Il
padrone ha la camicia bianca, i pantaloni neri e le scarpe
impolverate. È pugliese, ma parla pochissimo italiano. Per farsi
capire chiede aiuto al suo guardaspalle, un maghrebino che gli
garantisce l'ordine e la sicurezza nei campi. "Senti un po' cosa
vuole questo: se cerca lavoro, digli che oggi siamo a posto", lo
avverte in dialetto e se ne va su un fuoristrada. Il maghrebino
parla un ottimo italiano. Non ha gradi sulla maglietta sudata. Ma si
sente subito che lui qui è il caporale: "Sei rumeno?". Un mezzo
sorriso lo convince. "Ti posso prendere, ma domani", promette, "ce
l'hai un'amica?". "Un'amica?". "Mi devi portare una tua amica. Per
il padrone. Se gliela porti, lui ti fa lavorare subito. Basta una
ragazza qualunque". Il caporale indica una ventenne e il suo
compagno, indaffarati alla cremagliera di un grosso trattore per la
raccolta meccanizzata dei pomodori: "Quei due sono rumeni come te.
Lei col padrone c'è stata". "Ma io sono solo". "Allora niente
lavoro".
Non c'è limite alla vergogna nel triangolo degli schiavi. Il
caporale vuole una ragazza da far violentare dal padrone. Questo è
il prezzo della manodopera nel cuore della Puglia. Un triangolo
senza legge che copre quasi tutta la provincia di Foggia. Da
Cerignola a Candela e su, più a Nord, fin oltre San Severo. Nella
regione progressista di Nichi Vendola. A mezz'ora dalle spiagge del
Gargano. Nella terra di Giuseppe Di Vittorio, eroe delle lotte
sindacali e storico segretario della Cgil. Lungo la via che porta i
pellegrini al megasantuario di San Giovanni Rotondo. Una settimana
da infiltrato tra gli schiavi è un viaggio al di là di ogni disumana
previsione. Ma non ci sono alternative per guardare da vicino
l'orrore che gli immigrati devono sopportare.
Sono almeno cinquemila. Forse settemila. Nessuno ha mai fatto un
censimento preciso. Tutti stranieri. Tutti sfruttati in nero. Rumeni
con e senza permesso di soggiorno. Bulgari. Polacchi. E africani. Da
Nigeria, Niger, Mali, Burkina Faso, Uganda, Senegal, Sudan, Eritrea.
Alcuni sono sbarcati da pochi giorni. Sono partiti dalla Libia e
sono venuti qui perché sapevano che qui d'estate si trova lavoro.
Inutile pattugliare le coste, se poi gli imprenditori se ne
infischiano delle norme. Ma da queste parti se ne infischiano anche
della Costituzione: articoli uno, due e tre. E della Dichiarazione
universale dei diritti dell'uomo. Per proteggere i loro affari,
agricoltori e proprietari terrieri hanno coltivato una rete di
caporali spietati: italiani, arabi, europei dell'Est. Alloggiano i
loro braccianti in tuguri pericolanti, dove nemmeno i cani randagi
vanno più a dormire. Senza acqua, né luce, né igiene. Li fanno
lavorare dalle sei del mattino alle dieci di sera. E li pagano,
quando pagano, quindici, venti euro al giorno. Chi protesta viene
zittito a colpi di spranga. Qualcuno si è rivolto alla questura di
Foggia. E ha scoperto la legge voluta da Umberto Bossi e Gianfranco
Fini: è stato arrestato o espulso perché non in regola con i
permessi di lavoro. Altri sono scappati. I caporali li hanno cercati
tutta notte. Come nella caccia all'uomo raccontata da Alan Parker
nel film 'Mississippi burning'. Qualcuno alla fine è stato
raggiunto. Qualcun altro l'hanno ucciso.
Adesso è la stagione dell'oro rosso: la raccolta dei
pomodori. La provincia di Foggia è il serbatoio di quasi tutte le
industrie della trasformazione di Salerno, Napoli e Caserta. I
perini cresciuti qui diventano pelati in scatola. Diventano passata.
E, i meno maturi, pomodori da insalata. Partono dal triangolo degli
schiavi e finiscono nei piatti di tutta Italia e di mezza Europa.
Poi ci sono i pomodori a grappolo per la pizza. Gli altri ortaggi,
come melanzane e peperoni. Tra poco la vendemmia. Gli imprenditori
fanno finta di non sapere. E a fine raccolto si mettono in coda per
incassare le sovvenzioni da Bruxelles. 'L'espresso' ha controllato
decine di campi. Non ce n'è uno in regola con la manodopera
stagionale. Ma questa non è soltanto concorrenza sleale all'Unione
europea. Dentro questi orizzonti di ulivi e campagne vengono
tollerati i peggiori crimini contro i diritti umani.
Non ci vuole molto per entrare nel mercato più sporco
dell'Europa agricola. Qualche nome inventato da usare di volta in volta. Una
fotocopia del decreto di respingimento rilasciato un anno fa a Lampedusa dal
centro di detenzione per immigrati. E la bicicletta, per scappare il più
lontano possibile in caso di pericolo. Il caporale che pretende una ragazza
in sacrificio controlla la raccolta dei perini a Stornara. Uno dei primi
campi a sinistra appena fuori paese, lungo il rettilineo di afa che porta a
Stornarella. Meglio lasciar perdere. Per arrivare fin qui bisogna pedalare
sulla statale 16 e poi infilarsi per dieci chilometri negli uliveti. Il
borgo è una piccola isola di case nell'agro. Alla stazione di Foggia,
Mahmoud, 35 anni, della Costa d'Avorio, aveva detto che quaggiù la raccolta,
forse, è già cominciata. Lui, che dorme in una buca dalle parti di Lucera, è
senza lavoro: lì a Nord i pomodori devono ancora maturare. Così Mahmoud
campa vendendo informazioni agli ultimi arrivati in treno. In cambio di
qualche moneta.
Oggi dev'essere la
giornata più torrida dell'estate. Quarantadue gradi, annunciavano i titoli
all'edicola della stazione. Sperduta nei campi appare nell'aria bollente una
stalla abbandonata. È abitata. Sono africani. Stanno riposando su un vecchio
divano sotto un albero. Qualcuno parla tamashek, sono tuareg. Un saluto
nella loro lingua aiuta con le presentazioni. La segregazione razziale è
rigorosa in provincia di Foggia. I rumeni dormono con i rumeni. I bulgari
con i bulgari. Gli africani con gli africani. È così anche nel reclutamento.
I caporali non tollerano eccezioni. Un bianco non ha scelta se vuole vedere
come sono trattati i neri. Bisogna prendere un nome in prestito. Donald
Woods, sudafricano. Come il leggendario giornalista che ha denunciato al
mondo gli orrori dell'apartheid. "Se sei sudafricano resta pure", dice
Asserid, 28 anni. È partito da Tahoua in Niger nel settembre 2005. È
sbarcato a Lampedusa nel giugno 2006. Racconta che è in Puglia da cinque
giorni. Dopo essere stato rinchiuso quaranta giorni nel centro di detenzione
di Caltanissetta e alla fine rilasciato con un decreto di respingimento.
Asserid ha attraversato il Sahara a piedi e su vecchi fuoristrada. Fino ad
Al Zuwara, la città libica dei trafficanti e delle barche che salpano verso
l'Italia. "In Libia tutti gli immigrati sanno che gli italiani reclutano
stranieri per la raccolta dei pomodori. Ecco perché sono qui. Questa è solo
una tappa. Non avevo alternative", ammette Asserid: "Ma spero di risparmiare
presto qualche soldo e di arrivare a Parigi". Adama, 40 anni, tuareg
nigerino di Agadez, ha fatto il percorso inverso. A Parigi è atterrato in
aereo, con un visto da turista. Poi gli è andata male. Dalla Francia l'hanno
espulso come lavoratore clandestino. Ed è sceso in Puglia, richiamato dalla
stagione dell'oro rosso. "Questo è l'accampamento tuareg più a Nord della
storia", ride Adama. Ma c'è poco da ridere. L'acqua che tirano su dal pozzo
con taniche riciclate non la possono bere. È inquinata da liquami e
diserbanti. Il gabinetto è uno sciame di mosche sopra una buca. Per dormire
in due su materassi luridi buttati a terra, devono pagare al caporale
cinquanta euro al mese a testa. Ed è già una tariffa scontata. Perché in
altri tuguri i caporali trattengono dalla paga fino a cinque euro a notte.
Da aggiungere a cinquanta centesimi o un euro per ogni ora lavorata. Più i
cinque euro al giorno per il trasporto nei campi. Lo si vede subito quanto è
facile il guadagno per il caporale. Alle due e mezzo del pomeriggio arriva
con la sua Golf. E la carica all'inverosimile. "Davvero questo è africano?",
chiede agli altri davanti all'unico bianco. Nessuno sa dare risposte sicure.
"Io pago tre euro l'ora. Ti vanno bene? Se è così, sali", offre l'uomo,
calzoncini, canottiera e sul bicipite il tatuaggio di una donna in bikini
ritratta di schiena.
Si parte. In nove sulla Golf. Tre davanti. Cinque sul sedile dietro. E un
ragazzo raggomitolato come un peluche sul pianale posteriore. Solo per
questo trasporto di dieci minuti il caporale incasserà quaranta euro. I
ragazzi lo chiamano Giovanni. Loro hanno già lavorato dalle 6 alle 12.30. La
pausa di due ore non è una cortesia. Oggi faceva troppo caldo anche per i
padroni perché rinunciassero a una siesta. Giovanni si presenta subito dopo,
guardando attraverso lo specchietto retrovisore: "Io John e tu?". Poi
avverte: "John è bravo se tu bravo. Ma se tu cattivo...". Non capisce
l'inglese né il francese. E questo basta a far cadere il discorso. Ma il
pugnale da sub che tiene bene in vista sul cruscotto parla per lui. Amadou,
29 anni, nigerino di Filingue, rivela lo stato d'animo dei ragazzi:
"Giovanni, oggi è venerdì e non ci paghi da tre settimane. Ormai stiamo
finendo le scorte di pasta. Da quindici giorni mangiamo solo pasta e
pomodoro. I ragazzi sono sfiniti. Hanno bisogno di carne per lavorare". I
tre euro l'ora promessi erano solo una bugia. Ma Giovanni promette ancora.
Quando risponde dice sempre: "Noi turchi". Anche se la targa della macchina
è bulgara. E per il suo accento potrebbe essere russo oppure ucraino. "Ti
giuro su Dio", continua il caporale, "oggi arrivano i soldi e vi paghiamo.
Tu mi devi credere. Io lavoro come te a Stornara. Non prendo in giro i miei
colleghi". Giovanni abita alla periferia. Un villino di mattoni sulla
destra, a metà del rettilineo per Stornarella. Quasi di fronte a un'altra
stalla pericolante senz'acqua, riempita di materassi e schiavi.
Adesso è la stagione dell'oro rosso: la raccolta dei pomodori. La provincia
di Foggia è il serbatoio di quasi tutte le industrie della trasformazione di
Salerno, Napoli e Caserta. I perini cresciuti qui diventano pelati in
scatola. Diventano passata. E, i meno maturi, pomodori da insalata. Partono
dal triangolo degli schiavi e finiscono nei piatti di tutta Italia e di
mezza Europa. Poi ci sono i pomodori a grappolo per la pizza. Gli altri
ortaggi, come melanzane e peperoni. Tra poco la vendemmia. Gli imprenditori
fanno finta di non sapere. E a fine raccolto si mettono in coda per
incassare le sovvenzioni da Bruxelles. 'L'espresso' ha controllato decine di
campi. Non ce n'è uno in regola con la manodopera stagionale. Ma questa non
è soltanto concorrenza sleale all'Unione europea. Dentro questi orizzonti di
ulivi e campagne vengono tollerati i peggiori crimini contro i diritti
umani.
Giovanni va a recapitare altri braccianti. Poi torna due volte con i
rifornimenti d'acqua. Quattro bottiglie di plastica da un litro e mezzo da
far bastare nelle gole di 17 persone assetate. Sono bottiglie riempite
chissà dove. Una zampilla da un buco e arriva quasi vuota. L'acqua ha un
cattivo odore. Ma almeno è fresca. Comunque non basta. Due sorsi d'acqua in
oltre quattro ore di lavoro a quaranta gradi sotto il sole non dissetano. La
maggior parte dei ragazzi africani non ha nemmeno pranzato né fatto
colazione. Così ci si arrangia mangiando pomodori verdi di nascosto dai
caporali. Anche se sono pieni di pesticidi e veleni. E forse è proprio per
questo che sulla pelle, per giorni, non comparirà più nemmeno una puntura di
zanzara.

Leonardo vuole sapere com'è che in Africa ci siano i
bianchi. Gira tra le schiene curve come un professore tra i banchi. E dà il
permesso a Mohamed, 28 anni, un ragazzo della Guinea. Per smettere di
lavorare o parlare, qui bisogna sempre chiedere il permesso. Mohamed sa bene
perché ci sono i bianchi in Sudafrica. È laureato in scienze politiche e
relazioni internazionali all'Università di Algeri. Parla italiano, inglese,
francese e arabo. E risponde rimanendo in ginocchio, davanti a quell'italiano
che confessa senza pudore di non aver mai sentito parlare di Nelson Mandela.
"Avete capito?", ripete dopo un po' Leonardo agli altri due italiani: "In
Italia quelli chiari stanno al Nord mentre noi al Sud siamo scuri. In Africa
invece al Sud sono bianchi e questi qua del Nord sono neri".
L'incidente accade all'improvviso. Michele è il più anziano tra i rumeni. Ha
una sessantina d'anni, i capelli grigi. Sta caricando cassette piene sul
rimorchio del trattore. Il legno è troppo sottile, è secco. E una cassetta
si sfonda rovesciando dodici chili di pomodori. Michele non fa in tempo ad
abbassarsi a raccoglierli. Leonardo, con la mano chiusa a pugno, lo
colpisce. Una sventola sulla testa. "Stai attento, coglione", urla, "credi
che noi stiamo ad aspettare mentre tu butti le cassette?". Michele forse
chiede scusa. È troppo stanco e offeso per parlare ad alta voce. "Scusa un
cazzo", continua Leonardo, "devi stare più attento". Ci fermiamo tutti a
guardare. Una ragazza si alza in piedi per protesta. Quello con l'accento
napoletano accorre come una furia: "Giù, non è successo niente. Giù o
stasera non si va a casa finché non si finisce". Come se questi ragazzi
avessero una casa.
Michele ritorna a caricare il rimorchio aiutato da altri
rumeni. Ma dopo mezz'ora è ancora seduto a terra. Si tiene la testa. Perde
molto sangue dal naso. Un suo compagno di lavoro spreme un pomodoro maturo
per bagnarli la fronte. Cosa ha fatto lo spiega a Leonardo l'uomo con i
baffetti curati: "Ho dovuto spaccargli una pietra in mezzo agli occhi. Ho
dovuto. Quello stronzo se l'è presa con me perché tu prima l'hai picchiato.
E poi perché stasera non ci sono i soldi per pagarli. Ma che c'entro io? Lui
ha raccolto una pietra e io gliel'ho tolta dalle mani. Tu pensa se un rumeno
di merda mi deve minacciare". Leonardo sorride.
Si smette solo quando il sole va a nascondersi dietro i monti Dauni. Michele
sta meglio. I rumeni si raccolgono intorno al loro caporale. Giovanni scatta
una foto ai suoi ragazzi. Serve per i pagamenti e per scoprire se qualcuno
scappa dal gruppo. Poi fa firmare il registro con le ore lavorate. Oggi si
finisce prima del solito. Il perché lo racconta il caporale ad Amadou, in
macchina durante il ritorno: "Ci sono in giro i carabinieri". Giovanni
segnala un campo di pomodori lungo la strada: "Vedi qua? Questo pomeriggio i
carabinieri sono venuti a prendere dei miei ragazzi. Io lavoro anche qui.
Africani come te e rumeni. Li hanno portati via per il rimpatrio. Ma non
avere paura, il campo dove lavorate voi", dice indicandosi le spalle come se
avesse i gradi, "è controllato dalla mafia". Succede spesso quando è giorno
di paga. A volte sono gli stessi padroni a chiamare vigili, polizia o
carabinieri e a segnalare gli immigrati nelle campagne. Basta una telefonata
anonima. Così i caporali si tengono i loro soldi. E la prefettura aggiorna
le statistiche con le nuove espulsioni.
Amadou però fa notare che nemmeno oggi i ragazzi verranno pagati: "Tu sei
musulmano?", chiede Giovanni: "Sì? Allora io ti giuro su Allah che la
prossima settimana vi pago tutti. E se avete bisogno di carne, ti giuro che
vi invito tutti a casa mia. Ovviamente la prossima settimana. Quando potrete
pagare la carne".
Il 14 maggio 1904 qua vicino la polizia attaccò una manifestazione di
braccianti. C'era anche il giovane Giuseppe Di Vittorio. Morirono in quattro
quel giorno. Tra le vittime Antonio Morra, 14 anni, amico d'infanzia del
futuro leader sindacale. Adesso le proteste vengono spente prima che possano
dilagare. I caporali agiscono come una polizia parallela. Gli imprenditori
si rivolgono a loro se ci sono problemi. A cominciare dall'imposizione delle
regole: "Domani mattina vengo a prendervi alle cinque", annuncia Giovanni
dopo aver scaricato i suoi passeggeri. Sono quasi le dieci di sera ormai.
Calcolando una doccia improvvisata con l'acqua del pozzo e la misera cena,
restano appena cinque ore di sonno. I ragazzi africani spiegano subito le
sanzioni. Chi si presenta tardi, una volta al campo viene punito a pugni.
Chi non va a lavorare deve versare al caporale la multa. Anche se si ammala.
Sono venti euro, praticamente un giorno di lavoro gratis.
Una cinquantina di chilometri più a nord, stesse storie. La carta stradale
indica Villaggio Amendola. Era un borgo agricolo. Ora è solo un paese
fantasma riempito da immigrati rumeni e bulgari ridotti in schiavitù. Come
l'ex zuccherificio di Rignano o il Ghetto che la sera, al suono della
township music, sembra Soweto. Al Villaggio Amendola perfino la chiesa
abbandonata è stata riempita di materassi. Qui il cento per cento degli
abitanti non è italiano. Tutti raccoglitori. E tutti stranieri. Tranne una.
Giuseppina Lombardo, 51 anni. Viene dalla Calabria. Per gli agricoltori del
posto è una santa donna. Lei e il suo amico tunisino che si fa chiamare Asis
sono capaci di mettere insieme una squadra di raccoglitori di pomodori in
meno di mezz'ora. Giuseppina e Asis con gli schiavi ci campano. L'unico
pozzo di Villaggio Amendola è loro. L'acqua è inquinata ma la vendono
ugualmente: cinquanta centesimi una tanica da 20 litri. Anche l'unico
negozio del borgo è loro. Hanno bottiglie di minerale, se uno proprio non
vuole perdere la giornata per la dissenteria. E hanno carne e pollame: "A
prezzi maggiorati del cento per cento e di dubbia qualità", dicono gli
abitanti. Non è facile infiltrarsi come immigrato in questo ghetto e vincere
la paura dei suoi prigionieri. Perché Asis, come tutti i caporali, non
perdona chi parla. Lui e la sua compagna qui sono l'unica legge. Chi c'era
si ricorda bene cosa è successo la settimana di Pasqua del 2005. Quel
pomeriggio un ragazzo rumeno, 22 anni, arrivato da appena quattro giorni,
torna al Villaggio Amendola con i sacchetti della spesa. È stato a Foggia e
cammina davanti al negozio del caporale con quello che si è procurato. Una
bottiglia d'olio, un po' di pasta. Il testimone che parla con 'L'espresso' è
convinto che Asis abbia considerato quel gesto una ribellione al suo
controllo. I rumeni raccontano di aver visto poco dopo due uomini affrontare
il nuovo arrivato. Uno, secondo i testimoni, è parente di Asis. Con una
spranga lo centrano in mezzo alla testa. Un colpo solo. Poi trascinano il
corpo sanguinante e semisvenuto su un furgone. Nessuno al villaggio rivedrà
più quel ragazzo.
Lo stesso accade il 20 luglio di quest'anno. Il giorno
prima Pavel, 39 anni, ha una discussione con Giuseppina Lombardo. Gli sono
caduti quindici euro nel negozio e lei crede che glieli abbia rubati dalla
cassa. Pavel in Romania faceva il cuoco per 150 euro al mese. Dal 20 marzo
2004, quando è arrivato in Puglia, sopporta violenze e angherie. Lo fa per
mandare quanto risparmia alla moglie e alla sua "fata", la figlia
studentessa, che ha 15 anni. Pavel ha braccia veloci. L'anno scorso è
riuscito a riempire fino a 15 cassoni al giorno: 45 quintali di pomodori,
lavorando dall'alba a notte. Con il cottimo a 3 euro a cassone, era una
buona paga secondo lui: tolti il trasporto al campo e la tangente per il
caporale, Pavel riusciva a guadagnare anche 25 o 30 euro al giorno. Ma il 20
luglio Asis gli impedisce di ripetere il record. Qualcuno gli ha riferito
che Pavel ha protestato per la faccenda dei soldi e per lo sfruttamento dei
braccianti. Il tunisino lo colpisce nel sonno, in una giornata senza lavoro,
alle due del pomeriggio. Pavel si protegge la testa con le braccia. La
sbarra di ferro gli rompe le ossa e apre profonde ferite nella carne.
Lui è sicuro di non essere stato ucciso soltanto per l'intervento dei suoi
compagni di stanza. Ma lo lasciano lì a sanguinare sul materasso fino
all'una di notte. Gli altri stranieri hanno troppa paura di Asis. Anche di
chiamare la polizia e correre il rischio di essere rimpatriati. Alle otto di
sera qualcuno finalmente telefona di nascosto all'ospedale. L'ambulanza e
una pattuglia dei carabinieri, al Villaggio Amendola, arrivano soltanto
cinque ore dopo. Così è andata, secondo la denuncia.
Il 31 luglio Pavel viene dimesso dall'ospedale di Foggia. È stato operato da
appena quattro giorni. Ha quasi due mesi di prognosi. Ferri e chiodi nelle
ossa. Le braccia ingessate. Medici e infermieri lo consegnano alla polizia,
violando il codice deontologico. E in questura lo trattano da clandestino.
Anche se dal primo gennaio 2007 tutti i rumeni potrebbero essere cittadini
dell'Unione europea. Con le braccia immobilizzate, Pavel non riesce a
impugnare la penna. Il 'Primo dirigente dottoressa Piera Romagnosi',
siglando la notifica del decreto di espulsione, scrive che lui 'si rifiuta
di firmare'. Anche la prefettura di Foggia va per le spicce: nel decreto di
espulsione annota che Pavel è 'sprovvisto di passaporto'. Un'aggravante.
Eppure Pavel il passaporto ce l'ha. Alla fine, non trovando alternative, un
ispettore gli dona dieci euro. E una macchina della questura lo riporta al
Villaggio Amendola. Lo scaricano davanti al negozio di Giuseppina e Asis. Il
tunisino se ne occupa subito. Vuole dimostrare a tutti chi comanda. Minaccia
Pavel e lui va a rifugiarsi in un casolare a un chilometro dal villaggio.
Qualche connazionale gli porta in segreto un po' di pane e da bere. Dopo
nove giorni di dolori e sofferenze un amico rumeno riesce a contattare un
avvocato di Foggia, Nicola D'Altilia, ex poliziotto al Nord. L'avvocato
trova il casolare. Incontra Pavel e lo riporta immediatamente in ospedale.
Le ferite sono infette. Il bracciante rumeno è grave. Denutrito. Viene
ricoverato per setticemia. Il resto è cronaca degli ultimi giorni. Il 21
agosto Pavel è di nuovo dimesso dall'ospedale. Va in questura a completare
la denuncia contro il caporale tunisino e la sua complice italiana, che era
riuscito a presentare al posto di polizia del pronto soccorso soltanto il 14
agosto. Lo accompagna l'avvocato che l'ha salvato. Ma dopo una giornata in
questura, la Procura fa arrestare Pavel come immigrato clandestino: non ha
rispettato il decreto di espulsione che, così è scritto, lo obbligava a
lasciare l'Italia dall'aeroporto di Roma Fiumicino. Non importa se in quelle
condizioni comunque non avrebbe potuto viaggiare. Lo costringono a dormire
su una panca di legno nelle camere di sicurezza. Nonostante le operazioni,
le ossa rotte e le ferite ancora fresche.
Il giorno dopo si apre il processo, immediatamente rinviato a ottobre. Oltre
ad aver perso il lavoro, grazie alla legge Bossi-Fini Pavel rischia da uno a
quattro anni di prigione. Più di quanto potrebbe prendersi il suo caporale
che intanto resta libero. "Quell'uomo", racconta Pavel terrorizzato, "mirava
alla testa. Voleva uccidermi".
Qualche bracciante morto da queste parti l'hanno già
trovato. Slavomit R., polacco, aveva 44 anni quando è stato bruciato il 2
luglio 2005 in un campo a Stornara. Un caso irrisolto. Come quello di due
cadaveri mai identificati abbandonati a Foggia. Le scomparse sono un altro
capitolo dell'orrore. Nessuno sa quanti siano i lavoratori rumeni, bulgari o
africani spariti. I caporali, quando li ingaggiano o li massacrano di botte,
non sanno nemmeno come si chiamano. Gli unici casi sono stati scoperti
grazie alle denunce dell'ambasciata di Polonia. Hanno dovuto insistere i
diplomatici di Varsavia. È dal 2005 che cercano notizie di tredici
connazionali. Erano venuti a lavorare come stagionali nel triangolo degli
schiavi. E non sono più tornati a casa. L'elenco compilato in agosto dal
consolato sulle ricerche delle persone scomparse non rende onore all'Italia.
Su dodici "richieste indirizzate alla questura di Foggia", l'ambasciata ha
dovuto prendere atto che per nove casi non c'è stata "nessuna risposta da
parte della questura". Dopo mesi di inutile attesa l'appello è stato girato
al Comando generale dei carabinieri. E, attraverso gli investigatori del Ros,
la Procura antimafia di Bari ha finalmente aperto un'inchiesta.
Nessuno sta invece
indagando sulla morte di un bambino. Perché quello che è successo
apparentemente non è reato. Il piccolo sarebbe nato a fine settembre.
Liliana D., 20 anni, quasi all'ottavo mese di gravidanza, la settimana di
Ferragosto arranca con il suo pancione tra piante di pomodoro. La fanno
lavorare in un campo vicino a San Severo. Né il marito, né il caporale, né
il padrone italiano pensano a proteggerla dal sole e dalla fatica. Quando
Liliana sta male, è troppo tardi. Ha un'emorragia. Resta due giorni senza
cure nel rudere in cui abita. Gli schiavi della provincia di Foggia non
hanno il medico di famiglia. Sabato 18 agosto, di pomeriggio, il marito la
porta all'ospedale a San Severo. La ragazza rischia di morire. Viene
ricoverata in rianimazione. Il bimbo lo fanno nascere con il taglio cesareo.
Ma i medici già hanno sentito che il suo cuore non batte più. Anche lui
vittima collaterale. Di questa corsa disumana che premia chi più taglia i
costi di produzione.
L'industria alimentare campana paga i pomodori pugliesi da 4 a 5 centesimi
al chilo. Sulle bancarelle lungo le strade di Foggia i perini salgono già a
60 centesimi al chilo. A Milano 1,20 euro quelli maturi da salsa e 2,80 euro
al chilo quelli ancora dorati. Al supermercato la passata prodotta in
Campania costa da 86 centesimi a 1,91 euro al chilo. I pelati da 1,04 a 3
euro al chilo. Eppure, nel ghetto di Stornara, nemmeno stasera che il mese è
quasi finito ci sono i soldi per comprare un pezzo di carne. "Donald, non te
ne andare", si fa avanti Amadou, "Giovanni è molto arrabbiato con te perché
hai lasciato il gruppo. Ti sta cercando, vado a dirgli che sei qui". Nel
fondo di questa miseria, Amadou sa già con chi stare. Tra tanti uomini
costretti a inginocchiarsi, lui ha scelto i caporali. È il momento di
prendere la bici e scappare. Nel buio. Prima che Giovanni decida di chiamare
i suoi sgherri. E di dare il via alla caccia nei campi.
Fabrizio Gatti
Fabrizio
Gatti è giornalista al Corriere della Sera. Dal 1991 si occupa di
criminalità italiana e internazionale. é stato inviato in Moldavia, Romania,
Albania, Egitto, Marocco e Venezuela per ripercorrere i viaggi delle vittime
della prostituzione, del lavoro nero e dell’immigrazione clandestina. Nel
1998 ha vissuto per un periodo in una baraccopoli alla periferia di Milano.
Nel 2000 si è fatto rinchiudere con il falso nome di Roman Ladu, nel centro
di detenzione per stranieri di via Corelli, a Milano
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