QUELLI CHE VOGLIONO TIRARE DIRITTI di Paola Zanullini

Volontari. Professionisti. Di grandi organizzazioni o piccoli gruppi. Tutti impegnati nella lotta per tutelare la dignità della persona. Specie ora che, denuncia Amnesty Intemational, la guardia si sta abbassando come mai prima. Motivo? La lotta al terrorismo
 

La struttura attuale del diritto internazionale sta subendo l’attacco più duro ai verificatosi dalla sua istituzione, avvenuta una cinquantina di anni fa». Non ci è andata leggera Amnnesty International, la più grande organizzazione per la difesa dei diritti umani, nella presentazione del suo rapporto annuale 2004. E non pensa assolutamente sia una frase ad effetto, Irene Kahn, la prima donna eletta segretario generale di Amnesty, una signora bengalese di 47 anni, 21 dei quali di attività all’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. «C’è stato un cambiamento in termini di qualità, non di quantità», dice. «È difficile stabilire se ci fossero più abusi in passato che oggi, perché gli abusi di solito non avvengono alla luce del sole. Ma il cambiamento preoccupante è la diffusione di un atteggiamento che considera violabili, e impunemente, i diritti umani. In passato non era mai successo che questo atteggiamento fosse tanto condiviso in ogni area del mondo. Accadevano violazioni nei regimi comunisti dell’Est europeo, ci sono stati genocidi in Cambogia e in Ruanda, la guerra nei Balcani, ma non si era mai verificata quest’epidemia globale: un cancro degli abusi ai diritti umani. Che vengono usati dai governi come un mantello da indossare o di cui disfarsi in base ai propri interessi».
Intende dire che l’esempio dato dall’amministrazione Bush ha una ricaduta negativa sugli altri governi?
«Manda un messaggio inequivocabile: i regimi repressivi possono legittimamente continuare a fare quello che facevano in passato. Si sentono autorizzati agli abusi in nome della lotta al terrorismo».
La parola terrorismo sta acquisendo nuovi e suggestivi significati: a che punto è la mutazione dl senso?

«A un punto critico: infatti nei nostri documenti preferiamo non utilizzarla e se lo facciamo la mettiamo tra virgolette, perché non c’è una chiara definizione internazionale di terrorismo. I governi tendono a usarla con un significato politico neanche troppo recondito: in certi casi considerano terroristi i gruppi armati di opposizione e non quelli sostenuti da loro stessi. Così si stigmatizza una violenza mentre le si dà libero corso in altre forme».
La guerra in Iraq mette In ombra altri conflitti che dilaniano il mondo?
«Ha dirottato tutto l’interesse internazionale. Gli Stati Uniti concentrati sull’Iraq hanno cancellato le altre emergenze dalla loro agenda e più o meno la stessa cosa avviene al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Persino l’Afghanistan è finito nel dimenticatolo. Come l’Africa: il Darfur, nel Sud-ovest sudanese, è alla catastrofe umanitaria; nessuno si occupa più della Repubblica democratica del Congo, della Cecenia o della proliferazione delle armi leggere. C’è più commercio di armi adesso
che prima dell’11 settembre, e il 60 per cento di queste armi, che ogni anno uccidono 500 mila persone, è in mano ai civili. Per non parlare dell’Aids: in Africa, nel Sud Est asiatico e in America Latina milioni di persone non hanno accesso ai farmaci. Tutte le istanze legate alla povertà sono scivolate via dall’agenda internazionale per l’ossessione globale della guerra al terrorismo».
Questa ossessione ha fatto scoprire In ritardo le torture di Abu Ghraib.
«È dipeso da una mancanza di leadership delle forze della coalizione in Iraq. Nessuno, a parte la Croce Rossa, è potuto entrare nelle carceri, nessuno era a conoscenza della portata del fenomeno, ma una missione di Amnesty, in Iraq dall’aprile all’agosto del 2003, aveva intervistato molti detenuti rilasciati e i loro parenti e aveva denunciato alle autorità inglesi e americane questi casi),
E che cosa è successo?
«Niente, gli inglesi ci hanno risposto che avrebbero indagato e gli americani non hanno neanche risposto».
Ma voi avete segnalato i maltrattamenti anche alla stampa...
«Sì, ma non li ha presi granché in considerazione, forse perché non c’erano fotografie che li testimoniassero. I media occidentali si occupano prevalentemente della guerra, dei soldati morti, non dell’impatto sulla popolazione. Le autorità della coalizione non tengono neanche le statistiche dei civili uccisi. 110 mila iracheni morti dall’inizio del conflitto li hanno contati le organizzazioni umanitarie».
Il parlamento italiano ha approvato l’emendamento leghista sulla tortura in modica quantità: cosa sta succedendo nei governi e nei parlamenti dei paesi più civilizzati?
«Succede che c’è un’erosione dei valori. Sentendosi minacciati, i governi si sentono legittimati a consentire modica quantità di abusi. Ma, per esperienza, posso affermare che, di questo passo, si sprofonda rapidamente nel terrore. Partendo da posizioni diametralmente opposte, Bush e Al Qaeda stanno ottenendo lo stesso risultato: la distruzione del diritto umanitario».
«Una delle maggiori conquiste degli ultimi anni è stata l’istituzione del Tribunale penale internazionale, ma gli Usa hanno già fatto pressione su una quarantina di paesi poveri affinché firmassero accordi bilaterali in cui si impegnano a non consegnare alla Corte cittadini americani accusati di crimini contro l’umanità».
Se un marziano sbarcasse sulla Terra, come gli spiegherebbe che i Paesi In via di sviluppo spendono 22 miliardi di dollari all’anno in armi, quando ne basterebbero 10 per garantire la scolarizzazione universale di base?
«in effetti sarebbe un po’ complicato, anche perché ci sono i governi dei Paesi ricchi che fanno la guerra per levare di mezzo le armi di distruzione di massa. E sarebbe ancora più difficile spiegare al povero marziano che gli Stati membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu sono i maggiori produttori di armi al mondo».

Era 11961, brindavano all’indipendenza delle colonie: un avvocato inglese rese noto il caso.

E fondò un’associazione che oggi ha due milioni di soci e nessun finanziamento

Per misurare la riconoscibiità di Amnesty International conviene sconfinare dai diritti umani alla commedia, più precisamente, About a Boy, il film dei fratelli Weitz tratto dal romanzo di Nick Hornby. È proprio ad Amnesty che si iscrive Hugh Grant, il frivolo protagonista in cerca di qualche senso della vita: poi lascia perdere, non è roba per lui. Ma l’autorevolezza di Amnesty - Nobel per la Pace 1977, un milione e 800 mila soci in 150 Paesi, 50 mila casi risolti - è talmente consolidata che basta accostarla a uno scapolo edonista per scatenare l’effetto comico.
L’atto di nascita dell’organizzazione è un articolo pubblicato sull’Observer il 28 maggio 1961: si intitola I prigionieri dimenticati e lo firma il futuro fondatore, Peter Beneson, avvocato inglese indignato per un arresto compiuto dalla polizia di Sala- zar: due studenti portoghesi che in un bar hanno brindato alla libertà delle colonie.
Lanciando un appello per un’amnistia dei prigionieri di coscienza, Beneson cita anche il caso del filosofo rumeno Constantin Noica, condannato a 25 anni per «propaganda ostile». La stampa internazionale riprende l’articolo: in poche settimane arrivano migliaia di lettere di sostegno. A luglio, primo incontro internazionale degli attivisti, il 10 dicembre si accende la prima candela nella chiesa di St. Martins in the Fields, a Londra. La candela avvolta dal filo spinato diventa simbolo di AI.

Le prime missioni, Gahana, Cecoslovacchia e Portogallo sono tutte concentrate sui prigionieri d’opinione. Amnesty stabilisce da subito la sua tecnica d’azione: ogni gruppo cittadino adotta un prigioniero e scrive e fa scrivere centinaia di lettere di protesta alle autorità del Paese in cui «l’adottato» è stato messo in carcere ingiustamente. Visto che i gruppi si diffondono rapidamente (350 già nel 1963), le lettere cominciano a diventare una bella seccatura per i governi che violano i diritti umani. Di questi tempi, anche i presidenti Casini e Pera si sono visti recapitare 50 mila cartoline: richiedono che nella legislazione italiana venga introdotto il reato di tortura.
«Ma in questi anni le tecniche si sono dovute adeguare alle violazioni», dice Marco Bertotto, segretario della sezione italiana di Amnesty (85 mila sostenitori e 3 mila attivisti, costituita nel 1975): «Se era possibile osservare lo svolgimento del processo a Nelson Mandela o “adottare” un dissidente come Andrei Sakharov, non si poteva fare lo stesso con 800 mila ugandesi». Così, dopo le campagne per l’abolizione della tortura o della pena di morte, le denunce di sparizioni (memorabile la campagna contro il regime di Pinochet) o contro le persecuzioni di sindacalisti e oppositori, missioni e strategie di intervento cambiano con il cambiare degli scenari. La sezione americana di AI, per esempio, ha acquistato per due anni azioni della Exxon in modo da avere accesso all’assemblea degli azionisti e presentare delle sharehoider resolution sulla responsabilità sociale della compagnia.
«Una volta, gli interlocutori erano i governi, adesso bisogna confrontarsi pure con gruppi armati, multinazionali, soggetti privati: anche le 14 mila cittadine della Federazione russa morte per le violenze domestiche rientrano nelle istanze
dei diritti umani», spiega Bertotto. Ma insieme alle visite ufficiali della dirigenza di AI ai governanti, o al ruolo consultivo acquisito in molte commissioni Onu, rimane irrinunciabile il lavoro degli attivisti, che in Paesi come Iraq e Libia hanno ottenuto diritto di cittadinanza solo nel 2003, mentre in Cina sono ancora banditi.
Per difendere la propria Indipendenza, Amnesty rifiuta fondi governativi e accetta contributi pubblici solo per le attività dl educazione ai diritti umani. Ha però introdotto la gloriosa tradizione degli artisti impegnati nel found raising: cominciarono negli anni Settanta i Monthy Python: con Secret Poiiceman’s Bali, irresistibile serie di spettacoli comici. Poi arrivarono i concerti di Duran Duran, Peter Gabriel, Mark Knopfier, aprendo la strada ai maxieventi come Comic Relief e Liz’e Aid. Per difendere la propria autorevolezza, invece, AI verifica severamente ogni segnalazione: dopo una draconiana disamina rende noto solo il 10 per cento delle violazioni di cui è venuta a conoscenza: le denunce devono essere inoppugnabii. Ovviamente, questa selettività genera risentimenti tra gli esclusi.
Con un budget di 25 milioni di sterline (37,5 milioni di euro), il Segretariato internazionale di Londra (350 dipendenti, di cui circa 200 sono ricercatori addetti alle missioni sul campo) punta moltissimo sull’autofinanziamento (anche delle sezioni nazionali) e sugli attivisti, che affrontano un periodo di formazione al momento di iscriversi e costanti corsi di aggiornamento: una vera militanza. Di che colore? «In Italia abbiamo iscritti di centrosinistra come di centrodestra, d’altra parte la difesa dei diritti umani non è di parte: compete a ogni governo>, puntualizza Bertotto. «Ed è proprio l’ipocrisia dei governi a tutelare la nostra libertà, perché siamo stati costretti a fare rimostranze a tutte le maggioranze che si sono susseguite in Italia». (p.z.)

Il Venerdì di REPUBBLICA, 4 Giugno 2004

 

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