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La scienza
funziona solo nel contesto in cui opera
LA DIREZIONE DEL PASSERO
Predirre il
futuro con il lancio di ossicini, danzare nudi
fino al trance per curare i malati imponendo le
forze dell'universo, il genio matematico di un
pastore nilotico, tutto questo può essere
scienza se si parte dal presupposto che la
nostra non è l'unica scienza.
Alberto Salza, antropologo
Oggi non siamo disposti a
bere infusi esotici o a ingoiare funghi alieni,
solo perché ci viene assicurato che "fanno
bene". Così intere squadre di ricercatori
battono la foresta amazzonica alla ricerca di
principi attivi che possano curare le malattie
dell'occidente, come il cancro o lo stress,
sfruttando pozioni e conoscenze degli sciamani.
È arcinoto che la farmacopea prodotta dalla
scienza occidentale derivi da sostanze contenute
in piante, funghi o muffe (aspirina e
penicillina, per citarne un paio). Ecco spiegata
la nostra disponibilità a ingoiare una qualche
pozione assieme allo stregone, per quanto
sporchi e maleodoranti siano entrambi. È
altrettanto comprensibile (anche se non molto
giustificabile sul piano etico) che la suddetta
pozione venga analizzata in laboratorio e quindi
riprodotta o sintetizzata per operazioni sul
mercato farmaceutico: è successo ai Sangoma zulu,
in Sudafrica, i quali, adesso, si vedono privati
del diritto di riprodurre le proprie misture
curative, in quanto protette da brevetto
internazionale. E se l'opera dello stregone
dovesse fallire? La colpa sarà: a) dello
stregone, che, come ben avremmo dovuto
immaginare al solo vederlo, è un emerito
ciarlatano; b) della pozione, di cui in primis
non avremmo dovuto fidarci e a cui attribuiremo
una serie di malanni collaterali a venire.
Lo sciamano e la salute
Talvolta arriviamo anche a
concepire che siamo stati degli idioti: un mio
amico, sull'Himalaya, si è curato i problemi
intestinali con dell'acqua del Gange, benedetta
da un lama, che era rimasta un paio di settimane
in una bottiglia di plastica, a marcire. Lo
hanno salvato all'ospedale. Quasi mai, però,
arriviamo a capire che, della cura, forse ci è
sfuggito qualcosa. Sulle spiagge del Ghana, un
divinatore ewe mi chiedeva lumi su come
funzionasse l'analisi scientifica degli
antropologi. «Vedi», mi diceva, «ogni volta che
io lanciavo in aria i miei ossicini per predire
il futuro o curare una persona, i tuoi colleghi
annotavano con estrema cura la disposizione che
essi assumevano sulla sabbia e registravano
tutte le mie parole. Ma nessuno osservava il
fenomeno più importante: ciò che accadeva agli
ossicini in aria: È durante il volo che tutto
avviene».
La scienza funziona nel contesto in cui opera:
la nostra medicina non prova neppure a definire
cosa sia la "salute" (che, in effetti, è un
concetto relativisticamente culturale), in
quanto il suo contesto è la malattia, non il
paziente. Da qui derivano i prodigi diagnostici
della tecnologia e i miracoli della chimica
farmaceutica. Nelle popolazioni a livello
etnologico, invece, il guaritore è il contesto
di cura per il paziente: ogni gesto, o il
costume, o le parole, tutto ha valore
terapeutico poiché egli rappresenta il tramite
terreno tra il paziente e la trascendenza della
salute. Nessun occidentale farebbe come i
Boscimani, nelle notti gelate del Kalahari:
danzare nudi per ore e ore fino a raggiungere,
prima uno e poi l'altro, uno stato di trance
aspro e doloroso, attraverso cui si possa
raccogliere il potere sciamanico, canalizzarlo
dal mondo dello spirito, per poi trasferito a un
mediatore (di solito una donna) che, a sua
volta, lo imporrà ai malati. È una cura che
coinvolge le forze dell'universo: è per questo
che funziona.
Siamo tutti scienziati
Se, come ci raccontano nel
tecnopolio in cui viviamo, la scienza è
l'osservazione del mondo per trarne delle leggi,
allora siamo tutti scienziati, primitivi e non.
Altrimenti non potremmo vivere. Essere empiristi
significa osservare bene le cose prima di trarne
delle conclusioni per ripetere l'esperimento.
Ogni uomo, inteso come sistema adattivo
complesso (in grado di imparare dall'esperienza,
ma non di essere pienamente descritto da un set
di equazioni, per quanto complicate) non può che
essere razionale ed empirico, a parte gli
schizofrenici paranoidi (assai più numerosi tra
gli scienziati che non tra i selvaggi). Se poi
la scienza è la resa matematica della realtà,
allora abbiamo un problema: il teorema delle
proposizioni indecidibili (paradosso già noto ai
presocratici, del tipo: «lo sono un bugiardo»)
espresso da Kurt Gódel nel 1931, quasi in
contemporanea con il famoso principio di
indeterminazione di Werner Heisenberg (di una
particella elementare non è possibile valutare
contemporaneamente velocità e posizione), ci
dice chiaramente che alcune parti della realtà
sfuggono alla descrizione, fosse anche puramente
matematica. A quanto pare, la fisica, la regina
hard delle scienze occidentali, sembra ammettere
due modelli di scienza, solo eventualmente
complementari: uno empirico-deduttivo, per le
cosiddette leggi della natura (macrocosmo); e
uno logico-probabilistico per le particelle
elementari (meccanica quantistica del
microcosmo) e per tutto quello che non si riesca
a spiegare altrimenti, come, per esempio, il
modo in cui si comporterà il fumo di una
sigaretta in questa stanza
Se ci possono essere due
scienze, perché non tre, quattro, infinite? In
fondo, ogni scienza è una neuroscienza, in
quanto studia solo il cervello del ricercatore e
si palesa come narrazione della sua mente
(Teorema della regressione infinita di John von
Neumann). II fatto è che, in ogni cultura, il
mondo viene percepito sotto due prospettive:
quella scientifica e quella che potremmo
definire "etnica" o popolare. Immaginatevi una
macchia di vernice liquida e oleosa sparsa sul
tavolo. Essa assumerà contorni curvi e non
sempre ben definiti, con protuberanze, anse,
rientranze, estrusioni. La macchia, poi, non ha
confini netti e muta di forma con il tempo,
allargandosi o rinsecchendo. Questa è la
conoscenza etnica, a logica vaga, incerta, non
binaria (i matematici la definiscono fuzzy
logic, per cui A può, in una certa misura,
essere non-A): su di essa proiettate un
quadrato, grigio o policromo, a seconda della
vostra posizione politica. Questa è la
conoscenza scientifica del mondo che, secondo la
concezione occidentale, è basata sull'immane
pregiudizio del concetto classico di causalità
(il determinismo, secondo cui a ogni causa
corrisponda un effetto prevedibile dalla legge).
Il quadrato non sarà mai in grado di coprire la
macchia, pur essendo le due superfici abbastanza
comparabili. Come una gran parte del pensiero
scientifico sfugge al livello popolare (chi è
qui in grado di esprimere chiaramente il
concetto di gravitazione universale, o anche
solo il funzionamento del proprio telefono
cellulare?), così gli spigoli aspri della
conoscenza scientifica non riescono a contenere
vaste aree mobili della macchia della conoscenza
etnica. Ci sono pertanto aree inesplorate di
conoscenza (e questo lo sa ogni scienziato), ma
ci sono vaste praterie in cui questa scienza non
sarà mai in grado di penetrare. In sintesi: la
scienza occidentale si accontenta della
diversità; per allargare i confini occorre che
si interessi alla disparità, una forma complessa
di diversità che non ruota attorno a
numerosissime, piccole variazioni sul tema, ma
si fonda sulla dinamica profonda del
cambiamento.
La
logica meticcia del vivere
Per gli antropologi, il
cambiamento è sempre stato una sorta di anatema:
Fin dagli inizi della disciplina, a cavallo
dello scorso secolo, gli studiosi lanciavano
allarmi: gli uomini, artificiosamente suddivisi
in etnie e tribù per scopi classificatori e
politici – il continuum genetico-culturale
preantropologico è una realtà emergente negli
studi dell'antropologia postmoderna, che cerca
di trovare un nuovo vocabolario per istituzioni
e gruppi umani, assai diversi da e meno rigidi
di: "etnia", "parentela", "tribù", "clan",
"popolazione", "società", per non parlare della
razza –, quei meravigliosi soggetti esotici per
ricerche sul campo dell'altrove, a contatto con
la nostra cultura, stavano cambiando! L'identità
individuale muta giorno dopo giorno, in modo
diverso nelle varie culture. Qui sono un malato,
in quanto degenerato per vecchiaia; altrove
potrei essere un anziano, apprezzato per
l'incremento di saggezza, una forma di sanità
progressiva. Analogamente funziona per quel
pericoloso falso storico-scientifico che è
l'identità culturale, madre di tutti i razzismi.
Nel momento in cui la genetica chiarisce
finalmente come non esistano confini tra le
popolazioni di Homo sapiens, la ricerca sul
campo mostra all'antropologo culture dissolte in
un insieme seriale che debordano verso culture
solo artificiosamente (in genere per scopi
politici) ipotizzate "altre", senza soluzione di
continuità e con numerose sovrapposizioni. La
cultura di ciascuno non è altro che un serbatoio
di pratiche di conflitto o pacificazione, che
servono agli attori sociali per rinegoziare
continuamente la propria identità: è la logica
meticcia del vivere, mutazione dopo mutazione,
cambiamento dopo cambiamento. In contesti
ambientali e sociali così variabili (da sempre e
non solo al contatto con gli occidentali) la
cosiddetta "tradizione" può essere letale. Non è
detto che il cambiamento vada sempre a buon fine
(gli uomini muoiono e le culture possono
svanire), ma, rispetto alla rigidità della
tradizione, non è necessariamente una rovina. A
proposito dell'alterazione dei costumi presso i
Turkana, pastori nomadi del Kenya, un
antropologo ha scritto:« La pesca sta minando
dall'interno l'ortodossia Turkana. II pesce è la
carne più proibita per i pastori. La maggioranza
dei Turkana prova ancora ribrezzo soltanto a
toccare il pesce. Oggi, però, la pesca è ricerca
di cibo e attività remunerativa». Con i Turkana,
per anni, ho condiviso piste sassose, scarso
cibo e siccità infernali: cosa dovevano fare?
Morire di fame, ma "duri e puri"?
Una chance di sopravvivenza
Come avviene nel caso
dell'evoluzione somatica, il cambiamento
coinvolge solo un certo gruppo minoritario di
caratteristiche. Infatti, proprio come nella
genetica evoluzionistica, i caratteri culturali
sono in maggioranza neutri, né adattivi
(considerati buoni dalle persone, ma non dagli
antropologi), né maladattivi (nocivi per
individui e intere culture). Anche qui, si
tratta semplicemente di un confronto tra
necessità e caso. In questo contesto evolutivo,
si dovrebbero analizzare i moduli di cambiamento
(vissuti dall'interno del gruppo umano) come a
partire da e non verso dove, come vorrebbero
invece i programmatori di sviluppo. La
modernizzazione non è un demone antropologico,
ma potrebbe anche rivelarsi un fattore neutro
della vitalità di individui e gruppi umani. Noi
diamo spesso una spiegazione paralogica
dell'ignoranza, della povertà e
dell'emarginazione del Terzo e Quarto Mondo,
attribuendole all'attaccamento alle tradizioni,
intese come limite (incapacità di adattamento) o
come virtù (orgogliosa resistenza). È una svista
clamorosa. L'unico sostanziale cambiamento
prodotto dalla modernizzazione sembra proprio la
limitazione alla strutturale capacità di
trasformazione di individui e gruppi a partire
da una situazione spiacevole, o difficile, o
inadeguata al "benessere" e alla felicità (non
sempre è in gioco la sopravvivenza!).
Non è detto che tale cambiamento debba seguire
il modello lineare che conduce immancabilmente
un loro verso un noi, come bene afferma Saverio
Kràtli. II problema è che, se il cambiamento
avviene al di fuori di tale modello, noi non
siamo neppure capaci di riconoscerlo. Sui monti
del Kenya settentrionale, incontravo spesso un
giovane pastore samburu, con pitture facciali,
lancia, collanine e tutto il resto. Parlava a
malapena il kiswahili, la lingua franca della
zona. Era una persona ammodo, responsabile di
tutto il capitale di famiglia in bestiame, che
difendeva da predoni e leoni. Mi disse che
metteva da parte, ogni anno, qualche capra per
pagare gli studi al fratello, nella scuola
statale, giù in pianura. Mi pregò di andarlo a
trovare per vedere come se la cavasse. Tempo
dopo (a piedi, le distanze si allungano,
ascientificamente) arrivai alla scuoletta
sgangherata. Vi trovai un essere abominevole,
solo capace di importunarmi con continue
richieste di assistenza (denaro, quaderni, biro,
la solita solfa della gioventù sponsorizzata
d'Africa). Non imparava neppure un granché.
Tornato sui monti dissi al fratello, ovviamente,
che il ragazzo era brillantissimo e che sarebbe
divenuto presto lui stesso un maestro e poi,
chissà, magari presidente. Ne ricavai un sorriso
e un macigno sul cuore. Dopo due o tre incontri,
in cui il pastore si mostrava sempre più adulto
e lo studente sempre più cialtrone, mi recai a
parlare con il loro padre. «Ma come li scegliete
i figli da mandare a scuola?», gli chiesi.
«Vedi, vagabondo», mi rispose dandomi
l'appellativo locale per "uomo bianco", «se un
ragazzo mostra grandi doti di correttezza,
coraggio e capacità di gestire il bestiame,
allora lo teniamo nei pascoli, dove sarà utile a
tutti: gli stupidi, invece, quelli li mandiamo a
scuola, così diamo loro una chance di
sopravvivenza».
Le
opzioni del pastore
Una scuola formale per
tutti è l'obiettivo che si pone l'Onu per il
2015, la più massiccia operazione di
modernizzazione e cambiamento che si sia mai
vista. Se non si approntano metodologie di
riconoscimento della disparità, ancor più che
della semplice diversità, i danni saranno
incalcolabili: quel ragazzo della scuoletta in
Kenya magari è già maestro e potrebbe davvero
divenire presidente. Un pastorello di quelle
parti, ogni volta che muove il gregge nella
savana, si trova davanti a una matrice
decisionale a più dimensioni. Deve tener conto
di nove parametri: pascolo erboso, pascolo di
foglie, acqua, sicurezza personale, sicurezza
della mandria, socialità, controllo, possibilità
di movimento dal sito, fattibilità di movimento
dal prossimo sito. Nella semplice logica binaria
sì/no (1 o 0) questa matrice gli fornisce già
1014 opzioni. Se poi inseriamo una scala
semplificata a tre soli livelli
(vantaggioso/neutro/svantaggioso), allora si
troverebbe nella mente una matrice a 59.049
caselle. Se su queste applicherà una prudente
taratura decisionale
(ottimo/fattibile/marginale/rischioso), allora
si troverà a maneggiare 262.144 opzioni. La
savana che lo circonda, poi, gli fornirà cinque
valutazioni (++/+/+-/-/--) delle pressioni di
imprevedibilità climatica. A questo punto, la
matrice nella mente del pastorello ha quasi due
milioni di caselle (1.953.125). E noi vorremmo
mandarlo a scuola per insegnargli l'aritmetica?
Con questo non vogliamo dire che, ogni qualvolta
vediamo un pastore nilotico accucciato sotto
un'acacia, inerte e avvolto nella sua coperta al
punto di sembrare morto, egli sia intento a far
di calcolo tra due milioni di problemi. È però
certo che, se l'educazione formale non gli
insegnerà a essere un pastore migliore a partire
dal suo set cognitivo (scientificamente
ricchissimo), egli avrà due semplici opzioni
(ah, la faciloneria manichea del pensiero
occidentale!): o resistere fuggendo la scuola (e
questo è un cambiamento, non un mantenimento
della "tradizione"), oppure svanire in città.
In una notizia del 7.9.2000 si legge che in
Sierra Leone, un gruppo di ragazzini, detti West
Side Boys, teneva in ostaggio un gruppo
consistente di paracadutisti britannici e alcuni
civili. Freetown ha reso note le loro richieste
di riscatto. «Non vogliamo soldi, né
riconoscimenti politici. Vorremmo uscire vivi da
questo paese per andare dovunque ci venga
garantita l'ospitalità e la possibilità di
andare a scuola». Due giorni dopo intervengono
esercito, marina e aviazione britannici.
Bilancio: sei ostaggi liberati, un paracadutista
morto, 25 ragazzi uccisi (tre donne nel numero),
18 feriti e catturati, un ostaggio civile ucciso
(«Era nero pure lui», a detta di un commando).
Il ministro della Difesa Geoffrey Hoon, da
Londra: «I ribelli avevano avanzato
rivendicazioni impossibili da accettare». Esiste
una leggenda del falco giapponese, che ha a che
vedere con il codice del samurai. Si narra che
il falco, nelle freddissime notti invernali del
Giappone, catturi un passero e se lo tenga
stretto tra gli artigli .per scaldarsi le zampe.
La mattina presto, nella luce rosa e grigia
dell'alba, lo lascia volar via. Si dice che il
falco giapponese guardi il volo del passero, per
controllarne la direzione. Per quel giorno, da
quella parte, egli non caccerà. Se solo noi
facessimo attenzione alla direzione che prendono
le altre minuscole culture, intente ai loro
cambiamenti come sempre, e, per almeno un breve
periodo, le lasciassimo in pace, allora non
rischieremmo, un'alba livida di domani, di
svegliarci con i piedi freddi. Molto freddi.
Fonte:
http://www.enel.it/magazine/boiler/arretrati/boiler15/html/articoli/Salza-Scenari.asp
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