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VICENZA: NUOVA BASE MILITARE USA

 

> I no-war alla base Dal Molin: "Siamo in 50mila per dire no"

> A Vicenza corteo senza paura Slogan, ironia e niente violenza

> TAVOLA DELLA PACE: «SE VICENZA CHIAMA»

> Vicenza, migliaia in corteo contro l'ampliamento della base Usa

> Nuova base militare USA all'aereoporto Dal Molin Analisi sulla situazione attuale a Vicenza  di A. Licata

> L'esercito Usa minimizza. Ma le carte del Pentagono confermano: in Veneto task force americana di T.Malaspilla

> BASE MILITARE USA A VICENZA, PASSA L'ODG DELLA MAGGIORANZA

> Lettera aperta al sindaco di vicenza - base militare usa

> Quel pezzo d'Italia che diverrà a stelle e strisce

 

Lettera aperta al sindaco di vicenza - base militare usa

27/10/06 15:30

Gentile Sindaco Huellweck,

Gentile Vice Sindaco,

Gentili Signori e Signore del Consiglio Comunale che avete votato a favore della base,

    Vi scrivo con la viva speranza che questa lettera aperta possa fare leva sulla vostre coscienze visto che nessuno intervento, dal più silente e timido al più rumoroso di ieri sera, v'abbia influenzato a sufficienza per farvi cambiare idea in merito alla base militare Dal Molin. Non che ritenga questa lettere più importante di molte altre che sicuramente avrete ricevuto e che ancora avete da ricevere...sarà una lettera come infinite altre e ad essa darete il peso che riterrete "giusto" dare...però ve la debbo scrivere con la speranza che essa possa almeno insinuarsi laddove i tamburi, le pentole e i cucchiai della manifestazione rumorosa di ieri sera non sono riusciti a penetrare. La vostra sordità mia ha lasciata sconcertata, e sconcertata è parola piccola rispetto a come mi sento nell'intimo.

    Avete tutta la mia disapprovazione, ogni singola cellula del mio corpo disapprova la vostra decisione. Se fossi ancora vivo Gandhi, ahimé per voi, avrebbe sicuramente preso carta e penna alla mano e v'avrebbe indirizzato una lettera non tanto dissimile dalla mia.

    Le genti acquistano bandiere per la pace, magari l'avete fatto anche voi appendendo una bandiera multicolore alle finestre del Municipio, per dissentire. Eppure ieri, dietro a vetri illuminati da gran galà, riflettendo rettangoli di luce sulla bellissima piazza delle vostre signorie, osservandoci come s'osservano le bestie rinchiuse allo zoo, magari con qualche sorriso di scherno, avete aggiunto altri favori alle guerre in corso, avete approvato, alimentato, nutrito e cullato le future guerre che ancora vivono sommerse tra i pensieri dei potenti.

    Vi ricordate qualche anno fa? Qualche anno fa quando passavano i convogli USA sulle rotaie delle nostre ferrovie? Ricordate i giovani No-global, i disobbedienti che si sdraiavano su di esse in attesa dell'arrivo dei treni carichi di missili a testata nucleare che dovevano attraversare il territorio vicentino? Avete ricordato questo ai Vicentini?

    Avete preso atto di tutti gli soprusi a cui siamo soggetti, giorno dopo giorno, ascoltando le notizie ammorbidite dei telegiornali, ammorbidite altrimenti non potremo nemmeno portare un tozzo di pane alla bocca dalla vergogna per quanto avviene intorno a noi. Siete veramente consapevoli delle quantità di morti che le guerre portano con se? Siete veramente consapevoli della responsabilità che comporterà una base militare americana, la base militare americana più grande d'Europa? Sapete cosa vorrà dire questo? Avete cavalcato la moneta, l'euro. Avete voluto che le genti credessero alla storia di una miglioria economica nel vicentino che questi militari porteranno con se...ma dove, chiedo dove? Già adesso acquistano quasi tutto internamente alla base. Tutto quanto serve loro arriva direttamente dagli USA eccetto qualche particolare. E di sera? Li vediamo forse nelle nostre pizzerie o nei nostri ristoranti a condividere pasti conviviali con noi? Li vediamo nei nostri cinema, nelle nostre biblioteche, nelle nostre scuole, nei nostri supermercati? Li vediamo condividere la loro base con noi se non per il 4 Luglio quando tengono sveglia la città a suon di fuochi d'artificio? Ah, si, ecco dove li vediamo...qualche volta alla sera, ubriachi fradici nei bar, a spaccare vetrine ed a provocare incidenti dove la polizia Italiana NON può intervenire ed essi, i giovani soldati statunitensi, vengono immediatamente portati via....nuovamente all'interno della base. Certo, questi saranno i problemi che aumenteranno con un numero doppio di soldati in circolazione...e noi...anzi no....e voi...anziché alimentare la pace mondiale e, se vogliamo essere più egoisti, la pace vicentina...avete votato SI!

    Avete pensato al futuro oppure avete riflettuto solamente sul presente, sul  luogo in cui vi trovate ora, il ruolo che ricoprite in questo momento?

    E l'aumento del traffico con le auto di 5000 soldati che scorazzano per la nostre vie in circa di nuove ebbrezze? Ed i parcheggi per queste auto visto che, come avete sostenuto nei confronti dei vicentini, loro, gli americani, porteranno una florida economia, dove parcheggeranno le loro 5000 autovetture mentre faranno i loro abbondanti acquisti in centro a Vicenza? Ed i servizi ospedalieri? Ed i soldi dei cittadini, le tasse sui rifiuti, l'ICI e quant'altro versiamo per contribuire a migliorare i servizi...questi dove saranno investiti? Per i cittadini di Vicenza oppure per la costruzione della base militare?  Ed i comuni limitrofi a Vicenza? I comuni maggiormente interessati, investiti dalla costruzione della base, come mai i loro sindaci non sono stati invitati al Consiglio Comunale di ieri sera? Personalmente ritengo avessero tutto il diritto di difendere il proprio territorio.

    Bush e le sue "grandi" guerre. E' vero quando si dice che è l'economia della guerra a fare girare il mondo, a determinare i tempi ed i luoghi in cui ammazzare le genti. E' vero che l'economia americana si basa sopratutto sull'economia della guerra...ma non come avete voluto far intendere voi nel sottolineare quanto l'economia vicentina ne potrebbe trarre vantaggio da una base militare di tali dimensioni. Non stiamo parlando di ristorazione, di ceramiche, monili in oro oppure mobili d'antiquariato, stiamo parlando di bombe, di missili, di mine anti-uomo, di tanks, di navi da guerra, di anfibi, di paracaduti, di cinturoni, di pallottole, di bambini che camminano ignari e che esplodono su mine costruite in qualche industria bresciana..e loro..i bimbi Afgani, Iracheni, i bambini del Darfour, della Somalia, del Libano...resteranno senza arti, senza occhi, senza labbra, senza occhi con cui poter guardare in volto i colpevoli.....ed in parte, con la vostra decisione di ieri sera, avete nutrito queste guerre.

    Un giorno, forse, se mi sarà data l'opportunità, potrò recarmi in una zona di guerra....così come avreste dovuto fare voi prima di ieri sera. Io ci vorrei andare per la pace, vorrei abbracciare coloro che hanno perduto tutto, vorrei farli ancora sentire importanti per qualcuno, per me,  sebbene io in realtà sia un semplice nessuno che voi avete tradito con il vostro voto!

    Cordialmente,

    Thea Valentina Gardellin

     "Contro le guerre dei potenti, ora e per sempre disobbedienti".

BASE MILITARE USA A VICENZA, PASSA L'ODG DELLA MAGGIORANZA
VICENZA - Il Consiglio comunale di Vicenza, al termine della lunga discussione sulla base americana in città, ha approvato con 21 voti favorevoli, 17 contrari e 2 astenuti, l'ordine del giorno della maggioranza di centro destra, favorevole al raddoppio della base, a condizione che l'aeroporto Dal Molin rimanga civile e da esso non partano voli militari operativi.

E' stata bocciata dal consiglio comunale la richiesta del centrosinistra di un referendum cittadino sul progetto del raddoppio della base Usa in città. L'assemblea di Palazzo Trissino, dopo aver approvato ieri notte l'odg della maggioranza che dà il via libera alla nuova base americana, ha invece respinto l'ordine del giorno dell'opposizione che chiedeva appunto il referendum.

Contro questa possibilità si sono espressi 20 consiglieri del centrodestra, 17 quelli a favore, tutti del centrosinistra.

La decisione finale sull'ampliamento della presenza militare a Vicenza, con la riunificazione di tutti gli uomini della 173/A brigata paracadutisti, spetterà comunque ora al Governo italiano, in particolare al ministro della Difesa Arturo Parisi.

Nella piazza antistante il palazzo municipale, si sono svolte tre distinte manifestazioni, una - circa trecento persone - in favore dell'ampliamento della base, una di appartenenti ad Azione Sociale, contrari, e la terza, che contava circa 1500 persone e che dimostrava il proprio dissenso al raddoppio della presenza Usa a Vicenza con striscioni, fischietti, trombe e tamburi.

COMUNE DICE SI',PALLA PASSA A GOVERNO

La nuova base militare Usa a Vicenza supera il primo ostacolo: il Comune, con i soli voti della maggioranza di centrodestra, ha detto sì al raddoppio della caserma Ederle, nel sito dell'aeroporto Dal Molin. Ma il via libera di Palazzo Trissino è in realtà un rilancio della palla a Roma, al ministero di Arturo Parisi, che dovrà dare l'ok finale al piano del Pentagono, valutando impatto sociale e ambientale su Vicenza.

I vertici militari Usa sono intenzionati all' unificazione nella città veneta di tutti i 5.000 paracadutisti della 173/A brigata aviotrasportata. In questo momento circa 2.600 soldati si trovano a Vicenza, nella caserma Ederle, gli altri sono dislocati in un'altra base in Germania. Una richiesta che, secondo lo stesso Parisi, appare rispondente con lo spirito di amicizia esistente tra Italia e Stati Uniti e in continuità con la natura della precedente presenza militare americana. Ma contro la massiccia presenza militare a stelle e strisce si schierano i partiti della sinistra, Prc, Comunisti Italiani, Verdi, ma anche Ds, che in queste settimane hanno fatto pressione sul ministro Parisi per un ripensamento. In realtà, sostiene la Verde Luana Zanella che lo ha incontrato due giorni fa con altre parlamentari venete, il ministro della Difesa avrebbe spiegato che sulla nuova base vicentina nessuna decisione è stata ancora presa dal Governo italiano. In ogni caso, la maratona svoltasi ieri sera e proseguita nella notte a Palazzo Trissino ha visto la vittoria netta di quanti si schierano a favore del nuovo insediamento americano all'aeroporto Dal Molin.

E la sconfitta dell'opposizione di centrosinistra, che dopo essere stata battuta 21 a 17 sull'odg principale, che dava l'ok del Comune al progetto, ha visto respinta (per 20 voti contro 17) la richiesta di referendum cittadino sull'argomento. Una domanda posta dal centrosinistra e dai 1500 rappresentanti dei Comitati per il "no" che hanno "assediato" pacificamente il palazzo municipale, sulla scorta dei dati dei primi sondaggi svolti in città. In particolare quello di inizio ottobre dalla Demos del prof. Ilvo Diamanti, secondo il quale il 61% dei vicentini sarebbe contrario alla nuova base, e l'84% vorrebbe comunque esprimersi con un referendum. Tra le ragioni dei contrari, spiccano le preoccupazioni per la sicurezza, aumentate nelle scorse settimane da un servizio del settimanale "l'Espresso" che parlava della futura "Ederle 2" come della più grande fortezza americana in Europa, con piattaforme lanciamissili. Un'ipotesi seccamente smentita dal gen. Frank Helmick, del comando Usa Setaf, il quale aveva precisato che le attività svolte al Dal Molin "non saranno dissimili" da quelle svolte dal personale già di stanza alla Ederle, e quindi nessun lanciamissili, né artiglieria semovente o utilizzo della pista del Dal Molin per voli di aerei "Predator".

Del resto, tra le condizioni poste dalla stessa maggioranza comunale per l'ok alla nuova base vi sono quelle che chiedono l'assenza di voli militari operativi, il mantenimento dell'utilizzo civile del Dal Molin, l'assenza di oneri economici per l'amministrazione municipale, l'impegno degli Usa a utilizzare maestranze e risorse professionali locali per la costruzione della nuova base.

ANSA 2006-10-27 08:53

di Telesio Malaspilla
Sono maestri delle psyops, di quelle "operazioni psicologiche" che sono diventate l'ultima arma, superando i confini della propaganda per entrare nella zona grigia della manipolazione. Il comando americano di Vicenza si è fatto le ossa in materia con la guerra del Kosovo. Poi, durante l'invasione dell'Iraq le tecniche di controllo dell'informazione vennero perfezionate: come racconta un dossier del tenente colonnello Derik Crotts, tutte le immagini e le notizie raccolte nel Nord del paese dalle forze statunitensi venivano trasmesse in Italia e filtrate in tempo reale nella centrale Usa della cittadina veneta.
Ecco perché non si può non dubitare delle informazioni divulgate dal comando americano sul progetto della super-struttura che nascerà a Vicenza. In una conferenza stampa indetta per smentire le rivelazioni de "L'espresso", tenuta senza invitare il nostro giornale, il generale Frank Helmick ha insistito sul fatto che «Vicenza non sarà la più grande base europea", Ma questo "L'espresso" non lo ha mai scritto. Quello che abbiamo sottolineato è che Vicenza sarà la più importante installazione offensiva, cuore di ogni azione d'assalto in Medio Oriente, nel Càucaso, in Africa e, se servirà, in Iran. Sarà la sede, come spiegano i documenti del Pentagono, di una super-brigata: l'unica di tutto l'esercito Usa non inquadrata in una divisione perché destinata ad avere la forza di un'intera divisione. E confermiamo che questa super-unità, una volta completato il trasferimento in Veneto, potrà contare su mezzi corazzati, aerei spia telecomandati e, in caso di bisogno, di lanciamissili Mlrs. Perché quella di Vicenza sarà un'unità "modulare", pronta a ricevere ogni strumento necessario a raggi ungere gli obiettivi di Washington.
La nascita di questo modello risale a12003. Una relazione del colonnello Harry Tunnell IV, pubblicato dal Combat studies institute di Fort Leavenworth, rivela che in una sala compUter segreta di Vicenza era stata simulata l'invasione dell'Iraq già il 5 febbraio, con un wargame ripetuto più volte nei giorni successivi: un mese e mezzo prima dell'ora X, in territorio italiano e all'oscuro del governo, ci si preparava a lanciare l'offensiva contro Saddam. Il no della Turchia aveva poi impedito a Bush di attaccare gli iracheni dal Nord. Yla la soluzione fu trovata sempre a Vicenza: ai parà della 173" brigata vennero uniti tank MI Abrams, blindati Bradley, cingolati M 113, cannoni, mortai e tutto fu spedito dal cielo via Aviano alle spalle di Baghdad. Lo studio del colonnello Gregory Fontenot, uno dei manuali adottati dal Pentagono, ricostruisce questa operazione che fece nascere nella cittadina palladiana un "heavy-light combat team": leggero per volare ovunque, pesante per sconfiggere chiunque.
Il successo di quella spedizione ha convinto gli strateghi di Donald Rumsfeld a trasformare il reparto veneto in una super-brigata, unendo ai parà uno squadrone di carristi e uno di artiglieria campale. È vero quello che sostiene il generale Helmick: oggi i battaglioni hanno mandato in deposito i loro tank e i loro missili yilrs e stanno imparando a lanciarsi con il paracadute. Ma quei mezzi pesanti restano a disposizione della super-brigata vicentina. E, secondo fonti non confermate, sono addirittura già in Italia, nei bunker livornesi di Camp Darby. Non solo: il comando Usa per l'Europa ha annunciato che in città arriverà anche un comando mobile per dirigere le operazioni internazionali di un'intera task force. Insomma, una cosa è sicura: Washington non spenderà a Vicenza oltre 800 milioni di dollari solo per costruire camerate e villette. Li investirà per creare un "significant combat punch", definizione riportata anche dal sito dell'ambasciata Usa di Roma: letteralmente, un pugno da combattimento che si farà sentire.
Ecco perché bisogna stare attenti all'informazione con la tuta mimetica, che cerca di condizionare il dibattito riesploso nella città veneta e nella maggioranza di governo sul futuro della base. A Vicenza gli esperti di "operazioni psicologiche" non mancano. Sono gli stessi che un anno fa finirono sotto inchiesta in Afghanistan per avere bruciato i corpi dei talebani uccisi davanti a un villaggio, in disprezzo delle usanze islamiche. mentre dagli altoparlanti delle jeep venivano lanciati messaggi di insulti. Per la giustizia militare Usa l'episodio non è un reato, ma solo un eventuale illecito disciplinare. Insomma, soltanto un colpo basso del "pugno da combattimento".

su L'Espresso del 19/10/2006

 

Nuova base militare USA all'aereoporto Dal Molin
Analisi sulla situazione attuale a Vicenza

di Andrea Licata *

Le basi militari USA si insediano secondo tecniche persuasive ben collaudate, scegliendo le zone dove maggiore è l'ospitalità, minori i costi e più deboli i controlli ambientali.
Dovendo mantenere migliaia di soldati all'estero con le famiglie c'è chi sostiene che vengano preferite le località turistiche, da presentare come incentivo per compensare il rischioso arruolamento per il fronte. Queste strutture vengono posizionate anche per condizionare le politiche delle economie capitaliste più forti, oltre ché per muovere attacchi la cui risultante finale sono tra l'altro nuove basi. Il network in questione, quello delle basi USA, che secondo alcuni autori sarebbe però in crisi, appare come un progetto separato, parte di un Risiko che si gioca sopra le nostre teste. Possiamo affermare che installazioni come quella in progettazione a Vicenza non sono proposte (o meglio imposte) per ragioni di sicurezza, per dare impulso all'economia locale o proteggere l'ambiente: vengono costruite per esigenze strategiche, sono basi militari per nuovi attacchi e sono oggi rivolte al Sud del mondo.

Possiamo distinguere alcuni momenti per meglio comprendere cosa sta succedendo a Vicenza:


1) La fase attuale, la "politica del sorriso". Il generale apre "ad orologeria" le porte della Caserma di Vicenza, una forma di propaganda ad hoc, in quanto successivamente risulteranno difficili persino le visite dei parlamentari, saranno vietati i controlli ambientali indipendenti. Questa fase è accompagnata da rassicurazioni, promesse di sviluppo che si rivelano poi poco fondate, ma sono loro utili a convincere la popolazione. Sappiamo infatti che le basi USA si mantengono in realtà grazie alle tasse imposte ai paesi ospitanti i cui cittadini pagano centinaia di milioni alle truppe (da notare che a Vicenza aumenterebbero). In questa fase le basi vengono descritte come luoghi sicuri (sugli incidenti ci sono invece intere pubblicazioni), addirittura a Vicenza sarebbero senza armi (non è possibile! le fonti militari affermano non a caso il contrario) e rispettose dell'ambiente (quest'ultima un'affermazione è smentita da svariate pubblicazioni scientifiche, ad esempio quelle del BICC, e dai fatti, ossia le migliaia di siti inquinati pesantemente ed in vario modo nel mondo).
Secondo le autorità, per fare un esempio, non ci sarebbero armi atomiche nelle basi USA in Italia, ma sappiamo che la versione ufficiale non è credibile ed è smentita da molte fonti (è riconosciuto che ci siano decine di testate atomiche in Italia).


2) La vera politica della base. Queste strutture non sono ovviamente progettate né per aiutare l'economia locale, né per salvaguardare l'ambiente, anzi: sono postazioni avanzate di guerra. Da Vicenza partirebbero evidentemente importanti azioni militari, in un contesto politico estremo, il bushismo, in cui il presidente USA detiene un immenso potere ed ha introdotto proprio in questi giorni leggi speciali su prigionia, basi CIA ed interrogatori. Una volta concessa l'area del Dal Molin tutto diventa possibile, anche un uso differente da quello accordato durante la fase dei sorrisi di circostanza (magari in segretezza, essendosi insediato un nuovo governo...); trattandosi di una nuova grande struttura possiamo inoltre ipotizzare che l'area resti militarmente occupata per anni e possa trasformarsi nel tempo a seconda delle esigenze del Pentagono. Allo stesso modo non possiamo però escludere che, nonostante il raddoppio, anche queste basi, che sono paragonabili a degli accampamenti, decidano autonomamente in un prossimo futuro di chiudere per ridurre costi, trovare una maggiore libertà sulla questione ambientale (cioè maggiore libertà di inquinare) o per altri motivi tra cui la protesta diffusa, come è già successo altrove. Per tutte queste ragioni il ragionevole compito delle amministrazioni locali dovrebbe essere, ma così evidentemente non è, tutelare i cittadini ed il territorio contrastando la militarizzazione, non la delega totale al Pentagono che ha già i suoi mezzi per imporsi in maniera autoritaria.


3) Sulle conseguenze. La terza fase che possiamo prevedere, attraverso comparazioni con situazioni analoghe, è quella dell'amara realtà: guerre, militarizzazione e inquinamento vengono confermate le vere attività; pericoli e tensioni internazionali alcune fra le conseguenze aggravanti; a livello locale emergono a questo punto le mancate opportunità, i costi per i privilegi dei militari, i ricatti occupazionali, gli enormi consumi energetici, gli sprechi d'acqua, i problemi dovuti a rifiuti e discariche, la viabilità e la sua manutenzione straordinaria, la vigilanza a carico del paese ospitante e del comune risultano alla fine il vero disastroso impatto economico, che altrove (ad esempio in Friuli o in Sardegna) ha portato a continue spese aggiuntive; in Italia non sono mancate le infiltrazioni mafiose nella costruzione delle basi. L'inquinamento e i costi di bonifica, sempre che risulti possibile, sono poi forse l'aspetto più drammatico del dopo base.
La città di Vicenza diventerebbe definitivamente una grande caserma con l'economia e la politica locali fortemente condizionate dalle esigenze dei militari.
Non a caso a fronte di strutture del genere ci sono proteste notevoli, anche se non se parla molto. Se restiamo ai fatti e non alla propaganda, non abbiamo in definitiva elementi per affermare che a Vicenza le basi USA abbiano un impatto differente da quello negativo già verificatosi altrove, anzi...


Note:

* Andrea Licata presiede dal 2000 il Centro Studi e Ricerche per la Pace dell'Università di Trieste.
Collabora con la rivista Scienza e Pace dell'Università di Pisa, la Rivista di Critica Scientifica (CKZ) di Lubiana, la Cattedra di Storia dei partiti e movimenti politici dell'Università di Trieste.
Ha studiato tra l'altro alla European Peace University di Schlaining in Austria.
Tiene conferenze in Italia ed all'estero sul tema delle basi militari e del recupero delle aree militari.
Ha curato la pubblicazione "Dal militare al civile, la conversione preventiva della base USAF di Aviano - Ricerche e progetti" uscito in questi giorni per la KappaVu edizioni di Udine (http://www.kappavu.it).


fonte: www.peacelink.org

A Vicenza, dove al posto dell'aeroporto civile dovrebbe sorgere una base militare Usa. Il no dei cittadiniIl progetto Entro il 2010 la base americana più importante nell'Ue
Orsola Casagrande
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)
30 settembre 2006
«Da qui a qui». Gli esponenti dell'osservatorio contro le servitù militari e dei sindacati di base di Vicenza indicano le dimensioni della nuova base militare americana che dovrebbe insediarsi all'aeroporto Dal Molin (a due passi dal centro della città). «Da qui a qui» equivale ad un 1,5 chilometri di lunghezza in uno dei pochi polmoni verdi della città, una zona (la circoscrizione cinque) residenziale, che i militari Usa nei fatti occuperebbero trasformandola radicalmente. «Ma a questo progetto - spiega Martina dell'osservatorio - bisogna aggiungerne anche un altro, già in fase avanzata. Si tratta di un complesso di 215 nuove villette per i militari residenti». Un villaggio che nascerebbe a Quinto vicentino per una estensione di 220mila metri quadri. «In totale - dice Martina - tra nuova base, villaggio e basi già esistenti a Vicenza gli americani arriverebbero ad occupare 2milioni di metri quadri di territorio». Tanto per avere un termine di paragone, l'intera zona industriale vicentina occupa un milione e trecentomila metri quadri di territorio.
L'opposizione alla costruzione di una nuova base americana nel perimetro dell'aeroporto Dal Molin, nasce dal basso. Comitati popolari sono nati un po' ovunque in città e si fanno sentire. Poi c'è l'osservatorio contro le servitù militari che naturalmente unisce al discorso di difesa e tutela dell'ambiente e della natura stessa della città anche un'opposizione più complessiva ad un modello di difesa che il governo italiano (guidato da Berlusconi prima, ma anche questo centro sinistra non ha finora segnato una svolta in materia) lega indissolubilmente ai rapporti fraterni e cordiali con gli Usa. Con il risultato che ormai si può discutere dell'opportunità di costruire una base americana (o Nato) in un luogo piuttosto che in un altro, ma senza mai mettere in discussione la costruzione stessa della caserma. Quasi fosse inevitabile. E Vicenza, in questo senso, dimostra che l'Italia ha scelto di diventare ancor più di quanto non lo sia oggi una portaerei americana. «Perché se il progetto del Dal Molin andrà in porto - dice Olol Jackson dei Verdi - noi avremo a Vicenza la gendarmeria europea, il Coespu che è la scuola di formazione per militari dei paesi in via di sviluppo, la caserma Ederle e appunto il Dal Molin». In questa nuova base verrebbe riunificata la 173° brigata: 1600 militari in più a cui vanno aggiunti i civili (circa 2000 persone in totale) ora dislocati in Germania (a Bamberga e Schweinfurt). Nei fatti entro il 2010 Vicenza diventerebbe la base statunitense più potente in Europa. Da qui partirebbero tutte le future missioni verso il Medioriente. A parlare di riconversione ad usi civili delle basi militari, dicono quelli dell'osservatorio, si viene presi per marziani. Anche da tanta parte del centro sinistra. Che infatti al più sta cercando un sito alternativo al Dal Molin, magari in campagna, a Vicenza est, lontano (si fa per dire) dai quartieri residenziali. I comitati per il Dal Molin invece delle proposte alternative le hanno. Intanto, dicono, si potrebbero collocare all'interno dell'aeroporto i vigili del fuoco e la sede regionale della protezione civile. Poi ci sono i campi da rugby (che nel progetto verrebbero ovviamente spazzati via) e lì le società sportive di idee ne hanno parecchie.
La settimana scorsa i comitati di cittadini hanno presentato in un articolato convegno un'analisi costi/benefici fondata sui dati ufficiali Usa, come per esempio quelli presentati nel consiglio comunale del 25 maggio scorso. Analizzando le cifre a disposizione i comitati sono giunti alla conclusione che il progetto comporterebbe in realtà una forte perdita economica che finirebbe con l'essere a carico della collettività. A beneficiare del progetto sarebbero naturalmente il governo americano e poi vari imprenditori, solo in parte vicentini. «In questo caso - concludono i comitati - avremmo operato un trasferimento di ricchezza dalla collettività a pochi, mentre per molti aumentano i costi personali e sociali e viene gravemente compromesso per decenni lo sviluppo della città». In pochi mesi un appello per la fine della militarizzazione della città ha raccolto 12 mila firme. Ci sono state diverse manifestazioni, l'ultima una settimana fa. In comune intanto tutto tace, anche se si era parlato di una convocazione del consiglio per il 5 ottobre. Ma il progetto americano ha ricevuto il placet del governo Prodi. Il ministro della difesa Arturo Parisi, infatti, durante il question time di martedì scorso, pur ribadendo che non c'è ancora alcun accordo sottoscritto e che la giunta comunale dovrà dire la sua, ha confermato che il progetto Usa per il Dal Molin è «in sintonia con le politiche di difesa del nostro governo».

TAVOLA DELLA PACE: «SE VICENZA CHIAMA»

Articoli / Società Diritti e Politica
Inviato da redazione 12 Feb 2007 - 21:08
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[Tavola della Pace • 12.02.07] La decisione del governo degli Stati Uniti di costruire una nuova base militare a Vicenza pone all'Italia alcune importanti domande. Perché gli Stati Uniti hanno bisogno di questa nuova base? A cosa dovrà servire? A quali fini è destinata? In quali strategie militari sarà inserita? Quali missioni militari partiranno da Vicenza? Chi le autorizzerà? Il Pentagono o l'Onu? Quale coerenza c'è tra gli obiettivi di questa base e gli obiettivi delle Nazioni Unite e dell'Unione Europea? A quale progetto di sicurezza è destinata? Servirà a far rispettare la legalità internazionale o a violarla com'è successo in Iraq e in Somalia?

Alla vigilia della manifestazione di Vicenza del 17 febbraio la Tavola della pace [1] diffonde una nota che sollecita un dibattito aperto senza pregiudizi e ideologismi.

La decisione del governo degli Stati Uniti di costruire una nuova base militare a Vicenza pone all´Italia alcune importanti domande. Perché gli Stati Uniti hanno bisogno di questa nuova base? A cosa dovrà servire? A quali fini è destinata? In quali strategie militari sarà inserita? Quali missioni militari partiranno da Vicenza? Chi le autorizzerà? Il Pentagono o l´Onu? Quale coerenza c´è tra gli obiettivi di questa base e gli obiettivi delle Nazioni Unite e dell´Unione Europea? A quale progetto di sicurezza è destinata? Servirà a far rispettare la legalità internazionale o a violarla com´è successo in Iraq e in Somalia?

Sono domande legittime, motivate da altrettante preoccupazioni che attraversano il mondo intero: mai forse come in questi anni la politica militare degli Stati Uniti è stata messa sotto accusa in modo così diffuso. É possibile accettare la costruzione di una nuova base militare sul nostro territorio senza rispondere a queste domande?

Si dice che la base americana di Vicenza non contiene nessun deposito di armi e non ha finalità guerresche offensive né difensive ma soltanto logistiche. Eppure tutti sanno che ogni macchina da guerra è risultato dell'assemblaggio di numerose componenti singolarmente innocue. La domanda sulla destinazione d'uso di Vicenza è dunque politicamente e moralmente pertinente e inevitabile. La cessione di una nuova parte del nostro territorio ad un paese straniero, seppur alleato, che assuma comportamenti lesivi del diritto e della legalità internazionale e della stessa Costituzione Italiana ci rende corresponsabili di tali violazioni? Alcuni sostengono che si tratta di un atto dovuto che discende dagli impegni sottoscritti dal nostro paese con l'alleato americano. Quali sono questi impegni? Quando e da chi sono stati sottoscritti? Perché il Parlamento non ancora ha potuto visionarli? Fino a quando sono validi? Non è forse il caso di cominciare a rivederli?

Si dice che gli impegni internazionali debbono essere sempre rispettati. Ma allora perché l'Italia non rispetta ancora gli impegni contro la povertà che il governo si è assunto con l'Onu e tutti gli altri paesi del mondo, come gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio?

Si dice anche che un eventuale diniego italiano metterebbe in discussione uno dei tre pilastri delle nostre alleanze internazionali: la Nato. Ma la base di Vicenza non è una base della Nato: è una base americana. Il problema che si pone oggi è dunque con l'alleato americano e non con l'alleanza atlantica. Senza aprire ora una pur necessaria riflessione sulla Nato, ci domandiamo: che bisogno c'è oggi, anno 2007, molti anni dopo la fine della guerra fredda, di mantenere ancora delle basi americane in Italia e in Europa al di fuori del quadro della Nato e dell'Onu? A quali esigenze strategiche di sicurezza risponde questa differenziazione? É mai possibile che gli importanti rapporti di amicizia con un alleato possano essere messi in discussione dalla mancata concessione di una nuova base militare nel nostro paese? Non è anche questa un'alleanza basata su rapporti di uguaglianza e autonomia? I rapporti tra gli Stati Uniti e l'Europa (non si tratta solo dell'Italia) sono stati sottoposti, negli ultimi anni, ad una lunga e complessa serie di tensioni sviluppatesi attorno all´Iraq e a numerosi altri problemi internazionali come quelli dell'ambiente. Quella di Vicenza non è né la prima né la più importante delle questioni aperte. É possibile porsi queste domande senza essere ideologicamente accusati di antiamericanismo? Molti esponenti del Partito Democratico così come il movimento per la pace degli Stati Uniti si stanno battendo contro la costruzione di nuove base americane nel mondo e per la riduzione di quelle già esistenti chiedendo una riduzione del bilancio militare americano che, da solo, oggi rappresenta oltre la metà dell´intera spesa militare mondiale. Essi chiedono che queste risorse vengano al contrario utilizzate per assicurare a tutti gli americani il diritto alla salute, all'istruzione e a un lavoro dignitoso. Possiamo essere insensibili alle loro domande?

E ancora: fino a quando possiamo serenamente accettare che così tante risorse continuino ad essere distrutte per fare la guerra mentre oltre due miliardi di bambine e bambini, donne, uomini e anziani sono costretti a combattere ogni giorno la dura guerra per la sopravvivenza? Possiamo cogliere questa occasione per rivedere le politiche di sicurezza in cui il nostro paese è inserito? Qual è la loro efficacia? Siamo sicuri che non ci sono altri modi per rispondere al bisogno di sicurezza delle donne, degli uomini e dei popoli del nostro tempo?

Altrettanta considerazione deve essere dedicata alle legittime domande poste dalle popolazioni locali. Visto e considerato che saranno loro a pagare il prezzo più alto in termini ambientali, sociali e di sicurezza, perché negare loro il diritto di esprimersi democraticamente? Come si concilia la costruzione della nuova base con il secondo articolo dello Statuto del Comune di Vicenza e con il primo articolo della legge (n.55) con cui la Regione Veneto “riconosce la pace e lo sviluppo quali diritti fondamentali della persona e dei popoli”?

Un paese moderno e un governo consapevole delle sfide che deve affrontare, deciso ad impegnarsi per la pace secondo il diritto internazionale dei diritti umani, la carta dell'Onu e la propria Costituzione deve rispondere a queste domande in modo franco, senza pregiudizi e anacronistici ideologismi. Di tutto questo crediamo si debba discutere apertamente, senza strumentalizzazioni di parte o di partito, nella società come nella politica, nelle organizzazioni della società civile, nei movimenti come negli enti locali e in Parlamento, con la sincera attenzione alla costruzione della pace che si fa sempre più urgente ed esigente.

Tavola della pace, 12 febbraio 2007

Grande partecipazione: "Siamo 200mila". E lungo il percorso nessun incidente
Due striscioni "per i compagni arrestati" non rovinano la festa pacifista

A Vicenza corteo senza paura
Slogan, ironia e niente violenza

dal nostro inviato ANDREA DI NICOLA www.repubblica.it

VICENZA - Un petardo contro la questura e un paio di striscioni per la "libertà dei compagni arrestati". Tutto qui. Il grande timore dei violenti e dei black bloc ha prodotto solo questo: due episodi annegati nell'indifferenza dei quasi duecentomila - secondo gli organizzatori, 70/80mila per la polizia) - che gioiosi e allegri hanno detto un grande no all'ampliamento della base Usa di Vicenza. Che l'aria fosse meno drammatica rispetto ai timori della vigilia lo si è visto fin dalla mattina quando dal presidio permanente si è mosso il primo corteo per raggiungere la stazione dove avrebbero incontrato gli altri, i non vicentini. Che al loro arrivo sono stati ringraziati con un cartello piazzato proprio all'uscita dai binari che recitava: "Grazie ai ragazzi che sono venuti ad aiutare Vicenza". La paura al Dal Molin era proprio quella: ritrovarsi soli, con pochi e, secondo i timori della vigilia, nemmeno benvenuti alleati contro avversari di tutto rispetto, il governo Prodi verso il quale durante tutto il corteo trapelava delusione e la Us Army.

E invece non sono stati soli, anzi. Il corteo grande e colorato è dovuto partire in anticipo rispetto al previsto perché non si riuscivano a contenere gli arrivi superiori ad ogni aspettativa. Davanti il presidio permanente contro la nuova base al Dal Molin con un grande striscione contro Prodi e il sindaco Hulleweck, dietro tutte le forme di autorganizzazione che in questi anni hanno scosso la penisola: una rappresentanza da Scanzano, Basilicata, con i canti dei briganti contro i piemontesi, poi i No Tav, tanti tantissimi che hanno svuotato le valli piemontesi per essere qui in massa. Poi l'associazionismo cattolico e laico: pax Christi ed Emergency, case famiglia, boy scout e ambientalisti. E ancora il lungo spezzone dei centro sociali con la loro parola d'ordine "stop global war" ripetuta ossessivamente e poi i partiti della sinistra radicale defilati, per una volta non protagonisti (molti i cartelli con su scritto "ascoltate la vostra base") e la Cgil.

Dentro il corteo di tutto. C'è chi chiede cosa ne sarà del traffico in via Tasso se dovesse essere costruita la nuova base e chi vuole modificare la politica mondiale degli Stati Uniti. Molti gli slogan in dialetto veneto: "Vicenza se mostra no se U. S. A.", "Non magnemo gatti, gnanca bombe". C'è chi inneggia a don Chichotte e chi ripete slogan triti e ritriti come "fuori l'Italia dalla Nato". Ci sono anche un centinaio di autonomi a chiedere solidarietà per gli arrestati nell'inchiesta Br, ma non se ne accorge nessuno. Sommersi dalle migliaia che con le Br non vogliono avere nulla a che fare e da una banda di ottoni e tamburi di pacifisti toscani che sfilavano proprio davanti ai loro striscioni inneggianti ai "compagni in galera" e che ne azzittivano anche la voce dalla quale uscivano gli slogan più turpi.

Annegati dall'indifferenza dettata dalla scelta non violenta che si manifesta con il passaggio davanti alla questura avvenuto nella tranquillità più completa. Con i Disobbedienti e i centri sociali che, dietro i camion con i sound system che sparavano note a tutto volume, non hanno rivolto nemmeno un coro di scherno ai poliziotti alle finestre, salutando al massimo le telecamere della Digos che li riprendevano.

Poi al parco dove il corteo finiva tutti i manifesti fatti in casa sono stati appesi agli alberi: si andava dalla ripicca verso il ministro della Cultura ("Rutelli signore dei manganelli"), all'attacco a Prodi ("Berlusconi decide, Prodi esegue: casso che coppia") fino all'ironica richiesta di intervento della signora Berlusconi: "Veronica scrivi anche a Prodi".

Vinta la prima scommessa di un corteo grande, colorato e pacifico ora il movimento No Dal Molin ne ha davanti un'altra che declamano da uno striscione: "Resisteremo un minuto in più di voi". Prodi e l'amministrazione Bush sono avvertiti.

(17 febbraio 2007)

I no-war alla base Dal Molin:
"Siamo in 50mila per dire no"

Sotto le bandiere 'No Dal Molin', le bandiere della pace, sfilano inoltre attivisti dei Movimenti della sinistra ma anche tante famiglie di vicentini con bambini

Vicenza, 15 dicembre 2007 - Sono 50mila, secondo gli organizzatori le persone che da tutta Italia hanno risposto all'appello del presidio permanente No Dal Molin. Sono arrivati da Napoli, dalla Sicilia, dalla Toscana dal Piemonte e dalla Lombardia. I partiti sono in coda al corteo come era stato deciso. Pochi i volti noti, tra i deputati Lalla Trupia della Sinistra democratica che ha ribadito di voler stare "in mezzo alla sua gente", Franco Turigliatto, Francesco Caruso.


Presenti anche i sindacalisti della Rete 28 aprile della Cgil. Per Giorgio Cremaschi, segretario nazionale della Fiom, "oggi il movimento contro la guerra ha segnato un'altra tappa importante nella battaglia contro la nuova base americana a Vicenza".

 DON GALLO: SIAMO TANTISSIMI

"Oggi siamo in quarantamila qui a manifestare contro il Dal Molin". Ad annunciarlo è stato Don Gallo in testa al lungo e variopinto corteo che ha mosso i primi passi dal Piazzale della Stazione di Vicenza, promosso dai Comitati contro l'ampliamento della base militare statunitense all'aeroporto Dal Molin. Una crifra quella di quarantamila presenze - ma c'è chi parla di 50mila -  che sembra sopravvalutata, secondo gli uomini delle forze dell'ordine, ed in attesa delle stime ufficiali della Questura.

 In testa al corteo lo storico striscione giallo con la scritta rossa e nera 'No Dal Molin' sostenuto per tutta la larghezza della carreggiata da un gruppo di donne con il viso coperto da una maschera bianca. Sotto le bandiere 'No Dal Molin', le bandiere della pace, sfilano inoltre attivisti dei Movimenti della sinistra ma anche tante famiglie di vicentini con bambini.


I manifestanti ballano e suonano trombe e fischietti per rendere più rumorosa e allegra la loro contestazione, mentre sono in arrivo a Vicenza altri pulman e treni, in ritardo, con numerosi altri manifestanti. A sfilare, così come lo scorso 17 febbraio, alla grande manifestazione 'dei 50 milà, il premio Nobel Dario Fo e la moglie Franca Rame. Lo scrittore è molto critico «siamo nella situazione di vedere i nostri governanti che 'furbeggianò e che allo stesso tempo cancellano tutte le istanze di civiltà».


Da parte sua, Franca Rame annuncia: "Io sono qui oggi perchè sia ben chiaro che sto per dare le dimissioni (dalla carica di senatrice ndr). Non voglio più avere niente a che fare con questo governo, con il quale non ho nulla da condividere".

http://qn.quotidiano.net


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