Col controllo sell'informazione si può far credere ciò che si vuole
La Tv domina-masse

di Marco Mari ( http://old.lapadania.com/2000/marzo/10/10032000p02a1.htm )

In questo mondo sempre più “piccolo” è la tv l’arma fondamentale per governare. Col controllo dell’informazione si può far credere ad un’opinione pubblica decisamente teledipendente quello che si vuole. E la sinistra lo sa benissimo. Se chiedete alla gente se ritiene che nel Belpaese esista una sorta di dittatura, un regime, assai probabilmente, vi sentirete rispondere in senso negativo. Magari qualcuno vi darà pure dei matti. È chiaro, si è soliti associare l’immagine dei regimi dittatoriali con l’esercito ed i blindati per le strade di Bulgaria o Romania “dei tempi d’oro” o nelle repubbliche sudamericane degli anni ’70.  In Italia il gioco è più sottile, quasi impalpabile ed i cittadini stentano a riconoscerlo. La vita frenetica inoltre non lascia molto tempo per dedicarsi con un po’ di calma all’analisi degli avvenimenti di politica ed attualità quotidiani. Il lavoro occupa talmente tanto spazio nell’esistenza di ognuno di noi che una volta chiusa la porta di uffici, negozi, fabbriche, si vuol solo evadere e non pensare più a niente. E giustamente si va alla ricerca dello svago. Il sistema gioca tutte le sue carte su questo: «Il popolo non si interessa di nulla e noi abbiamo le mani libere», paiono dire i governanti romani che sono riusciti a creare una sorta di “dittatura bianca” rendendo quasi impossibile l’espressione di qualsiasi idea diversa dal verbo sinistroide, l’unico degno di considerazione ormai non solo in Italia, ma anche nella “iperdemocratica” Europa. Per capirci: è dall’avvento in politica di Berlusconi che c’è la necessità di una regolamentazione del comparto televisivo dando la possibilità ad altri soggetti di svilupparsi e creare un vero sistema di concorrenza, così da fornire un’informazione realmente libera. Per anni i vari Prodi, D’Alema, Veltroni e cespugli vari, hanno fondato le loro campagne elettorali ed i loro consensi proprio sull’iniquità del settore e sullo strapotere mediatico del Cavaliere. Sicuri che egli sarebbe rimasto sempre sconfitto. Anzi, l’Ulivo in diverse occasioni ha persino chiesto ed ottenuto l’aiuto del Polo per uscire da non pochi pasticci, in cambio di contentini. Esattamente come faceva nei decenni scorsi la Dc col Pci. Perciò finché ha fatto comodo il Berlusca è stato il bersaglio, il toccasana per tutti i mali, utilissimo per coprire le incapacità, le inefficienze e l’assoluta assenza di contenuti di governo (Dini, Prodi o D’Alema non fa differenza) e di una sinistra che ha riposto nel cassetto i suoi principi storici e la sua identità. La caduta del muro che divideva Polo e Lega ha rimesso in discussione il discorso-potere. Dopo cinque anni la sinistra è davanti all’ipotesi reale, concreta, effettiva di perdere, e ciò la terrorizza. Così i Ds e loro servitori hanno subito affrontato il problema-spot. E da li si è capito quanta sia la paura di Baffino di lasciare Palazzo Chigi. Un governo realmente equo e democratico, si sarebbe adoperato per dare allo stivale la possibilità di avere un’informazione il più possibile varia, modificando l’attuale assetto televisivo e permettendo ad altri soggetti di affiancasi al duopolio Rai-Mediaset. Ma siamo nella “terra dei cachi” quindi... La tv di stato è un’arma troppo potente per essere toccata. Essa dedica nei Tg un terzo dello spazio politico al governo, un terzo alla maggioranza ed il rimanente all’opposizione. Senza contare che tribune politiche e trasmissioni similari sono gestite in genere da giornalisti amici. Perciò dopo aver bocciato la proposta sull’argomento del Cavaliere - sinceramente iniqua - per non perdere i privilegi la sinistra (il centro ormai è solo sulla carta) ha preferito tagliare gli spot. Anche quelli delle reti locali vietando alle radio e tv minori di fare informazione sui personaggi che si “scontrano” sul territorio. Gli elettori saranno così all’oscuro o quasi di quello che accade nel “locale” e saranno costretti a servirsi dei quotidiani, spesso vicini ai “rossi”. L’unico modo che essi avranno per informarsi sarà quello di seguire le reti nazionali dell’una o dell’altra parte. Ed il prossimo passo della maggioranza in vista delle politiche del 2001 sarà il conflitto d’interessi, altro tema finora ignorato. Il regime tenterà di mettere fuori legge il capo dell’opposizione: quell’esponente politico fino a ieri considerato degno e legittimo antagonista di D’Alema, oggi è visto come un pericolo per la democrazia. Da un Esecutivo che da anni procede con la decretazione d’urgenza, a colpi di maggioranza e limitando il più possibile l’azione in Parlamento dell’opposizione, c’è da attendersi di tutto. Le mani del regime mai come ora hanno avuto in pugno la televisione. L’immagine di un Presidente del consiglio protagonista per un’intera puntata in una trasmissione “leggera” condotta da uno dei cantanti più popolari in prima serata sulla rete ammiraglia del servizio pubblico, è un fatto che solo in un Paese “a rischio”  può accadere. È gravissimo che l’evento più importante (e più seguito) per quel che concerne la canzone italiana venga spudoratamente utilizzato a fini elettorali. Fazio, Dalla, Morandi, Mannoia, Venditti, Pavarotti, Jovanotti sono dichiaratamente schierati con l’establishment. Massimo e sottoposti devono essere davvero a corto di cartucce per chiamare l’intervento degli amici delle sette note. A parer mio i professionisti dello spettacolo (cantanti, attori, musicisti, ecc) proprio per la loro celebrità ed il fatto di essere spesso davanti a microfoni e telecamere dovrebbero astenersi dal rivelare la loro fede politica. Ma chiamandosi di sinistra riesci a lavorare, altrimenti tutto diviene più difficile. Non per niente in Rai c’è tutta gente vicina al potere. Questa è la democrazia dei signori del vapore che hanno il controllo di tutto. I professionisti vengono scelti in base alla tessera del partito e non secondo le effettive capacità individuali. Comunque sia, è arrivato il momento di mettere la parola fine all’operazione bavaglio messa in atto dai “progressisti” come pomposamente amano definirsi i vari Veltroni, Mussi e compagni: ed il punto di partenza di questo cambio di rotta sono le regionali del 16 aprile.

 

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