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Sonia Fioravanti                Leonardo Spina

estratti da...

  LA TERAPIA DEL RIDERE

guarire con il buonumore

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PREFAZIONE

 Alla fine dell'estate del 1990 sembravamo finalmente uscire dal tunnel che ci aveva inghiottito alcuni mesi prima.

Uno di noi aveva avuto una diagnosi precoce di tumore ed era stato pesantemente invitato  dagli oncologi di un ospedale romano a subire un intervento, da effettuarsi immediatamente presso l'istituto tumori di Milano.

Per giungere a questa diagnosi (peraltro certificata da prove istologiche) ed a questi suggerimenti terapeutici, l'iter della medicina ufficiale aveva lasciato alquanto a desiderare e soprattuto sembrava improntato esclusivamente ad un virulento attacco contro la malattia, nel tentativo acritico e terroristico di estirparla, prima che fosse troppo tardi.

 Nell'excursus professionale di Sonia, non mancava un grosso interesse per la medicina  psicosomatica, ed una delle nostre prime riflessioni fu chiederci il perchè di questa malattia che colpendo uno di noi, ci danneggiava entrambi, nel momento in cui stavamo progettando di sposarci e la vita sembrava scorrere senza troppi problemi.

Individuammo, come avvenimento significativo che poteva aver dato avvio al  grave squilibrio, un trauma psicofisico avvenuto esattamente un anno prima della drammatica scoperta,  affrontato da noi molto razionalmente e mai sufficientemente  rielaborato: quando, durante un colloquio clinico, mettemmo in relazione questo fatto con la  calamità che ci era toccata, l'oncologo che seguiva il decorso del male poco mancò che scoppiasse a ridere.

Quello fu il momento in cui perdemmo qualsiasi fiducia nella medicina tradizionale, il cui approccio era orientato tutto verso l’assalto chirurgico alla malattia, ingiustificato dalle condizioni cliniche generali: un approccio   completamente avulso dalla storia personale del paziente.

 

Ci si presentava una scelta drammatica.

Fu la trasferta al Centro Tumori di Milano che ci convinse di abbandonare la via allopatica alla guarigione: venne effettuata una visita proforma, uno sguardo distratto, una palpatina ed eccoci in lista per l’operazione, con annesso leggero (sic!) ciclo di chemioterapia.

Fuggimmo, e da quel giorno iniziammo a cercare nel mondo delle medicine alternative. In più,

quasi per caso, facendo i nostri quotidiani esercizi di training autogeno, scoprimmo spontaneamrnte una sorta di autopranoterapia che applicammo subito.

  Iniziammo a vivere più intensamente i momenti della vita, quasi assaporandoli sempre nella loro pienezza; ridevamo spesso; iniziammo a rilevare delle coincidenze significative e a dare molta più retta alle sensazioni ed alle emozioni...

Infine ci venne indicato un  medico di Milano che, convalidando appieno tutte queste nostre esperienze ed intuizioni, prescrisse  una cura a base di ascorbato di potassio (sostanzialmente vitamina C con aggiunta di bicarbonato di potassio) ed un rimedio omeopatico,  consigliando una alimentazione ricca di cereali integrali, legumi, frutta e verdure biologiche..

Dopo un anno (nel quale provammo la gioia di sposarci, cosa che non sarebbe potuta avvenire con la stessa giovialità se avessimo scelto la via chirurgica e chemioterapica), aspettavamo un bambino ed alla nascita di Francesco il male era completamente scomparso.

 

Fuori da questo tunnel, dicevamo in principio, la vita sembrò più leggera, c'erano tutti i motivi per sorridere e fare smorfie e boccacce all'avversa fortuna, da noi (più o meno consciamente) gabbata e sconfitta.

Ci mettemmo a studiare e fare  ricerca addentrandoci nello studio del coinvolgente mondo delle medicine olistiche, incontrando emozionanti testimonianze di processi di autoguarigione; ri-scoprivamo e sostanziavamo cosa effettivamente significhi unità tra corpo, mente e spirito cui oggi persino la ricerca medica tradizionale ha dato il nome quasi impronunciabile di PsicoNeuroEndocrinoImmunologia (abbreviata d'ora in avanti in PNEI).

 

Poichè siamo sempre stati entrambi uomini d'azione (Sonia un po' meno. Uomo, s'intende) decidemmo di fare qualcosa per portare fuori da noi il bagaglio di esperienza che avevamo accumulato.

 Ci voleva una buona idea.

Se Sonia si interessava professionalmente alla medicina psicosomatica, dal canto suo Leonardo, che si occupava di teatro da 'anni, aveva sempre prediletto il comico, la commedia.

Realizzammo che forse proprio questo  poteva essere il punto di partenza, proprio quel Riso, anche un po' folle, un po' disperato con cui ci eravamo difesi nei momenti drammatici del periodo nero.

 

Così, alla luce di questa sconvolgente esperienza, mettemmo insieme le rispettive professionalità  (la psicoterapia  e l'ipnosi clinica da un canto, la verve recitativa e l'esperienza di scrittura teatrale e cinematografica, dall'altro) ed inventammo il Laboratorio di ricerca vitale "Comicità & Salute" che ebbe inizialmente come sottotitolo "Il Riso come tecnica di sopravvivenza" e che con il trascorrere degli anni  mutò la "&" di congiunzione in "è" di asserzione, a sottolineare il carattere non più sperimentale del lavoro, divenuto un vero e proprio metodo.

Così, dal 1990, sono stati coinvolti nel nostro laboratorio moltissimi adulti dalle più diverse caratteristiche: persone depresse, persone con problemi di salute fisica, di interazione sociale, persone in lutto, persone ansiose ed angosciate (spesso dalla paura della morte), timidi inveterati, persino umoristi in cerca di nuovi stimoli.

Abbiamo lavorato con gli anziani, a contatto quindi con tutte le problematiche che la terza età presenta nel contesto sociale metropolitano; con i bambini del secondo ciclo elementare, e quelli delle medie inferiori, rafforzando la loro naturale tendenza all'allegria.

Il lavoro più approfondito, per tempo e numero delle persone coinvolte, è stato effettuato nella scuola superiore, sia con gli insegnanti, mediante corsi di aggiornamento, che, soprattutto, con gli adolescenti, mediante laboratori dedicati alla  prevenzione e rimozione del disagio giovanile.

Abbiamo anche avuto modo di divulgare queste nostre esperienze in convegni e conferenze in Italia ed all'estero, nonchè in numerosi articoli apparsi sulla stampa quotidiana e specializzata.

Attorno a noi si è coagulato un numero di persone sufficiente a dar vita ad un'associazione (dal nome pirotecnico di ! RIDERE per VIVERE !) che ha mosso i primi passi in un'ospedale romano per paraplegici e che ha come scopo più importante, tutt'oggi in fieri,  la creazione di un reparto di terapia del Riso all'interno di quella struttura pubblica, dove, nel frattempo operano i  nostri Volontari del Sorriso ed i Medici della Risata  in aiuto concreto creativo.

 

Quando iniziammo, non sapevamo ancora che stavamo dando un modesto contributo ad una nuova dottrina, la gelotologia (dal greco ghelos-ghelotos = riso) cioè lo studio sistematico del Ridere in relazione alle sue potenzialità terapeutiche.

Questa neonata disciplina, il cui nome non troverete nei dizionari di italiano, ma che negli USA comincia a circolare, risulta  essere  un ponte tra la biologia, la psicologia, l'antropologia, la medicina ( ed il mito, la storia, le religioni...) poichè il Sorriso/Riso resta inafferrabile se studiato in una sola di queste prospettive. Spesso è impossibile incasellarne compiutamente tutte le implicazioni, gli esiti, le variabili: Ridere è fenomeno che appartiene certamente di più all'immaginario che all'esattezza scientifica, anche se, contraddittoriamente,   assume valenze addirittura matematiche.

Così, è stato necessario uno sforzo interdisciplinare per indagare (e non certo del tutto esaurientemente) su di un fenomeno così complesso, articolato, ambiguo e contraddittorio  della cui importanza, però,  quasi nessuno ha precisa coscienza.

  

“Ogni risata toglie un chiodo alla bara”

 Siamo seri! Cominciamo a divertirci!

Troppo spesso la nostra vita è legata alla seriosità dell'essere. I doveri, gli obblighi, i precetti, siano essi d'ordine sociale oppure autoprodotti, assorbono la nostra attenzione, la nostra tensione a vivere, le cure, il tempo della nostra permanenza sul pianeta Terra.

Anche quando ci divertiamo (de-vertere, cioè pensare ad altro), lo facciamo per obbligo sociale, oppure per scaricarci, cioè farci assorbire da un qualche altro interesse, non meramente contingente, cioè economico.Si tratta sempre di un  fuggire da , pensare ad altro, sottintendendo che è comunque quell'altro la cosa più importante per noi, per tutti.

Spesso, però, è vero il contrario e non ce lo confessiamo. Più spesso ancora, la vita quotidiana seria è insopportabile, frutto di angoscie, nevrosi, malattie.

 

E' un caso che le parole serio e serie siano così etimologicamente affini? Ciò che è fatto in serie- come spesso i nostri giorni - non è anche sempre uguale, mono-tono,  grigio, inpossibilitato ad ammettere l'errore, la diversità?

 Facciamo un esempio: un certo prodotto di serie, poniamo un cuscinetto a sfera, può uscire dalla fabbrica difettoso; per l'industria esso è uno scarto e va contabilizzato nelle perdite. Se un bambino ne viene in possesso, quel cuscinetto a sfera potrà divenire di volta in volta un'astronave, una piattaforma oceanica, un'arma micidiale, un fermacarte, un amuleto, un proiettile...Lo scarto diviene prezioso ed il bambino potrà "contabilizzarlo" nei profitti.

Calzando l' esempio alla serialità dei  nostri giorni, scopriamo che quelli di scarto, purtroppo, sono parecchi (segno che la fabbrica della nostra vita perde colpi e va ristrutturata) e quelli diversi, cioè positivi, sono pochi e per di più vissuti magari con senso di colpa (io sto qui a ridere, mentre in Africa muoiono di fame) o con leopardiano atteggiamento (domani si torna al travaglio usato).

Questo processo di seriosizzazione della vita, cioè lo scrollarsi di dosso il ragazzino che siamo stati è il vero male oscuro dell'umanità, almeno nella sua componente occidentale, che risulta dominare questa palla lanciata nel cosmo ...

 

Veniamo così educati a soffrire, quasi mai a godere. Le religioni, come esternamente si presentano, hanno in questo un ruolo determinante, pur promettendo sempre gioia infinita. Quasi sempre tendono a reprimere parti importanti dell'essenza umana.

Potremmo, a questo punto, già essere accusati di sovversione, apparendo come teorizzatori di un generale disimpegno, di un edonismo dionisiaco, di libertinaggio.

Pur ammettendo di provare una certa simpatia per la trasgressione, (l'idea stessa di occuparsi del ridere è, in ambiente sanitario e socio-culturale, cosa piuttosto trasgressiva, come spesso a nostre spese abbiamo constatato), il nostro intento non è di distruggere i ruoli sociali, la Famiglia o di  abolire la produzione di serie, l'economia del capitalismo, il Papato, Israele, l'Islam e l'Induismo..

.Il nostro obiettivo è, molto più modestamente, di gettare qualche sprazzo di luce sulla possibilità dei nostri lettori di provare a de-serializzare le propria esistenza, apportando, con adeguati accorgimenti, dei mutamenti nel giorno seriale, tali da farlo divenire un po' diverso da quello precedente.

La somma dei giorni non seriali darà un'esistenza non seriale, non  più così succubo di nostri pensieri negativi, atteggiamenti di altre persone, o della società stessa.

Operare un cambiamento, significa così assumere la capacità di cambiare punto di vista, di guardare alla vita con vigile e critica curiosità, cercando magari nuove soluzioni a vecchi problemi.

 Far riaffiorare, così, quel ragazzetto o quella bimba che abbiamo cacciato anni orsono, per recuperarne la vitalità e dare un senso diverso alla nostra vita.

Magari riuscire ad amare.

Magari guarire.

 

Il riso fa buon sangue, dice un vecchio proverbio: oggi la scienza ne ha sostanziato la veridicità.

Lo scoppio di riso è un vero scossone psico/muscolar/neurol/immunoscompisciante, questo potentissimo  starnuto mentale si possono mettere in moto i misteriosi canali dell'autoguarigione: complessi meccanismi di comunicazione diretta tra il sistema immunitario ed il sistema nervoso che, rafforzando le nostre naturali difese, sono in grado di condurci alla salute.

 Questo potere è in noi ed è possibile liberarlo.

In questo senso, , nell'ambito della gravità e della ponderatezza,  potremmo dire, allora che il Riso è qualcosa di benedettamente serio.

 

“..Al piangere tien dietro il ridere..”.

 Ogni cambiamento, avviene tramite il sapere ma soprattutto mediante l'esperienza pratica; in questa pubblicazione, così,  non ci limitiamo ad un'enunciazione teorica delle capacità terapeutiche del ridere, ma tracciamo in modo piuttosto diffuso anche le modalità pratiche con cui si può raggiungere quel cambiamento. Le troverete nella terza parte del libro, mentre nelle prime due il nostro obbiettivo è quello di rendervi consapevoli di quale importanza rivesta il ridere per l'umanità.

 

Quando una persona ride mette in moto un meccanismo complesso che coinvolge e mette in comunicazione la sua sfera bio-antropologica, la sfera delle emozioni, quella intellettiva, la sfera corporea, quella spirituale, quella energetica, quella della comunicazione verso l'esterno.

 E' difficile rintracciare altre azioni altrettanto complete e complesse: si tratta di un irrinunciabile atteggiamento umano.

 

Spesso l'umorismo, il comico hanno uno spessore contenutistico inesistente;  il divertissement, lo scherzo, il gioco possono nascere e morire nello spazio di un attimo, senza apparentemente lasciare traccia:  anche per questo forse nella società e, tra i generi artistici,  esso è relegato tra quelli inferiori , associato com'è al corpo, e di conseguenza al Basso, apparentemente lontano dalle sublimi vette dello Spirito, eppure se qualcuno sa far ridere si dice che è spiritoso...

 Eppure   è altrettanto vero, e proveremo a dimostrarlo, che le sue tracce restano invece in profondità, poichè esso è bisogno imprescindibile e primario, avendo l'essere umano  una componente innata di inclinazione al Riso.

In questo senso l'homo ridens è presupposto dell'homo sapiens, poichè nel ridere si contiene un'altissimo grado di coscienza del sè, una forma onnicomprensiva di percezione della realtà: Rido ergo sum, verrebbe da dire, a conferma del fatto che, a tutt'oggi, non si è scoperto con certezza analogo fenomeno negli animali, neppure tra quelli più evoluti, che seppure mostrano atteggiamenti molto simili, non arrivano mai a fenomeni così esplosivi e complessi come una solenne risata.

Crediamo purtroppo che questo homo ridens, racchiuso nei nostri cromosomi, sia in via di lenta estinzione.

Infatti, se consideriamo il ridere da un punto di vista storico, scopriamo come nei secoli si sia andato smarrendo il Riso originario, quello considerato come metafora del sesso creatore di vita, prorompente, trascinante, un po' folle, surreale, eversivo.

Esso è decaduto, si è depotenziato, si è declassato, sotto i colpi delle etiche laiche e religiose che si sono susseguite nelle varie epoche. Ha ceduto il passo ad altre forme del ridere, più blande, come l'umoristico senso del contrario di pirandelliana memoria; forme certamente meno vitali e magari aggressive, come la satira, il riso di scherno verso il diverso, lo sciocco, il portatore di devianza sociale. Oggi si ride sempre meno, sempre più in ristretti circoli, nel buio dei cinema o sulle comode poltrone di casa davanti alla TV. Abbiamo perduto la dimensione della Festa, del cachinno collettivo, dello sghignazzo corale: è rimasto il carnevale, ma quanti ancora lo festeggiano? Magari il Capodanno?

Questo libro diviene così un modesto contributo per la preservazione della specie Homo Ridens e noi siamo un po' ecologisti militanti...

 

Così, la matassa che abbiamo tentato di sbrogliare, fatta di  occhi ridenti, sorrisi angelici, pieni, dolci, a fior di labbra, amari, agrodolci, stiracchiati, ironici, beffardi, sardonici, sarcastici; di risatine e risatelle, canzonatorie, di scherno, a fior di labbra, sotto i baffi, sotto sotto, sommesse; di risate forzate, amare, soffocate, a denti stretti, da non poter trattenere, contagiose, grasse, saporite, di gusto, sonore, argentine, a scroscio, forti, feroci, sghangherate, di cuore, a più non posso, da matti, a crepapelle, a crepapancia, da scoppiare, da schiattare da smascellarsi,  sganasciarsi, scompisciarsi, sbellicarsi, sbudellarsi, da morire, da crepare; di cachinni e sghignazzi; di fou rire...questa matassa incandescente ha due capi: il primo rintracciabile nel corpo primordiale, nella stessa metamorfosi della vita, nel ciclo del divenire. L'altro capo risulta essere sempre il corpo, ma quello individuale, con i suoi sapori, odori, rumori, umori, fluidi vitali, neurotrasmettitori, anticorpi....

Un viaggio circolare, dunque, non privo di grandi sorprese.

 

CAP. II RIDERE GRASSO

 1.Lo scoppio

 

Fate caso al vostro vicino di sedia mentre, a teatro, state seguendo uno spettacolo schiettamente comico (è  un esercizio difficile, perchè è improbabile che potrete osservarlo freddamente!)

 La  sua faccia appare deformata: bocca aperta a mostrare i denti,  narici dilatate, occhi stretti, luminosi, colti da lacrimazione. La testa ed il corpo si rovesciano alternativamente indietro e avanti.  Le spalle si sollevano e si abbassano. La tensione del torace può essere persino dolorosa..La respirazione è convulsa, fatta soprattutto da emissioni d'aria a scatto con sonore vocalizzazioni seguite da lunghe inspirazioni e conseguente rilassamento. E' il diaframma, che sussultando violentemente, guida questo tipo di respirazione convulsiva. Le mani spesso corrono al ventre, quasi a sorreggerlo e comprimerlo. Le funzioni digestive sono prepotentemente attivate.I muscoli dell'addome tendono, nella fase seguente, a rilassarsi, così come anche la vescica. Se foste in grado di misurargli il polso scoprireste che le pulsazioni cardiache sono circa a quota centoventi, mentre se poteste prelevargli del sangue vi trovereste una notevole quantità del neurotrasmettitore  beta endorfina...infine il cervello è molto più irrorato di sangue, anche grazie all'azione dei muscoli facciali che si contraggono e si rilassano.

Secondo il fisiologo svizzero Rudolph Hupscher, ridere favorisce nei bambini l’ormone della crescita.

A livello encefalico il nervo interessato è il VII cranico ed è il nervo vago a condurre la scarica del riso dall'alto verso il basso.

Da notare che c’è una sostanziale differenza tra il riso genuino ed il riso cosiddetto forzato, a livello muscolare, biochimico e neurologico.

Secondo la tradizione medica cinese il riso deriva dallo shen del cuore, cioè dal centro della totalità psico-somatica dell'essere umano, il luogo più vicino a Dio. Così ridendo si libera uno esplosione di luce, di energia yang.

Dante Alighieri, che di medicina cinese probabilmente sapeva poco, definisce però il riso come un corruscare (lampeggiare) della gioia dell'anima.

Insomma siamo di fronte ad un vero e proprio sconquasso generale, un corto circuito psicofisico, un pirotecnico scoppiettìo psicosomatico. Uno starnuto mentale.

 

Cosa è successo? Quali sono i meccanismi fisiologici che scatenato la risata? E quali i loro effetti sull'organismo?

Attraverso i due principali sensi, vista ed udito, il cervello rileva uno stimolo risorio (cioè una situazione che spinge al riso) che colpisce quella zona del cervello deputata a riconoscere situazioni come questa e scatenare -in risposta- il riso (Meccanismo Scatenante Innato, vedi par. 7).

 Così dal talamo e dai nuclei lenticolari e caudali del cervello parte l'impulso del riso che arriva ai nervi facciali che stimolano a loro volta i muscoli risorio e zigomatico.

Più l'impulso è forte e più arriva lontano, fino al diaframma, ai muscoli dell'addome.

 Così, Il Riso scende dall'alto al basso, dalla mente cosciente all'istinto viscerale.

Quando la risata cessa, assieme al necessario respiro profondo che viene effettuato, inizia un piacevolee benefico stato di rilassamento, nel quale cambia anche la composizione del sangue, cioè dell'energia biochimica concentrata che ci pervade.

  

FIGURA 2

 

 2.  "Il buon riso fa buon sangue".

 

Nell'immaginario popolare il sangue è sempre stato la fotografia dello stato psicosomatico della persona. Si attribuisce un temperamento sanguigno ad una persona passionale, talvolta collerica; del resto si invita a non guastarsi il sangue, cioè a non prendersela poi così tanto.

 Queste espressioni hanno certamente ereditato il pensiero di Ippocrate e Galeno che attribuivano a certi umori la potenzialità di peggiorare o migliorare la salute: pensavano che l'umore malinconico, ad esempio, andasse ad impregnare il sangue di sostanze velenose, mentre si attribuiva al ridere, già allora, la funzione liberatoria di sostanze benefiche.

Questa tradizione degli umori può essere confermata dalle più recenti scoperte. La scienza ha  così oggi confermato le antiche sapienze.

 

  Il cervello contiene più di dieci miliardi di cellule nervose.

 Immaginiamole come delle centraline telefoniche da cui partono centinaia di fili che vanno a collegarsi con altre centraline per trasmettere informazioni. Moltissime connessioni (sinapsi) si  agganciano ad altri neuroni per portare notizie; ogni neurone può averne fino a 1500: siamo così davanti ad  una rete incredibilmente sterminata e potente, qualcosa come 1,5 x 10.000.000.000.000.000.000 .

E' interessante notare che ogni neurone ha la sua specializzazione. Alcuni di essi sono sensibili alla luce, altri al calore, altri alla pressione... Quando la membrana di un neurone viene stimolata da un impulso elettrico, la cellula produce una variazione di potenziale che eccita quella sua membrana e permette il passaggio dell'impulso ad un'altra cellula vicina.

L'impulso elettrico, per rubare un esempio a Piero Angela,  funziona come una pistola ad acqua: è uno spruzzo composto da certe sostanze chimiche che colpisce la membrana della cellula collegata, la quale reagisce emettendo a sua volta un altro spruzzo e così via di neurone in neurone velocissimamente, in qualche millesimo di secondo.

Gli spruzzi sono costituiti da neurotrasmettitori, molto diversi tra loro: l'acetilcolina, l'adrenalina e l'endorfina, tra gli altri. Possiamo definirli come  messaggeri biochimici anche tra sistema nervoso e sistema immunitario.

 Cosa accade dentro di noi se, come capita, si riceve all'improvviso una notizia non troppo piacevole? Si scatena una reazione furibonda: la midollare  del surrene si l'attiva, attraverso le fibre nervose del sistema simpatico. Il midollo inizia a pompare adrenalina, noraderenalina, dopamina e queste sostanze producono alterazioni biologiche significative: ci sale la pressione, il cuore pulsa veloce, le nostre difese interne si abbassano,  soprattutto perdono vigore i natural killers (cioè le truppe scelte del sistema immunitario) così siamo più vulnerabili alla malattia.

E se, al contrario, ci raccontano una barzelletta, una di quelle forti ?

L'endorfina, scambiata  al termine dello scoppio di riso, è anche detta oppioide endogeno. Come dire una droga fatta in casa!

Sono quattro gli effetti  dell'endorfina scatenata dal ridere: uno, calmante, paragonabile al rilassamento yoga; un effetto antidolorifico, di benessere; un risultato euforizzante. L'ultima e più importante di queste azioni, la si riscontra a livello di sistema immunitario, che dalla risata e dalle mutazioni biochimiche collegate, riceve una specie di sferzata vitalistica. Tutti i suoi componenti, dalle cellule helper ai natural killers,ottengono stimoli attivanti ed aumenta, da parte degli organi deputati, la produzione di tutti i vari componenti della risposta immune.

 Ecco perchè diciamo che nel nostro insieme mente-corpo possiamo trovare gli strumenti per stare bene, per rafforzare, cioè, quella capacità di autoguarigione che possediamo.

Il nostro guaio è che abbiamo disimparato a riconoscere moltissimi dei comportamenti e delle situazioni che potrebbero farci star meglio e, nella convinzione che tutto vada cospirando contro il nostro benessere, incontriamo e riproponiamo spesso soltanto situazioni negative o addirittura perniciose.

 

 3. I neuroni sono abitudinari !

 Esaminiamo il lutto come estremo coacervo di sentimenti negativi: la perdita dell'amore, la paura della solitudine,  la piccolezza dell'uomo davanti al mistero della morte, la tristezza, il dolore che pervade anche il nostro corpo, le funzioni vitali sembrano sospese.

Questo tremendo stress può durare molto a lungo nel tempo e se ne può morire.

 Analizziamo cosa avviene, in casi come questo, a livello del sistema nervoso vegetativo.

Questo è costituito da due sottosistemi, il Simpatico che corrisponde al meccanismo accelleratore,

ed il Parasimpatico, il meccanissmo rallentatore.

 La salute psicofisica è uno stato di equilibrio tra i due sottosistemi, che hanno azioni antagoniste nei diversi organi.

Situazioni stressanti prolungate nel tempo, come quella che abbiamo descritta, si riflettono immediatamente sul sistema nervoso alternando quell'equilibrio: a seconda che predomini il simpatico o il parasimpatico il battito cardiaco è accellerato, la pressione arteriosa sale o è insufficiente, i muscoli possono essere contratti o atonici, si può, di conseguenza avere mal di testa, ansia, crampi, dolori in tutto il corpo oppure, al contrario, si può avvertire una sorta di passività interiore, di rallentramento psicomotorio (non si pensa neanche più con chiarezza), non si ha più la voglia di vivere, di realizzare delle attività.

In più, i corrispondenti neurotrasmettitori stimolano i neuroni permanentemente o a brevi intervalli, cosicchè i bottoni sinaptici (cioè i punti di contatto tra i neuroni) aumentano di volume, accorciando distanza e tempo di trasmissione del messaggio.

 Più numerosi e grandi sono queste terminazioni, minore è l'energia richiesta per far passare il neurotrasmettitore (messaggio). In più, la membrana che riceve nel tempo lo stesso tipo di neurotrasmettitore, si  sensibilizza notevolmente.

Quando si dice la tristezza appiccicata addosso...

 

FIGURA 3

  E' così che nascono le abitudini: più spesso viviamo un'emozione, più spesso siamo spinti a viverla. Si creano veri e propri circuiti permanenti e sempre attivi.

Pensiamo per un attimo ai nostri stati d'animo più ricorrenti, alle nostre abitudini quotidiane: il superstizioso, alla vista del gatto nero, ha l'impulso a cambiar strada (e magari si fracassa con l'auto, così poi dà la colpa al gatto!). Così l'automobilista che vede la macchina della Stradale, toglie il piede dall'accelleratore, in preda alla paura della sanzione.

Ma, se tutta la nostra condotta è codificata in un reale e verificabile sistema fisiologico, (squilibrio tra sottosistemi e squilibrio biochimico) come è possibile cambiare? Non si possono certo distruggere chirurgicamente i vecchi circuiti neuronali: magari  riusciamo a drogarli mediante arzigogolati, intrusivi e potentissimi farmaci. Ma l'effetto momentaneo o anche duraturo di questi, alla lunga, non basta più e c'è bisogno di cambiare farmaco in una spirale micidiale per la persona.

Siamo certi che la pillola della felicità non esiste, innanzitutto come concetto etico.

Il dolore è importante poichè rappresenta un segnale, che dobbiamo essere in grado di cogliere. Abolirlo artificialmente significa mistificare, se non sradicare, uno stato psicofisico e spirituale genuino, utile e fisiologico.

Dal canto nostro, non propugnamo la fine del dolore, ma il suo riconoscimento e ribaltamento, in funzione di rinascita della vitalità.

Così, se non possiamo sradicare le vecchie reti neuronali, possiamo fabbricarne di nuove: allacciare, accanto ai precedenti, nuovi sentieri per diversi neurotrasmettitori.

  

4. In certi casi è necessario un trattore.

 Del resto, come possiamo creare un sentiero attraverso un prato di coriacee erbacce? Se non disponiamo di un trattore, effettueremo più e più volte lo stesso percorso in modo da calpestare quel certo numero di erbe sulla stessa direttice. Quanto più energia metteremo nel calpestare, tanto prima il nostro sentiero sarà tracciato.

Per creare nuove abitudini dobbiamo fare altrettanto: se il nostro è un permanente sentimento di rabbia o di delusione,  dobbiamo abituarci a provare gioia e soddisfazione.

 Ma queste, nella pienezza del loro significato, sembrano merci molto difficili da reperire sul mercato della vita.: un innammoramento o un'amicizia leale non si trovano così spesso.

Il ridere, invece, rappresenta una modalità di cambiamento estremamente rapido ed energetico e può essere trasformato in una vera e propria metodologia.

  Una grassa risata, suffragata da pensieri positivi, di fiducia e speranza, migliora l'equilibrio tra simpatico e parasimpatico;  provoca la distensione della muscolatura volontaria ed involontaria, ferma lo stato d'ansia; rallenta il battito cardiaco e ri-ossigena completamente l'organismo; sveglia la mente e le emozioni, fino a che la persona è in grado di ritrovare la voglia di vivere.

 E' come se ci fossimo concessi , dopo tante ristrettezze, un bel trattore per tracciare  quel sentiero che ci allontani, per tornare alla fisiologia, dalle vecchie reti neuronali.

Si tratta, alla fine, di abituare i nostri neuroni a scambiarsi sostanze diverse dalle solite,  a render piano piano le membrane più permeabili e reattive alle nuove sostanze antidolorifiche ed euforizzanti, appunto, le endorfine.

Piccoli cambiamenti costanti hanno maggiore probabilità di produrre conseguenze durevoli di quante ne abbia la comparsa improvvisa di un nuovo Io. E' l'azione continua che produce una nuova serie di registrazioni emotive e di sinapsi. Si può tornare così a sorridere alla vita.

Elemento essenziale del cambiamento è l'energia, una nuova fonte energetica, che possiamo trovare dentro e fuori di noi.

 

5. Il guaritore dentro di noi

 Abbiamo visto che la società non ci educa a stare bene, ma, potremmo dire, all'esatto opposto. Noi siamo accuratamente acculturati ad allontanarci da una parte di noi stessi.

Se c'è un processo attento, continuo nel tempo, che inizia fin dai primi  giorni di vita, è quello di espropriazione della coscienza di noi stessi.

Una delle conseguenze di questo straniamento, è la perdita della capacità di autodeterminare il nostro stato di benessere o di malattia. Siamo abituati a delegare al medico, al farmaco, allo psicologo, al sacerdote, alla fattucchiera, la soluzione del disagio; ci poniamo in una gestalt che comprende un misto di richiesta, gratitudine, fiducia cieca, sottomissione.

Certo non c'è niente di male nel farsi aiutare, ma il più delle volte l'atteggiamento della persona sofferente è passivo: nel suo stesso patire, a causa dell'abitudine, arriva a comprendere ed accettare persino le non poche atrocità della medicina  e persino gli inevitabili errori dei nostri soccorritori.

 

Così come siamo educati al contenimento delle emozioni, tanto da arrivare a non saperle riconoscere, a reprimerle e contenerle, così pure siamo generalmente convinti nel considerare la malattia come una maledizione del cielo o una fattura, e mai e poi mai la attribuiamo a noi stessi o a  fattori ambientali. Per fare degli esempi: la nostra inconcludenza o timidezza, il capufficio tiranno, oppure la nube (che dicono atossica) che periodicamente fuoriesce dalla fabbrica vicino casa, oppure ancora un'alimentazione targata Mac Donald...)

Prevenire i disturbi è un'operazione cosciente, e quindi facilmente praticabile.

Sviluppare la propria capacità di autoguarigione è un percorso che prende sì le mosse da una volontà (coscienza + previsione + fiducia) ma si dipana su binari molto più sottili, di attenzione e di dialogo continuo con sè stessi.

Acquisita questa consapevolezza, la persona potrà lottare per difendere la propria libertà di stare bene, mobilitando tutte le energie necessarie, nel dialogo con la parte profonda del proprio sè, assecondando il nostro guaritore interno.

 Se a questo proposito, sono stati gli studi di PNEI ad aprire alla scienza questa nuova frontiera, le tradizioni sciamaniche, le antiche medicine, la saggezza archetipica dell'umanità conoscono tutto ciò e lo usano, con differenti modalità, da tempo immemorabile.

Ma ormai siamo allo status di homo scientificus ed è quindi fondamentale l'aver compreso come ci si possa ammalare di cancro a causa di un sentimento di rabbia contro noi stessi; oppure come si possa guarire medianteuna profonda emozione positiva come la fede religiosa.

I miracoli, avvengono probabilmente per un moto più che straordinario del nostro insieme anima-mente-corpo, nel quale si abbandona ogni inibizione razionale per trascendere, con tutto il corpo fisico,  verso una dimensione metafisica dell'esistenza. Pensiamo alle guarigioni di Lourdes, in cui alcune persone mediante la fede arrivano ad indiarsi, a  partecipare alla santità, con questo facendosi autoguarire. La suggestione è dunque una supergestione, in cui corpo, mente, anima e spirito cooperano alla guarigione.

Non sembra più tanto paradossale, a questo punto, il famosissimo...

 

6. effetto placebo

Quando un medico prescrive al suo paziente un placebo, ossia un finto farmaco che l'ammalato crede vero, non si rende conto di essere autore di una situazione schiettamente comica; un gioco, una presa in giro che, spesso fino al 55% dei casi (c’è chi sotiene il 90%)  è in grado di guarire la persona. Non è pazzesco?

Il placebo viene utilizzato in molti esperimenti. Si procede, ad esempio, alla distribuzione di un certo farmaco ad un gruppo di pazienti.

Ad un'altro gruppo di ammalati dello stesso tipo si somministra, invece, della soluzione fisiologica (acqua fresca!), proprio per controllare, sull'altro gruppo, gli effetti del farmaco.

Spesso, nel tipo  di esperimento a doppio ceco, neanche i medici sanno qual'è il placebo e quale la medicina. Ebbene, può darsi che nel primo raggruppamento non ci sia alcuna guarigione o miglioramento; nel secondo, quasi sempre, vi sono vistosi mutamenti positivi.

Ebbene, per la quasi totalità degli sperimentatori, l' Acqua Fresca che guarisce è considerato una variabile di disturbo!!

Verrebbe, al contrario, da piantare qualsiasi sperimentazione su qualsiasi altro farmaco e dedicare ogni sforzo possibile alla comprensione di questo miracolo....

Gli scienziati, posti davanti a questo fenomeno, se la cavano con una paroletta magica; essi parlano di suggestione , di credenze personali, di illusorietà.

Ma a noi viene da chiederci, con una grossa dose di curiosità scientifica: cos'è la suggestione?

 

Per farci meglio comprendere, riportiamo qui di seguito, l'incredibile  storia del signor Wright, fortunatamente ben documentata a livello scientifico:

 

" Bruno Kopfler,medico psichiatra, era ritenuto una sorta di piccolo genio per quanto riguardva il test delle macchie di Rorschach, argomento sul quale aveva scritto un'opera rimasta classica...

Uno dei fatti notevoli e ben documentati era la sua capacità di distinguere, attraverso le macchie di Rorschach, chi aveva un cancro in rapido sviluppo e chi lo aveva in lenta progressione.(...) In un suo discorso alla Società di Tecniche Proiettive (1957) cercò di comunicare qualcosa (...) sulle variabili psicologiche del cancro umano(...).Presentò un caso dettagliato,(...) relativo al simpatico signor Wright, che aveva interessato Klopfer, al punto che ne parlava molto spesso.

La relazione originaria sul caso di Wright  fu redatta da uno dei suoi medici personali , il dottor Philip West, che ha giocato un ruolo importante nella storia:

            "Mr Wright aveva un linfosarcoma generalizzato d'indole maligna, in uno stadio molto avanzato(...)Egli divenne completamente refrattario a  tutti i trattamenti palliativi conosciuti. Per giunta, la sua crescente anemia precludeva qualsiasi cura intensiva con i    raggi X (...). Aveva enormi masse tumorali, grosse come arance, sul collo, alle        ascelle, all'inguine, nel petto e nell'addome. La milza ed il fegato erano enormi. Il dotto toracico era ostruito e dal petto, a giorni alterni, doveva essere estratto da uno a due             litri di siero lattiginoso. Aspirava frequentemente dalla naschera dell'ossigeno ed era            nostra impressione che si trovasse all'ultimo stadio e non ci fosse più nulla da fare, salvo         dargli dei sedativi per rendergli più felice il trapasso.

            Malgrado tutto ciò, il signor Wright non aveva perduto tutte le speranze (...)Infatti i       giornali avevano pubblicato una notizia su di un nuovo medicinale ed egli era proprio        in attesa che arrivasse qualche nuovo preparato a salvargli la vita! Il prodotto si   chiamava Krebiozen (rivelatosi successivamente (...) inutile ed inerte).

            Egli, dunque, sentì dire, non si sa come, che la nostra clinica doveva essere una delle     cento case di cura scelte (...) per la valutazione di questo trattamento. Infatti ci fu     assegnata una fornitura del medicinale sufficiente per il trattamento di dodici casi        selezionati.

            Mr.Wright non era stato considerato, poichè il paziente selezionabile (...)             doveva avere una possibilità di vita (...)pari a tre e preferibilmente sei mesi.(...) Una prognosi di     più di   due settimane, per lui, sarebbe stata davvero forzata.

            Comunque, pochi giorni dopo arrivò il nuovo farmaco e noi cominciammo il nostro       programma di esperimenti che (...) non comprendeva Mr.Wright. Quando sentì dire che stavamo per iniziare il trattamento con il Krebiozen, il suo entusuiasmo non conobbe             più limiti e, per quanto tentassi di dissuaderlo, mi supplicò con tanta insistenza di      concedergli quell'"occasione d'oro", che, contro il mio migliore discernimento (...) decisi             che avrei incluso anche lui.

            Si dovevano fare delle inezioni tre volte a settimana e ricordo che la prima gli venne      praticata di Venerdì.

            Non lo rividi più fino al Lunedì successivo, quando, recatomi in ospedale, mi colse          il          pensiero che, durante quel tempo, poteva già essere moribondo o morto e quindi la       sua      razione si poteva assegnare ad un'altro caso.

            Quale sorpresa mi riservava la sorte!

            L'avevo lascato febbricitante, col respiro affannoso, impossibilitato a lasciare il letto.    Ora, eccolo che se ne va in giro per la corsia chiacchierando allegramente con le           infermiere e diffondendo il suo messaggio di buonumore (...). Mi affrettai a visitare gli    altri pazienti che avevano ricevuto la prima iniezione contemporaneamente a lui. Non       notai alcun cambiamento, semmai un peggioramento. Soltanto in Mr.Wright c'era un           brillante miglioramento. Le masse tumorali si erano sciolte come palle di neve (...)e si    erano ridotte  alla metà (...). E' questa una regressione di gran lunga più rapida  di                    quella che può verificarsi (...) attraverso il bombardamento a raggi X e noi          sapevamo       che il suo tumore non era più sensibile alle radiazioni (...).

            Questo fenomeno richiedeva una spiegazione, ma non solo; esso ci imponeva di aprire   la nostra mente per apprendere, piuttosto che cercar di spiegare. Così le iniezioni        vennero somministrate al paziente tre volte a settimana (...) con sua grande gioia e con    nostro grande sconcerto. Nel giro di dieci giorni Mr.Wright fu in condizioni di essere    dimesso dal suo "letto di morte", dato che (...) tutti i sintomi della sua malattia erano             praticamente svaniti.

            Per quanto possa sembrare incredibile, questo paziente, ormai agli estremi, (...) pochi    giorni dopo,  fu in grado di decollare con il suo aereo e volare a 12.000 piedi senza   disagio.

            (...)Entro due mesi cominciarono ad apparire sui giornali delle notizie (...) che     riferivano come tutti gli esperimenti clinici con il Krebiozen non avevano dato risultato     alcuno.(...)

            La cosa turbò il nostro Mr.Wright, sempre più (...), cominciò a perdere la fede     nell'oggetto della sua ultima speranza. Dato che i risultati che riportavano i giornali      erano sempre più lugubri, la sua fede svanì del tuttoi e dopo due mesi di salute perfetta,       ricadde nel suo stato originario e divenne molto triste e depresso.

            A questo punto vidi la possibilità di compiere una duplice verifica: controllare, da un     lato      la validità del medicinale e, dall'altro, scoprire come possano i guaritori ottenere i risultati       che vantano(...).

            Ben conoscendo l'innato ottimismo del mio paziente, approfittai della sua credulità.        (...)      questo mio progetto non poteva danneggiarlo in nessun modo e non c'era in nessun   caso     niente che io sapessi che avrebbe potuto aiutarlo.

            (...)Decisi di fare la parte del ciarlatano. Così, mentendo deliberatamente, gli dissi di      non credere a quanto dicevano i giornali,  e che il farmaco (...) era molto promettente.   "Qual'è stata , allora, la causa della mia ricaduta?" domandò lui. "proprio il fatto che        la         sostanza si è deteriorata rimando in deposito" risposi "Domani deve arrivare un        nuovo   prodotto (...)che potrà riprodurre ancor meglio i grandi benefici derivanti dalle             prime   iniezioni."

            Questa notizia gli giunse come una grande rivelazione e (...) divenne impaziente anche   troppo di imbarcarsi per la nuova avventura (...)Allorchè gli annunciai che stava per    avere inizio la nuova serie di iniezioni era quasi fuori di sè dalla gioia e la sua fede    era incrollabile.

            Con grande apparato scenico e recitando proprio una commedia (che ritenevo   ammissibile date le circostanze), gli somministrai la prima iniezione del doppiamente efficace e fresco preparato, consistente appunto, in acqua fresca e nient'altro.

            I risultati di questo esperimento furono per noi, allora, veramente incredibili (...).

            La guarigione da questo suo secondo stato quasi estremo fu, se possibile, anche più        spettacolare di prima, Le masse tumorali si sciolsero, il fluido toracico scomparve, egli   divenne un paziente ambulatoriale e tornò a volare di nuovo. Egli era il ritratto della   salute.

            Visto l'esito niracoloso, continuammo le iniezioni di acqua e Mr Wright rimase libero

             da ogni sintomo per più di due mesi. Proprio allora apparve sulla stampa un annuncio dell'American Medical Association che diceva: "Gli esperimenti condotti (...)  mostrano      che il Krebiozen è un farmaco privo di efficacia nel trattamento del cancro". Pochi      giorni dopo la pubblicazione di questo annuncio, Mr. Wright fu ricoverato nuovamente          in ospedale in extremis. La sua fede ora se n'era andata, la sua ultima speranza era             svanita e morì in meno di due giorni"

 

 

Ecco la sommaria presentazione della personalità di Mr. Wright, fatta, appunto da Bruno Kopfler, sulla base del test di Rorschach:

 

            " La registrazione del test di Rorschach fu ottenuta prima che si verificasse la sua          trasformazione da ottimista a pessimista: essa riflette l'immagine di una personalità con      ciò (:::) un'organizzazione fluttuante dell'io. Ciò è riflesso nel         suo effettivo    comportamento e nella grande facilità con cui ha ceduto prima alla suggestione     dell'annuncio del farmaco e poi alla deliberata suggestione del suo medico,         sperimentalmente programmata, senza dare alcun segno di atteggiamento difensivo o          critico. Il suo io era chiaramente in continua fluttuazione e perciò egli lasciava tutte le             energie vitali disponibili, libere di produrre una reazione a quel trattamento     del cancro       che a lui appariva nientemeno che miracolosa. Sfortunatamente questa situaz. non      poteva durare, dal momento che non veniva rafforzata da alcun centro, profondamente            radicato della sua personalità e dotato di una visione delle cose di vasta portata,           cosa     che avrebbe potuto contrastare il catastrofico effetto della sua delusione per il farmaco.

            Per usare un'analogia simbolica, mentre sotto l'influenza della suggestione o       autosuggestione ottimistica egli stava galleggiando sulla superficie dell'acqua,  nel       momento stesso in cui veniva meno il potere di questa suggestione

            si trasformava in una pesante pietra ed colava a picco senza opporre resistenza.

 

 

Un atteggiamento  ottimistico tipo Mr Wright, scevro dalla sua autodistruttiva capacità di disilludersi crediamo possa rappresentare una strada verso la guarigione psicofisica, a condizione che venga supportato poi dalla capacità di costruire una visione del mondo al di là degli schemi che  interpretano la malattia in quel certo modo.

 Questo risultato  si ottiene mediante l'attivazione di tutti i sistemi di comunicazione mente-corpo.

 

7. L'osso sacro degli aborigeni.

Esiste una circolarità nei sistemi neurovegetativi umani, per cui se è vero che ognuno di essi presiede a certe funzioni, è pur vero che essi dialogano strettamente tra loro e lo fanno anche senza passare per i tessuti cerebrali, come vedremo più avanti. 

 

E' come se  il nostro stomaco contratto davanti al capufficio, abituato a stare in tensione, si tendesse spontaneamente, da sè,  non appena è in presenza di un'autorità percepita come ostile.

Lo stesso concetto di psicosomatica ne risulta in effetti, superato: non è la mente a scatenare il disturbo e non è neanche il corpo ad ammalarsi da sè: è il complesso delle interazioni neurofisiologiche tra i due elementi, il mentale ed il fisico, a scatenare la malattia.

 

Che lo stress emotivo possa produrre perfino degli affetti mortali veniva dimostrato sempre in quegli anni da autorevoli fisiologi come Walter Cannon che nel '57 studiò come, nelle popolazioni aborigene dell'Australia, lo stregone, con il semplice puntamento di un osso (ovviamente sacro) potesse decretare la morte per le persone e come questa morte avvenisse in modo apparentemente inspiegabile dalla medicina scientifica: un costante e rapido deperimento organico, in assenza di cause apparenti.

Il fatto è che il puntare l'osso, con relativo anatema, colpiva il  radicato sistema di convinzioni dell'indigeno (colpevole di una qualche mancanza socio-religiosa), la sua gestalt, la forma della sua appartenenza al gruppo socio-religioso.

Egli moriva a causa dello stress emotivo di credersi sotto maleficio, che attivava potentemente il sistema simpatico, fino a consumarlo letteralmente.

La controprova fu effettuata sempre presso la medesima tribù, i Kanaka, quando, dopo che lo stregone aveva condannato, con il medesimo sistema, un'altro aborigeno, un medico presente presso la tribù, minacciò duramente lo sciamano di sospendere tutti gli aiuti umanitari alla sua gente.

Lo stregone, cedendo alla pagnotta, si recò dal condannato (già moribondo) e lo convinse che non era affatto vero che gli avesse puntato l'osso contro e che si era trattato tutto di un malinteso. L'aborigeno, di lì a poco si ristabilì completamente.

Cannon concludeva sostenendo che la morte  decretata fosse possibile per la profonda ignoranza ed insicurezza delle polazioni che credevano in un mondo popolato di fantasmi.

Eppure, anche nella nostra società ci sono morti improvvise e rapide dovute a stress psicologico, ad esempio da spavento.

Sembra attivarsi uno"schema di emergenza biologica": quando l'individuo non si sente più capace di affrontrare la situazione o ha perduto la speranza nella possibilità di mutamento positivo, semplicemente, muore. Tale disperazione è tanto più grande, quanto più la persona sembra aver smarrito la sua gestalt, o quando ritiene che qualcun altro glie l'abbia legittimamente o illegittimamente sottratta.

 

8. Il mitico Norman, che guarì ridendo.

 Abbiamo notizia di altre storie di casi positivi, guarigioni miracolose cui la scienza solo da poco inizia ad attribuire significati.

Nessuno meglio del giornalista newyorchese Norman Cousins ha saputo testimoniare come sia possibile guarire grazie al concorso di alcuni determinanti fattori positivi.

 

La sua storia di guarigione inizia a dieci anni, quando, a causa di una diagnosi sbagliata venne mandato in un sanatorio per ammalati di tubercolosi.

In questo luogo i piccoli degenti, quasi spontaneamnete si dividevano in ragazzi che credevano alla possibilità di guarire ed altri che cedevano alla malattia con pensieri di sconfitta e morte.

Norman ed il suo gruppo si lasciavano coinvolgere in attività creative, continuando ad essere  ragazzi normali. Tra questi la percentuale di "dimesso guarito" era molto alta.

Questa esperienza gli fece rendere conto come "la forza della mente può vincere la malattia" e giocò un ruolo fondamentale nella sua vita.

Nel 1979 il giornalista si ammalò di una grave forma di spondilite anchilosante, una tremenda malattia dei tessuti connettivi delle articolazioni, che lo costrinse, completamente immobilizzato in un letto d'ospedale, tra atroci dolori, con una prognosi infausta di pochi mesi di vita.

Norman aveva sentito parlare degli effetti terapeutici del buonumore, delle potenzialità antiinfiammatorie della vitamina C e del suo valore di coadiuvante del sistema immunitario.

Caparbiamente convinse il suo medico curante (all'inizio fieramente contrario) a tentare una nuova terapia, dismettendo tutti gli inutili farmaci che, a suo dire, non facevano altro che avvelenarlo, facendosi introdurre endovena massicce dosi di vitamina C (fino a 25 g al giorno!) e, soprattutto bombardandosi con la folle comicità dei Fratelli Marx e con vecchi filmati in candid camera.

Inutile dire che la sua stanza d'ospedale, dotata com'era di un cine proiettore, divenne il punto di riferimento per l'intero piano del nosocomio e che le risate che ne fuoriuscivano (con conseguente disordine) non potevano a lungo essere tollerate in un luogo di sofferenza.

 Il fatto che Cousins, dopo ogni film, stesse meglio di prima, che la sua VES (velocità di eritrosedimentazione, cioè il livello dell'infiammazione cui era soggetto) diminuisse lievemente ma costantemente, non impietosì la dirigenza dell'ospedale che, al suo rifiuto di smettere quella bislacca terapia, lo mise fuori.

Questo, per Norman fu un vantaggio di cui si rese conto immediatamente. Non era più sottoposto agli assurdi orari ospedalieri, nella camera d'albergo che aveva affittato risparmiava denaro e potè potenziare la cura.

In capo ad  alcuni mesi tornò a poter scrivere a macchina. Dopo un anno era completamente ristabilito e, narra, la più grande soddisfazione fu incontrare, nei pressi del famigerato ospedale, il medico che gli aveva prognosticato dodici mesi di vita, e -salutandolo- stringergli la mano con forza.

Per questa vicenda, che Counsins rese pubblica nel libro "Anatomia di una malattia, come è percepita dal paziente", dopo furibonde polemiche negli ambienti scientifici, il giornalista ricevette la laurea honoris causa dell'Università della California di Los Angeles, divenendone poi, addirittura, ordinario.

Tre anni più tardi Cousins fu colpito da un grave infarto al miocardio, dal quale si risollevò con la stesso caparbio ottimismo che lo aveva guidato alla sconfitta della spondilite.

I medici curanti di Cousins, davanti al suo affrontare la malattia,  isolarono alcuni comportamenti

estremamnte significativi: l'assenza di panico di fronte ai gravi malanni che lo avevano colpito; la sua estrema fiducia nella capacità del proprio organismo di utilizzare la sua saggezza profonda per arrivare alla guarigione; un'irrefrenabile buonumore ed allegria che hanno creato pure un clima propizio non solo per lui ma anche per l’ambiente ospedaliero. Aver pienamente condiviso la responsabilità della propria guarigione, non delegando soltanto ai medici questo compito, e neanche contrapponendosi ad essi, ma stabilendo un'alleanza, una cooperazione. Aver concentrato i propri interessi sulla propria creatività  e su mete significative che hanno reso poi la guarigione degna di essere conquistata e vissuta.

 

Egli sottolineò che atteggiamenti e stati emotivi positivi possono influire tanto profondamente   sull'attività biochimica dell'organismo e dichiarò : "Il placebo è il dottore dentro di noi".

 

Come appare ormai chiaro, questa affermazione ribalta la visione del placebo  come fattore di disturbo: così, invece, esso diventa l'elemento da studiare con estrema attenzione.

Esperimenti dell'85, a doppio ceco, - portavano a pensare che il 55% di tutte le procedure mediche di guarigione è dovuto al cosiddetto disturbo.

Tre fattori sembrano mediare il placebo: la suggestione, la riduzione dell'ansia, l'aspettativa prodotta da sistemi di credenze culturali e mediche: cioè la fede.

Riguardo a questi ultimi, vorremmo richiamare l'attenzione di questo aspetto proprio in relazione al caso di Cousins.

 

Il nostro spazio vitale è la forma che ci contiene: dal livello materiale, alle esperienze di vita, alle nostre fedi, credenze ed aspettative.   E' questa forma che, infine, distingue un essere umano dall'altro.

 Nel caso della malattia, la nostra forma occidentalis in genere  ci porta a delegare al medico la diagnosi e la cura, certamente entro un rapporto di fiducia, che però prevede quasi sempre un rapporto one down, di sottomissione.

In realtà quasi mai conosciamo la persona entro le cui mani poniamo persino la nostra vita.

Solo talvolta ci viene suggerito dal medico in che modo possiamo attivamente partecipare, fornendo il nostro contributo, alla guarigione.

Norman Cousins trovò la giusta strada con caparbietà.: la diagnosi della malattia era precisa, la prognosi infausta, tutto il suo corpo rispondeva a questa forma del suo spazio-vita: lui immobilizzato nel letto, la medicina impotente, la morte dietro l'angolo, l'attesa.

Quello che operò fu un totale ribaltamento della forma  che corpo, mente e tutto intorno a lui contribuiva a fissare. Egli oppose all'aspettativa di morte la fede nella sua terapia.

Ad un corpo paralizzato e ad una mente dolente oppose il benessere psicofisico che gli procurava il riso.

 I fatti gli diedero ragione.

 

I messaggi del Ridere

 

Fra amici:

Sono due giorni che non parlo con mia moglie...

Avete litigato?

No, non voglio interromperla. ( Bramieri)

 

La signora Colgate va a cambiarsi d’alito e torna subito ( Marchesi )

 

Perchè si ride? A cosa è dovuto, in ultima analisi, questo straodinario comportamento umano? Esiste un denominatore comune tra uno spettacolo di Roberto Benigni, lo strano cappellino d'una signora di mezz'età, il moto di riso che ci coglie quando qualcuno goffamente inciampa, l'atteggiamento ridanciano dei soldati che tornano sani e salvi dal fronte, il bambino che si sganascia quando lo solletichiamo?

Moltissimi grandi pensatori si sono applicati a questo problema trovandone soluzioni raramente soddisfacenti da tutti i punti di vista della critica.

Questo disorientamento teorico è la più valida testimonianza della sfugevolezza del ridere: assomiglia molto al tentativo di acchiappare un'anguilla a mani nude.

La ricerca che, a nostro avviso, maggiormente si è avvicinata al denominatore comune dei Risi è quella, piuttosto recente, dell'antropologo Fabio Ceccarelli che risolve il problema soprattutto in termini di comunicazione e di interazione sociale.

Intanto c'è da dire che, seppur essendone spesso l’intensificazione, il riso è autonomo dal sorriso. Questo prevede una relazione a due (si sorride a qualcuno che si guarda in viso - tranne, sempre, quegli originaloni dei giapponesi -) mentre, sempre tra due persone, poniamoTotò e Peppino De Filippo, se c'è un rapporto di riso, sarà Totò che ride di Peppino: in questo c'è implicito un messaggio canzonatorio, sanzionatorio, dunque aggressivo.

In realtà la relazione sociale del ridere quasi mai si verifica soltanto tra due persone; quasi sempre sono due o più persone a ridere di qualcun altro: Totò ride con Peppino di Titina De Filippo. C'è solidarietà tra i co-ridenti: più ci si diverte e più si rende coeso il gruppo ai danni di qualcun altro al di fuori di esso. In certe situazioni, anzi, è il gruppo ad essere creato dal nulla, proprio per merito del  riso; avrete certo vissuto l'esperienza di una festa in cui persone troppo disparate stentano a legare tra loro:  basta raccontare una barzelletta perchè si formi, dopo la prima risata generale, un senso di coesione, di partecipazione. Questa funzione di  lubrificante sociale è possibile grazie al fatto che il messaggio che passa tra i co-ridenti è di non aggressione (tra loro), complicità, abolizione( o forte attenuazione) della gerarchia.

Tornando all'esempio cinematografico, analizziamo schematicamente la relazione esistente tra i tre personaggi:

 

                                     

 

 

                                           TOTO'                    B

 

                                              A                      R                              TITINA

 

                                         PEPPINO       B

 

Chiameremo A il messaggio che passa tra Totò e Peppino e B quello tra i due e la moglie bisbetica.

Non v'è dubbio, è d'uopo ripeterlo, che A  sia  amichevole, antiaggressivo ed antigerarchico, mentre B, al contrario appartiene ai messaggi aggressivi.

 Ma cos'ha fatto Titina  per meritarsi le risate degli altri due? Sicuramente ha emesso, a sua volta, un'altro messaggio, che chiameremo stimolo R (risorio), che gli altri due hanno sanzionato con la risata.

La scena del film  a cui ci riferiamo è la seguente: Totò si è finto ostaggio di una banda di malfattori. Mediante una lettera anonima, assieme a Peppino, convoca Titina in un luogo sinistro, il pozzo dei rospi. Qui i due compari dopo aver genialmente imitato con versi e lazzi le più strane specie di bestie, con un divertimento pari alla loro bravura,  le si presentano incappucciati, minacciosissimi,  e la povera donna, tremante, consegna loro il riscatto.

 Per la prima volta essa appare ai due sottomessa e balbettante, laddove normalmente era dominante, minacciosa, tuonante nella sua voce dispotica...

Ecco lo stimoloR che, una volta allontanatasi la donna, fa sganasciare dalle risate Totò e Peppino in un night, mentre spendono e spandono i soldi del riscatto; più ricordano la figura muliebre dura, forte, brontolona, dominante e minacciosa, più li fa ridere quando, si trasforma in molle, debole, sottomessa, innocua. La moglie-leonessa è improvvisamente moglie-pecora.

 In altri termini lo stimoloR è direttamente proporzionale ai messaggi di minaccia e di dominanza emessi da colei che è oggetto di Riso. Più il suo rango era superiore (o presunto tale) a quello dei burloni, più, quando questo preteso rango viene a mancare, lo stimolo R è più forte ed irresistibile.

A  livello di comunicazione possiamo dire che il balbettio tremante della bisbetica è un improvviso messaggio di sottomissione, mentre il riso che questo scatena è da considerarsi come messaggio di dominanza.

E' la liberazione dalla paura!

  

8.Guai ad inciampare, se si è troppo tronfi!

 

Nel film, Titina, che ha assistito in diretta televisiva agli sberleffi, riprenderà alla fine il controllo della situazione, ma nelle tenebre, davanti al pozzo dei rospi, se si fosse accorta dello scherzo, come avrebbe potuto reagire, incarnando lei l'oggetto del riso e dello scherno dei due compari?

Vi sono tre possibilità: scoperto l'inganno, la bisbetica si unisce al coro delle risate. E' come se accettasse la sua condizione di momentanea inferiorità e ridendo fosse ammessa, a livello paritario, nel consesso dei co-ridenti. In quel momento verrebbe meno anche la componente aggressiva e di dominanza, nel ridere assieme. Il messaggio B si trasforma in A.

Un'altra possibilità è che la bisbetica, riacquisti la propria dignità allontanandosi offesa.

Il Riso dei due compari a poco a poco scema, ma certo il suo prestigio di moglie ne esce sminuito.

Nella terza ipotesi Titina  potrebbe aggredire verbalmente i  buontemponi, il cui riso, in una prima fase ne risulterebbe ampliato. Nel caso di continuazione dell'aggressione potrebbe esservi uno scontro diretto tra i contendenti o il ristabilimento della superiorità della moglie,magari condito con gravi minacce, del tipo "Ti diseredo!"

 Chaplin dichiarò che mai avrebbe inserito in un suo film la caduta di una coppa di gelato nel colletto di un' esile vecchietta (cioè debole e sottomessa). Per contro le sue comiche sono piene di poliziotti corpulenti (cioè dominanti e minacciosi) che cadono catastroficamente.

Più qualcosa ci fa paura, più il vederla degradata, in situazione incongrua, ad un rango oggettivamente inferiore al nostro, fa scattare in noi il Meccanismo Scatenante Innato del ridere.

 

Arthur Koestler suggerisce inoltre che: “il riso ostacola le pulsioni biologiche e rende l’uomo ugualmente incapace di uccidere e di copulare; sgonfia la rabbia, l’apprensiopne e l’orgoglio”.

A questo proposito, a rafforzare il concetto che chi ride di sè fa scemare l’altrui aggressività,  Ceccarelli cita l’episodio del cittadino Montiville, il quale, durante il periodo rivoluzionario del terrore a Parigi, fu portato davanti al tribunale che certamente lo avrebbe condannato alla ghigliottina: “Il presidente del tribunale rivoluzionario nell’interpellare Montiville affettava d’aggiungere al nome del accusato tutti i titoli nobiliari: “cittadino -esclamò quello- tu sei qui per accorciarmi e non per allungarmi”. Questa battuta fece esclamare a qualcuno del pubblico: “Lo si lasci andare!” e Montiville fu rimesso in libertà”.

 

 

 

9..Il MSI del Riso

 

Lo avevamo definito come la capacità di una zona dell'encefalo di riconoscere quel certo stimolo-chiave e scatenare, in risposta, il riso.

Questo si manifesta con più o meno veemenza: certi comici ci fanno scompisciare, certi altri ridere di tenerezza. C'è allora qualche differenza fondamentale tra gli stimoli-chiave? Sembra di no. Nella realtà umana esiste la netta tendenza a  creare gerarchia , a dare giudizi di valore, di merito, probabilmente poichè questa rappresenta una sorta di  modalità di attenuazione dei conflitti; questo senso della gerarchia è caratteristica innata, geneticamente programmata.

 Potremmo dire, a questo punto, che il MSI del Riso si basa su quello della gerarchia, e che è proprio  in base al non essere adeguati al preteso rango gerarchico, che  scatena la risposta del Riso.

 Ecco dunque il nostro denominatore comune: lo stimolo chiave è "l'illegittimità di occupare una certa posizione gerarchica che al momento non si può  detenere".

 

Se Titina, moglie-leonessa, davanti ad una situazione pericolosa diviene pecora, agli occhi del marito e del complice vessati, perde la legittimità ad essere leonessa e viene sanzionata come pecora, mediante il riso.

Più questa caduta  in basso è incongrua, inattesa e repentina, più la risata sgorgherà forte e spontanea.

 E' naturale, peraltro, aggiungere che il livello di esperienza, cultura, capacità cognitiva, gusti personali, influiscono moltissimo sul fenomeno del riso: una battuta sottile, giocata sul filo del gioco colto di parole, difficilmente farà ridere un bimbo di otto anni che magari non conosce la parola usata, come, al contrario è assai probabile che davanti ai capitomboli di un clown un intellettuale non si diverta, mentre un bimbo si sbudelli.

Non fa eccezione allo schema così tracciato, il riso che esplode davanti all'insolito, al deforme, allo strano, all'estraneo.Tutte queste categorie vengono incosciamente catalogate come fuori della gerachia e della logica che abitualmente siamo abituati a considerare ed in un certo qual senso promanano messaggi di minaccia nei nostri confronti (nei confronti della nostra collaudata

esperienza): quando li riconosciamo come innocui, scatta il MSI del riso, cioè si ha il viraggio classico: scadimento del pericolo ovvero scarico della tensione emotiva.

Non è difficile per qualcuno ridere di uno scozzese degli altopiani, incontrato col suo Kilt e la zampogna nel quartiere del Quadraro a Roma.

Così come è facile ridere dei difetti degli altri.

 

E’ così strabica, che quando piange le lacrime dell’occhio destro vanno a finire sulla guancia sinistra. E viceversa.(  Louise Safian).

 

La prima volta che si spogliò davanti ad una donna lei domandò:

Cos’è, una caccia al tesoro ? ( Dario Vergassola).

 

 

 

A questo tentativo di conferire una matrice unitaria al fenomeno del riso, sembra essere estraneo il solletico.

Ne sono state date spiegazioni fantasiose varia natura, a partire da una pretesa, residua, ipersensibilità ai parassiti, per finire alla ancor più fantasiosa teoria delle zone "intorpidite" che, se vellicate, reagiscono eccessivamente...

Il solletico non è soltanto è una sensazione ma anche un rapporto sociale,  ed è proprio sotto questo aspetto che lo si può ricondurre al fenomeno superiorità/degradazione.

Il motivo del Riso da solletico è così da ricercare nella relazione sociale tra vellicatore e vellicato.

 Si tratta di aggressione scherzosa, alla quale, dopo un attimo di tensione, ci si abbandona: il Riso è segnale di questo calo repentino di tensione.

Ma c'è anche qui, dunque, la caduta improvvisa, dal messaggio di minaccia/dominanza al riconoscimento della situazione innocua? Colui che riceve il solletico ride forse di colui che lo fa? In altri termini colui che mette in pratica un atteggiamento (fintamente) minaccioso è anche oggetto del Riso?

E' difficile sostenerlo, perchè ridere sotto solletico è spesso penoso (può divenire una tortura!) ed in genere si prega il vellicatore (dominante) di smettere, emanando, cioè, un esplicito messaggio di sottomissione. Dunque di chi/che  si ride? Per il bio-antropologo Ceccarelli, è lo stesso solleticato che ride di sè stesso, poichè, pur riconoscendo come non pericolosa l'aggressione, non riesce a dominare la propria paura: se c'è una caduta di rango è questa, di chi pur riconoscendo lo scherzo, reagisce come se questo fosse una vera minaccia: ridere è così un' autostrategia contro tale paura.

  

4. Il Riso e l'Accademia

 

 Fra avvocato e medico:

“Certo- dice il medico- i tuoi clienti non sono proprio delle anime pie..”.

“E’ vero- ribatte l’altro-  mentre i tuoi lo diventano spesso!”

 

Come potrete facilmente immaginare tra  la risata e l'ambiente accademico, serio per definizione,

non corre buon sangue endorfinico.

Troppo imprevedibile l'una, troppo sicura di sè, e quindi tronfia, la seconda.

Ci scusino gli accademici se inseriamo una punta di satura, ma non è colpa nostra se la loro categoria è da sempre presa in giro dai comici, che ne hanno ricevuto in cambio esilio, carcere e delizie inquisitorie.

Del resto la famosa foto di Einstein, in cui il Grande Vecchio mostra due palmi di lingua, ci conforta di essere in buona compagnia.

I grandi riconoscimenti degli ultimi tempi, andati a Dario Fo, con un nobel pantagruelico, e a Benigni con  il premio a Cannes (e per i futuri Oscar.)..rompono una tradizione secolare di misconoscimento per il mondo della comicità.

Forse è maturo il tempo di un avvicinamento tra arte e scienza, magari proprio mediante il comico.

Per questo  il Nobel a Fo è pantagruelico, poichè  è un  calderone di zuppa in lenta bollitura, i cui ingredienti sono tutti i grandi comici del mondo, i Totò,  i Chaplin, i Marx, i Keaton geni  che in vita l'Accademia  ha disprezzato ed il potere osteggiato.

Vedere l'ingessato disinvolto Fo, in frac (come è capitato di vederlo a teatro), sul palcoscenico

dell'Accademia, omaggiato da un re, ci ha fatto ricredere un po' sul perenne ostracismo dell’attor comico.

Fatto sta che occuparsi di riso, ad esempio in campo psicologico, non dev'essere stato molto facile se è vero che dopo Freud pochissimi altri hanno compiuto studi significativi a riguardo e questi studi difficilmente hanno varcato i pur illustri fogli di riviste scientifiche di psicologia e, più raramente, di medicina.

Si potrebbero riempire scaffali di libri attorno alla sofferenza, al dolore. Saggi sul ridere negli ultimi trent’anni  si contano, invece, sulle dita di due mani.

Ma dopo Norman Cousins, qualcosa si è mosso...

Qui da noi, Mario Farnè, medico e docente universitario di psicologia medica, si occupa volentieri anche di umorismo, operando, disinvoltamente, in un campo cui altri non attribuiscono importanza.

Si sono svolti, negli ultimi tempi, tre convegni di rilievo internazionale.

Due in Svizzera: il primo ad Arosa nel 1997, confinato nello spazio di un festival di teatro comico, mentre il secondo, ben più importante, a Basilea, dove si sono  riuniti 400 esperti di tutto il mondo per fare il punto sulla humor therapy.

 Tra questi lo psicoterapeuta tedesco, Michael Titze, ha rilevato come, negli anni '50, in piena guerra fredda, negli USA si ridevano almeno diciotto minuti al giorno. Oggi la media sarebbe scesa a sei.

Al di là delle statistiche, guardatevi attorno e vedrete chiari gli effetti della immalinconizzazione.

Se n'è discusso anche a Bordighera, nell'ambito del 51° Festival dell'Umorismo, presenti psicologi, ricercatori ,antropologi, comicoterapeuti e due medici, il Prof. Farnè, ed  il dottor Hunter Patch Adams a voi già noto.

 

5. Il Riso e la Sanità.

 

Non c'è dubbio che la situazione della gelotologia, (della comicoterapia o terapia del ridere che dir si voglia,) nel nostro paese segna il passo.

Esistono alcuni clown di corsia, importati dalla Svizzera, il lavoro di Jacopo Fo, qualche sporadica ricerca universitaria, il nostro modesto contributo. Davvero un po' poco.

Eppure, dopo l'exploit accademico di Norman Cousins, suffragato dagli studi PNEI, la medicina mondiale sembra orientata verso il riconoscimento delle innumerevoli possibilità terapeutiche legate al ridere. Non si contano gli ospedali che hanno adottato tecniche di comicoterapia, dalle più semplici come i clown nelle corsie pediatriche,a quelle più strutturate come preparare il personale a dispensare buonumore, ai veri e propri reparti di terapia del ridere.

Nell' Health Sciences University , nell' Oregon,  gli ammalati sono accuditi da Infermieri del Sorriso, una delle cui caratteristiche è recare sul camice il seguente adesivo: "Attenzione, il buonumore può essere pericoloso per la tua malattia". Questi speciali infermieri si allenano a raccontare barzellette.

Il dott. Rod Martin, autore di un saggio molto importante sul ridere terapeutico, opera presso l’Università dell'Ontario Occidentale in Canada .

Nel St.Joseph Hospital di Houston -Texas , Gli ammalati sono accuditi da suore umoriste.

Nella Stanford University School of Medicine a S. Francisco, il dottor Fry è a capo di un Istituto gelotologico. Sempre in California, a Los Angeles viene praticata risoterapia, così a New York e altrove.

Varcando l’oceano troviamo l’esperienza del Dott. Marcus Mc Causland, che opera presso il Central hospital di Città del Capo - Sud Africa, mentre in Nuova Zelanda opera il dottor Kirkland.

In Europa del nord, oltre che in Olanda la risoterapia viene praticata in Svezia, presso l’ospedale civico di Motala. A Birmingham,  in Gran Bretagna, esiste la  Clinica della risata  del dott. Robert Holden. In Israele, a Natanya, presso  il Mental Health Medical Centre lavora  Lev Hasharon.

Tra singoli specialisti gelotologi segnaliamo lo psicoterapeuta Michael Titze, ed Erika Kunz, rispettivamente a Tuttlingen e a Sallneck in Germania, mentre Max Deon agisce a Zurigo; Amy Carrel organizza corsi di humor therapy presso l’Università dell’Oklahoma.

Il dottor Ole Helmig ed il dottor Mogens Andreassen, medici in pensione, hanno fondato recentemente in Danimarca un’associazione  che ha la finalità di portare il buonumore in corsia.

Esiste poi un periodico internazionale legato al fenomeno , dal titolo: Humor International- Journal of Humor research, mentre decine e decine di riviste scientifiche specializzate hanno dedicato molti articoli su ricerche operate con ammalati, pazienti portatori di handicap, psichiatrici.

Una forma di gelototerapia, diremmo riduttiva, ormai diffusissima è quella di invitare clowns nei reparti di pediatria. Con questa finalità a Parigi opera l’Associazione Monsieur Giraffe, diretta da Caroline Simonds; diciassette ospedali in Svizzera (e poi in Sud Africa, Bielorussia, Brasile, Gran Bretagna, Hong Kong)  lavorano in contatto con la Fondazione Theodorà, specializzata in questo tipo di intervento.

 In Italia Theodora è attiva nell’ospedale S. Raffaele di Milano. Tentativi  analoghi sono stati operati al Bambin Gesù di Roma e  presso il S.Gerardo di Monza.

 

Improrogabilmente anche da noi la Sanità pubblica dovrà essere investita della responsabilità di aprire i luoghi disofferenza, come gli ospedali, spesso essi stessi produttori di malattia,  ad una ventata vivificante.

 Qualcosa si muove. E' di poco tempo fa la notizia che l'Ente Teatrale Italiano ed alcune associazioni organizzano un corso per clown di corsia, da impiegare presso il pediatrico Meyer di Firenze. Ma è ancora un movimento che parte dall’esterno delle strutture ospedaliere.

La petizione lanciata ultimamente da Iacopo Fo al Ministro della Sanità, per il riconoscimento della dignità terapeutica del ridere,  forse non troverà ancora orecchie attente, ma certo rappresenta una utile provocazione.

 

Se per i bambini il sorriso ed il riso son del tutto naturali, è più complicato parlare di comicoterapia per adulti.

Presso l'ospedale per mielolesi CPO, di Roma-Ostia è in corso da anni un paziente lavoro di coinvolgimento delle strutture sanitarie e delle associazioni di volontariato ospedaliero presenti ,  nel progetto di realizzazione del primo reparto di comicoterapia per persone adulte.

La tipologia dei degenti di quell'ospedale , in genere giovani traumatizzati, con prognosi di infermità permanente, può adattarsi perfettamente alla comicoterapia. In genere  si tratta di persone giovani, alle quali, all'improvviso, il mondo è crollato addosso, con una conseguente, inevitabile depressione.. Purtuttavia ce l'hanno fatta e vogliono continuare a vivere. Alcuni non riescono ad accettare la menomazione, altri al contrario, si lanciano in folli ed entusiasmanti imprese coronate da successo, come il recente raid Ostia - Mosca andata e ritorno in carrozzina. Altri cingono medaglie olimpiche, altri ancora dipingono con discreto successo.

 

Ma, è così complicato aprire un reparto di  terapia del riso? Cosa lo si può organizzare, tecnicamente?

Qualora la disponibilità della struttura ospedaliera (in termini di fattiva partecipazione) sia assodata, gli elementi costituenti il reparto sono semplici.

C'è bisogno di una grande stanza accogliente, con una pedana, fruibile praticamente sempre.

 Vi possibile la visione e consultazione di materiale comico-umoristico (libri, riviste, films, audio e video cassette ). Due volte a settimana vi si svolge un laboratorio di comicoterapia, modulato verso i pazienti.

Contemporaneamente anche il personale medico, paramedico e volontario prende parte ad un corso-laboratorio di aggiornamento sulla comicoterapia.

L'intervento quindicinale di comici e cabarettisti professionisti e volontari, per brevità definiti Medici della Risata,  completano questa modalità comicoterapia, come (ove possibile) gite all'esterno, a teatro, al cinema.

Infine è previsto un collegamento Internet con le altre realtà di comicoterapia nel mondo.

Lo scopo evidente è quello di fornire con una spesa irrisoria, un luogo caldo ed accogliente per quanti, ammalati e parenti, desiderano ri-crearsi, ricevere stimoli potenti di riflessione anche sulla propria condizione di malato, sulla propria partecipazione al processo di guarigione.

 A tutto questo potrebbe essere affiancata una sperimentazione sulla reattività fisiologica dei destinatari dell’intervento di comicoterapia.

Riguardo ai degenti, basta effettuare semplici analisi della saliva per controllare tramite le immonoglobuline il livello di funzionalità del sistema immunitario. Contemporaneamente si può controllare anche il consumo dei farmaci antidolorofici, psicofarmaci  e confrontarlo con le necessità precedenti ecc...

Riguardo al personale volontario, medico e paramedico, la sperimentaziopne riguarderà una verifica dei mutammenti nelle relazioni con i malati ed all’interno delle stesse strutture sanitarie.

Un aggiornamento del genere degli operatori ha il grosso vantaggio di avere un forte impatto preventivo per la sindrome di burn out .

Come si vede un’idea piuttosto semplice e di basso costo, attuabile quasi ovunque.nei limiti dello sviluppo della comicoterapia nel nostro paese, che necessita di personale specializzato.

 

6. Ridere a scuola

 

Il sistema di istruzione di un paese civile come l’Italia è una cosa seria. Anche troppo.

In realtà, in ogni scuola italiana, ogni mattina dell’anno scolastico  si  recita una  situation comedy con tutti i personaggi al posto giusto: la bidella bisbetica e quella materna. La prof  bona e quella comprensiva, l’insegnante referente e quello reverente; il preside, poi,  progressista ed efficente o il suo omologo, burocratico e, a dispetto di tutto, conservatore.

In questo coacervo di rapporti apparentemente drammatico, e quindi anche schiettamente comico, non sembra che tutte le energie profuse convergano sempre verso i destinatari dell’intervento, bambini e giovani.

Troppo spesso, ancora, ci rapportiamo ai piccoli come alieni sconosciuti da integrare su parametri adulti e non uomini e donne in embrione, persone in sè, in fase di transizione psicofisica.

Conosciamo solo superficialmente i loro linguaggi, e per  di più le nostre informazioni non sono sempre di prima mano. I mass media, come al solito, fanno la loro parte diffondendo  solo stereotipi.

Uno di questi linguaggi è certamente il riso, lo scherzo, il dileggio, in fondo sempre il gioco.

Lungi dall’adoperarlo come canale di comunicazione, in genere,  il linguaggio-riso è, a scuola, naturalmente percepito come disturbante.

Eppure, collocata strategicamente nell’ età ingrata , la scuola rappresenta per la maggioranza un periodo di colossali risate con i compagni: sono rari quelli che non hanno fatto parodie ed imitazioni dei prof., scherzi e trasgressioni varie.

Invece, incuranti delle caricature cui sono sottoposti, spesso capolavori di goliardia applicata, molti docenti stentano a capire l’importanza di quella forma di comunicazione e non ne focalizzano l’uso funzionale.

In altre situazioni scolastiche, al contrario, si vive  con maggior fantasia la responsabilità di contribuire a plasmare, non solo intellettualmente, delle giovani personalità; in questi contesti alcuni corsi di aggiornamento per docenti hanno avuto un successo eccezionale.

Purtroppo , in genere, è la componente seria e burocratica, ad avere il sopravvento, come di norma avviene nel resto della società. Fino al punto di tarpare le ali a personalità promettenti, escludendo, al contempo quelli più in difficoltà, magari oberati da problemi familiari, volenterosi ma inadatti ai programmi che dovrebbero rispettare. L’intelligenza del nostro amico Albert Eistein, per fare un esempio, fu ritenta poco più che normale e lui fu bocciato...

 

Per molti anni abbiamo lavorato con i ragazzi, mediante il nostro “Comicità è salute”  soprattutto nel biennio delle superiori, operando proprio grazie al grimaldello del ridere delle importanti ristrutturazioni del campo, in classi più o meno problematiche.

Le difficoltà che si vivono nei gruppi classe a quell’età sono generalmente legate al leaderismo, magari negativo, al fenomeno del capro espiatorio, alla contrapposizione frontale tra sottogruppi, alla presenza di personalità problematiche, all’aggressività, alla mancanza di comunicazione con gli insegnanti, al conflitto con l’autorità.

Come si vede si tratta di problematiche che hanno tutte un loro risvolto comico-umoristico, in vario modo trattato in questo testo.

L’occasione per un primo approccio si può avere durante la fase dell’accoglienza, delicato momento di passaggio dalla scuola media alle superiori, con l’enorme divario di modalità che questo comporta.

Nelle scuole dove l’umorismo ha connotato i primi giorni dei ragazzi nella nuova realtà delle superiori , la formazione dei  gruppi classe è parsa miglioraredi molto.

 

Per chiarire  meglio le modalità del nostro operare in campo scolastico, riteniamo utile presentare due casi esemplari.

 

I nostri interventi, tra le dieci e le quattordici ore, avvengono nell’arco di tre settimane, nelle ore di lezione in assenza di docenti.

In una quarta di un liceo scientifico romano, la situazione appariva complicata agli insegnanti che ci contattarono: essi incontravano gravi difficoltà nel coinvolgere gli studenti nella didattica; il profitto era così mediamente basso, soprattutto in relazione alle potenzialità della classe. Trionfava una forte demotivazione allo studio e nei confronti della cultura in generale. Veniva pesantemente dileggiato e persino intimidito chi provava ad emergere, o semplicemente ad avere un buon rapporto con gli insegnanti.

La presenza, poi,  di  un leader negativo, (intendendo connotare, con questo termine, la sua abitudine ad affermare le proprie opinioni  mediante violenza verbale ed anche fisica, con i compagni) completava il panorama, assieme alla presenza di alcune altre individualità di spicco in conflitto e la presenza di due blocchi contrapposti, a loro volta divisi in piccoli sottogruppi.

Ci colpì il particolare che in classe si piangeva spesso.

La nostra azione si sviluppò, dopo quella prima riunione con gli insegnanti, con una prima serie di tre incontri con la classe.

Iniziammo  dalla somministrazione di un “Comic Quest”, pensato come primo divertito contatto, tendente ad avvicinarci, ad incuriosire e, naturalmente, a raccogliere ulteriori informazioni circa il loro rapporto con il proprio corpo, l’espressione delle emozioni, la visione dell’autorità e del gruppo classe ecc...

Continuammo lavorando sull’aspetto ludico-corporeo offrendo la possibilità di esprimere non verbalmente situazioni vicine alle problematiche della classe.

In breve tempo la parte della classe che più aveva subìto in precedenza, portò allo scoperto  conflitti e contraddizioni insospettati persino agli insegnanti.

 

Dopo un’ulteriore riunione con i docenti, nella quale estrinsecammo la volontà, espressa  da molti componenti della classe, di mutare registro, provocammo usando comicità e paradosso, una discussione sulla comunicazione verbale e non verbale, con l’obbiettivo di stabilizzare quanto di nuovo emerso nei comportamenti dell’incontro precedente ed approfondire l’analisi degli strumenti utili per superare inibizioni e conflitti.

Accennammo all’ironia ed all’autoironia, facendole sperimentare come mezzo per entrare in rapporto con il proprio sè, i difetti, le debolezze che ciascuno nasconde e, di conseguenza, non risolve.

 

La scrittura creativa, poi, potè concentrarsi oltre che sulle parole della scuola , anche sul potere e sulla gestione di esso (e di gestione di potere si faceva, presso di loro, grande uso!)

 I ragazzi si impegnarono molto e produssero discreti esempi di humour verbale e grafico, come ad esempio:

 

            In una comune giornata di suola, nella mia classe formata da venti stupendi (un po’ al/unni,         quindi molto vandali) la professolessa  mi interrorò (bagnandomi tutta) alla lasagna  e mi           mise quattro in padella. Per non dimenticarlo segnai il loto sul litro di scemenze. Alla             seconda oca, il bibello ( doppiamente fico) mi fece scendere dal presbite che mi comminò          un’ammo/vizione (infatti fumavo molto), accusandomi anche di aver manomesso il refritto. Naturalmente fui ridannato a settembre.

 

 Ispirata dalle parole del potere, tra cui spiccava generale, nella figura potete vedere una caricatura di ufficiale superiore: il Tenerale.

 Figura 6

 Ci divertimmo anche a sceneggiare le aspettative e le emozioni degli insegnanti nei loro confronti.

Dalla conoscenza di questi vissuti, e dei loro propri, con l’aiuto di un sociogramma, il ruolo del leader negativo (e dei suoi gregari) venne fortemente messo in discussione e ridimensionato al punto che dovemmo impegnarci successivamente nell’aiutarlo a ritrovare un qualsiasi altro ruolo nel gruppo-classe.

Questo sforzo fu poi, purtroppo, vanificato da una colluttazione che questo ragazzo ebbe con il preside della scuola, per la quale finì negli ingranaggi della disciplina scolastica, sospeso e successivamente rimandato in tutte le materie a settembre.

Quanto ai gruppi contrapposti, quando i ragazzi arrivarono al punto di parlarsi fuor di metafora, e a quel punto fuori anche dal comico, molte incomprensioni, atteggiamenti e tendenze potenzialmente esplosive vennero disinnescati..

In conclusione l’omeostasi negativa, mantenuta e ripristinata continuamente da figure dominanti, pur nell’ambito della naturale differenziazione adolescenziale dai modelli precostituiti (genitori, scuola, società), fu scardinata in una prima fase facendo esprimere tutte le dinamiche presenti ed in una seconda lavorando sul paradosso del rivestire un ruolo e negarlo al tempo stesso, sperimentando, mediante le tecniche ludico-comiche la possibilità di esprimere diversi aspetti di sè, potenziali modalità di essere, altri ruoli.

I ragazzi espressero con viva soddisfazione di tutti la “sensazione di stare meglio in classe” e di “vedere gli insegnanti cambiati”.

 

In una seconda di un istituto tecnico commerciale siciliano, ci venne presentato da alcuni docenti il quadro della classe: c’era difficoltà ad inquadrarla  poichè appariva contraddittoria e sfuggente. Si aveva a che fare con ragazzi estroversi e vivaci (al limite, infantili) ma contemporaneamente vi erano figure molto timide e riservate. Se un gruppo appariva interessato al dialogo con i docenti, altri spingevano questo contatto fino a divenire snervanti, con scarsa dimestichezza nel saper ascoltare; spesso erano distratti, sembravano assenti. C’era una grossa divisione tra maschi e femmine.

Tutte queste contraddizioni portavano ad un profitto mediocre; C’era, comunque, un buon dialogo con i alcuni professori, dettato anche da stima dei ragazzi.

L’obbiettivo del nostro intervento risultava così essere una maggiore omogeneizzazione del gruppo, una maggiore motivazione allo studio, allo stare in classe. Avevamo a disposizione dieci ore suddivise su cinque incontri.

Come primo impatto leggemmo un brano di letteratura umoristica, onde creare un clima positivo e rompere il ghiaccio. Chiarimmo apertamente ai ragazzi i motivi del nostro intervento e gli obbiettivi che ci proponevamo di raggiungere.

Chiedendo loro di “sfruttarci” al meglio, data la scarsità del tempo a disposizione. Somministrammo anche il Comic Quest.

Li invitammo poi ad anagrammare il proprio nome e cognome (cfr pag. 111  ) con lo scopo di misurare il livello di creatività, far loro provare un cambiamento del punto di vista, creare un’identità propria all’interno del laboratorio.

 Dopo aver insegnato la respirazione profonda, spiegandone le funzioni, in particolare quella anti-ansiogena effettuammo il primo ed il secondo gioco della fiducia (cfr pag. 96  ) per comprendere le dinamiche interne, con una buona riuscita.

Nei successivi incontri affrontammo la dinamica sociale del capro espiatorio - presente anche tra loro nella persona di R. A. una ragazza un po’ grassottella - e spiegammo perchè si ride.

Divenne esplicito ( con nostra sorpresa, poichè era emerso il contrario dalle relazioni dei docenti) anche il problema  esistente con due insegnanti che, a detta dei ragazzi, non rispettavano la classe ed i singoli. Ci vennero raccontati dei pesanti aneddoti esemplificativi di questa relazione viziata.

Assodato un rapporto conflittuale con l’autorità decidemmo, in base al Comic Quest, di far disegnare alcune delle fantasiose punizioni che i ragazzi avevano inventato per rispondere alla domanda: “Come puniresti un adulto che ha sbagliato?”: l’obbiettivo era quello di far esprimere l’aggressività.

 

Figura 7

 Fuori dalla classe la ragazza R.A. contattò Sonia e spontaneamente le raccontò di avere tre fratelli maschi più grandi, di provenire da una classe delle medie completamente maschile, giustificando con questo i suoi modi definiti da “mascolazza”. Era presa ferocemente in giro proprio per questa mancanza di femminilità (che si riverbera anche nel vestire).  Sonia  le consigliò di parlarne alla classe, cosa che la ragazza decise di fare con l’appoggio dell’insegnante di religione di cui si fidava particolarmente,

La cosa avvenne con un certo successo: R.A. arrivò a spiegare a tutti, in un clima positivo, le proprie ragioni.

Successivamente, proponemmo alcuni giochi di espressività corporea, soffermandoci sull’importanza di canalizzare le emozioni in un qualche linguaggio (meglio se creativo) e mettendo direttamente in gioco i corpi degli adolescenti, causa di imbarazzo e scarsa accettazione di sè.

Mediante un sociogramma proponemmo di esprimere giudizi su di sè e contemporaneamente giudicare gli altri e consigliarli.

Altri ragazzi, alla fine dell’intervento ci fermarono spontaneamente per parlarle dei  propri problemi.

A quel punto chiedemmo un incontro informale con alcuni insegnanti nel quale affrontare il problema più grave emerso cioè il conflitto con uno di loro ed annunciare che avremmo trattato proprio questo problema negli ultimi incontri con la classe.

Così partimmo dalle differenti modalità di approccio verso l’autorità, esplicitammo le differenze tra autorità ed autoritarismo, chiarendo l’ineluttabilità, nella vita, di avere di volta in volta posizioni subordinate, paritarie o di superiorità nei confronti di altri.

Per fare uscire fino in fondo l’aggressività dei ragazzi nei confronti delle figure incombenti operammo una simulata, in cui un ragazzo rappresentava l’insegnante autoritario, ed altri via via,  i ragazzi nelle diverse possibilità di relazione con quello: l’alunno che subisce, quello che si scatena in un’invettiva, quello che fa satira, quello che pacatamente ragiona. Cercammo di far  immaginare le diverse reazioni dell’insegnante.

Toccammo, sempre con linguaggio umoristico, il gioco dei ruoli, identificando tutti assieme dove e come si esce da questi e le responsabilità che comportano. Facemmo  immaginare, con brevi schetches, cosa prova un educatore ad avere davanti una classe vivace,  un’altra di addormentati,  le aspettative negative che si creano ecc., invitandoli poi a scrivere una breve comunicazione al professore che loro ritenevano  fuori ruolo.

 

A distanza di tempo la situazione della classe appare nettamente migliorata, avendo gli insegnanti compreso alcune dinamiche personali sbloccatesi nell’intervento, essendosi risolto il caso di R.A., ed avendo i ragazzi intavolato un rapporto dialogico con l’insegnante precedentemente contestato.

           

Se rispetto agli adolescenti si può giungere ad un ottimo livello di comunicazione, quindi di riconoscimento reciproco, con i bambini il rapporto è naturalmente più  facile.

Fin dalla seconda-terza elementare è possibile lavorare proficuamente con l’umorismo, sfruttando l’innata propensione che i piccoli hanno alla  risata, al gioco di parole, al suono di queste.

 Oltre a poter rappresentare una valvola di sfogo all’aggressività, l’umorismo e la comicità aprono prospettive vastissime nelle modalità di apprendimento (anche delle materie curricolari), nello sviluppo cognitivo, nel miglioramento dell’abilità relazionale, nell’espressione del sè sia verbale che non verbale. La pedagogia moderna non ne sottovaluta le potenzialità .

 

 

7. Ridere a tavola.

 

(Amleto ha ucciso Polonio e ne appena occultato il corpo)

“Dunque, Amleto, dov’è Polonio?”

“A cena.”

“A cena? Dove?”

“Non dove mangia, ma dove è mangiato...”

 

Al di là dell’ humor nero di Shakespeare, il connubio ridere e buona tavola è di per sè evidente. La convivialità, il piacere del buon mangiare e del buon bere naturalmente allentano stress, inibizioni sociali e rigidezze. Si tratta di un’esperienza che tutti prima o poi hanno fatto e sulla quale ci sembra inutile dilungarci.

Non tutti sanno, però, che, al di là del banchetto con sghignazzo, il buonumore può essere favorito anche nella vita di tutti i giorni da un’alimentazione mirata. In particolare è possibile scegliere cibi che, per la loro composizione chimica, favoriscono il rilascio della serotonina, un neurotrasmettitore del sistema nervoso centrale (presente anche nell’intestino e nel sangue) che tra l’altro è in grado di dare la sensazione di benessere, rilassamento ed energia vitale.

L’elemento che più aiuta la produzione della serotonina è il magnesio, fondamentale per l’assimilazione della vitamina C, E, e del complesso B.

Possiamo considerare, quindi, il magnesio come il vero e proprio elemento del buonumore, data la sua importante funzione nel coadiuvare la cura degli stati depressivi, l’ipogligemia, l’arteriosclerosi, l’alcolismo, l’insonnia, la stanchezza fisica...

Esso è contenuto in varie tipologie di cibi: dalle mandorle (che è il cibo che ne contiene di più in assoluto 386 mg per g), nel miglio (369 mg), nella melassa (zucchero integrale,362 mg), nelle farine integrali di grano, mais, farro,( 136 mg di media), nei fichi secchi, nell’uvetta. Seguono ancora i frutti di mare, i gamberi ed anche la carne. Tra i latticini, oltre al latte (132 mg), ne contiene molto anche la ricotta.

La cioccolata, meglio ancora il cacao, merita un discorso a parte perchè, non solo contiene magnesio in buona quantità, ma anche un  alcaloide, la teobromina, che assolve a funzioni analoghe, migliorando il tono generale dell’umore ed il senso di piacere ed appagamento famoso per aver ispirato a Nanni Moretti la famosa gag del barattolone di nutella per carenti di affetto.

 

 

8. Due casi emblematici

 

Nel lontano novembre 1991 muovevamo i primi passi gelotologici.

Nell’ambito dell’educazione permanente, in una scuola superiore romana, il nostro laboratorio fu letteralmente preso d’assalto. Si trattava di una novità assoluta e molti partecipanti erano all’inizio dei semplici curiosi.

Tra loro il signor C.D., cinquantacinquenne, impiegato. Si trattava di un bell’uomo che dimostrava qualche anno di più, molto (anzi, troppo) serio, assiduo frequentatore, preciso nelle esercitazioni, non molto promettente come umorista in erba.

Verso la metà del corso effettuammo una ricognizione sul nostro lavoro che, essendo allora ancora sperimentale, aveva sempre bisogno di qualche ritorno in tempo reale.

Chiedemmo, dunque, ai partecipanti se il laboratorio aveva prodotto qualche cambiamento percettibile e/o utile nelle loro vite.

Fu proprio C.D. a meravigliarci, raccontandoci che i suoi due figli gli avevano recentemente chiesto come mai in casa avesse smesso quella rigidità che lo contraddistingueva ed avesse ricominciato perfino a sorridere e ridere.

Prendemmo queste filiali impressioni come spia di un mutamento significativo, ma eravamo lontani dalla verità. Alla fine del laboratorio C.D., nell’ambito della discussione finale di verifica, si aprì completamente: nella commozione generale rivelò di aver perso la moglie molto amata nel luglio precedente, con un tumore che l’aveva costretta ad una lunga agonia. Ci ringraziava per avergli offerto una nuova prospettiva di vita.

A distanza di un anno, circa, abbiamo saputo che, ad alcuni mesi dalla conclusione del laboratorio C.D. aveva incontrato una compagna, con la quale stava per iniziare una convivenza, in una nuova casa, avendo lasciato quella precedente ai due figli.

Per noi fu chiaro che con C.D. avevamo centrato l’obbiettivo di offrire il ridere come scintilla del cambiamento.

 

T.M. è una casalinga di circa cinquant’anni, ex segretaria di un grande manager. Si iscrisse al nostro laboratorio nel 1995, con un’aspettativa altissima.

Già nel primo incontro, nel clima schietto ed empatico che solitamente si crea, T.M. espresse la propria difficoltà: “Sto male, sono sempre triste, io che sono sempre stata una persona amena, non riesco più a trovare un valido motivo per alzarmi la mattina...Non frequento più nessuno, vedo questo corso come l’ultima spiaggia...” Aveva gli occhi lucidi, controllando a fatica le lacrime.

Alla fine dell’incontro, Sonia la invitò ad un colloquio privato, per capire come lavorare sul suo caso. T.M., oltre ad essere in trattamento farmacologico presso il Dipartimento di Salute Mentale territoriale, aveva ricevuto una diagnosi di depressione. In più era sofferente di un morbo all’intestino, solitamente molto pericoloso. Dal colloquio emersero elementi che chiarivano come T.M. avesse bisogno anche di una psicoterapia, a causa soprattutto, di un lutto recente non elaborato. Oltre al laboratorio iniziò così a vedere Sonia tutte le settimane.

L’investimento sulle nostre figure fu subito totale. Ella aveva il dono di utilizzare al massimo ogni strumento e suggerimento che le mettevamo a disposizione: in questi anni è stata probabilmente l’allieva migliore, diligente e pignola. I “compiti a casa” che davamo (gli esercizi di mimica facciale, quelli di scrittura creativa ecc...) venivano da lei svolti con entusiasmo e divertimento: risultando sempre tra i più significativi, i lavori le procuravano un surplus di gratificazione dal gruppo dei partecipanti. Riusciva ad entrare con naturalezza in contatto con gli altri del gruppo, la normalità del sentirsi, la serenità dell’accogliere e dell’essere accolta.

Un consiglio seguiva con particolare scrupolosità: “ridere” almeno due ore al giorno, attraverso un video, un libro, un’amica divertente: “...lo faccio perchè dopo mi viene voglia di telefonare a qualcuno, di uscire...mi sento più attratta dal mondo esterno...tutto diventa più caldo e vicino...”

Alla fine del corso stava veramente meglio. Aveva ripreso a frequentare persone e ad avere una giornata piena ed organizzata. Oltre a ciò, sull’onda della grande energia che il laboratorio le procurava, usando rimedi omeopatici ed una dieta equilibrata il suo problema all’intestino scomparve.

Le restava il terrore di rimanere senza supporti, da sola. Ci disse: “...Il gruppo di Comicità è salute non è solo fonte di energia, ma la realtà di quanto senso abbia saper ridere...”

Fu lei a chiederci di continuare, ad inventare un secondo livello, cosa che noi facemmo, tre mesi dopo. La psicoterapia individuale durò circa nove mesi in tutto. A tutt’oggi T.M. sta molto bene ed è divenuta una delle più attive associate a Ridere per vivere.

 

 

 

PARTE SECONDA.

 

Nella quale si scopre l’homo ridens, dalle origini all’attuale disgrazia.

 

CAP. I  IL  RISO  DEGLI  DEI

 

 1. Il corpo di Baubo

 

Sincronizzate le lancette. Siamo all’alba del mondo.

La dea della terra e della fertilità, Demetra, è prostrata in un tragico lutto: Persefone, sua unica figlia, è stata rapita dal tetro Ades, signore dei morti, che ne ha fatto la sua sposa, confinandola agli Inferi.

Lo stato d’animo depresso della Madre si ripercuote su tutto il creato: non vi sono più frutti per uomini ed animali, la sterilità di ogni cosa diviene catastrofe cosmica...

Un’ancella, Baubo, riesce a rimediare al disastro planetario.

Scorta la Dea piangente, nei pressi di Eleusi, in Grecia, dopo aver compreso il motivo di tanto dolore, mette in pratica un’idea geniale.

Di nascosto si dipinge sul ventre, un volto bizzarro, i cui occhi sono i seni, la cui bocca coincide con l’ombelico, il cui mento barbuto si adagia sulla vulva. Riassettato il peplo si presenta alla dea con una bevanda d’orzo. Al rifiuto di Demetra, la ragazza, per tutta risposta, scopre repentinamente il proprio corpo, in modo che le braccia, poste piegate sulla testa, coperte dalla veste, risultino un buffo turbante sul grottesco volto maschile che appare di scatto alla dea.

 

 figura  7 (baubo)

 

 A questo improvviso ed inatteso comic-strip, la Madre scoppia a ridere ed accetta la bevanda.

Il lutto è interrotto, terminato, la Terra torna a concedere i suoi frutti, la catastrofe rientra.

Il mito è riportato da varie fonti che, sebbene differiscano nei particolari, sono concordi nell’attribuire al Riso la funzione di “detonatore di salvezza”: senza il Riso di Demetra, il lutto universale avrebbe sopraffatto la vita.

 

Spostiamoci di qualche migliaio di chilometri a sud est e circa cinquecento anni indietro nel tempo.

Un papiro egizio, databile attorno al 1160 a.C.  ci racconta la disputa tra Horus, il Dio chiaro dell’alba, della saggezza e della scienza e Seth, dio delle tenebre e delle tempeste.

Su cosa disputassero non è dato sapere, ma doveva essere qualcosa di assai serio se Ra, il Sole, signore dell’Universo, ne riceve grande pena e massima offesa: decide di ritirarsi nella propria dimora per non uscirne mai più.

Inutile forse aggiungere che l’astro diurno cessa di splendere, in un’improvvisa catastrofica eclisse totale. La terra si ferma, la vita è sospesa mentre il dio giace afflitto. Anche qui è una donna che pone rimedio al cataclisma; è proprio con il suo corpo nudo, offerto improvvisamente alla vista di Ra, che Hathor, sua figlia, lo costringe ad uno scroscio di risa. Il divino umore del padrone dell’universo è mutato,l’offesa  perdonata, il sole torna a splendere.

 D’accordo, senza la grottesca body art, il corpo di Hathor deve essere sato più sensuale che comico, eppure il risultato è lo stesso: è dal corpo femminile oscenamente e repentinamente mostrato che scaturisce il riso e con esso la soluzione della crisi, la resurrezione.

 

S’impone, a questo punto, un’altro salto spazio-temporale.

Siamo in Giappone, quando, nel 712 d.C., qualcuno mette per iscritto una storia molto più antica, appartenente all cultura shintoista. Vi si narra un episodio analogo ai precedenti:  la Dea del Sole, Ama-terasu è gravemente offesa dal dio del mare Susa No Wo; e ben si capisce! Il Poseidone nipponico le ha imbrattato di sterco le Sacre Stanze e per buona misura vi ha squartato un cavallo al contrario!

Non si conosce il motivo di tanta sudicia e truculenta insolenza, fatto sta che (anche stavolta) la Dea si ritira in un’impenetrabile caverna, sorda ad ogni richiamo, con il (solito) risultato di oscurare il creato con conseguente catastrofe planetaria. Ancora una volta è una schiava a risolvere la tenebrosa faccenda: davanti agli dei (otto milioni!) assiepati sulla soglia della caverna, l’ancella Ameno-Uzeme-No-Mikoto, improvvisamente, sciolti i lacci della veste, si denuda: allo spettacolo, del tutto incongruo per la situazione, tutti si sganasciano dal ridere, pensate otto milioni di divine risate simultanee!

Ama Terasu, incuriosita da tanta ilarità, fa capolino; è lesto un dio ad afferrarla per i capelli e trarla fuori dalla caverna. In un attimo il mondo torna alla luce.

Qui la cessazione della crisi è ottenuta indirettamente (sono altri che ridono), ma l’episodio ci fornisce un elemento in più: il Riso è contagioso e spinge alla curiosità chi non ne è preda: Di che ridi? Fai ridere (gioire, provare piacere) anche me!

Per concludere questa serie di miti, segnaliamo l’episodio tratto dalla saga nordica precristiana Edda, in cui la gigantessa Skadhi, entrata in violento e catastrofico contrasto con gli dei Asi, alla vista dei genitali di un uomo, Loki, per lei grottescamente piccoli,  scoppia a ridere, con questo    risolvendo la crisi.

 

 

2. Energia creatrice

 

I primi tre miti (e quello islandese, in cui salta agli occhi la differenza di sesso dell’esibizionista)

presentano sostanzialmente la stessa struttura: c’è un evento che innesca una crisi cosmica; c’è una donna che ostenta la sua nudità; c’è una risata liberatoria che mette fine  alla catastrofe.

Potremmo così sintetizzare: Morte +  Riso (sesso) =  Resurrezione della Vita.

Dunque per far ridere gli Dei c’è bisogno di un’oscenità, del Basso mostrato impudicamente ed all’improvviso. Non è curioso che entità altissime risolvano le loro crisi nel rapporto  (diremmo provocatorio) con il Corpo, il Basso, tramite una schietta risata?

C’è una strana premeditazione nei gesti di Baubo che, addirittura, si dipinge per  rafforzare l’effetto comico dell’esibizione. Forse le tre protagoniste (ed il quarto esibizionista) erano coscienti che , per dirla con l’antropologo Di Nola, “ il Riso degli Dei va definito come abbondante energia, presente nel cosmo e creatrice di tutte le cose mondane. E’ l’energia presente in tutte le cose...”  In presenza di una morte generalizzata, c’è bisogno di spingere le divinità allo sghignazzo, per sospendere il lutto e riconsiderare la carne, il sangue, il sesso.

Così il Riso di queste divinità viene interpretato da altri autori ( Iacobelli, R. Tessari) come la gioia che si manifesta davanti alla rivelazione del sesso, in quanto simbolo del piacere in esso contenuto, dal quale scaturisce la creazione della vita. E’ questo, dunque, la connotazione divina del grembo della donna, cioè l’impulso alla creazione insito nel piacere sessuale.

L’Alto degli Dei si tocca con il Basso del corpo: il cerchio della vita si chiude grazie ad una risata.

 

Ancor più stupefacente, poichè in ambito cristiano, la Genesi parallela suggerita da un papiro alchemico (di scuola neo-platonica) del II sec. d. C., conservato a Leida, che conferma senz’ombra di dubbio l’ipotesi del Riso divino creatore di vita. Un anonimo studioso annota che:

“...appena Dio rise nacquero sette dei che governarono il mondo: appena scoppiò a ridere nacque la luce...scoppiò a ridere una seconda volta ed apparve l’acqua...al settimo giorno che rideva apparve l’anima...” Dopo uno sbellicamento alla settima potenza Dio stacca un pezzo da sè e lo trapianta nel genere umano: non è sensazionale? E cosa potè causare questo scoppio di onnipotente ilarità, questo kolossal in sette esilaranti puntate, questo comicissimo Big Bang (incidentalmente, grosso scoppio) ? Purtroppo il papiro non ci informa. Magari, nella sua onniscenza il buon Dio già pregustava lo scherzo che stava per farci!

 

Il Riso di Sara.

 

Una clamorosa conferma all’ assunto che ridere fa bene alla salute ci giunge dal testo base della civiltà occidentale, la Bibbia.

Nel libro dei Proverbi  ( 17:22 ) si legge che “ un cuore giocoso fa bene come un farmaco”.

Appare chiaro che nell’aggettivo “giocoso” si nasconde l’attitudine alla levità, al prendere la vita con la giusta dose di ironia, a non dimenticare l’arte di giocare con la nostra stessa esistenza, ad uscire dagli steccati  della normale serietà.

 L’aggettivo, peraltro, si rivolge al cuore, all’organo, che per gli antichi conteneva l’anima, l’essenza stessa della persona.

 

A rinforzare il nostro assunto,  nel nucleo più antico delle Sacre Scritture, la Genesi, troviamo l’episodio del Riso di Sara che, riletto alla luce del motto biblico di cui ci siamo appena occupati assume una veste nuova ed assai interessante.

La storia è arcinota: Abramo e Sara, ormai ottuagenari, non sono riusciti ad avere il figlio che Geova ha loro promesso. In realtà un figlio, che ha già l’imprimatur della primogenitura, esiste ed è già grande. Si tratta di Ismaele, figlio sì di Abramo, ma non di Sara, soltanto simbolicamente a lei affiliato al momento del parto, dopo una gestazione “in affitto” nell’utero di Agar, una schiava. Possiamo leggere tra le righe del testo sacro lo stato d’animo di insoddisfazione, tristezza , depressione,  rassegnazione della moglie di Abramo, madre di un figlio non suo, sterile coniuge, mutilata in una parte fondamentale della femminilità.

Un bel giorno, dalla caligine del deserto appaiono tre viandanti che il vecchio Abramo riconosce per creature divine; (del resto da un pezzo ha queste frequentazioni e per lui è subito chiaro che si tratta di Geova stesso, divenuto triplice...). Subito il vegliardo prepara quanto ha di meglio da offrire e viene apostrofato con queste parole: “...l’anno prossimo...Sara, tua moglie avrà un figlio...”.

La donna, nascosta nella tenda retrostante, da un pezzo in menopausa “rideva dentro di sè, dicendo: -dopo essermi indebolita avrò realmente piacere...” , nonostante Abramo, con tutta la buona volontà, sia piuttosto fiacco?

A questo punto, grazie alle facoltà telepatiche, Geova-Viandante ha un sussulto di sdegno e un po’ s’arrabbia con Abramo: “ Perchè, Sara ha riso, dicendo, “in realtà davvero partorirò benchè io sia divenuta vecchia?” Ribadendo, sdegnato, la sua onnipotenza, Geova ripropone la profezia del figlio entro un anno.

Sara, meno abituata alle visite divine, tenta una bugia:( “ Io non ho riso!...)”, ma viene subito redarguita:  No! Tu hai effettivamente riso!. 

A nostro avviso, ed alla luce di quanto ormai sappiamo sul fenomeno del ridere, questo puntiglioso sottolineare il riso interno di Sara ci sembra, da parte di Geova, non tanto un ribadire le proprie capacità telepatiche, quanto un dare risalto al cambiamento dello stato d’animo ferale della donna: tu hai riso, una scintilla  vitale dentro di te è scoccata, quindi sei di nuovo fertile!

Questo ci è confermato ancora dalle parole di Sara, più avanti, quando, puerpera, asserisce: “ Dio ha preparato per me il Riso, chiunque lo udrà riderà (gioirà) di ciò che mi è avvenuto”.

 

A ribadire ulteriormente il concetto del Riso, sinonimo di piacere sessuale e quindi di fertilità, di salute sarà lo stesso nome che i genitori-trisavoli imporranno al bambino:  Isacco (Itzaac) letteralmente “Figlio della risata”, o, secondo altra accezione, “ Colui che ride”.

Infine, se Sara non avesse genuinamente riso a quella che poteva sembrare una  bella panzana, la stirpe di Israele non si sarebbe perpetuata e noi avremmo dovuto fare a meno dei Fratelli Marx, di Lenny Bruce, di Woody Allen e della sterminata, fantasmagorica galassia dell’umorismo Yiddish,

quel ridere quasi sempre autoironico, anche in condizione estrema, anzi, soprattutto.

 La stessa lingua yiddish., infearcita di doppi sensi, di per sè umoristica, è una lingua che incorpora la parodia della realtà. Momi Ovadia, ha dichiarato recentementeche a non è possibile impartire ordini in yiddish: lingua opposta all’imperativo petulante.

 

PARTE TERZA

 

Nella quale si scopre un metodo per tornare a sorridere (e magari anche guarire).

 

 

CAP.I  Comicità è salute:  la sopravvivenza dell’Homo Ridens

 

 

1. Sperimentare l’altro punto di vista

 

Che il Riso, il comico, l’umorismo abbiano uno spessore enorme e giochino nella nostra esistenza un ruolo fondamentale (quanto insospettato) ci sembra, a questo punto, un fatto assodato.

Ma poco contano le notazioni di principio e le affascinanti teorie, che non siano poi sperimentate sul campo, quando lo scopo che ci si prefigge è quello di tentare di migliorare la qualità della vita delle persone,  contribuendo alla mobilitazione delle risorse interiori di autoguarigione.

Così il nostro lavoro si è concretizzato, fin dal principio, in un laboratorio di ricerca vitale, una palestra, un luogo ed un tempo dedicati alla riscoperta del riso perduto.

Comicità è Salute, il Riso come tecnica di sopravvivenza: è questo il contenitore nel quale centinaia di persone d’ogni ceto sociale ed età,  hanno cercato e spesso trovato, in questi anni, quella scintilla, in grado di operare quel cambiamento del punto di vista, necessario per  ribaltare vite poco soddisfacenti, disagi, nevrosi, angoscie, malattie, o magari solo affinare intuizioni o il proprio sense of  humour.

Attraverso una presa di coscienza dell’importanza del ridere e, contemporaneamente, condotti nei tre percorsi pratici del laboratorio, moltissimi hanno potuto scrollarsi di dosso abiti mentali ormai consunti, abitudini  insane e rapporti-prigione. Hanno potuto riaccostarsi al bambino che erano e che non cessa  mai di esistere nel profondo dell’animo, ricavandone tutte le energie necessarie per riemergere, osservare la realtà con piglio nuovo e divertirsi a farlo.

 

Abbiamo accennato a tre percorsi pratici: essi sono mutuati da esperienze fatte in altri campi, quali il training teatrale, la scrittura creativa, il gioco fine a sè stesso,l’animazione, la meditazione, l’ipnosi.

Originale è, invece, la sintesi che ne è derivata, cioè il complesso degli effetti scatenati dalla sinergia di queste tecniche.

Esse investono, infatti, innanzitutto il corpo considerato come il veicolo principale della comicità.

Sappiamo che tutto ciò che è in qualche modo collegato ad esso, ha caratteristiche utili ad una sana risata. Spesso, nelle sessioni del laboratorio, siamo costretti a ricordare alle persone che posseggono un corpo che non è solo veicolo di malattie, ma fondamentale mezzo di espressione.

Per molti addirittua la respirazione è un qualcosa di sconosciuto e lontano dall’esperienza

(cosciente) quotidiana.   

In secondo luogo il nostro intervento si appunta sul linguaggio, nella distruzione e ricostruzione dei nessi logici legati alle parole.

Così, insegnare la scrittura umoristica significa minare i tranquilli  binari del comune parlare, analizzando, modificando e ricostruendo i significati dei termini ed i luoghi comuni del discorso

partendo anche semplicemente dai suoni che le parole dette realizzano nell’aria.

Questo ingenera meraviglia, costringe ad una salutare ginnastica mentale, finendo per essere strettamente funzionale al cambiamento che perseguiamo proprio perchè è il linguaggio uno dei maggiori pilastri della staticità del nostro essere, una delle facoltà umane che spesso più contribuisce ad imprigionare la creatività.

Infine, dopo aver toccato corpo e mente il nostro lavoro prosegue nel tentativo di prendere contatto con l’anima dei partecipanti ai nostri stages, tentando di parlare direttamente alla parte profonda, tenuta accuratamente ai margini dai gendarmi della razionalità, seppellita da montagne di convenzioni ed autocastrazioni.

Quel bambino interiore che vive in noi e che spesso si esprime in modo negativo (anche gli adulti infatti fanno i capricci, hanno paura ...) viene fatto riemergere con la sua carica di vitalità, di energia positiva, di capacità espressive e salutari, mediante  diverse visualizzazioni guidate.

 

Questi percorsi di ricerca avvengono in modo contemporaneo.

Nelle due ore del laboratorio c’è spazio per giocare con il corpo, con le parole, apprendere lo spessore dell’umorismo e tentare l’approccio con la parte profonda delle persone.

E’ essenziale, infatti, che tutte le facoltà  vengano coinvolte simultaneamente, allo scopo di divertire, scardinare in fretta resistenze ed asperità, coinvolgere completamente.

Esistono due livelli del laboratorio per un numero di circa sessanta ore complessive. Gneralmente preferiamo la formula di due ore a settimana, ma esiste la possibilità di condensare il lavoro in un paio di week end intensivi.

 

 L’impressione che cerchiamo di dare  sempre è quella di essere sbarcati su di un altro pianeta.

 

 2.  Il Corpo Comico

 

Dove c’è Corpo c’è Riso.

All’umorismo cerebrale di certe battute fredde, basate sui giochi di parole, non si risponde mai con una piena risata. E’ un sorriso sbuffato quello che ci scappa quando ascoltiamo boutades del tipo: il colmo per un industriale della carta igienica? Andare a rotoli!

Ma a ben vedere anche nelle freddure sono presenti elementi di corporeità.

Altra cosa avviene quando un Benigni, incarnando Il piccolo diavolo, si slaccia la patta dei pantaloni per mingere: è un tornado, un uragano, un Niagara di urina. Qui  la risata erompe incontenibile.

Il corpo, in osmosi con lo spazio che lo riempie e da cui viene riempito, è l’elemento essenziale del Riso: tutte le sue funzioni dal sesso, al mangiare, al dormire, all’evacuare, allo star male, al gesticolare, sono potenzialmente legate allo scoppio di risa. Il corpo non può nascondere niente, nè perfezione nè deformità, quindi può essere considerato sempre da qualche altro punto di vista e reso comico.

 Più l’uomo si pensa superbamente in alto, giunto alle vette dell’evoluzione grazie al puro pensiero, più è facile che anche semplicemente soffiandosi il naso precipiti nel ridicolo.

Così, giocoforza, nel nostro laboratorio partiamo proprio dal corpo per scardinare l’idea che i partecipanti hanno di sè, il loro grado di autocontrollo, il ruolo che normalmente rivestono nella vita, l’essere adulti, razionali, per bene.

 

Vale, per tutte le tecniche che stiamo per illustrare, il concetto che si tratta di un allenamento al ritorno all’infanzia, al lasciarsi andare ad attività  ludiche apparentemente fini a sè stesse: il gioco si compie per ricordarsi che si può provare gioia gratuita, diventando allegri e rimanendo in quello stato per un certo tempo dopo la fine del gioco.

 

Prevediamo un momento di formazione del gruppo (giochi di conoscenza, fiducia e di contatto);  il momento centrale è dedicato all’espressione del sè, in forma più o meno ludica; l’ultima parte è quella degli esercizi energetici, che tentano di far circolare le energie del gruppo a vantaggio dei singoli, quale rafforzamento dei mutamenti sopravvenuti durante il laboratorio.

All’interno di queste categorie, abbiamo elencato i giochi in modo non sempre consequenziale, poichè Comicità è salute non ha mai uno svolgimento standard, ma modella il suo percorso sui gruppi che di volta in volta si formano. Così spesso, è necessario cambiare l’ordine degli esercizi, ripeterli, ometterli ecc...: trattando un argomento così duttile e sfuggente, come il ridere, una struttura di laboratorio troppo rigida potrebbe, in certi contesti, sortire effetti opposti oppure ingenerare indesiderati “effetti collaterali”.

  

CAP.II PER UNA MENTE UMORISTICA

 

1. La bomba

Potremmo paragonare il discorso ad un treno, con i suoi binari (l’argomento) le sue carrozze  (parole e frasi), i suoi orari (punteggiatura), la sua bella locomotiva, la logica.

L’umorismo è una carica di dinamite posta sotto i binari, un capotreno pazzo che mischia prime e seconde classi tra loro e con i carri merce, un capostazione altrettanto folle che fa scattare semafori e scambi del tutto a caso: la locomotiva deraglierà!

E’ questo lo scopo dei comici del linguaggio, umoristi della pagina scritta, dinamitardi e folli facitori di parole. Vi è mai capitato di ascoltare Alessandro Bergonzoni?

Così, nei nostri laboratori, per scardinare rigidità e timidezze,  inaugurare sinapsi cerebrali inusitate,  spingere al cambiamento del punto di vista sul mondo, operiamo per considerare le parole ed i contesti logici del discorso, in modo avulso dal loro significato senza, purtuttavia,  discostarci troppo da esso. Praticamente come camminare su di un filo invisibile.

Eppure si tratta di tecniche molto note, mediante le quali si arriva a considerare le parole non solo come convenzioni, ma come materia viva da plasmare fino a trovare la forma giusta,in grado di strapparci il sorriso e, se capita, qualche risatella: I suoni si mischiano alle lettere, le parole ne risultano tranciate deformate e ricucite in modo da offrire altri nessi, sensi, analogie, suggestioni.

Ci si trova a penetrare con il pensiero creativo (tipico dell’ emisfero cerebrale destro) nell’ambito di una delle roccaforti dell’emisfero sinistro: quello, appunto, del linguaggio. La risultante di questo hamburgher di neuroni sarà così la sintesi di intuizione e razionalità: una boutade, un gioco di parole, un calembour, una barzelletta, una sciocchezza, sanamente importante, logicamente irreprensibile, pur d’una logica completamente altra.

Per restare in tema di treni e stazioni, ecco un saggio di geografia ferroviaria. Mutuato dalla tecnica dell’assonanza è stato composto da G.M., casalinga di cinquantacinque anni, romana:

 

 

 IN  UNA  MATTINA  DI  FOGGIA.

 

“Il mio trento ancona non partiva. Chieti il perchè di quella lucca aosta. Il controllore, uomo abbastanza belluno, mi rispose: “ Arezzo vado a sentire como mai non è in potenza, ma lei, asti tranquilla! ed abbia piacenza. Ora vado di brescia, però livorno subito così palermo un po’”. Quando torinò, mi chiese, “lei, piuttosto, ma ‘nto va?.” “A caserta mia “ risposi ,“ ma, me messina!, ho perduto la vicenza, proprio oggi che volevamo fare un brindisi perche vene zia e dovevamo darle il benevento insieme alla Gori zia, a la Spè zia e alla Tina.

In quel momento parma di udine un rumore di ferrara ed il trento si messina di nuoro in moto. “Arezzo,” dissi, “salerno sicuri che non di parma di nuoro?”

 “Bologna sperarlo,” rispose, “ lei terni ad essere parma, si metta a lecce il giornale , non sia trieste e foggia buon viaggio”.

“Cosenza dubbio viterbo ringraziare per la piacenza” conclusi, facendo un bel treviso.

 

Così, il nostro percorso nella scrittura umoristica inizia dalle lettere che compongono il proprio nome per giungere, alla fine, a costruire gadgets, biglietti augurali e affini, oppure a comporre  racconti umoristici, vocabolari fantastici e varie amenità.

 

CAP. III “ Ciao, sono io, da bambino! ”

 

1. L’eclisse dell’io

Per permettere alla  nostra parte razionale di eclissarsi , nel nostro laboratorio usiamo l’ipnosi. Questa, come è stato verificato sperimentalmente, è lo strumento più efficace (rispetto al rilassamento autogeno e all’imagery,) per parlare alla parte più profonda di noi, che possiamo definire mente inconscia, nella quale risiede il nostro bambino interiore (cfr prima parte).

Iniziamo le visualizzazioni verso la metà delle ore disponibili. Esse sono sconsigliate solo a chi ha avuto un lutto recente, per tutte le altre persone non abbiamo mai riscontrato particolari difficoltà.

Wilder Penfield della Mc Kinley University di Montreal nel 1951 scoprì che il cervello è un potente registratore di emozioni: i ricordi di tutti gli avvenimenti della nostra vita sono registrati in dettaglio nella corteccia cerebrale, comprese le sensazioni psicofisiche correlate. Operando con pazienti affetti da epilessia focale, in anestesia locale, Penfield stimolava con una sonda settori dell’encefalo: si avevano forti reazioni emotive, poichè venivano riproposti alla mente dei soggetti situazioni passate che egli riviveva come accadessero nel presente. Solo a trattamento concluso il soggetto ricollocava temporalmente quei ricordi.

la personalità si può strutturare anche secondo lo schema genitore-adulto-bambino.

Si tratta di una metafora per sottolineare la nostra parte censoria, quella matura, e quella fanciullesca.

Quotidianamente noi passiamo da uno stato all’altro, ma difficilmente ammettiamo l’ultimo dei tre: certamente perchè il bambino che è in noi è un po’ discolo, ci fa arrossire, innammorare quando meno ce lo aspettiamo...

 

Continuamente ci imbattiamo in situazioni in cui reagiamo come fossimo bambini (perdita rabbiosa o prostrata del controllo, le superstizioni.

Nei nostri laboratori la parte del bambino che richiamiamo è quella che contiene gli aspetti positivi dell’essere piccoli: la curiosità, la creatività, l’intensità nel sentire, la gioia nello sperimentare, la capacità di stabilire contatti empatici immediati, la capacità di amare intensamente quello che si ha intorno Nel bambino sono registrate le sorprese, le prime volte, le avventure, le sensazioni orginarie del contatto con la mamma, la rievocazione della capacità di oziare, correre felice, rubare la cioccolata,  giocare.

Quest’esperienza permette alla persona di riscoprire la parte di sè seppellita dall’educaz a controllare il bambino  a soffocarlo: solo in certi luoghi lo si può lasciare libero, ma, come abbiamo visto queste occasioni sono in costante calo.

Ritrovare la capacità di uscire dal ruolo, di smettere la divisa è ciò che noi tentiamo di evocare.

 

4. Il komos e una buona idea.

 

Al di là di questo parallelo, se consideriamo la parte rivelata della figura di Dioniso, cioè il vino, l’ebbrezza, la festa, la speranza di un’umanità migliore, per contro all’ordine costituito, alla serietà istituzionalizzata, alla routine del lavoro, senza fine e disperata, ben possiamo capire i forti contrasti tra i riti dionisiaci dell’Ellade con la realtà delle città-stato in formazione.

Nei boschi sacri, luoghi di difficile accesso, legati a tabù, selvaggi ed inesplorati nelle notti si tenevano dei riti dionisiaci oltremodo interessanti: vi si radunavano soprattutto donne, schiavi, contadini,( quanti cioè non avevano trovato un posto di rilievo nella polis apollinea); si formavano delle processioni al lume delle torce. In uno stato di gioiosa ebbrezza i seguaci del dio avanzavano cantando versi osceni, toccandosi l’un l’altro i genitali, recando i simboli della divinità, la palla, i dadi, la trottola ( emblemi della follia), ma soprattutto recavano un albero di fico, scolpito a forma di fallo ed ornato di nastri e palline, simbolo di fertilità, nè più e nè meno come il nostro albero di Natale.

Il corteo, il cui nome è Komos, si dirige a lambire i centri abitati, per sconvolgere la pigra opportunistica tranquillità dei dormienti, a ricordare loro che che il mondo non è solo quello che pare così facile accettare. Essi scorticano i nervi del corpus sociale, costringendo l’irritato ascoltatore, controvoglia strappato dal sonno, ad udire, rivolgendosi alla parte più segreta di sè, una sepolta verità: l’esistenza di un mondo altro, in cui si afferma la distruzione dei ruoli sociali, la divinazione, l’estasi orgiastica, la visione mistica dell’età dell’oro.

A lungo andare questo stato di cose dovette  creare notevoli problemi, se è vero che i Komoi vennero proibiti.

Eppure non era possibile comprimere oltremodo quella parte segreta nascosta in ogni essere umano, pronta ad uscire, indesiderata: ci voleva una buona idea.

Stava per nascere il Teatro, luogo e tempo ugualmente sacri a Dioniso, ad un Dioniso depauperato della sua forza eversiva,  decisamente addomesticato.

Vediamo perchè.

Innanzitutto la stessa denominazione “Theatron” (lett. “Luogo in cui si guarda”) suggerisce una partecipazione al rito non più diretta ma da lontano. Si evita accuratamente che alla celebrazione partecipi la donna, che era l’essenza stessa nel Komos e della forza del dio, in modo che , come è noto, anche le parti femminili vengono interpretate da uomini.

Il bosco sacro esiste ancora, ma è paragonabile al nostro retroscena, luogo sì, ancora misterioso, ma certo meno selvaggio, in cui l’attore tramite la maschera (prosopa, identità) si fa invasare dallo spirito dell’eroe che sta per rappresentare.

In queste feste vengono rappresentate dall’alba al tramonto tre tragedie (da Tragos,la pelle del  capro espiatorio, cioè l’eroe che dovrà in qualche modo sacrificarsi) ed una commedia . Quest’ultima  denominazione viene dalla stessa radice Kom di Komos e darà origine anche alla parola comico.

 

Cerchiamo di fare, ora, uno sforzo di immedesimazione.

 Stiamo partendo da casa, in Atene,  nel giorno d’inaugurazione delle feste Dionisie maggiori. Abbiamo con noi la famiglia, le vettovaglie per la giornata, probabilmente qualche rudimentale cuscino per stare un po’ più comodi. Dopo un tragitto più o meno lungo, entriamo a teatro e, trovato posto nel grande affollamento,  dopo la routine religiosa, hanno inizio gli spettacoli.

 Alla fine della prima tragedia, siamo compenetrati nell’avversa fortuna dell’eroe, la sua storia ci ha straziato l’animo. Alla fine della seconda tragedia, meditiamo mestamente sulla fragilità della natura umana. Alla fine della terza siamo ormai sull’orlo dell’abisso, un po’ come Demetra quando le rapirono la figlia...Il futuro è più che incerto, ferale.

In questo stato d’animo, con la morte nel cuore, potremmo tornare alle nostre normali attività? Molto difficile vivere senza speranza.

Ecco la funzione della Commedia, farci cambiare umore, scaricare la paura della morte, ridere a crepapelle, tornare a pensare alla carne, al sangue, al sesso, ai problemi concreti della vita.

La comica finale, dunque, non è stata inventata dai pionieri del cinema .

Solo alla fine del ciclo delle rappresentazioni avveniva la famosa catarsi, cioè letteralmente e precisamente solo in presenza di uno stato d’animo reso allegro dopo il sentore della morte. Catarsi viene dal verbo greco Kathairo,cioè libero dai mostri , i pensieri negativi, la malvagità, la paura della morte.

Ancora una volta lo schema  MORTE +  RISO =  RESURREZIONE DELLA VITA, si rivela calzante.

 

 5. Gobbe, pance e grossi falli.

 La struttura della Commedia Antica (sostanzialmente quella aristofanea) è molto diversa da quella della tragedia.

Vi danzano due cori invece che uno, a sottolineare il carattere più gruppale della rappresentazione. Gli attori hanno delle tipologie stereotipate, per lo più vecchi satiri, giovani viziosi, schiavi intriganti. Le loro maschere si segnalano per i ghigni sguaiati, barbe e capigliature incolte: a guardarle sembrano tutte versioni del volto semibestiale di Sileno, il precettore di Dioniso, non-uomini primordiali, protagonisti dell’età dell’oro; i loro ventri e le loro gobbe, grottescamente pronunciati sono tutti indizi di fertilità: donne e uomini sono tutti gestanti! I secondi, poi, recano un fallo abnorme, ostentato, goffo, ridicolo, comico nei suoi ondeggiamenti che esprime enorme, bestiale fertilità.

Tutto questo armamentario (vicino alla realtà primordiale del Dio), contrasta violentemente con il concetto di perfezione della scultura fidiaca, che andava affermandosi in quel periodo, in cui si rappresentano i corpi nella loro perfezione geometrica, dimensione solare  apollinea, armonica e razionale.

Come e noto, i contenuti delle Commedie di Aristofane sono imbevuti  d’una esplosiva mistura di critica sociale, senso dell’etica, ironia mordace.

Il grande autore affidava la sua voce e le sue convinzioni soprattutto  agli schiavi, tra i quali si riscontra così il più alto grado di saggezza e di pulizia morale. Si tratta di una virtù resa irresistibile proprio dalla vis comica di chi incarna il gradino più basso, a ben vedere il più prossimo al dio sotterraneo del teatro.

Così se i personaggi più genuinamente aristofanei sono dei sopravvissuti di un tempo che non è più, ne risulterà  che l’immagine deformata e mostruosa non è la loro, bensì quella dell’uomo moderno, che, allontanatosi dalla folle ma genuina saggezza primordiale, per sprofondare nella folle razionalità del vivere civile , ha smarrito il senso profondo della sua umanità.

Lo schiavo-satiro, nella sua qualità di non-uomo può permettersi di dire la verità; nei suoi lazzi rivive il Komos, nel suo grottesco parlare, pieno di inflessioni dialettali contadine, si riverbera la voce di Dioniso.

La critica alla società ateniese, che con la nostra ha numerose ed inquietanti analogie, avviene così attraverso la comicità di personaggi alieni che, proprio per questa estraneità riescono ad essere sommamente esilaranti, potendo guardare il mondo da un punto di vista altro.

 

 6.Bacco contro Marte: una tazza di pace.

 L’eroe aristofaneo, affacciatosi al mondo civile, non ne comprende il cardine fondamentale, cioè il denaro:

 

            “...tutto questo comprare non sapeva nemmeno cosa fosse...Egli produceva tutto da sè,            di comprare non si parlava...”Tutte le arti e gli espedienti degli uomini derivano da     esso...” “...compresa la retorica e l’oratoria politica, il pensatoio delle anime sapienti...che insegnano, a pagamento, a vincere le cause giuste e pure quelle ingiuste...”...”la condizione della vita umana, chi non la considererebbe una follia,         l’opera di un demone malvagio?”.

 

Duemilacinquecento anni dopo, alla luce dei disastri ecologici, delle guerre sempre più crudeli, dell’impoverimento di gran parte dell’umanità, della corruzione imperante, come dar torto a questi ragionamenti?

 

Per uno di quei casi della storia che appaiono assolutamente necessari, la prima commedia di cui si ha notizia mette in scena direttamente un Komos.

Si tratta de Gli Acarnesi, di Aristofane, la cui trama appare assai moderna, intrisa com’è di un limpido pacifismo: Diceopoli, ateniese, ha compreso, contrariamente ai suoi concittadini, che la guerra contro Sparta è una pazzia, per cui egli, da solo, dichiara la pace, non sentendosi più in guerra contro gli spartani.

Per sottolineare pubblicamente questa presa di posizione, Diceopoli inscena un Komos, certo un po’ casareccio, con la moglie, i figli, i servi, ma dall’impatto estremamente efficace. Questo induce il pubblico al riso, con il che si sottolinea la giustezza della visione dionisiaca: meglio appendere lo scudo alla parete e gustarsi una tazza di pace, oppure, come dirà più avanti l’ateniese ribelle: “... ora reggimi la testa:  devo vomitare, gli elmi mi fanno schifo”  E’ evidente che qualsiasi regista userebbe proprio un elmo, come recipiente per il contenuto dello stomaco di Diceopoli.!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Donne e giovinetti amanti, viva Bacco e viva Amore! Ciascun suoni, balli e canti, arda di dolcezza il core, non fatica, non dolore! Ciò c'ha a esser, convien sia. Chi vuol esser lieto sia, di doman non v'è certezza
(Lorenzo il Magnifico. Canzone di Bacco)

 

 

 

 

La risata è il fenomeno più sacro che esista sulla terra, poichè esso è la vetta più alta della consapevolezza.
(Osho)

 

 

 

 

Il riso è una benedizione di Dio: fa bene, è una ginnastica fisica.
(Aldo Fabrizi)

 

 

 

 

Chi è musone, triste e depresso non riesce a tener lontane le malattie.
(Susumo Tonegawa, premio Nobel per la Medicina 1987)

 

 

 

 

Che differenza c'è tra uno scaldabagno e un politico? Nessuna:
se si toglie la resistenza, in fondo resta solo il bidone...
(Anonimo)

 

 

 

 

Contro l'orrore il senso dello humour... Bisogna ridere molto per fare il mondo nuovo, perchè altrimenti ci viene quadrato e non può girare.
(Sub-comandante Marcos)

 

 

 

 

Beati quelli che sapranno ridere di se stessi, perchè si divertiranno moltissimo.
(Anonimo)

 

 

 

 

Chi ha il coraggio di ridere è padrone del mondo.
(Giacomo Leopardi)

 

 

 

 

Il riso fa bene perchè è un'espressione del diabolico e del tragico che c'è in ognuno di noi, capace di liberarli e insieme di procurare allegria.
(Enzo Iannacci)

 

 

 

 

Fate attenzione agli uomini che non ridono, sono pericolosi.
(Giulio Cesare)

 

 

 

 

Il comico è una faccenda difficile, a capirlo si è risolto il problema dell'uomo su questa terra.
(Umberto Eco)

 

 

 

 

Ride Apollo, ride Hermes, ride ciascuno degli dèi e il loro riso trasmette sostanza alle cose intramondane e dà energia ai legamenti di esse.
(Platone)
Timeo

 

 

 

 

Vivere è cosa troppo importante per parlarne seriamente.
(Oscar Wilde)

 

 

 

 

Godete sempre dell'allegria.
(San Paolo)
Lettera ai Filippesi

 

 

 

 

Il riso: non c'è nessuna emozione umana, a parte l'amore, che sia così potente e universale. Eppure, per la scienza, esso è misterioso come un buco nero.
(John Hadfield)

 

 

 

 

Ridere è la facoltà di essere maligni con la coscienza tranquilla.
(Friedrich Nietzsche)

 

 

 

 

La vita è un gioco e un trastullo.
(Maometto)

 

 

 

 

In nessun caso è tanto facile essere indotti al riso come quando si è tristi.
(Cartesio)

 

 

 

 

La medicina non è divertente, ma c'è molta medicina nel divertimento.
(L. e M. Cowan)

 

 

tratte da:  "La terapia del ridere" di Fioravanti e Spina; ed. Red

 

 

 

 

 

 

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COMICOTERAPIA

 

 

La psicologia del sorriso è ancora agli albori, ma ne sappiamo abbastanza per renderci conto che sorridere è di importanza fondamentale per la nostra salute...

Ridere aiuta a lavorare meglio

(ANSA) - ROMA, 3 NOV - Una risata in ufficio migliora il lavoro. L'ha scoperto Chris Robert, ricercatore dell'universita' del Missouri. "La battuta tra colleghi - spiega lo psicologo - aumenta creativita', coesione e prestazioni personali". Secondo la ricerca, le persone scherzose hanno migliori risultati e riescono a ridurre i conflitti durante le riunioni. Quando il capo non e' arcigno - spiega Robert - riesce ad assegnare meglio anche compiti sgraditi e risulta piu' apprezzato.

          

        

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