OLGA E LA LUNA DELL'AMAZZONIA di Luca Rastello Foto dl Andrea Frazzetta

IL VIAGGIO Nel cuore della foresta brasiliana con due bambine: è più facile di quanto si pensi. A patto di lasciare a casa qualche pregiudizio e di trovare un posto incantato come la riserva di Xixuau-Xiparina, a 50 chilometri dall’Equatore. Dove uomini e spiriti lavorano insieme per accogliere i viaggiatori e tutelare l’ambiente.

 

Quando è nascosta fra gli alberi, la luna fa “pt pt pt”, quando scopre la faccia, grida “Aaaaah!!!”. Olga gioca con la luna e le attribuisce il suo linguaggio. Affonda gli occhi nei colori scuri della foresta equatoriale, cime d’albero viola e le acque nere, e intanto la luna sta al gioco: sparisce nella foresta e salta fuori all’improvviso, per lei che fa finta di spaventarsi e grida e ride. Ha poco tempo ancora, il sole si alza e OIga ha voglia di latte: sveglierà sua madre, temo. Da sole due notti il Certeza ha lasciato la banchina del porto di Manaus per risalire il Rio Negro e poi il Jauaperi, ma OIga sembra nata su questo piccolo battello azzurro, ha fatto suoi i tempi scanditi dal flusso dell’acqua e dall’alternarsi di luce e oscurità, senza risentire del fuso orario cambiato, senza nostalgie dell’Italia e della sua pedagogia zuccherosa. Aiutata dalla mamma, senza dubbio, ma anche dalla calma del fiume, dai mille uccelli che sfiorano l’acqua, dal concerto di grida che viene dalle rive, dall’atmosfera pigra e giocosa che si respira a bordo, e soprattutto da un enorme casco di banane, accessibile come un distributore automatico da McDonald’s ma senza la fessura per le monete.
OIga ha venti mesi, un papà impiegato, una mamma redattrice editoriale, una sorella di dieci anni di nome Elena. Il viaggio in Amazzonia è una scommessa per i suoi genitori, e anche un segreto: fra gli amici (e soprattutto fra i più ansiosi: quelli senza figli) si è scatenata una nobile gara a descrivere gli orrori e i terrori di questa regione, bestie feroci, pirati, malattie sconosciute e altri temi cari all’iconografia metropolitana del viaggio in Sudamerica. «A mia madre, per esempio», dice sorridendo la mamma di OIga, «non abbiamo proprio detto dove andavamo, per evitare imbarazzi e reprimende».
«In un villaggio in Brasile», è stata la risposta alle domande sulle vacanze. La parola villaggio”, carica di doppi sensi turistici, ha fatto il suo dovere tacitando i dubbi. Fra poco, OIga e la sua famiglia approderanno in effetti alle zattere di legno del villaggio caboclo di Xixuau, una settantina d’anime sulla riva del rio omonimo, la loro méta. Ripiegheranno le amache e scenderanno a terra. Elena, dorme ancora: al risveglio le dispiacerà di aver perso le luci che precedono il sorgere del sole nella primavera amazzonica. Avrà tempo per rifarsi. Xlxuau, a 500 chilometrI da Manaus e 50 dall’Equatore, sulle acque che segnano Il confine fra gli Stati di Roraima (dove Conan Doyle ambientò il suo Mondo perduto) e Amazonas, è una riserva naturale straordinaria, e anche un esperimento ecologico e sociale immerso nella foresta primaria, in parte inesplorata, dove la vita esplode in tutte le sue forme, anche, le più imprevedibili - facezie del creatore come il bradipo e l’armadillo, per dire - e dove una comunità di ex cacciatori tenta di decidere le sue sorti in totale indipendenza puntando sulla tutela dell’ambiente. Ma per il momento tutto questo non riguarda Elena e Olga: appena sbarcate sono già sedute su quelle canoe che fanno la vita dei Caboclo. Elena con suo padre, Olga con la mamma, perché ogni pescatore non porta più di due ospiti, per rispetto degli abitanti della foresta (spiriti o animali che siano: entrambe le categorie giustamente onorate in questa porzione di mondo). Grillo e Mambiti fanno scivolare i loro legni in silenzio, districandoli di volta in volta dalle trappole vegetali della foresta sommersa. Ogni tanto sorridono ai passeggeri, a volte indicano qualcosa e sussurrano il nome di un animale, dove i nostri occhi non vedono nulla. Si abitueranno. Per ora riconosciamo soltanto gli uccelli: il martin pescatore che incrocia la scia della canoa, avvoltoi enormi dalla testa bianca, pappagalli di ogni colore. La luce che scende attraverso rami e foglie arriva a stento a sfiorare l’acqua che copre la base di alberi secolari, sommerge gli arbusti e riflette la metà emersa della foresta. Mentre sfiora le cime di piante annegate, la canoa sembra sospesa su uno specchio scuro. Olga non resiste: risponde ai richiami, fa suo il gioco sonoro delle scimmie e degli uccelli (e di altre creature misteriose che soffiano, fischiano, cantano a distanza). Mambitì è veloce a capire: allontana la sua canoa dalle altre: organizzerà un giro speciale per la bimba, che ai ritorno avrà gli occhi pieni dei salti del macaco cappuccino, di farfalle dai colori impazziti, dei nidi delle termiti, palle di fango appese a un albero isolato come sfere di Natale bucate ai lati. Gli altri potranno avvicinare gli animali senza paura che Olga li metta in fuga con le sue grida di gioia. Jorge Luis Borges disse che tutti dovrebbero avere il diritto di leggere Dante da bambini. Probabilmente se fosse stato qui avrebbe corretto la frase, così: "di leggere Dante e di attraversare la foresta equatoriale”. Elena affina l’orecchio al silenzio profondo che contrappunta le voci della selva: le foglie che cadono nell’acqua, come staccate dal vento, sono il segnale del passaggio di una famiglia dì macachi, un gorgheggio femminile annuncia l’incontro con la lontra gigante, la regina di questi luoghi intenta alla pesca, uno schiaffo a pelo d’acqua è il delfino di fiume che prende fiato e torna a tuffarsi. E poi tonfi, schiocchi, sibili e sussurri umani, voci d’ammonizione: «Sono spiriti che vi consigliano di non correre, di andare piano, di stare zitti ad ascoltare», spiegherà la sera Joao che conosce  molti segreti della foresta. Il paesaggio sprofondato nell’acqua è irriconoscibile per chi lo ha visto nella stagione secca (da ottobre a febbraio), quando si formano grandi spiagge dove i caimani si scaldano la coda, allineati uno accanto all’altro; ora, si intravedono solo quando cala il sole e i loro occhi si accendono di rosso nell’oscurità. Di notte scenderemo di nuovo in canoa, per incontrarli. Ma prima del tramonto, al villaggio, nessuno riesce a impedire a Elena, che ha fallo amicizia con una bambina del luogo, di tuffarsi e rituffarsi continuamente nel Rio, sfidando la corrente, i richiami del padre, la presenza di quei pesci di cattiva fama che sono il piatto forte della cucina caboclo («Poveri piranhas, commenta Elena, «speravano di rnangiarsi i turisti e finiscono mangiati»). Neanche iI colore scuro dell’acqua vale a trattenerla: «Che c’è di male? Sembra di fare il bagno nella Coca Cola».
Le bambine hanno fatto più In fretta dei genitori ad adattarsi ai tempi dettati dalla natura dl Xixuau. e vivono con semplicità la vita della comunità che le sta accogliendo. Una notte Olga ha la febbre alta, la mamma la fa vedere da Chico, il curandero, che dice tranquillo: «Guarirà domattina». Al mattino è guarita, ma il progetto Xixuau comprende un Posto de saude attrezzato, dove a Olga viene fatto immediatamente il test per il riconoscimento della malaria. Risultato negativo e sospiro di sollievo per la mamma di Olga: ha scelto di non vaccinare la
bambina, conscia della montagna di controindicazioni della profilassi preventiva e della scarsa pericolosità della malaria curata in tempo. Anche in questo ha sfidato molte voci contrarie: «Ci volevano imporre a tutti i costi anche il vaccino per la febbre gialla, che da queste parti non si è mai vista», dice. Le acque tanniniche del Rio Negro sono in effetti una formidabile barriera naturale contro questa malattia. Ma da noi prevale la filosofia del “non si sa mai”. L'eliminazione della malaria dalla riserva si deve a un italiano, Biagio Frate dell’AsI di Grosseto, che ha lavorato dal ‘93 al ‘98 sulle rive del Jauaperi con l’Associacào Amazonia , prendendosela 13 volte, la malaria, fino a cancellarla. Ora l’associazione, che ha realizzato ambulatori in tulle le comunità del Rio, lavora per la formazione del personale sanitario e per l’educazione a Xixuau sono già sorte una scuola e una sede per i corsi di alfabetizzazione informatica, presso una postazione internet preziosa anche per i rapporti con le strutture sanitarie di Manaus. Ma il principale obiettivo dell’Associacào è l’autosostentamento della comunità, unito alla protezione-valorizzazione dell’ambiente: «Quando arrivai qui», racconta Christopher Clark, fondatore dell’associazione che oggi riunisce tutti i Caboclo di Xixuau chiamandoli a gestire la proprietà comune delle terre, «c’era solo Carlito, il più celebre cacciatore di giaguari del Jauaperi. Non fu difficile convincerlo che il giaguaro vivo gli rendeva più del giaguaro morto». Oggi Carlito è pescatore e guardia ecologica, vigila, insieme alle entità sovrannaturali a cui rende omaggio come tuffi gli uomini della selva, sulla continuità della natura, lavora alla fattoria sostenibile di Xiparina, riceve, come tuffi i Caboclo coinvolti, uno stipendio tratto dai proventi delle attività di turismo ecologico di cui stanno godendo Elena, Olga e la loro famiglia. La riserva è gestita con il principio di “estrattiività” di Chico Mendez: le risorse locali sono accessibili, a fini di sussistenza, alla comunità residente. Non c’è posto per pescatori e cacciatori di frodo: assieme alle guardie ecologiche caboclo, la sicurezza ambientale è garantita dal pattugliamento delle acque della riserva da parte degli indios Waimiri Atroari, il cui territorio confina a nord con lo Xixuau. Indios pacifici, fuori dai loro confini, spietati con chi viola la loro riserva: sterminati negli anni ‘80 per far posto a una strada verso Boa Vista, videro la loro comunità ridotta ridotta da 10 mila a 480 membri. Ora, dicono, uccidono chiunque entri nei loro territori (a un giorno e mezzo di canoa da qui) senza il loro permesso.
Ma qui a Xixuau contribuiscono amantenere aperto il villaggio che ospita, con criteri dì selezione e modica quantità, gruppi di dodici persone al massimo, disposte a immergersi nei tempi e nei modi per noi ormai alieni di questa natura assoluta. È la scommessa che Olga, Elena e i loro genitori hanno accettato, che stanno vincendo, fra accampamenti nella selva e discese in canoa, di giorno e di notte, lungo rive intatte alla ricerca del contatto emozionante con la fauna, la flora e gli spiriti dell’Amazzonia più profonda. E nel rapporto ogni giorno più intenso, quasi senza ritorno, con la gente di quaggiù, orgogliosa di accogliere i visitatori, di accudirli, guidarli e dividere con loro cibo, amicizia, momenti di festa.
La notte è illuminata da candele: l’energia serve per le strutture sanitarie e l’emergenza. Elena ascolta Joào e Chico che raccontano dell’uomo con l’occhio nello stomaco, del Boto, uomo-delfino che vigila sulla soglia fra acqua e aria, di spiriti che conoscono e incontrano nella vita della foresta. Elena annuisce seria, sembra di sentire il ronzio dei suoi congegni cerebrali che elaborano immagini ed emozioni che ributterà fuori, metabolizzate, lungo i mesi dell’inverno, in forma di ricordi, domande, allegria, nostalgia. Olga è stata adottata da tutti, la gente fa il tifo mentre sfida ringhiando il pappagallo che le contende la tetta della mamma (che ha scelto di non eliminare l’allattamento quando ha deciso questo viaggio: una limitazione alla libertà di movimento, «Ma anche un viaggio quaggiù è una bella forma di libertà», dice). A fare la storia, e la leggenda, di questo viaggio sarà la memoria di Elena, alla commedia ha già pensato Olga. Forse si può correggere ancora un poco il nostro Borges virtuale: ognuno dovrebbe avere il diritto di visitare a foresta equatoriale con un bambino.

 

Associacào Amazonia

ha un obiettivo strategico: la tutela dell’ambiente naturale attraverso Io sviluppo sostenibile della comunità locale. Dal 1992 l’associazione ha realizzato a Xixuau due scuole tradizionali, una scuola multimediale, un sistema di energia solare e collegamento satellitare internet, un ambulatorio medico, controllo di malaria, verminosi e delle principali malattie infettive, sviluppo dell’artigianato locale, collegamenti fluviali (con il Certeza e con una lancia veloce). Per favorire l’autosufficienza alimentare ha anche realizzato un insediamento agricolo a tecnologia sostenibile e basso impatto
ambientale, destinato a tornire una dieta più equilibrata alla comunità locale. Per contribuire alla conservazione della
biodiversità naturale supporta anche numerosi progetti dl ricerca scientifica e campagne di raccolta dati in collaborazione con università brasiliane, statunitensie italiane. La comunità si autofinanzia attraverso donazioni e ha avviato un programma di adozioni a distanza. INFO: Chris CIark chris@amazonia.org  www.amazonia.org .

 

La "Repubblica delle donne"  11/09/04

 

 

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