inserito
il 16
Febbraio 2009

| LA COMPASSIONE SI PUO' INSEGNARE? |
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Spesso si sente dire che è meglio un medico bravo che un medico gentile. Ma bisogna proprio scegliere? La compassione è una dote innata: "o ce l’hai o non ce l’hai"? Un gruppo di ricercatori di Atlanta (USA) ha sviluppato e messo alla prova un programma curriculare per potenziare le qualità interpersonali di un gruppo di docenti in medicina, dimostrando che la "gentilezza" può essere insegnata. Ne parla la rivista Academic Medicine.
La maggior parte del percorso formativo in medicina è incentrato sulla diagnosi e cura, insomma sulla pratica clinica, ma esiste un altro percorso formativo parallelo, non sistematico, invisibile, e cioè l’apprendimento degli atteggiamenti e degli approcci al paziente: un processo informale che si trasmette per "modellamento" attraverso l’esempio dei medici che accompagnano studenti e tirocinanti nei loro anni di apprendistato. Questo "curriculum nascosto" può rivelarsi un’arma a doppio taglio nel momento in cui i modelli di ruolo, a causa delle condizioni in cui spesso l’operatore sanitario deve operare, sono rappresentati da medici stressati, esausti e con molto poco tempo da riservare all’ascolto e alla compassione.
Partendo da questa constatazione, un gruppo di ricercatori statunitensi ha progettato e implementato un programma longitudinale della durata di 18 mesi, su cinque differenti scuole di medicina, finalizzato a potenziare le doti "umanistiche" dei medici che come docenti svolgevano questo compito cruciale di fare da modelli di ruolo per studenti e tirocinanti. Sono stati selezionati su base volontaria 45 soggetti, che hanno seguito un programma curriculare basato su incontri (almeno due al mese) mirati all’apprendimento esperenziale di abilità e su riflessioni esplorative sui valori, effettuate secondo l’approccio narrativo. Il gruppo di ricercatori ha anche elaborato un questionario su ambiti e temi predefiniti, come la capacità di entrare in connessione con gli altri, insegnare a comunicare e costruire una relazione. Il questionario è stato sottoposto, alla fine del programma, ai discenti (studenti e tirocinanti) del gruppo sperimentale e anche ai discenti di un gruppo di altri 47 docenti di controllo.
I risultati, statisticamente significativi (P < 0,05), hanno mostrato, in tutti e cinque i siti, un punteggio decisamente migliore per i docenti che avevano partecipato al programma curriculare. "Queste abilità possono aiutare i docenti", afferma W. Branch, il ricercatore capo, "a crescere non solo in termini di conoscenze ma anche come persone nella loro interezza". Ma un fattore è criticamente importante per il successo di questo programma, aggiunge Branch: bisogna essere convinti della sua importanza.
Fonte
Branch WT, Frankel R et al. A good clinician and a caring person: longitudinal faculty development and the enhancement of the human dimensions of care. Academic Medicine 2009; 4:117-25.
antonella sagone
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