Una
legge per fermare il flagello
delle bombe a grappoloLa guerra vigliacca
ATTENZIONE! ALCUNE IMMAGINI SONO
PARTICOLARMENTE CRUDE ED
ESPLICITE
www.itvs.org/
In
Libano il conflitto è finito, ma
restano sul suolo oltre 100 mila
ordigni che mietono vittime con
un ritmo di 3 al giorno.
Soprattutto bambini. Sono le
famigerate cluster bomb, le
bombe a grappolo che somigliano
a giochi colorati, ma dilaniano
chiunque nel raggio di 150
metri. Contro queste armi
micidiali un appello della Santa
Sede e, in Italia, un disegno di
legge per metterle al bando.
di Silvia Pochettino
Sembrano palline da tennis, o piccoli cilindri dai colori sgargianti con attaccato un simpatico paracadute. Non possono non attirare l'attenzione, soprattutto dei bambini, sempre in cerca di nuovi giochi. Solo che poi esplodono, dilaniando chiunque si trovi nel raggio di 150 metri, con una potenza molto superiore alla più efficiente mina antiuomo. Sono le cluster bomb, le micidiali bombe a grappolo che, sganciate dagli aerei o lanciate dai mezzi di artiglieria, si "aprono" in volo lanciando sul terreno centinaia di bomblet, mini-bombe che si spargono per centinaia di metri, a volte migliaia. In teoria dovrebbero esplodere tutte al momento dell'impatto, ma di fatto il margine di errore è così elevato che fino al 20% resta inesploso a terra, in attesa di essere trovato dal bimbo di turno.
Regali israeliani
Le cluster bomb sono tornate
alla ribalta nella guerra in
Libano, dove Israele ne ha fatto
un uso massiccio tanto che,
secondo Jan Egeland,
sottosegretario generale agli
Affari umanitari Onu, sarebbero
oltre 100 mila gli ordigni
inesplosi sul suolo libanese, su
359 siti da bonificare. «È
scioccante e immorale - ha detto
Egeland - che il 90% delle bombe
a grappolo siano state lanciate
da Israele nelle ultime 72 ore
del conflitto, quando sapevano
che la guerra doveva finire»; e
Christopher Clark, direttore del
programma United Nations mine
action service, rincara la dose:
«La guerra in Libano ha generato
una delle più gravi
contaminazioni di ordigni
inesplosi mai vista».
In una recente inchiesta di
Rainews24 un soldato israeliano
porta dati allarmanti: «Il mio
battaglione ha sparato 1.800
missili, ognuno con all'interno
650 bombe, si tratta di circa
1,2 milioni di cluster bomb». E
poi confessa: «Quest'arma è
talmente, talmente... dire di
massa non è abbastanza. Una
specie di giorno del giudizio,
sì. Perché tu riempi un intero
blocco di territorio, lo riempi
tutto con queste piccole bombe,
e questo provoca danni enormi».
Il governo di Israele sostiene
di aver usato solo armi conformi
alle convenzioni internazionali,
ed è vero in parte perché le
cluster bomb, a differenza delle
mine, sono ancora legali,
tuttavia secondo l'art. 51 della
Convenzione di Ginevra "non
dovrebbero essere usate in zone
abitate", e vanno contro il
principio che condanna l'uso di
armi con effetti "indiscriminati
sui civili".
Letali ed economiche
Ma il problema cluster non è
nuovo. Ne ha fatto uso massiccio
l'aviazione americana nella
prima guerra del Golfo e in
Afghanistan (dove è rimasta
famosa la drammatica somiglianza
tra i pacchi viveri lanciati
dagli aerei e le cluster della
stessa tinta gialla).
Altrettanto massiccio l'uso da
parte della Nato sul Kosovo,
come spiega il generale del
Genio Fernando Termentini, oggi
in pensione: «Nella primavera
del '99 sono state sganciate
1.392 cluster contenenti oltre
280 mila bombelet su 333 aree
del Kosovo», arrivando al
paradosso di «avere molti più
morti e feriti tra i civili per
le cluster dell'alleanza contro
Milosevic che non per le mine
lasciate dai serbi». Termentini
è il maggiore esperto italiano
di bonifica di ordigni
esplosivi, alle spalle missioni
in Pakistan, Kuwait, Somalia,
Mozambico, Bosnia, Afghanistan;
è stato tra i primi a denunciare
sui giornali, già nel '97 quando
il Trattato di Ottawa metteva al
bando le mine antiuomo, che «si
stavano dimenticando le cluster,
che in pochi anni sarebbero
divenute la più seria emergenza
umanitaria». Così è stato.
Spiega Termentini: «Dal punto di
vista formale la differenza tra
cluster e mine
antiuomo
è grande: le prime hanno scopi
offensivi, servono a saturare
una zona in vista dell'avanzata
delle truppe di terra, si
interrano e restano inesplose
casualmente, le mine invece sono
sempre interrate con scopi
difensivi, almeno in teoria. Ma
dal punto di vista degli effetti
i due ordigni sono assimilabili,
anche se le cluster sono
estremamente più sensibili,
basta sfiorarle, e l'esplosione
è 5 volte più potente delle
mine».
Il generale in pensione oggi
collabora con l'ong Intersos
come responsabile dell'unità di
sminamento umanitario: «Le
cluster danno maggiori problemi
di bonifica rispetto alle mine
perché non si possono
assolutamente spostare e vanno
fatte brillare in loco, ma
soprattutto è molto più
difficile ottenerne una
mappatura certa, essendo
lanciate dai mezzi di
artiglieria o sganciate dagli
aerei: si conosce la zona di
lancio ma non l'esatta
ubicazione sul suolo. E c'è il
problema del loro uso da parte
di eserciti non regolari». Le
cluster sono infatti tra le armi
più economiche sul mercato, «una
sub-munizione per artiglieria
costa circa 10 euro, una per
aereo 20» dice Termentini. Ciò
significa che un lancio di
artiglieria (contenente in media
80 sub-munizioni) non costa più
di mille euro. Peccato che il
costo per bonificare il terreno
sia almeno dieci volte tanto,
«intorno ai 40 mila euro al
giorno per una struttura di
sminamento affidabile che arriva
a bonificare quotidianamente 5
mila mq».
Armi legittime?
Ma com'è possibile che bombe
progettate per esplodere
all'impatto con il terreno
abbiano margini di errore così
alti? «L'esplosione o meno delle
cluster lanciate dai mezzi di
artiglieria, come quelle usate
in Libano e in Iraq, dipende
dalla traiettoria di lancio e
dalla qualità del suolo - spiega
Termentini - se il suolo è
morbido il proiettile si
interra, e si può ritrovare in
un raggio di 400 metri dal punto
di lancio. Per quelle lanciate
dagli aerei si aggiungono le
variabili della quota di lancio
e la velocità. Ufficialmente si
afferma un margine di errore del
5%, ma ho verificato sul terreno
una media del 20% di
sottomunizioni non esplose. In
alcune zone dell'Afghanistan si
è giunti al 50%».
Contro l'uso delle cluster bomb
si è pronunciata di recente
anche la Santa Sede, che con
Australia, Irlanda, Messico,
Nuova Zelanda e Svezia ne ha
chiesto la moratoria alla
conferenza internazionale della
Convenzione sull'uso di armi
convenzionali (Ccw), svoltasi a
settembre a Ginevra. «L'ultima
guerra in Libano - dichiara
l'arcivescovo Silvano Maria
Tomasi - ci porta in modo
tragico le prove del dramma
umanitario che si dipana sotto i
nostri occhi». E aggiunge:
«Dichiarare un'arma legittima
non la rende più accettabile né
meno inumana, e il miglioramento
della qualità delle
sub-munizioni non può essere la
soluzione. Riportare il tasso di
fallimento all'1 o 2% (come
si è proposto in sede
internazionale, ndr) non
significa nulla. L'1% di 100
mila bombe è comunque
tantissimo. Le vittime dei
conflitti passati e futuri non
possono attendere anni di
negoziati e dibattiti. Perciò
una moratoria sull'uso di queste
armi si impone».
Cessare la produzione
A
livello internazionale è attiva
da 4 anni "Cluster munitions
coalition" (www.stopclustermunitions.org),
una coalizione di 115 ong e
associazioni che si battono per
mettere al bando questi ordigni.
«Chiediamo la cessazione
dell'uso, della produzione e del
commercio di queste armi - dice
Giuseppe Schiavello,
responsabile della sezione
italiana della campagna (www.campagnamine.org)
- e l'assunzione di
responsabilità da parte degli
utilizzatori per la bonifica dei
territori colpiti e l'assistenza
alle vittime». In Italia il
lavoro di lobbing sta dando
frutto: di recente è stato
presentato da 37 senatori un
disegno di legge per modificare
la 374/97, la legge che ha messo
al bando le mine antiuomo, così
da estenderla anche alle cluster.
«L'adesione di tanti senatori,
appartenenti a forze politiche
diverse, testimonia la
sensibilità di larga parte del
Senato per la messa al bando
delle bombe a grappolo - dice il
senatore Nuccio Iovene,
promotore dell'iniziativa - È
una battaglia di civiltà, come
quella contro le mine antiuomo,
di cui l'Italia può diventare
apripista. Avevamo presentato il
disegno di legge già nella
scorsa legislatura ma senza
riscontri. Oggi lo ripresentiamo
su basi diverse e abbiamo già
avuto un colloquio informale con
il presidente della Commissione
difesa, ma i tempi sono incerti
finche si discute la
finanziaria».
Per Giuseppe Schiavello,
tuttavia, questo non basta: «Il
disegno di legge italiana è
fondamentale, ma si deve
arrivare anche alla ratifica in
sede internazionale del
protocollo V della Convenzione
sull'uso di armi convenzionali (Ccw)
che riguarda gli ordigni
inesplosi e obbliga gli Stati
firmatari a bonificare tutti i
siti contaminati. Dei 100 Stati
che hanno ratificato la
Convenzione, solo 23 hanno
firmato il protocollo
aggiuntivo. L'Italia deve dare
un segnale».
Cosa sono le cluster bomb
Le cluster bomb o
bombe a grappolo, come
le hanno chiamate i
pescatori dell'Adriatico
che le hanno trovate
nelle loro reti dopo la
guerra in Kosovo, sono
formate da un
dispenser, un
involucro che viene
armato con bombelet,
sub-munizioni (da 80 a
200 a seconda che sia
lanciato dai mezzi
artiglieria o dagli
aerei). Il dispenser
si apre in volo e lancia
sul suolo una pioggia di
mini-bombe dotate di
piccoli paracadute che
rallentano la caduta.
Tutte dovrebbero
esplodere all'impatto
con il terreno, ma il
margine di errore è
molto alto e anche il
20% delle bomblet può
restare inesploso a
seconda del terreno su
cui cade, trasformandosi
di fatto in una mina
antiuomo. |
Come si bonifica un terreno
«Ciò che rende
molto difficile
bonificare un terreno
dalle cluster bomb è
l'impossibilità di una
mappatura precisa della
dislocazione degli
ordigni - spiega il
generale del Genio in
pensione Fernando
Termentini, dal 2000 a
capo delle unità di
sminamento di Intersos -
La prima fase è un vero
lavoro di
investigazione. Partendo
dal punto di lancio
della bomba (informazione
che gli eserciti
regolari sono tenuti a
fornire alle unità di
sminamento, ndr) si
cercano reperti sul
suolo, si intervista la
popolazione, si
analizzano i segnali
ambientali per definire
l'area pericolosa. Poi
si divide tale area in
strisce e si lavora in
coppia: uno procede con
lo strumento di
rilevazione dei metalli,
l'altro scava dove
necessario». |
L'Italia e le cluster
L'Italia è tra i
57 paesi che hanno negli
arsenali munizioni
cluster e ha
partecipato a missioni
internazionali in cui se
ne è fatto uso (come in
Kosovo), anche se non
risulta averle mai
impiegate direttamente.
E si trova tra i 33
paesi produttori. A
quanto risulta alla
campagna italiana, le
ditte nostrane che
producono tali armi sono
due: la Simmel Difesa di
Colleferro (Rm) e la
Snia Bdp. Su quest'ultima
non ci sono informazioni
sul tipo e quantità di
produzione, mentre la
Simmel Difesa ha un
catalogo su web (ora
oscurato) che indica la
produzione di almeno 2
tipi di cluster:
il razzo aereo Medusa 81
mm (caricato con 11
bomblets anti-persona e
anti-materiale) e il
munizionamento da
artiglieria da 55 mm
Howitzer bomblets cargo
round, (caricato con 63
submunizioni
anti-persona/anti-carro
dotate di meccanismi di
autodistruzione). |