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NIKE CORPORATION
FATTURATO: 5.440 MILIARDI DI LIRE
1 BOWERMAN DRIVE
BEAVERTON, OREGON 97005
U.S.A.

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28 aprile 2005

Nike Responsibility Report 2004: confessione e trasparenza >>

15 aprile 2005

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Nike Responsibility Report 2004: confessione e trasparenza

Nike ha pubblicato il rapporto sulla responsabilità sociale di azienda relativo al 2004, un documento che riporta l'elenco delle fabbriche a cui è subappaltata la sua produzione e l'ammissione delle violazioni dei diritti dei lavoratori che in quelle aziende lavorano.

Al maggio del 2004 il totale delle fabbriche che lavoravano per Nike era di 731 (13 sono anche in Italia) e impiegavano 624.631 lavoratori. Le aziende sono distribuite in tutto il mondo, ma la parte del leone la fa l'Asia con 490 aziende (550.821 lavoratori) di cui 124 in Cina, 73 in Thailandia, 34 in Vietnam. Il rapporto conta poi 137 aziende con 44.568 lavoratori nelle Americhe e 104 aziende con 29.242 lavoratori nella zona Europa, Africa e Medio Oriente. A tutto questo va aggiunto i 24.000 circa lavoratori che sono assunti direttamente dalla multinazionale americana. Indubbiamente una bella operazione di trasparenza che renderà più facile l'attività di controllo del sindacato internazionale, degli osservatori indipendenti, dei giornalisti, del volontariato che si dedica alla difesa dei diritti umani. Nel rapporto si ammette che in quelle aziende sono stati riscontrati casi di maltrattamento e di abuso nei confronti dei lavoratori. I dipendenti sono stati sfruttati con orari prolungati (fino a 60 ore alla settimana, in Asia e in particolare in Cina), sono stati obbligati agli straordinari, alle volte non pagati, ricevendo stipendi troppo bassi e con la impossibilità di avere un sindacato in grado di difenderli. Questo passo verso la trasparenza è merito delle ONG che si sono impegnate per anni a denunciare le violazioni dei diritti umani dei lavoratori della multinazionale. Finalmente arriva un risultato che può e deve essere seguito da un reale miglioramento delle condizioni di lavoro. Il rapporto è pubblicato nel sito internet Nike: http://www.nikeresponsibility.com/reports

Ultima modifica 28:04:2005 03:37 PM

http://www.cnms.it


Le campagne di boicottaggio e di denunce piegano la Nike

15 aprile 2005

CONSUMO CRITICO: LA MULTINAZIONALE PUBBLICA LA LISTA DEI SUBAPPALTATORI

di Sabina Morandi

L'hanno fatto davvero. La più grande azienda di articoli sportivi del mondo, nota per i suoi spot raffinati e per essere stata oggetto di una campagna di boicottaggio internazionale per le pessime condizioni di lavoro nei suoi impianti nel Terzo mondo, ha pubblicato la lista dei subappaltatori.

Chiunque abbia la pazienza di collegarsi con www. nike. com/nikebiz/gc/mp/pdf/disclosure_list_2005-04. pdf potrà constatarlo di persona: la Nike, una delle prime corporation a delocalizzare la produzione, è anche la prima a decidere di abbracciare il nuovo corso pubblicando l'elenco e gli indirizzi dei circa 700 stabilimenti "a contratto" che confezionano scarpe, magliette e felpe negli angoli più remoti del pianeta. La scelta è coraggiosa perché chiude la stagione del "non ne sapevamo niente" e, almeno in teoria, consente a chiunque di verificare se il nuovo corso, quello della responsabilità sociale, sia stato effettivamente abbracciato dall'azienda. Ma si tratta di una scelta in certo qual modo obbligata, in parte perché la Nike è al centro delle attenzioni dei gruppi di "cani da guardia" internazionali, gli stessi che denunciarono l'utilizzo del lavoro minorile da parte dei subappaltatori legati all'azienda, e in parte perché i risultati del FY04, questo il nome in sigla del rapporto di 108 pagine stilato dalla corporation, dimostra che le condizioni di lavoro sono ancora al di sotto degli standard nella maggior parte degli stabilimenti.

Mentre l'impiego del lavoro minorile sarebbe quasi sparito, quelli nelle fabbriche a contratto restano comunque "posti di lavoro di livello molto basso" secondo quanto ammesso dalla stessa Nike, in uno dei periodi in cui le corporation registrano i profitti più alti. Ben vengano quindi le misure prese dalla Nike per abbattere l'impiego dei solventi chimici più tossici, e ben vengano i programmi di riduzione delle emissioni inquinanti nel rispetto del Protocollo di Kyoto, tutte cose di cui l'azienda si fa vanto nel rapporto confezionato insieme ad alcuni sindacati - come la International Textile Garment & Leather Workers Federation - e parecchi accademici. L'importante è che il principio stesso della delocalizzazione - il trasferimento della produzione nei paesi dove i salari sono più bassi e dove ai lavoratori non è permesso organizzarsi - resti invariato.

Del resto è questa la logica della assunzione di responsabilità sociale da parte delle imprese, il nuovo corso lanciato all'alba del 2000 per controbilanciare il danno d'immagine provocato dalle denuncie del movimento e dalle campagne di boicottaggio. Nella maggior parte dei casi il nuovo corso si è tradotto in un mero esercizio di public-relation sostenuto dai media, arrivando perfino a sfiorare il ridicolo come quando le televisioni africane si sono riempite di costosi spot sull'impegno ecologista della Shell, principale responsabile della devastazione nel Delta del Niger. Il nuovo corso è stato anche un efficace strumento per arginare le richieste di una vera e propria accountability - cioè una perseguibilità penale per le corporation che approfittano dei vuoti della normativa internazionale. La responsabilità sociale ruota infatti esclusivamente intorno all'autoregolamentazione - codici di comportamento volontari la cui applicazione è difficilmente verificabile - mentre l'accountability mira a imporre alle imprese internazionali lo stesso status di responsabilità giuridica e penale che riguarda i comuni cittadini.

Fatti tutti i distinguo, l'iniziativa presa dalla Nike può essere considerata una vittoria del movimento per un consumo critico perché dimostra che la pressione di un'opinione pubblica appropriatamente informata può fare la differenza. Ma per "consumare criticamente" non basta una semplice assunzione di responsabilità individuale, occorrono conoscenze dettagliate che derivano dal lavoro di un'intera "filiera": dagli operai delle singole fabbriche - che rischiano in genere parecchio per svelare ciò che accade all'interno - ai giornalisti, i sindacalisti e gli attivisti internazionali che raccolgono le segnalazioni, le verificano e le diffondono.

Un esempio di quanto possa essere efficace questo tipo di pressione è quanto avvenuto nel dicembre scorso in un tribunale della provincia del Guangdong, la più importante zona industriale della Cina. Inaspettatamente sette operai accusati di avere guidato uno sciopero nell'aprile del 2004 sono stati liberati dopo appena nove mesi, quando pendevano sul loro capo condanne dai tre ai cinque anni. La decisione dei giudici - inaspettatamente riportata anche dalla stampa ufficiale - è stata influenzata dalla campagna internazionale lanciata dal China Labour Bulletin di Hong Kong, che ha offerto assistenza legale gratuita, dall'International Confederation of Free Trade Unions e dalla Clean Clothes Campaign, organizzazione impegnata nel monitoraggio delle condizioni lavorative che si è premurata di risalire ai principali compratori della Stella International, la fabbrica di scarpe di proprietà taiwanese dove lavoravano gli imputati. Reebook e Nike, fra gli altri, sono stati spinti a scrivere ai giudici del tribunale cinese e alla direzione della fabbrica per perorare la causa gli operai che si erano ribellati alle vessazioni. E i sei ribelli della Stella International hanno potuto fare ritorno a casa.
Liberazione, 15 aprile 2005


La Nike

 con sede centrale nell'Oregon, USA, produce una vasta gamma di scarpe sportive molto pubblicizzate. Nata negli anni '60, ha assunto il suo attuale nome nel 1985.
Ogni anno 6 milioni di paia di scarpe sportive Nike vengono confezionate in Indonesia sotto licenze normalmente concesse dalla sud-coreana HQ, consociata della Nike. I dipendenti della Nike quotidianamente controllano la qualità nelle 6 fabbriche di Tangerang e Serang. Queste 6 fabbriche sono in competizione l'una con l'altra per mantenere le licenze, che sono rinnovate mensilmente.
Il salario medio giornaliero dei 24.000 lavoratori di queste fabbriche è appena di 1.100 lire. Secondo l'AAFLI (Istituto Asiatico-Americano per il Lavoro Libero) queste fabbriche stanno violando 12 leggi nazionali, tra cui quelle sul salario minimo, il lavoro minorile, gli straordinari, gli orari di lavoro, l'assicurazione, l'organizzazione sindacale e i licenziamenti. Sono stati evidenziati problemi riguardo la salute, le ferie ed i congedi per maternità. Sebbene le fabbriche non siano di proprietà diretta della Nike, finanziariamente la compagnia è nella posizione di poter assicurare il rafforzamento degli standard minimi di vita.

I salari in Indonesia
L'Indonesia ha un salario minimo giornaliero di 2.100 Rupie (circa 1.400 lire), ma anche questo è inferiore ai "bisogni fisici minimi" stimati dal governo. E con 12 milioni di disoccupati su 70 milioni di forza lavoro, è impossibile rafforzare questo minimo. Recenti inchieste hanno rivelato che quasi l'80% dei lavoratori nella regione di Tangerang riceve solo 1.600 Rupie al giorno, e quindi lunghe ore di straordinari sono di solito fondamentali per la sopravvivenza. L'ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) stima che l'80% delle donne lavoratrici in Indonesia sono malnutrite.

E i sindacati?
I sindacati di solito esercitano un controllo effettivo sullo sfruttamento dei lavoratori, ma il governo repressivo indonesiano ne ha a lungo limitato lo sviluppo. Fino dagli anni '60, il movimento dei lavoratori è stato controllato dal governo tramite un unico sindacato legale, l'SPSI (Unione dei Lavoratori di Tutta l'Indonesia). Coloro che desiderano fare parte dei sindacati devono avere il permesso del loro datore di lavoro, che spesso sceglie quello governativo. Nonostante la legge, i lavoratori hanno cominciato a lottare, ed hanno formato nuovi sindacati. Il primo è stato Setiakawan (SBMS), nato nel novembre 1990. Nel giugno 1991, quando 300 dimostranti chiedevano salari più alti, Saut Aritonang, segretario generale del SBMS, e altri quattro, furono rapiti e interrogati dall'esercito governativo.
Il SBMS chiede di esercitare pressioni sul governo per il diritto di libera organizzazione, e sta lanciando un boicottaggio delle esportazioni indonesiane, chiedendo di usare aiuti e investimenti per fare pressione sul miglioramento dei diritti umani. Nel breve periodo, i sindacati sono certo in difficoltà nel tentativo di migliorare le condizioni di lavoro. Ma questo rende il boicottaggio e le campagne sui consumatori le forme di pressione più importanti che possano persuadere la Nike sulla possibilità di un comportamento più responsabile verso i lavoratori.


COSA COMBINA NEL MONDO LA NIKE

REGIMI OPPRESSIVI: tutte le scarpe Nike sono prodotte in Asia, in particolare in Indonesia, Cina, Thailandia, Taiwan, Corea del Sud, Vietnam.

RELAZIONI SINDACALI: in Indonesia i sindacati liberi sono illegali e vengono repressi dall'esercito, i dirigenti sindacali sono licenziati, imprigionati, torturati, ed anche uccisi.

SALARI E CONDIZIONI DI LAVORO: i lavoratori della Nike ricevono un salario da fame, inferiore al salario minimo stabilito dalla legge indonesiana. Lavorano esposti ai vapori delle colle, ai solventi, alle vernici, per 12 ore al giorno.

COMMERCIALIZZAZIONE IRRESPONSABILE: la Nike spende circa 180 milioni di $ all'anno in pubblicità, quando sarebbe sufficiente l'1% di questo bilancio per migliorare le condizioni di 15.000 lavoratori indonesiani.

CAMPAGNA DI BOICOTTAGGIO: nel 1990 Operation Push, un gruppo per i diritti civili, ha lanciato il boicottaggio della Nike perchè, nonostante venda il 45% dei suoi prodotti ai neri, non vi sono afroamericani ai vertici dell'azienda; essa inoltre non concede sufficienti benefici sociali alla comunità nera.

QUANTO COSTA UNA SCARPA NIKE
 
voce importo percentuale
MATERIALE $ 4,7 4%
MANODOPERA $ 1,3 1%
PROFITTI ALL'INGROSSO $ 62 49%
PROFITTI AL DETTAGLIO $ 57 46%
PREZZO AL PUBBLICO $ 125 100%

http://www.manitese.it/boycott/


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