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inserito il 06 Dicembre 2007
http://www.corriere.it/sportello-cancro/articoli/2007/11_Novembre/29/cam.shtml
Il Friuli Venezia Giulia stanzia fondi per le terapie «dolci» Quando l’oncologia incontra le «altre» cure. In diverse ASL si propongono anche agopuntura, reiki, yoga o massaggi per aiutare a controllare nausea, ansia
MILANO – La comunità scientifica internazionale ha ribadito la bocciatura dell’omeopatia che, secondo The Lancet, una delle più autorevoli riviste del settore, ha la stessa efficacia clinica di una pastiglia di zucchero, il famoso “placebo”, il cui effetto si basa sulla convinzione che il paziente ha di stare facendo qualcosa di utile per la propria salute. Il vaso di Pandora è stato aperto ancora una volta e i venti polemici sulle terapie non convenzionali hanno ricominciato a soffiare su un dibattito che spesso appare cristallizzato tra gli oppositori che “non ci credono” e i sostenitori “che ci credono”. In realtà le “altre medicine” sono molte e diverse tra loro, come l’agopuntura, le pratiche di manipolazione del corpo, l’uso di erbe e altri prodotti vegetali, lo yoga, la meditazione, il reiki, la naturopatia, sistemi di cura nati in culture a noi lontane, come la medicina ayurvedica indiana o quella cinese. Sono però accomunate da almeno due elementi. Primo: la scarsità di conferme da parte della “medicina basata sull’evidenza”, secondo cui una terapia, prima di essere considerata utile, deve essere sottoposta ad una complessa, rigorosa e condivisa serie di verifiche sperimentali. Secondo: l’interesse di molti malati che desiderano stare meglio e che però spesso percepiscono tutto ciò che non è chemio o radioterapia come antagonista rispetto alla cosiddetta medicina ufficiale. E invece non è proprio così, un incontro è possibile e sono molti i camici bianchi che stanno conducendo ricerche su alcune cure non convenzionali: terapie che stanno assumendo “un ruolo sempre più importante nel controllo dei sintomi associati al cancro e ai trattamenti antitumorali”, come ha concluso l’associazione degli pneumologi americani, sulle pagine della rivista Chest, pubblicando una serie di raccomandazioni sull’uso delle terapie integrate in pazienti con un tumore ai polmoni. Massaggio, yoga e meditazione possono ridurre ansia, disturbi dell’umore e dolore cronico, mentre l’agopuntura aiuta a controllare il dolore ed effetti collaterali come nausea o neuropatia. Soprattutto, però, è necessario che il medico sia a conoscenza di eventuali altre cure a cui il paziente si sottopone, o intende sottoporsi, perché alcune sovrapposizioni possono essere dannose.
In Italia
diverse ASL
hanno deciso
di proporre
(e a volte
di
rimborsare)
cure di
supporto non
convenzionali,
e tra le
Regioni più
attive vi
sono la
Toscana,
l’Emilia
Romagna, il
Piemonte e
la
Lombardia.
Il Friuli
Venezia
Giulia ha
recentemente
stanziato
dei fondi
(50.000 euro
l’anno per
tre anni) a
sostegno del
progetto
Umana…mente,
ideato
dall’Associazione
medicina e
complessità
(AmeC)
di Trieste,
che nel 2006
ha vinto il
premio
Tiziano
Terzani,
dedicato al
giornalista
scomparso
per tumore
(che ha
lasciato le
pagine di
“Un altro
giro di
giostra”,
sul suo
percorso di
malattia,
indimenticabili
per molte
persone,
curanti e
curati). Questa filosofia ha trovato orecchie attente in Vincenzo de Pangher Manzini, responsabile dell’oncologia di Gorizia e Monfalcone: «reparti dove i tumori si curano in modo del tutto tradizionale, cioè in quello che funziona», specifica l’oncologo, e dove da alcuni anni si offre ai pazienti in chemioterapia la possibilità di sottoporsi a sedute di reflessologia plantare, una tecnica che utilizza la pressione di zone dei piedi per indurre una reazione in altre parti del corpo. I risultati, di cui de Pangher Manzini parlerà sabato 1 dicembre al convegno «Medicina complementare: quale spazio nel paziente neoplastico? La risposta nella medicina integrata» presso l’ospedale San Carlo di Milano, sono stati più che positivi: «C’è stata una riduzione media del 60 per cento di dolore, vomito, stanchezza, ansia, insonnia, facilità al pianto - racconta l’oncologo – nei pazienti trattati con almeno dieci sedute settimanali da un’ora ciascuna. E’ un intervento impegnativo e costoso in termini di tempo, certo, ma i risultati sono molto buoni e, con tutta probabilità, non sono dovuti soltanto alla manipolazione, ma a qualcosa che evidentemente non sempre noi medici riusciamo ad offrire». Chi si affida alle cure complementari cerca di colmare una mancanza di empatia e di supporto, di rappezzare un’assistenza a volte discontinua, di rispondere ai tanti dubbi (cosa devo mangiare? come posso stare meglio? devo proprio sentirmi così?) che restano senza risposte. Lo ha sottolineato un recentissimo studio su pazienti britannici colpiti da tumore della prostata e apparso sull’European Journal of Cancer Care, ma lo racconta molto meglio Vincenzo de Pangher Manzini: «Credo che la gente si sia sentita meglio anche perché quell’ora a settimana si riempiva di molte cose, di relax, confidenze e sensazioni positive, creando un legame molto stretto tra paziente e operatore, uno scambio che ha dato moltissimo ad entrambi. Sarebbe stato lo stesso con un’ora di psicoterapia? Forse. E’ impossibile saperlo. E chissà se è così importante». Donatella Barus 29 novembre 2007
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