIRANI
domenica, 06 maggio 2007 @ 10:25
Egregio Dottor Pirani, qualche settimana fa ho avuto modo di leggere il suo articolo pubblicato su “La Repubblica” dal titolo “Todos Caballeros negli ospedali italiani” in cui ha fatto asserzioni che mi hanno lasciato sbigottito e molto amareggiato e che mi avevano indotto a scrivere una lettera aperta che non so se ha avuto modo di leggere (ad ogni buon fine la allego alla presente).
E, non pago, è tornato sull’argomento una settimana dopo con ulteriori considerazioni che, ritengo, abbiano offeso non solo l’intera categoria professionale che Lei con tanta ostinazione umilia (nell’articolo pubblicato il 30 Aprile li definisce tutti portantini sanati), ma l’intero Paese e il massimo organo che lo rappresenta: il Parlamento. Quando dico Parlamento non parlo di una o dell’altra compagine politica, ma di una istituzione che, a prescindere dalle maggioranze o dalle opposizioni, in quattro legislature successive ha sancito, quasi sempre con leggi approvate in modo bipartisan, la necessità che anche i cittadini italiani, come quelli di tutti i Paesi europei ed americani, avessero il diritto di essere assistiti e curati da professionisti con conoscenze e competenze elevate, al passo con i notevoli progressi della medicina.
Mi chiedo allora se Lei ha mai visitato un ospedale? Se ha un’idea, seppur vaga, di ciò che fanno gli infermieri? E di cosa, invece, si occupano gli altri professionisti sanitari e di cosa i medici?
Perdoni la domanda, forse pleonastica ma, ritengo, non peregrina, a giudicare almeno da quanto va affermando sulla sua rubrica..
Vede Dottor Pirani, che Lei abbia sostenuto, accalorandosi, la tesi secondo cui infermieri più preparati, formati a più alto livello, autonomi e con una loro gerarchia professionale, non più “paramedici” ma professionisti a tutto tondo (come del resto, Suo malgrado, la legge italiana li riconosce) potrà avere una “ricaduta sui pazienti e sull´organizzazione sanitaria che può rivelarsi rischiosa” non stupisce più di tanto. Almeno non gli infermieri.
Disinformazione e superficialità possono colpire anche chi, come Lei, svolge il suo lavoro da decano.
Quando però, nonostante la ridda di precisazioni che per Sua stessa ammissione le è piovuta addosso dopo la prima sortita del 23 aprile, insiste sulla linea del “todos caballeros”, allora un dubbio mi assale.
È solo questione di non conoscenza o è parte di un disegno più ampio e pilotato per screditare questa categoria? Dubbi per carità, solo dubbi ma che sono sostenuti dai presupposti fallaci da cui la Sua analisi muove e dalle conclusioni inverosimili a cui questa giunge.
No, caro Dottore, non ci siamo. E la “raffica di e-mail di protesta” che ha sommerso la Sua prima sortita sull’argomento dovrebbe consigliarLe qualcosa.
Come può denigrare a cuor leggero centinaia di migliaia di infermieri affermando che la riforma delle professioni sanitarie “corona anni di sanatorie che hanno trasformato ope legis migliaia di portantini in infermieri con un tocco di magia politico-sindacale”? Gli infermieri italiani, anche quelli diplomati prima del passaggio della formazione in Università, frequentavano corsi della durata di tre anni ai quali si accedeva con una scolarità di almeno dieci anni e che prevedevano la frequenza obbligatoria sia alle lezioni teoriche che al tirocinio clinico per un totale di almeno 4600 ore e conseguivano un Diploma abilitante che è stato il primo ad essere riconosciuto in tutti i Paesi europei (parliamo degli anni ’70).
Altro che portantini sanati! Tutti questi infermieri hanno sulle spalle decenni di esperienza professionale maturata sul campo (peraltro nel nostro caso con un’attività di aggiornamento obbligatoria e intensa – ha mai sentito parlare di ECM?) e molti di essi hanno anche una formazione specialistica finalizzata sia alle funzioni direttive che a quelle clinico- assistenziali.
No, caro Dottor Pirani. Al contrario di quanto afferma, poche altre categorie professionali sono cresciute in questi ultimi decenni come quella infermieristica. Non certo quella medica che Lei difende così appassionatamente. Ribadisco che noi infermieri non abbiamo alcuna intenzione ed alcuno interesse, voglia o necessità di diventare i nuovi “capitani” della sanità.
A noi interessa servire i cittadini, i "nostri" malati con competenza e professionalità e vorremmo farlo lavorando in team con gli altri professionisti.
Per noi assistere la persona significa applicare le tecniche più sofisticate e complesse, ma anche rispondere ai bisogni psico-relazionali che ogni uomo ha e che in un sistema "medicocentrico" vengono troppo spesso dimenticati. E quando parlo di assistenza globale alla persona intendo anche garantire i bisogni fondamentali della persona quali quelli dell’eliminazione o dell’alimentazione o il confort alberghiero.
Beh dott. Pirani, se questo è il Suo pensiero, faccia pure. Vuol dire che ha imparato a ragionare proprio come quei medici (e non sono poi tanti in verità!) per i quali la priorità non è la salute del cittadino ma il piedistallo da cui impartire ordini di servizio.
Peccato. Gli infermieri, gli altri operatori, i cittadini, il sistema sanitario, non ne sentivano alcun bisogno.
P.S. Se ne ha voglia e tempo, può leggere qualcuna di queste Leggi di cui la “nostra” Repubblica democraticamente si è dotata (L.42/99; L.251/00; L.43/06 e i DM Sanità n° 739/94 e DM Miur 2/4/01)
Gennaro ROCCO
Presidente del Collegio Professionale IPASVI di Ro
Il noto giornalista Mario Pirani, nella sua rubrica sul quotidiano "La Repubblica" si è prodotto in accuse sconcertanti e gratuite nei confronti degli Infermieri e del processo di professionalizzazione infermieristica Il consiglio direttivo del Collegio IPASVI di Livorno allo scopo di tutelare gli iscritti e garantire una corretta informazione ai cittadini ha inviato una al direttore del quotidiano.
Gentile Direttore,
come Mario Pirani, autore dell’articolo in oggetto, anche noi da anni ci interessiamo della Sanità Pubblica. A volte con buoni risultati, a volte meno, diverse volte modificando in meglio i servizi che ci vedono coprotagonisti insieme ad altre figure professionali. Come l’insieme del genere umano non siamo tutti bravi, tra noi ci sono punte d’eccellenza come elementi di scarso spessore intellettuale, nella media però ce la caviamo tutti e abbiamo l’onore di aver costruito una rappresentanza professionale capace di tutelare il nostro ruolo avendo però sempre al centro la tutela e gli interessi delle persone assistite, dei cittadini.
Scoprire perciò che apparteniamo ad una “nefandezza”, aldilà del termine poco elegante e che non fa onore alla levatura intellettuale di Pirani, ci amareggia prima ancora di scandalizzarci, ci lascia costernati e preoccupati prima ancora che offesi.
Senza entrare nel merito di alcuni errori grossolani dell’articolo, che peraltro tendono a creare false e distorte percezioni in chi legge, siamo a ricordare che la spinta verso l’alto della formazione degli infermieri, così come di altre professioni, non nasce da una forza corporativa (mai avuta: quanti infermieri ci sono nel parlamento?), ma dalle esigenze di intervenire in modo nuovo e adeguato ai bisogni complessi di salute della società odierna. Qualcuno pensa ancora oggi che un infermiere debba solo sapere somministrare terapie e rifare i letti delle corsie? Certo anche questo, ma quella che viene genericamente chiamata “umanizzazione delle corsie” si basa sulla capacità di un intervento relazionale complesso e terapeutico che deve essere messo in atto in modo competente innanzitutto dagli infermieri, da sempre i più a lungo vicino alle persone malate. E per quale motivo l’area medica dovrebbe ancora perdersi in gestioni tecniche ed organizzative, come ad esempio organizzare il lavoro di un blocco operatorio, invece di dedicarsi specificatamente alla
propria attività di diagnosi e cura medica? La Dirigenza Infermieristica, come quella di altre professioni, non nasce da un complotto di lesa maestà nei confronti del potere della componente medica (potere per altro ben difeso: contare quanti parlamentari e consiglieri comunali e regionali sono medici…), ma dalla necessità di organizzare in modo efficiente ed efficace la sanità pubblica, anche per dare ai medici il ruolo che a loro compete in ambito clinico, distribuendo all’interno dei singoli profili professionali, dotati di autonomia propria, le relative competenze gestionali.
Sarebbe peraltro interessante, sotto il profilo scientifico, discutere su cosa vuol dire intervento clinico e se ciò voglia dire sempre e solo essenzialmente intervento medico. Sarebbe interessante inoltre discutere se l’intervento sulla salute è da affidare ad una sola figura onnipresente e onnisciente oppure se non sia più corretto parlare di multiprofessionalità e interdisciplinarità, ma ciò meriterebbe una riflessione a parte. Qui ci preme rassicurare i cittadini, prima ancora di Pirani, sul fatto che i servizi sanitari pubblici saranno diretti da persone con alta formazione e alta competenza, siano essi laureati magistrali medici o laureati magistrali infermieri, o di altre professioni. Se poi qualche direttore generale - come altri in passato hanno fatto pescando tra i laureati delle vecchie professioni - sceglie qualche caballeros (medico, infermiere o altro), questo è un altro discorso…
Cordiali saluti
Il Presidente e il Consiglio Direttivo
Collegio IPASVI di Livorno
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