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  UN DIAMANTE E' PER SEMPRE...? 


 

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Il sangue sulla via dei diamanti

www.corriere.it/ speciali/diamanti.shtml

Li chiamano conflict-diamond, i diamanti che vengono estratti in Paesi dove si combatte una guerra civile: in Sierra Leone, in Angola, in Congo. Il loro commercio finanzia conflitti che hanno poco o nulla di politico. Sia i governi sia i ribelli hanno un unico obbiettivo: impadronirsi delle miniere e delle loro ricchezze

In Sierra Leone i guerriglieri del Ruf (Revolutionary United Front) controllano gran parte dei giacimenti. I miliziani obbligano i civili a estrarre per loro i diamanti, se li fanno consegnare, pagandoli una miseria, e poi li contrabbandano in Liberia e in Burkina Faso, i cui leader li ricompensano con forniture di armi. A casa del capo del Ruf, Foday Sankoh, arrestato l'8 maggio 2000, è stato trovato un quaderno dove sono meticolosamente annotati tutti i diamanti di cui il suo fronte è entrato in possesso dalla fine del 1998 all'inizio del 2000. La guerra civile è piena di episodi atroci: braccia e teste mozzate, sia da parte dei guerriglieri sia da parte dei kamajior, milizie tradizionali, fedeli al presidente Ahmed Tejan Kabbah. Nel Paese ci sono quasi 14 mila caschi blu in difesa del governo legittimo e l'Onu il 5 luglio ha decretato un embargo contro i diamanti illegali che vengono estratti dai ribelli.

In Angola la guerra civile si combatte da oltre 25 anni. Gli accordi di Lusaka, firmati tra il governo e l'Unita (União Nacional para a Independência Total de Angola) nel 1994, sono naufragati nel 1998. E' impossibile fare una stima dei morti tra la popolazione civile. Qualcuno li valuta sopra il milione. L'Unita controlla ampie zone minerarie nel nord e nel sud del Paese e vende le gemme regolarmente, nonostante l'embargo decretato dall'Onu, con la risoluzione 1173, del 12 gugno 1998. La commissione che deve vigilare sull'embargo è presieduta dall'ambasciatore canadese all'Onu, Robert Fowler.

La Repubblica Democratica del Congo, che fino al 1997 si chiamava Zaire, dall'agosto 1998 è sconvolta da una guerra civile che, in pratica, ha diviso in due il Paese. All'est c'è il governo di Laurent Kabila, sostenuto dagli eserciti di Zimbabwe, Angola e Namibia, all'ovest tre gruppi ribelli sostenuti da Ruanda, Uganda e Burundi.

Alcune organizzazioni per la tutela dei diritti umani (Human Right Watch e Global Witness) hanno denunciato il rapporto che esiste tra diamanti, traffico d'armi e guerre e lanciato un appello perché al più presto sia posto un freno e un controllo al commercio delle gemme più ricercate del mondo.

A metà luglio i commercianti del settore, riuniti nel loro congresso mondiale ad Anversa, nella sede dell'Alto Consiglio dei Diamanti, hanno approvato all'unanimità una mozione che mette al bando i diamanti provenienti dalle zone di guerra: «Chi li tratta - hanno solennemente promesso piuttosto preoccupati dalla possibilità di una campagna contro i diamanti minacciata da parte delle organizzazioni umanitarie - verrà espulso dalla Borsa Mondiale dei Diamanti». Una dichiarazione che ha sollevato parecchie perplessità e giudicata come un'operazione di immagine e non come un'iniziativa dettata dalla reale volontà di spezzare il legame perverso diamanti/guerra, come dimostra un'inchiesta del Corriere.

LA LUCE DEI DIAMANTI

Il mercato dei diamanti non è libero. Da più di un secolo il gigante privato sudafricano De Beers, di proprietà della famiglia Oppenheimer, controlla il commercio dell'85 per cento delle pietre grezze estratte ovunque nel mondo. I suoi emissari sono presenti dappertutto e per anni hanno operato con una certa spregiudicatezza. I forzieri della De Beers sono stracolmi di gemme (valutate a 4 miliardi di dollari) che vengono immesse sul mercato nel momento in cui la domanda sale. La loro vendita viene ridotta quando la domanda scende. Un banale «trucco» economico che consente di tenere sempre alti i prezzi di una pietra tutto sommato abbastanza comune e comunque molto meno rara dello smeraldo, del rubino, del topazio. La De Beers ha annunciato di volersi disfare di una parte dei suoi stock ma non può farlo senza le dovute misure per non far crollare i prezzi. Per questo occorre che la richiesta lieviti. Da qui le varie e martellanti campagne pubblicitarie, volte a stimolare l'appetito dei consumatori, cominciate con il celebre slogan. «Un diamante è per sempre».

Massimo A. Alberizzi, malberizzi@rcs.it

 

LA PIETRA DEL CUORE

di Giorgio Fornoni

http://www.report.rai.it

"Un diamante è per sempre" è lo slogan inventato dalla De Beers, la società sudafricana che da 100 anni controlla il mercato mondiale della pietra più preziosa e desiderata,…il simbolo stesso dell'amore.
Un pezzo come questo vale come una casa da favola nel centro di Roma o Milano: 1 miliardo e 800 milioni. La signora è attenta al colore, alla forma, all'estetica. Non la sfiora nemmeno il so-spetto che per i riflessi di quelle pietre intere regioni siano diventate aree di guerra. I commessi del negozio Damia-ni dicono che i loro diamanti non hanno nulla a che vedere con i conflitti, perché garantisce la De Beers.
Il quartiere generale del-la De Beers è in questo palazzo nel centro della City di Lon-dra. È il tempio della ricchezza, e qui arriva buona parte dei diamanti che troviamo nei negozi più esclusivi. Ovviamente ogni angolo è controllato da Telecamere, congegni elettronici, vetri blindati.

SIMON GILBERT - Manager Gruppo De Beers:
Dunque… abbiamo miniere di diamanti in Australia, Borneo, India, Cina e poi la zona della Siberia da dove arrivano i diamanti russi.
Dal Sud Africa, risalendo verso nord abbiamo Namibia, Botswana, Angola, repubblica democratica del Congo, Tanzania, repubblica del centro Africa del Gabon, e verso la zona ovest invece gli stati come Liberia, Sierra leone, Costa d'Avorio. Mentre in Sud America abbiamo il Brasile.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE:
Qual è il volume d'affari della de Beers?

ANDREW COXON - Direttore Gruppo De Beers:
Approssimativamente vendiamo per 5 miliardi e 6oo milioni di dollari. Questi che vedete sono diamanti! Solo per darvi un'idea, ogni sacchettino ha un valore di mezzo milione di dollari.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE:
Ognuno di questi pugni di diamanti vale circa un miliardo di li-re. Le pietre sono di diversa qualità e provengono da diversi paesi africani, dall'Angola, dal Botswana, dalla Namibia.

ANDREW COXON - Direttore Gruppo De Beers:
Le voglio mostrare una cosa davvero molto speciale. Questa è il "millennium star" De Beers… hanno provato a rubarcelo in tutti i modi.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE:
E dal Congo, il paese più travagliato dell'Africa, proviene il Millen-nium Star, un diamante da 777 carati, valore inestimabile. Per la De Beers è il simbolo del potere del diamante. E non è in vendita. Ho avuto eccezionalmente il per-messo di poterlo toccare con le mani. Cosa si prova ad avere in mano un valore " inestimabile?" È freddo!

ANDREW COXON - Direttore Gruppo De Beers:
Guardi, noi non abbiamo niente a che fare con quelli che noi definiamo i diamanti che provengono da zone di guerra come la Sierra Leone, l'Angola e il Congo. Prenda per esempio la Sierra Leone e la Liberia, la nostra compagnia ha lasciato quei paesi 15 anni fa, quando erano in pace erano in pace e non c'era la guerra civile…

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE:
Dove sono le miniere della De Beers?

ANDREW COXON - Direttore Gruppo De Beers:
Le miniere della De Beers sono in Sud Africa, in partnership col governo del Botswana ed in Namibia.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Le miniere più importanti dell'A-frica sono in Namibia, un paese che fino a 10 anni fa era in guerra con il Sudafrica proprio per il controllo delle miniere, e la De Beers era qui, a fare i suoi affari, ma 10 anni fa erano altri tempi.
Il cantiere della Mining-One è peggio di una centrale nucleare! Entrare e soprattutto uscire obbliga ad una severissima trafila di sicurez-za. Ogni tipo di materiale, compresa la telecamera, viene esami-nato e sigillato. Si superano le paratie che dividono i vari set-tori solo con una tessera magnetica personale. Attraversando una serie di tunnel lunghissimi.

GUIDA INTERNO MINIERA
In fondo a questo corridoio , là dove c'è quella porta girevole, vengono spediti i diamanti dall'altra parte. I corridoi sono così lunghi perché hanno cercato di spararli fuori con le frecce.
Beh, abbiamo un sistema di sicurezza appropriato! Noi becchiamo la gente che ruba i diamanti e che fa di tutto per rubarli!

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE:
E questa è l'area proibita. Tra queste sabbie alla foce dell'O-range sono nascoste le gemme più pure e preziose.
Le spiagge, controllate da elicotteri e guardie armate, sono off-limits per chiunque, territorio esclusivo delle compagnie minerarie che ope-rano sotto controllo e per concessione della De Beers. Siamo riu-sciti a entrare nella zona rossa della Mining-One solo dopo quasi un anno di estenuanti trattative.

SIMON GILBERT - Manager Gruppo De Beers
La storia geologica dei diamanti comincia 3,5 miliardi di anni fa a 200 chilometri sotto la superficie. C'era un piccolo pezzo di carbone che viene cristallizzato a causa della fortissima pressione e temperatura a cui è sottoposto, dopodiché vediamo di capire come trovano la strada verso l'esterno, attraverso il magma.
Questa è chimberlite con un diamante al suo interno, questo roccia è stata sparata a duecento chilometri di altezza tre miliardi e mezzo di anni fa.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Nel corso dei millenni il materiale si erode e finisce nel letto dei fiumi e da lì all'oceano.
Per estrarre i diamanti la De Beers ha ideato una macchina speciale che aspira la sabbia e il fango separando la ghiaia e le pietre. Nell'ultima fase vengono trattenute soltanto le pietre con un diametro tra i 5 e i 2 centimetri, la misura nella quale si cercano i diamanti. La cernita avviene in un reparto segreto all'interno di questa co-struzione impenetrabile agli estranei.
Queste donne con gli aspirapolvere, controllate delle telecamere, cercano i residui affinché nessun frammento vada perduto o cada nelle mani di qualche lavoratore.
Hai trovato qualche cosa?

DONNA
Sì ma non è facile da vedere perché il ritmo di lavoro è veloce, qualche volta capita.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Se il tuo ragazzo o qualcun altro ti facesse un regalo cosa ti piacerebbe ricevere, soldi o diamanti?

DONNA
Soldi!

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Come si guadagna qui?

UOMO 1
Beh, i soldi non sono male.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
La compagnia vi fa qualche regalino qualche volta?

UOMO 2
Beh, la compagnia dava dei diamanti, anni fa, come regalo ed era l'unico modo per averli però adesso se vuoi li compri.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Ma il nuovo Eldorado minerario è nascosto sotto il mare a 200 metri di profondità al largo della costa desertica della Namibia. Sono riuscito a visitare le piattaforme di trivellazione viag-giando in elicottero con gli operai di un cambio-turno.
Questi monitor controllano le fasi di lavorazione all'in-terno della piattaforma e in profondità. I sedimenti vengono scavati e aspirati in superficie, lavati e setacciati alla ricerca delle pietre.
Dal mare il materiale viene pompato la dentro e poi ridiscende nei vari condotti di collegamento.

OPERAIO
Qui finisce il materiale che arriva dalle griglie che viene trattato visto che può contenere i diamanti e quindi viene ripulito dal fango, dai sedimenti etc..etc…


VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Questo è il punto più avanzato che mi hanno autorizzato a filmare, ma il passaggio del materiale è occultato da comparti-menti sigillati.

MARK FOX - Capitano nave Debmarine
I diamanti più grossi vengono portati a terra con l'elicottero, dove vengono allineati, controllati, e poi catalogati. Però questo nessuno lo sa in anticipo. È un'operazione segreta!

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Solo l'uno per cento del materiale contiene diamanti e viene trasportato sulla griglia di controllo, mentre il resto viene scaricato fuori bordo.
La raccolta in mare costituisce il settore minerario di maggior resa della De Beers. Con punte di 152.000 carati all'anno, come ci rivela il capitano.
La De Beers impiega oggi nella estrazione dei diamanti off-shore 6 navi come questa, inutile dire che sotto questi fondali, oltre ai diamanti non c'è sicuramente altra traccia di vita.
Nella cit-tadina di Orangemund che sorvoliamo tornando a terra vivono 9000 persone . Non c'è disoccupa-zione in questa città, gli stipendi sono altissimi. Eppure il so-gno di tutti è di emigrare altrove.
Uscire dalla zona proibita è ancora più difficile. Il mio tesserino non significa nulla, potrei sempre essere un ladro! Dopo aver superato altri lunghissimi tun-nel, si passa dai raggi X, come gli operai della miniera. Solo che loro vengono irraggiati ogni giorno, in fila per ore, in un umiliante rituale. Nessun incidente, segnala questa tabella luminosa, ma qui non ci sono ASL o altre autorità sanitarie in grado di verificare il danno delle radiazioni.

MILENA GABANELLI IN STUDIO
L'Africa è lontana e non si va troppo per il sottile, buona grazia che la Namibia oggi è un paese in pace e i diamanti danno lavoro, le miniere che avete visto sono di una società che si chiama Namdeb: 50% Governo namibiano e 50% De Beers, ma l'accordo dice che il Governo deve vendere alla De Beers, una società privata che di fatto gestisce l'unica risorsa importante del paese. E' anche bene ricordare che fino a 10 anni fa la Namibia era in guerra e le miniere erano sempre nelle mani della De Beers che oggi dice "sui nostri diamanti non c'è traccia di sangue".. Un'ottima campagna d'immagine che probabilmente denota anche un nobile pentimento, quello che pero' vorremmo capire è se un'affermazione del genere è credibile. A nord della Namibia ci sono miniere dappertutto e guerre dappertutto, di chi sono e dove vanno a finire quei diamanti?
Adesso spostiamoci a nord, in quella parte dell'Africa in guerra da sempre per il controllo delle miniere. Quello che cercheremo di capire è se i diamanti che arrivano da quelle zone sono anche quelli che finiscono nelle nostre gioiellerie.

MASSIMO BAISTROCCHI - Ambasciatore d'Italia in Namibia
Dei diamanti insanguinati, di contrabbando, vengono appunto dall'Angola, transitano in Namibia poi si perdono in quei meandri del commercio clandestino. Dove vadano a finire non si sa.

ANDREW COXON - Direttore Gruppo De Beers:
Non finiscono nelle nostre mani, la De Beers non compra più questi diamanti. Abbiamo bloccato ogni acquisto dall'Angola nel dicembre del 1999.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Ma come fanno ad essere così sicuri? A nord della Namibia, c'è il Congo, l'Angola, la Liberia, la Sierra Leone, paesi in guerra e pieni di diamanti. E allora dove andranno a finire i diamanti?

MASSIMO BAISTROCCHI - Ambasciatore d'Italia in Namibia:
La Namibia ha degli interessi in una miniera di diamanti in Congo, soltanto è stata scagionata dal Consiglio di Sicurezza come finanziamento di guerra; erano dei diritti di una miniera dati alla Namibia per finanziare il suo corpo di spedizione a favore di Kabila.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Quindi la Namibia ha appoggiato il Congo durante la guerra e il Congo in cambio ha pagato in diamanti. Per le Nazioni Unite questa era una causa nobile, ma quei diamanti dove saranno finiti?
Le miniere sono nascoste sotto questa foresta tropicale. Per arrivarci bisogna strappare il permesso e la fiducia ai guerriglieri in rivolta contro il governo centrale di Kabila. Le miniere legalmente autorizzate in altre parti del Congo, sono di fatto appaltate dal governo a diecimila soldati dello Zimbabwe che puntellano il regime. I diamanti che escono da qui vanno prima nello Zimbabwe, che è un paese in pace, e da lì prendono la strada del mercato di Anversa, dove vengono tagliati e infine venduti nelle gioiellerie di tutto il mondo.

ANDREW COXON - Direttore Gruppo De Beers:
Il Congo non è sotto embargo! È probabile che i diamanti che provengono da lì, tra l'altro sono abbastanza facili da riconoscere, siano usati per pagare le truppe di invasione!

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Appunto! E poi ci sono diamanti estratti clandestinamente, in miniere improvvisate come queste, che nascono e muoiono da un giorno all'altro. A farli arrivare sui mercati stranieri c'è una rete clandestina di trafficanti ed intermediari che segue le vie più incredibili e alla fine tutto finisce ad Anversa.
I guerriglieri dell'Unita controllano in Angola le zone ricche di diamanti. I guerriglieri di Savimbi, leader dell'Unita, vendono pietre per 3 miliardi di dollari all'anno e mantengono un esercito di 35mila uomini mercenari compresi.

ANDREW COXON - Direttore Gruppo De Beers:
Lo sappiamo che l'Angola è stata armata per 18 anni dai paesi occidentali ma durante la guerra noi non siamo mai stati tirati in ballo. La De Beers ha cercato di dare una mano per trovare una soluzione visto che il paese e' ricco di diamanti.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Huambo, città martire di una guerra civile che dura da 20 anni, porta ancora oggi i segni della devastazione provocata proprio dal controllo delle miniere.
E chi ne paga le conseguenze come sempre sono i civili. In Angola c'è la più alta concentrazione di mine inesplose e la più alta densità al mondo di handicappati vittime di questi ordigni. Ma nessuno è responsabile e si fa finta che i diamanti viaggiano sempre con le carte in regola.

MASSIMO BAISTROCCHI - Ambasciatore d'Italia in Namibia:
Certi tipi di diamanti si possono ricondurre a determinate miniere ma la stragrande maggioranza del materiali è ovviamente come i dollari: inodore, insapore.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Nella pratica, alla fine, i diamanti escono con una trattativa come questa, alla quale ho avuto l'opportunità, in seguito pagata carissima, di assistere in Congo. Il sacchetto contiene diamanti scambiato contro mazzette da 10 mila dollari l'una.
Ancora qualche incertezza sul prezzo pattuito, un rapido calcolo delle spese previste per tangenti varie, inclusi i funzionari governativi che hanno fornito le fatture regolari e infine l'accordo, sigla-to con un gesto. E i milioni , denaro sporco riciclato su banche caraibiche, passano da una parte all'altra del tavolo, con soddisfazione di tutti gli interessati.
Il trafficante dove venderà i suoi diamanti? Sul mercato di Amsterdam o ad Anversa? Chi compra su questi mercati? Tutti, De Beers compresa.

ANDREW COXON - Direttore Gruppo De Beers:
La De Beers ha una grande responsabilità, visto che maneggia il 60% di tutti i diamanti del mondo e per questo garantisce che nulla provenga dalle zone in conflitto sotto embargo delle Nazioni Unite, alleghiamo proprio una garanzia sul retro delle confezioni. Per tranquillizzare i consumatori ribadisco che il 96% dei diamanti sono al di fuori di ogni area di conflitto e il restante 4% arriva anche dal Congo, ma non dalla zona dei ribelli.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Ho chiesto alla De Beers di vedere questa garanzia, la prima richiesta l'ho fatta nel Dicembre scorso, l 'ultimo sollecito il 20 Agosto; è la fine di settembre e non l'abbiamo ancora ricevuta.

MILENA GABANELLI IN STUDIO
Poi come spesso succede , a qualche ora dalla messa in onda, il documento arriva ed è la copiadi un certificato di garanzia che viene dato dal gruppo De Beers ai suoi grossisti e non ai negozi, è su carta intestata e dice "i diamanti che stanno nella confezione non provengono da zone dell'Africa controllate dai ribelli". Ma questo è un pezzo di carta. Perché i diamanti escono da un paese in guerra e triangolano da un'altra parte prima di arrivare a destinazione. Quello che dovrebbe dare spessore a questo certificato è una autorità internazionale con forza politica e giuridica per fare controlli e sanzioni. Questa autorità per il momento non c'è. E adesso vediamo do capire dove vanno i diamanti della Sierra Leone.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Siamo in Sierra Leone, vicino al confine con la Liberia. La prima area di produzione è alla periferia di Kenema. Il primo passaggio dei diamanti estratti è un mercato che passa per le mani dei mercanti libanesi. E Ali Hassan è uno di loro.

ALIE HASSAN - Mercante libanese
Chi compra e chi vende deve avere una licenza. Non è possibile commerciare in altro modo. Ci sono due tipi di licenza: una è la licenza dell'acquirente, una è quella del minatore. Questa è la licenza dell'acquirente, la mia, questa invece è la licenza di un cercatore di diamanti, di chi lavora nelle miniere. Dietro ogni licenza c'è una mappa, qui sono riportate le aree della concessione governativa dove un cercatore può operare.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Vorremmo sapere quanto valgono i diamanti al carato.

ALIE HASSAN - Mercante libanese
Se la qualità è buona 400 dollari a carato.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Tutto è regolare all'apparenza ma non è vero. Senza che nessuno se ne accorga, dietro una capanna, mi propongono l'acquisto di queste pietre. Questi cinque diamanti valgono sul posto 1500 dollari. Oppure l'equivalente di 20 kalashnikov. Ma i diamanti come questi, trafugati clandestinamente, varranno anche 20 milioni sul mercato di Anversa.

ANDREW COXON - Direttore Gruppo De Beers:
Lasciammo il paese perché la produzione era diventata piccola, noi acquistavamo al cambio ufficiale, mentre i nostri concorrenti no…quindi non eravamo più competitivi e inoltre avevamo una reputazione da difendere cosi' non facemmo altro che fare i bagagli e tornarcene a casa.
Inoltre le posso dire che non vendiamo diamanti della Sierra Leone perché quando li cerchiamo sui mercati, come Anversa, sono troppo costosi, i libanesi vendono troppo caro e allora noi non compriamo.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Allora è una questione di soldi, non di regole morali!
Anversa, capitale mondiale del taglio dei diamanti: per via della grandissima professionalità dei suoi laboratori artigianali, raccoglie il 50 per cento dei diamanti grezzi e il 50 per cento di quelli tagliati di tutto il pianeta. Di conseguenza Anversa è anche il mercato obbligato di passaggio per quasi tutte le grandi gioiellerie del mondo.
E ritorniamo in Africa, in Sierra Leone, Liberia, Congo e Angola dove da '91 ad oggi si sono contesi il triste primato di guerre combattute nel nome dei diamanti. Con le conseguenze che occasionalmente sono finite nei telegiornali: i saccheggi di Congo e Angola, le torture tribali della Liberia, le mani e le braccia tagliate della Sierra Leone. Le ricchissime miniere di diamanti del Kono, nel nord della Sierra Leone, sono l'ultima terra di nessuno contesa sanguinosamente tra governo e ribelli e da entrambi, i diamanti continuano ad essere cercati e smerciati clandestinamente.
Nonostante quello che ripetono i vari signori locali della guerra, i diamanti che arrivano da qui sono serviti a comprare armi , droga e mezzi per con-tinuare la guerriglia. A controllare la zona delle miniere di Ko-no c'erano, fino a qualche giorno fa, centinaia di bambini- soldato, dagli 8 ai 15 anni. ...

BIMBO 1
Il mio boss era uno della Liberia, uomo duro, e il mio grado era di capitano. Sorvegliavo gli altri bambini soldato che cercavano diamanti in Kono. Se qualcuno veniva scoperto a nascondere diamanti doveva subire pesanti punizioni.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE (su immagini all'interno di una gioielleria)
Ti interessa sapere la provenienza?

VALERIO MANFREDI - Scrittore
È chiaro che tutto quello che compriamo ha una provenienza e tutto quello che compriamo in particolare nel nostro mondo occidentale ha un tipo di provenienza che può costituire dei problemi e d'altra parte non sono un investigatore in questo caso sono un cliente.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE (in Sierra Leone)
Andiamolo a trovare il capo, nel suo nascondiglio nella zona delle miniere di Kono. Decine di check-point hanno filtrato il nostro passaggio verso il quartier generale di Issa, il capo dei ribelli.

GEN. ISSA SESAY - Leader R.U.F. Fronte Rivoluzionario Unito
Per quanto riguarda i diamanti…. Noi non abbiamo mai scambiato diamanti per comprare armi. Tutti i nostri diamanti li ab-biamo venduti ad agenti autorizzati che venivano da Freetown.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
E con i soldi delle vendite cosa ci comprano i guerriglieri?

GEN. ISSA SESAY - Leader R.U.F. Fronte Rivoluzionario Unito
Le nostre armi le abbiamo tutte prese al nemico in battaglia, ci servono per difenderci!

BIMBO 2
Le pietre andavano a finire in mano al generale Issa e una volta l'ho visto tornare con camion carichi di armi, più che altro scatole di munizioni e fucili.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
E se i bimbi sono la bocca della verità!
Le miniere si aprono tra le case stesse di Safedu, la capitale dei ribelli. I diamanti si scavano in pozze a cielo aperto, sem-plicemente setacciando la sabbia alluvionale lungo il corso dei fiumi che scendono dalle montagne ai confini con la Liberia.
Se lei sapesse che per questo diamante sono state uccise o mutilate persone, se lo metterebbe al dito?

DONNA (interno gioielleria)
Credo di no ma in questo caso non lo penso come diamante insanguinato perché me lo ha regalato mio marito.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Il mercato dei diamanti coinvolge 2 milioni e mezzo di uomini tra minatori, cercatori, commercianti, tagliatori e venditori. Le gioiellerie del mondo vendono per più di 50 miliardi di dollari l'anno. La De Beers afferma che soltanto il 4 per cento dei diamanti grezzi proviene dalle aree di guerra dell'Africa. Ma secondo gli esperti delle Nazioni Unite, almeno il 15 per cento delle pietre vendute proviene dal mercato nero. Sulla bellezza, la qualità e la purezza del diamante la De Beers gioca oggi tutta la propria immagine, garantendo la certezza del suo valore nel tempo. Ma è un dato di fatto che molte delle pietre che arrivano sui banchi delle gioiellerie, mescolate con quelle russe, sudafricane o australiane importate regolarmente, sono sporche di sangue.
Questa enorme ricchezza potrebbe essere usata per far stare decentemente tutta questa gente invece il suo prezzo sono guerre tribali e mutilazioni, perché tanto alla fine noi, indifferenti a tutto, compriamo.

GIORGIO BIGUZZI - Vescovo di Makeni
È vero che i diamanti sono per sempre ma purtroppo anche le mani tagliate sono tagliate per sempre.

MILENA GABANELLI IN STUDIO
I commenti non servono, ma diamo un dato: la Liberia confina con la Sierra Leone, è sotto embargo, e la produzione di diamanti è dieci, ma esporta ottanta. La toppa nella coscienza sono poi gli aiuti umanitari.

http://www.report.rai.it/R2_popup_articolofoglia/0,7246,243%255E90080,00.html

Botswana: Boscimani sacrificati per i diamanti

Quello dei Boscimani è l'ennesimo dramma che non fa notizia; per opporsi al silenzio e all'indifferenza diffusa l'organizzazione Survival International e il magazine The Ecologist denunciano le contininue violenze subite da migliaia i boscimani Gana and Gwi e invitano ad appoggiare la campagna di Survival per il rispetto dei diritti umani e territoriali di tutti i Boscimani dell’Africa meridionale.

Adducendo la scusa di incentivare '"lo sviluppo" dei boscimani e la conservazione della zona, il governo del Botswana continua a rilasciare concessioni minerarie per l'estrazione di diamanti nella riserva del Kalahari. Le popolazioni indigene sono obbligate con mezzi leciti e non, a lasciare la propria terra esono rinchiuse in squallidi insediamenti con la falsa promessa di avere in cambio scuole, assistenza sanitaria, appezzamenti di terra, bestiame e denaro.

Il Botswana nel 2001 ha prodotto il 29% dei diamanti in commercio nel mondo per un importo di 2,3 milardi di dollari. Ciò rappresenta il 70% dei guadagni del Paese e il 50% del reddito del governo. La Debswana (IE De Beers Botswana) della De Beers e partecipata del governo del Botswana, controlla tutta l'industria estrattiva di diamanti del Paese e oltre il 50% della produzione di gemme nel mondo.

Negli Anni 80, iniziarono intense esplorazioni minerarie all’interno del Kalahari e, nel 1986, il governo decise formalmente di trasferire i Boscimani a Kaudwane e New Xade, due "campi di reinsediaento" collocati fuori dai confini della riserva.

The Ecologist e Survival denunciano che la principale ragione della deportazione sono i giacimenti di diamanti. Secondo la legge internazionale, i Boscimani sono i legittimi proprietari delle loro terre: è ovvio che il governo li consideri un fattore di rischio per il futuro sfruttamento dei depositi.

Intanto una coalizione di organizzazioni non governative che lavorano per il Process Certification Scheme (KPCS) schema internazionale di certificazione dei diamanti per impedire il commercio di diamanti che alimentano conflitti, ha accolto con favore la pubblicazione della lista dei paesi che vi aderiscono, tuttavia ha espresso dei dubbi sul controllo e la verifica del rispetto dell'accordo.

"Ora è importante che le regole non restino solo sulla carta" - sostiene Corinna Gilfillan dell'Ong Global Witness mentre Amnesty International ha denunciato che "l'attuale sistema di monitoraggio è completamente inadeguato".

Fonti: Survival International, The Ecologist.

 

Lettere Liberiane

DAI DIAMANTI NON NASCE NIENTE…

…” Dal letame nascono i fior“…, De Andrè cantava che in Via del Campo c’è una graziosa…

Ma non è vero che dai diamanti non nasce niente. Dai diamanti nascono e prosperano e continuano le guerre in Africa e si commerciano le armi per accaparrare zone e pagare soldati ( mercenari ) per proteggere il commercio degli stessi.

Embargo e armi

L’ultimo rapporto del Comitato delle Nazioni Unite sulla Liberia evidenzia il non rispetto dell’embargo sulle armi e il non rispetto del popolo.

Tonnellate di legname vengono esportate senza che i cittadini possano dire o fare qualcosa: tutte le -foreste sono state nazionalizzate e i proventi dell'accordo con la United Logging Company e la Oriental Timber Company. (rapporto n° 31-34)

I diamanti (che finiscono per buona parte ad Anversa) favoriscono la corruzione e l’uso strumentale dei soldi senza nessun apporto produttivo.

La recente lettera pastorale del Vescovo di Monrovia, Michael Francis, ha suscitato concitate reazioni di alcuni membri del Governo di Charles Taylor.

Corruzione, menzogne, ingiustizie

Francis sottolinea che la corruzione attraversa la società liberiana in tre segmenti: corruzione sessuale, menzogne e delusioni, ingiustizia.

L’impunità e la menzogna sembrano prevalere sulla Liberia post-guerra civile. D’altra parte è risaputo che le conseguenze delle guerre civili e dittature si evidenziano DOPO questi regimi. (l’esempio dell’Argentina è assai eloquente…).

E poi è la PAURA quella che sembra predominare in questo particolare momento. Magari questa è una caratteristica del nostro mondo…come ricordava Eduardo Galeano…”la paura globale”, el miedo global…ci accompagna e le torri che cadono e la possibilità di saltare in aria ad ogni momento ed in ogni luogo, accompagnano il nostro quotidiano timore.

Promesse quasi mai mantenute

In esilio nella propria terra e forse la patria, come sempre, è Altrove, Tempo di esilio perché la nostra terra, che è la LIBERIA, quasi mai mantiene ciò che promette.

“ Dal letame nascono i fior “.

E’ l’altro versante dei diamanti e sarebbe fuorviante immaginare il letame con romanticismo. La convinzione biblica è che SOLO da situazioni perdute, fragili e sconfitte nascono i fiori, cioè le speranze e le utopie del futuro. Siamo in esilio, ma dall’esilio nasce forse il desiderio più forte che mai avremmo potuto inventare in patria. La Liberia, persa nella cartina geografica e solo fonte di diamanti e problemi per il proprio popolo, può diventare una stella.

Solitaria come le stelle e pronta a scomparire non appena la luce del giorno appare.


Mauro Armanino
Monrovia
Liberia
Padre Mauro è stato nominato Superiore Regionale della Liberia. Risiede a Monrovia

 

Diamanti, guerra e sangue in Sierra Leone di Martita Fardin

21/07/00

http://www.nonluoghi.info


Benvenuti all’inferno, di qui non si passa. Freetown significa tradotto alla lettera: città libera. Ma il nome della capitale della Sierra Leone stride con la realtà e suona come un paradosso spettrale, come una presa in giro macabra di dubbio gusto.

A Freetown, puoi trovare di tutto, fuorché la libertà: violenza a fiumi, bagni di sangue, mutilazioni a colpi di machete, bambini costretti ad entrare nel Ruf (fronte unito rivoluzionario che vuole impadronirsi del potere), drogati e strappati all’adolescenza dai guerriglieri, obbligati a diventare macchine da guerra con iniezioni d’eroina, con crack e pillole varie. Bambini assassini, che non l’hanno scelto, ma una volta educati a massacrare sono diventati vittime e carnefici allo stesso tempo. Tutti hanno ucciso e mutilato, civili, loro simili, uomini, donne, esseri umani insomma, non perché volessero farlo. Ma il lavaggio del cervello programmatico e violento cui sono stati sottoposti, complice la droga, li ha resi e li rende distaccati osservatori e distaccati attori dell’orrore. Perché con l’orrore, impari a conviverci prima o poi, quando hai tagliato braccia e mani per qualche volta, ti assuefai alla brutalità.

La Sierra Leone con la sua capitale Freetown sta affogando in un oceano di sangue. Il Ruf vuole la conquista del potere e per ottenerla ha bisogno delle armi. Le armi non è in grado di fabbricarsele. Ecco allora che lotta per procurarsele, perché senza mitra, caricatori, arsenali di morte sofisticati e veloci, non ha chance per la sua marcia verso il potere. La Sierra Leone è una miniera di diamanti. Le purissime pietre sono contese dai ribelli, per azioni sporche e per interessi politici tesi a soffocare ogni anelito democratico. Con i diamanti venduti all’Occidente, il Ruf autofinanzia la sua guerriglia, calpesta i diritti umani e civili della popolazione, rapisce bambini e bambine per farli diventare guerriglieri tossici e feroci, sorta di pitbull umani, addestrati dalla barbarie dell’uomo a mutilare braccia e mani. I diamanti in Sierra Leone sono i migliori amici della guerra. E dell’Occidente che ci guadagna.
Da un lato, abbiamo un Occidente complice - è notizia di appena due giorni fa l'ipotesi di un'intesa, tutta da verificare, dei mercanti europei per boicottare il traffico delle pietre insanguinate - che fornisce armi in cambio di diamanti, dall’altro la smania assoluta di potere di un ex caporale dell’esercito che si chiama Foday Sankoh. Personaggio di tutto rispetto, (ironicamente) degradato ed incarcerato in passato per una serie di complotti orditi contro le istituzioni. Agli inizi degli anni’80, Sankoh finisce in Libia in un campo d’addestramento per terroristi. Si dimostra e si dimostrerà all’altezza del ruolo. Nel 1992 il primo colpo di stato che vede al centro della scena politica il capitano Valentine Strasser, mente del complotto. Strasser accusa il governatore Joseph Momoh di essere incapace di fronteggiare i ribelli che avanzano verso le regioni orientali dalla Liberia, dove Charles Taylor, che Sankoh aveva incontrato durante il suo apprendistato di terrorista in Libia, ha ormai iniziato una guerra civile e ha il totale controllo del paese, esclusa la capitale Monrovia. In difesa delle miniere, Strasser si appoggia ad una società sudafricana di mercenari.

Ma l’Occidente, per continuare ad aiutare (?) il travagliato paese africano, pretende un’apertura politica al multipartitismo politico. Nel 1996, le elezioni vengono vinte da Ahmed Tejan Kabbah, di professione avvocato, vissuto per vent’anni all’estero lavorando dentro L’Onu. Viene eletto grazie ad aggiustamenti e trattative diplomatiche a tavolino, perché è la sola faccia presentabile in circolazione, ma senza polso. Difatti, non appena i ribelli procedono minacciando la regione dei diamanti, Kabbah, per le pressioni occidentali, licenzia i mercenari che Strasser aveva assoldato. È la fine, la Sierra Leone si sgretola. Il fronte rivoluzionario unito è diventato un esercito. Intanto a Freetown il maggiore Johnny Paul Koroma organizza un colpo di stato e chiama il Ruf al governo. Kabbah scappa e in esilio dove paga truppe mercenarie di una società britannica e chiede aiuto alla comunità internazionale. La quale lo aiuta e lo rimette al suo posto con le armi. L’esercito si scinde: una parte va con il Ruf. Febbraio 1999. Il Ruf assale Freetown che diventa una bolgia infernale di cadaveri orrendamente mutilati. Seimila persone rovinate dal machete. Il Ruf, nella sua logica dell’orrore, è gentile: chiede alle vittime se preferiscono essere amputate al polso o al gomito. La situazione di guerriglia va avanti per sei mesi, poi l’Onu dà la benedizione ad un accordo di pace alquanto improbabile tra Kabbah e Sankoh. I ribelli del Ruf vengono premiati con un’amnistia totale in nome della sofferenza che hanno fatto patire ad un paese che in nove anni ha avuto 80mila morti, 40mila amputati, ben 2 milioni di sfollati e mezzo milione di persone riparate all’estero. A Sankoh, premiato con la presidenza della Commissione per le risorse strategiche (i diamanti), non passa per la testa di deporre le armi, anzi. I suoi uomini oltrepassano le linee del cessate il fuoco e marciano di nuovo verso Freetown.

L’Onu impiega 8 mila soldati per mantenere la pace, ma pare non si accorga di quanto sta accadendo. 500 caschi blu vengono presi in ostaggio dai ribelli. La parvenza di legalità costituzionale è salvata dall’intervento di 800 parà britannici. Sankoh è obbligato a darsi alla fuga, ma nel maggio del’99 è arrestato. Sta in una località segreta. Non c’è però nessuno che ha deciso di privarlo della carica di vicepresidente. Charles Taylor è ora diventato un mediatore di tutto rispetto. È presidente della Liberia, che negli ultimi due anni ha esportato diamanti per 400 miliardi di lire. Nel luglio del ’99 viene firmato il trattato di Lomè tra il governo di Freetown e il Ruf con il quale si interrompevano i combattimenti. È passato un anno, la tregua è andata a pallino. Questa la cronaca. Ma fonti autorevoli sostengono che l’atroce guerra della Sierra Leone, stato schiacciato in un angolo dell’Africa occidentale, dilaniato da colpi di stato e guerriglie civili, sia opera di voltafaccia ed intrighi internazionali. Autorevoli fonti ritengono che per controllare i giacimenti alluvionali o le miniere di Kimberlite, dove si trovano i diamanti, i ribelli non depongono le armi e che in questa guerra terribile ci sia lo zampino dell’Occidente. I ribelli vogliono soldi e potere. E l’Occidente vuole guadagnarci.
I dubbi sollevati da fonti autorevoli sulla mancata risoluzione del conflitto. Una: il vescovo italiano di Makeni, l’altra: uno studio di due economisti di Oxford, che sfata molti luoghi comuni.

Monsignor Giorgio Biguzzi, vescovo di Makeni, uno dei mediatori del processo di pace, è più volte preso in ostaggio dal Ruf. Il suo commento alle risposte di una giornalista italiana: “Il trattato di Lomè sta per saltare, a discapito dei progressi in atto. Si era riusciti ad ottenere il movimento delle agenzie umanitarie nelle zone controllate dai ribelli, a fare arrivare medicine nella zona dove il Ruf controlla tutto il territorio, inoltre con lentezza il commercio si era rimesso in moto con l’apertura delle strade. Ma i ribelli non si sono disarmati. Ritenevano che l’ostacolo fosse la mancanza dei campi di raccolta, ma una volta preparati, i ribelli hanno detto che il presidente Kabbah doveva disarmare i suoi miliziani della guardia civile. Kabbah l’ha fatto, così la sicurezza restava nelle mani dei soldati delle Nazioni unite”. Riguardo al sospetto che a sostenere la guerra il Sierra Leone c’entrino i paesi che aderiscono all’Ecouas, la comunità economica dell’Africa occidentale,
Monsignor Biguzzi pensa che ci siano delle forze occulte, non chiaramente identificabili. Fatto sta che i ribelli continuano ad essere riforniti di armi. Biguzzi spiega: “Nell’Ecouas è sempre esistita una divisione fra i francofoni e gli anglofoni. Tra i primi, Costa D’Avorio e Burkima Faso si sono sempre tirati indietro quando si trattava di fare qualcosa per fermare la strage con l’Ecomog (forza di interposizione finanziata dai paesi membri dell’Ecouas). Oggi arrivano notizie a Freetown che in Burkina Faso arrivano armi per i ribelli. Alcuni di loro hanno detto di essere stati addestrati in Burkina Faso”. Conclude Biguzzi che Burkina Faso sostiene i ribelli perché, a detta di qualcuno, ha legami con la Francia. E Francia e Usa hanno intrapreso una lotta sotterranea per il controllo dell’Africa e che seguendo questi percorsi sotterranei si arriva sempre all’Occidente.

L’analisi statistica degli economisti Paul Collier (che è anche direttore del dipartimento di ricerca della Banca mondiale) e Anke Hoeffler (Oxford). Dalla loro ricerca è risultato che i paesi, che dipendono dall’esportazione di materie prime non lavorate (come minerali e caffè) per le quali esiste un proficuo commercio internazionale, sono più a rischio di guerre civili. “I diamanti sono i migliori amici della guerriglia – afferma Collier – perché i ribelli devono pagare al soldo le truppe e non sono in grado di produrre niente”. Ovvio che cerchino di trarre profitto da attività economiche primarie che non corrono il rischio di un crollo sotto il peso dello sfruttamento. Aggiunge inoltre: “I diamanti sono risorse naturali, che si trovano in luoghi circoscritti e non possono muoversi”. Così ecco un’altra fonte che sostiene che la conquista dei diamanti da parte dei ribelli è la ragione principale della ripresa del conflitto armato. Non è né l’odio tribale, né il fanatismo religioso a fare scoppiare le guerre civili, ma sono le materie prime. Guarda caso, secondo i due studiosi, i paesi etnicamente più diversificati sono meno a rischio di conflitti civili violenti, poiché i costi della guerra civile sono più alti che negli stati con solo due o tre gruppi etnici. Altra conclusione: se in uno stato esplode la guerra civile, la probabilità che questa rinasca dalle ceneri dei trattati di pace aumenta quando all’estero c’è una ricca comunità di emigrati che, grazie al denaro, compra vendette personali contro civili della comunità rimasta in patria.

Altri interrogativi irrisolti.

Secondo indiscrezioni di fonti britanniche, i caschi blu di Kenya e Zambia, attaccati dai guerriglieri, non avrebbero opposto resistenza e questo avrebbe spinto i ribelli a marciare su Freetown. Come mai non hanno opposto resistenza? La causa va ricercata nello scarso addestramento dei caschi blu africani in operazioni di pace e a collaborare congiuntamente con altre forze. In alcuni casi, attanagliati dal panico, i caschi blu africani hanno ferito dieci soldati del Kenya. Ma questo è accaduto di fronte al rifiuto occidentale di partecipare ai contingenti di pace negli scenari africani. Così il Palazzo di Vetro usa truppe dei paesi del terzo mondo, poco motivate a combattere, dato che gran parte del denaro versato dall’Onu riempie le tasche dei rispettivi governi, lasciando al soldato semplice un pugno di spiccioli. Comunque la disfatta militare in Sierra Leone ha obbligato l’Occidente ad intervenire. La Gran Bretagna, ex potenza militare che mantiene in Sierra Leone consiglieri militari, ha preso possesso dell’aeroporto. Altra questione: ad appoggiare il Ruf non sarebbe estranea la Liberia, che procura armi ai guerriglieri leonesi in cambio di diamanti nelle aree da loro controllate e commerciati nell’illegalità. L’ipotesi non è campata in aria, ma corroborata da dei dati: la Sierra Leone, nonostante i ricchi giacimenti, nel 1999 ha esportato pietre per soli trenta milioni di dollari, nello stesso periodo la Liberia, che ha scarsi giacimenti, ha esportato diamanti per 300 milioni di dollari.

***

Notizia da New Jork, 7 luglio 2000 Agenzia di stampa.
L’Onu ha stabilito il divieto mezzo embargo “dei diamanti di sangue”, provenienti dalla Sierra Leone, per fare cessare il conflitto nel paese africano e per rilanciare la sua immagine di mantenitore della pace in Africa. Ma c’è chi sostiene che il provvedimento non servirebbe, perché i massacri non cesserebbero dato che i diamanti servono al Ruf per comperare armi nell’est europeo (Ucraina, Bulgaria). Ma anche ai capi per diventare ricchi. C’è chi pensa che boicottare il business dei solitari non fermerebbe la guerriglia, né in Sierra Leone, né in Angola, né in Congo, perché i diamanti sporchi di queste guerre rappresentano solo il 4% del mercato annuo mondiale, già comunque colpito dalle recenti sanzioni internazionali e delle multinazionali. Un sabotaggio, secondo queste voci, rischierebbe di colpire i centri di lavorazione di chi ha relazioni con paesi “estrattori puliti”, come il Botswana o il centro di taglio di Bombay con i suoi 800.000 lavoratori, per cui boicottare i diamanti colpirebbe i poveri e gli innocenti. Manca un piccolo particolare: che centri di lavorazione esistono anche a Londra, ad Anversa e a Tel Aviv, stati non certo poveri. Inoltre le vie dei diamanti seguono principalmente la rotta dall’Africa verso Londra e Anversa. I conti tornano e portano all’Occidente, in qualsiasi modo si rigiri la frittata.
Ma. Fa.

 

DIAMANTI DI SANGUE

di Greg Campbell

Editore: Carocci (2003)

 

Nell’ultimo decennio si è calcolato che il commercio dei diamanti nei soli paesi di Angola, Repubblica Democratica del Congo e Sierra Leone abbia causato la morte di 3,7 milioni di persone e costretto all’esodo 6 milioni di persone.

Questo libro rivela il collegamento che c’è tra i diamanti che si possono acquistare nei nostri paesi occidentali, con le guerre che hanno devastato o continuano a devastare il continente africano.

In particolare questo testo tratta della sanguinosa guerra che questo commercio ha generato in Sierra Leone.

Un libro, a dir la verità, non molto facile da leggere. All’interno di esso vengono raccontati particolare raccapriccianti sulle guerre e sul modo con cui venivano (e vengono) combattute dai guerriglieri.

Fa strano pensare che nel nostro bel mondo lo stesso minerale, per il quale si combatte e si muore in Africa, venga pubblicizzato con la celebre frase: “Un diamante è per sempre”.

 

Greg Campbell, autore di questo libro, è un reporter del New York Time e ha condotto diverse inchieste anche nei Balcani durante il periodo di guerra.

Leggendo “Diamanti di sangue” non si può non riflettere sulla responsabilità delle politiche occidentali nelle disgrazie africane. Dall’epoca della tratta degli schiavi al colonialismo il “Continente nero” è stato utilizzato come fonte di approvvigionamento delle materie prime per i nostri bisogni.

Complici di questa politica malvagia sono  i politici africani, che in cambio della loro ricchezza personale hanno venduto il loro popolo.

 

In questi giorni si parla molto dell’Africa.

C’è stato il “Live Aid” con il suo successo mediatico, ma c’è stato soprattutto il G8 che aveva promesso di chiudersi con un evento storico: la cancellazione del debito ai paesi poveri.

 

Non prendetevela se approfitto di questa recensione per fare il punto della situazione dopo G8.

Il testo partorito dagli otto grandi è lungo 43 pagine: belle parole ma che di concreto hanno ben poco rispetto alla propaganda fatta da Blair & Co.

Nel testo compare la cifra di 50 miliardi di dollari di aumento degli aiuti allo sviluppo, di cui la metà per la povera Africa, entro il 2010. E’ chiaro… entro il 2010. Già perché la morte di fame è di AIDS può tranquillamente attendere entro quella data!

 

Ma se prendiamo un attimino la lente di ingrandimento, notiamo che quei 50 miliardi di dollari hanno qualcosa di stano.

Circa 25 miliardi erano già stati promessi dall’intera comunità internazionale, inclusi gli Usa, alla Conferenza Onu di Monterrey nel marzo 2002, allorché ci si era dichiarati d’accordo ad aumentare gli aiuti fino allo 0,39% del Pil entro la fine del 2006, nella prospettiva di raggiungere al 2015 l’obiettivo dello 0,7% disatteso negli ultimi trent’anni. E siccome nelle economie dei paesi ricchi il Pil cresce (tranne che in Italia) ogni anno, andrebbe effettuato un adeguamento costante delle risorse da destinare che possiamo stimare in circa 10 miliardi di dollari.

Ne rimangono 15… 15 milioni di dollari. Voi direte: “Meglio poco che niente”.

Forse!

I rimanenti 15 miliardi di dollari sono in realtà quelli messi a disposizione negli ultimi mesi da Bush per i paesi filo-americani dell’Africa, dal Giappone per oliare le relazioni asiatiche e dall’Unione Europea per raggiungere lo 0,51% del Pil entro il 2010.

 

Ancora voi direte: “… rimane però la cancellazione del debito estero ai 18 paesi più poveri”.

Sulla cancellazione del debito, il G8 si è limitato a ratificare l’accordo di Londra dello scorso giugno.

I leader del G8 non hanno affatto chiarito però come finanziare la cancellazione con nuove risorse, con il rischio che a settembre Banca mondiale e Fondo monetario non ratifichino tale decisione.

 

Un fallimento? Non sta a me dirlo… giudicatelo voi.

 

Quello che penso è che il G8 continua a ostinarsi a non modificare le regole del commercio internazionale che sono alla base della povertà, in particolare dei paesi africani.

Un esempio?

I diamanti.

Per saperne di più, leggete questo libro.

 

Recensione di Francesco Montanari

13 luglio 2005


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