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inserito il 09 ottobre 2007

Edizione 209 del 28-09-2007
Buddismo e diplomazia

La Merkel contro il genocidio in Tibet
di Corrado Galimberti

Lo scalpore che la cancelliera tedesca Angela Merkel ha destato per aver ricevuto, seppur in forma privata, il Dalai Lama, guida spirituale di quasi tutti i tibetani, la dice lunga sulla concezione che le cancellerie internazionali e la maggior parte dei mas media hanno dei diritti umani e del rispetto delle rivendicazioni autonomistiche di alcuni popoli. La Merkel ha non solo sfidato le patetiche e scomposte minacce di Pechino, ma anche la contrarietà degli imprenditori tedeschi che fanno affari d’oro con gli aguzzini del popolo tibetano. La cancelliera ha sfidato i cinesi già due volte. La prima, anni fa, come capo dell’opposizione. Ma in questi giorni il guanto di ferro l’ha calzato in un ruolo ben diverso, ovvero come capo del governo di un gigante dello scacchiere internazionale. Gli stessi sorrisi, gli stessi abbracci, le stesse parole di solidarietà, hanno quindi assunto un significato diverso e sarà interessante verificare se la scontata reazione di Pechino che continua a occupare il Tibet da oltre mezzo secolo, rimarrà un gesto isolato o avrà un seguito.

I giornali tedeschi hanno del resto dato avvio già da tempo al dibattito sulla liceità morale della partecipazione tedesca alle prossime Olimpiadi che avranno luogo proprio in Cina, anche in relazione alla politica di annientamento dell’identità tibetana. Tanto che sul prestigioso settimanale Die Zeit, alcuni intellettuali hanno apertamente chiesto al governo di boicottare l’appuntamento in nome dei diritti umani. Il gesto della Merkel non può non essere stato soppesato col bilancino e potrebbe nascondere qualche strategia concordata in precedenza con i nemici del colosso asiatico, in primo luogo con gli Stati Uniti. In ogni caso quello tributato al Dalai Lama, che ha persino rinunciato da tempo a chiedere l’indipendenza del suo paese, accontentandosi di qualche forma di autonomia, è comunque un gesto forte, che dovrebbe essere fatto proprio dai leader di tutto il mondo che blaterano tanto di diritti umani e di autodeterminazione dei popoli, salvo fare affari con i peggiori aguzzini della storia.

In passato l’ex cancelliere Gerhard Schröder, che in politica estera ha saputo oggettivamente profilarsi in modo molto chiaro, sganciando la Germania dal gruppo di paesi sempre così attenti a non urtare gli interessi degli Stati Uniti, si è sempre rifiutato di seguire l’esempio della Merkel e l’ex ministro degli Esteri Klaus Kinkel ha persino rifiutato di indossare la caratteristica sciarpa bianca che il Dalai Lama dona in segno di pace a tutti i suoi interlocutori. Ma ora, forse, la situazione è cambiata. In effetti i tibetani sono un popolo imbarazzante. Forse hanno il torto di non ricorrere alle bombe per fare udire le proprie ragioni. E infatti nessuno li ascolta. È notizia recente che in questi mesi altri 350 mila tibetani sono stati trasferiti a forza dai loro villaggi rurali in ridenti
“villaggi socialisti”. Nessuno fiata, nessuno protesta, nessuno indice manifestazioni. Dal 1950 di tibetani ne sono già morti un milione e 220 mila. Non si sono spenti dopo lunga malattia. Sono stati aiutati dagli invasori cinesi.

Le autorità cinesi, che sanno mentire bene come quelle tricolori, sostengono che i 250 mila tibetani sfrattati sono stati trasferiti per il loro bene, per avvicinare pastori e contadini alle principali arterie stradali e facilitare loro la vita. Un modo sottile per distruggere il tessuto sociale, religioso e culturale del Tibet consiste infatti non solo nel demolire monasteri, incarcerare monaci, stuprare monache (non indossano il burqa quindi i progressisti non hanno nulla da eccepire), vietare di praticare la propria religione e parlare la propria lingua. Consiste anche nella devastazione del territorio tibetano, sul quale si vanno costruendo strade e autostrade anche a 4000 metri, in modo tale non solo da abbruttire il territorio e soffocarlo di rumori e cemento laddove hanno sempre regnato il silenzio e l’armonia, cardini della riflessiva religione del buddismo tibetano, ma servono anche a portare immigrati - naturalmente cinesi - che riducano in minoranza la popolazione locale.

L’organizzazione umanitaria Human Right Watch ha riferito che la casa nel villaggio socialista, i tibetani sfrattati se la devono pure pagare. E sono obbligati a contrarre mutui di 4000 euro, una cifra enorme per un popolo con un reddito medio di 200 euro l’anno. Geniali, i cinesi. Hanno inventato i deportati che si devono pure pagare vitto e alloggio nel luogo di deportazione. Per continuare con la repressione, che ha sortito notevoli risultati nelle città, ora la battaglia di sradicamento si sta concentrando nelle campagne. Perché è nei villaggi rurali che la cultura tibetana resiste, nonostante la repressione rossa. Ma i tibetani non mollano. Si fanno imprigionare. Si fanno stuprare. Si fanno uccidere. Tutto per non diventare cinesi, atei praticanti, e “mangiacani”. Forse bisognerebbe prendere esempio da un popolo tanto coraggioso. Boicottare i prodotti made in China potrebbe essere un gesto concreto per dimostrare alle cancellerie internazionali che il diritto alla libertà e all’autodeterminazione va garantito anche a chi non ha santi in paradiso in nessun consesso internazionale. Non è necessario sfilare in piazza, firmare petizioni, commuoversi guardando “Sette anni in Tibet”. Basta lasciare sullo scaffale gran parte di quello che viene comunemente acquistato in ogni negozio europeo e sostituirlo con prodotti made in qualcos’altro. Troppa fatica?


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