di Maurizio Dematteis
«Spiegare i cambiamenti climatici a
chi non è del mestiere è molto difficile - dice
Luca Mercalli, il meteorologo più famoso
d'Italia - Se cerchiamo di esporre la situazione
in modo scientifico la gente pensa che non
riusciamo a capirci nulla. Vogliono
dichiarazioni nette, o catastrofe o salvezza, o
bianco o nero».
In effetti il mestiere del meteorologo è
difficile da conciliare con quello del
comunicatore; ma non per Mercalli, perennemente
impegnato fra trasmissioni tv, interviste ai
giornali o lezioni pubbliche. Perché la missione
dello scienziato con il farfallino è proprio
rendere comprensibile la meteorologia al grande
pubblico, affinché capisca in tempo che lo stile
di vita attuale può portare l'estinzione della
specie.
Gli abbiamo chiesto quanto il cambiamento
climatico possa influire sui flussi migratori
del nostro pianeta. E la sua risposta da
"scienziato-mediatizzato" è stata perentoria:
«La situazione delle migrazioni sarebbe già
difficile da gestire senza i cambiamenti
climatici. Sulla terra siamo miliardi, e la
gente si muove verso aspettative di vita
migliori. Se poi ci mettiamo gli eventi legati
all'innalzamento della temperatura sul pianeta,
come l'avanzata del deserto del Sahel, la
situazione risulta drammatica».
L'Unccd (Convenzione Onu per la lotta
alla desertificazione), nell'anno internazionale
per i deserti e la desertificazione appena
trascorso, ha lanciato un allarme: 135 milioni
di persone - l'equivalente della popolazione
totale di Germania e Francia - rischiano di
diventare profughi per l'inaridimento dei loro
territori.
Per spiegare il fenomeno, nel 2005 Columbia
University e Norwegian geotechnical institute,
con il sostegno della Banca mondiale, hanno
stilato un rapporto secondo cui il 20% della
superficie della terra e 3,4 miliardi di persone
(circa metà della popolazione mondiale) si
trovano in aree esposte ad almeno un rischio
ambientale significativo tra siccità,
inondazioni, frane, cicloni, eruzioni
vulcaniche, terremoti. I fenomeni meteorologici
estremi sono aumentati e, in parallelo, sono
cresciuti gli spostamenti di gente costretta a
lasciare la propria terra. Il caso africano è
emblematico: secondo l'Unep, ben 10 milioni di
persone negli ultimi 20 anni sono state
sfollate, a causa dell'espansione dei deserti
nel continente nero. Per il 2010 si stima che il
mondo dovrà far fronte a 40 milioni di persone
in fuga per cause ambientali. E nel 2050,
secondo l'Alto commissariato per i rifugiati,
saranno oltre 150 milioni.
«Viviamo in un sistema in cui si sfrutta il
pianeta più di quanto sia possibile - spiega
Luca Mercalli - inoltre, ogni anno sulla terra
ci sono 75 milioni di nuovi nati, pari
all'intera popolazione della Germania. Molti si
spostano perché gli eventi legati
all'innalzamento della temperatura sul pianeta
hanno reso insostenibile la situazione nei loro
paesi». Semplificando, Mercalli spiega che
esistono tre fenomeni climatici in agguato:
fenomeni climatici immediati, come alluvioni,
tornado ecc., capaci di creare in poco tempo un
numero impressionante di profughi. Fenomeni più
lenti, come l'avanzata delle zone desertiche per
la siccità. E processi di lungo termine, come
l'innalzamento del livello del mare. «Mentre i
fenomeni climatici immediati o di medio periodo
presentano il loro conto in termini di
migrazioni - spiega il meteorologo - per quanto
riguarda l'innalzamento dei mari, che crescono
di alcuni millimetri l'anno e per fine secolo
dovrebbero alzarsi in media di 40 cm, si
potrebbero studiare provvedimenti per tempo.
Anche se spesso questi fenomeni, anziché
governati, sono lasciati a sé stessi».
Secondo il recente dossier di
Legambiente "Desertificazione ed eco-profughi
sulle sponde del Mediterraneo", realizzato da
Luciana Delfini, il bacino del Mediterraneo
rappresenta una zona di transizione dove si
trovano aree desertificate e aree a rischio
desertificazione. "Il Sahara ha ormai
'attraversato' il Mediterraneo - si legge nel
dossier - un quinto dei territori in Spagna è
soggetto a desertificazione e anche Portogallo,
Italia e Grecia sono colpiti dal fenomeno, da
cui non è immune neanche la Francia
meridionale". L'Italia, negli ultimi 20 anni, ha
visto triplicare l'inaridimento del suolo. Per
Legambiente il 27% del territorio nazionale è a
rischio desertificazione. Oltre alle regioni
meridionali e alle piccole isole, anche la
pianura padana è interessata dal fenomeno. Nel
documento si legge poi che tutto l'ecosistema
mediterraneo subisce prolungati periodi di
siccità e presenta una marcata tendenza
all'erosione, tanto da mettere a rischio la
sopravvivenza di 16,5 milioni di persone.
Se l'Unep definisce l'area mediterranea come
"una zona ad alto rischio ambientale", d'altra
parte gli accordi di partenariato e
cooperazione, che prevedono anche collaborazioni
per monitorare e intervenire sulla
desertificazione, sono sempre più numerosi. E
questa nuova sensibilità porterà, si spera, a
considerare maggiormente il problema della
migrazione causata da questo fenomeno,
nell'ambito del buon governo.
«In realtà io sarei più cauto (rispetto al
dossier di Legambiente, nda) - dice
Mercalli - se no torniamo alla visione del mondo
in bianco e nero, catastrofe o salvezza. È vero
che nei paesi mediterranei europei come Spagna,
Portogallo, Italia o Francia sta diminuendo la
piovosità. Ma se uno pensa al deserto libico con
le dune di sabbia è fuori strada. Non è giusto
dire che il deserto ha "ormai attraversato il
Mediterraneo". Direi invece che l'uso intensivo
del suolo e lo sfruttamento delle falde, come in
alcune zone della Spagna prima disabitate e ora
con migliaia di persone, possono
progressivamente inaridire il suolo».
«Pur evitando ogni catastrofismo -
dice Mercalli - va riconosciuto che
l'innalzamento della temperatura terrestre,
dovuto soprattutto all'aumento di gas
nell'atmosfera, è un fatto accertato. L'altra
cosa certa è che l'aumento della temperatura può
causare cambiamenti climatici. Basta pensare
all'autunno appena trascorso: il più caldo da
200 anni a questa parte, in Italia come nel nord
Europa».
La concentrazione di "gas serra" nell'atmosfera,
a partire dalla rivoluzione industriale, è
progressivamente aumentata: da 280 parti per
milione a metà Ottocento, è oggi di 370 parti
per milione. In parallelo si è verificato anche
un graduale aumento della temperatura media, che
negli ultimi anni ha subito un'accelerazione.
«Secondo tutti i modelli di simulazione - dice
Luca Mercalli - la temperatura nel Mediterraneo
è in costante aumento: ci aspettano estati più
calde e meno piovose. E se il clima ha una sua
variabilità naturale, a questa va aggiunta
quella indotta dell'uomo, con 200 anni di
incuria verso l'ambiente. Oggi ne vediamo le
prime conseguenze, come il calore dell'estate
2003, che causò la morte di decine di anziani.
Ma gli effetti più devastanti devono ancora
venire». Si potrà fermare questa corsa?
«Non c'è modo di bloccare il
cambiamento climatico, si può solo rallentare -
spiega Mercalli - riducendo l'uso scellerato
delle risorse del pianeta. Perché, ad esempio,
lo sviluppo economico della Cina, magnificato da
tutti, in realtà è terrificante. È un sistema
economico che per andare avanti deve bruciare
addirittura i copertoni usati».
Ridurre l'uso delle risorse del pianeta e
trovare strade alternative per i paesi di
recente industrializzazione è la strada da
intraprendere, ma serve una grossa spinta
dall'alto. «Attenzione però alle eco-dittature:
la politica deve prendere in mano la situazione
e creare politiche condivise con la popolazione.
Altrimenti, con la scusa dell'urgenza, un giorno
si potrebbe rischiare una dittatura ecologica. E
noi tutti sappiamo la pericolosità delle
dittature».
In realtà qualche segnale positivo da parte dei
nostri governanti si è già visto. Come la
creazione del Protocollo di Kyoto. Ma siamo
forse già in emergenza, e strumenti che qualche
anno fa potevano far discutere oggi fanno
ridere. Perché, conclude Mercalli, «Kyoto è una
goccia nel mare. Ci vuole una svolta molto più
seria, un cambiamento repentino e condiviso da
tutti».
Eco-rifugiati in cifreFin dal '94 il numero di
rifugiati ambientali, secondo Norman
Myers (docente alla Duke University e
uno dei massimi analisti ambientali al
mondo), era di oltre 25 milioni, cifra
che superava di ben 18 milioni quella
dei rifugiati ufficialmente riconosciuti
(politici, religiosi, etnici). Per Myers
i migranti per penuria di acqua,
cambiamento di clima, innalzamento del
mare raggiungeranno nel 2050 i 150
milioni, previsione confermata dall'Alto
commissariato per i rifugiati. Ai ritmi
odierni la degradazione ambientale può
produrre nell'immediato un'ondata di
gente che irrompe sulle frontiere, con
effetti destabilizzanti per l'ordine
pubblico e le relazioni mondiali. |
Isole fantasmaCirca 2.000 persone,
nell'oceano Pacifico, hanno dovuto
lasciare tutti i loro averi sull'isola
dove vivevano, per paura di finire
sommersi. È capitato nell'arcipelago
delle piccole Isole Carteret, scoperte
nel 1767, 6 ex atolli paradisiaci
appartenenti alla Papua Nuova Guinea,
equivalenti alla superficie di 80 campi
di calcio. Oggi proprio qui si sono
creati i primi "rifugiati climatici". |
Sicurezza e profughi ambientaliL'aumento dei fenomeni estremi
conseguenti al surriscaldamento del
clima, come siccità, alluvioni, uragani
e innalzamento dei mari, costringerà
presto almeno 200 milioni di persone a
emigrare verso zone più sicure dal punto
di vista ambientale. Lo sostiene il
rapporto "The economics of climate
change", preparato sotto la direzione
dell'ex capo economista della Banca
mondiale Nicholas Stern (2006) su
richiesta del governo britannico. Oltre
700 pagine analizzano gli effetti
economici e sociali del surriscaldamento
del clima. Secondo Stern, autorevole
consigliere economico di Tony Blair, una
parte del Prodotto interno lordo (Pil)
mondiale, calcolato tra il 5 e il 20%
(5,5 trilioni di euro), servirà a
riparare i danni dovuti all'effetto
serra. Il rapporto Stern analizza uno
scenario al 2100, e avverte che una
cifra pari all'1% del Pil mondiale
andrebbe destinata fin d'ora ad azioni e
politiche di mitigazione. Questa sembra
la strada che il governo Blair si
appresta a imboccare. Aumento della
tassazione di voli economici, carburanti
e autoveicoli più inquinanti, e uso del
ricavato per ridurre le emissioni di gas
serra. Altrimenti in futuro, sostiene il
rapporto, sarà a rischio il già fragile
sistema della sicurezza internazionale,
per l'aumento esponenziale delle
migrazioni. |
Piccoli uragani cresconoManila, 10 dicembre 2006: il
tifone Utor di passaggio sulle
Filippine, con venti di 120 km l'ora,
causa due morti e 91 mila senza tetto (AdnKronos). |
Il deserto italianoSecondo il dossier di
Legambiente "A qualcuno piace caldo?
L'Italia nella morsa del clima che
cambia" (novembre 2006), 30 milioni di
ettari di terra nel bacino del
Mediterraneo sono colpiti dalla
desertificazione, che mette a rischio la
sopravvivenza di 16,5 milioni di
persone, mentre un quinto dei territori
in Spagna è ormai soggetto a
desertificazione e anche Portogallo,
Italia e Grecia sono colpiti dal
fenomeno. |
Volontari per lo sviluppo - Gennaio-Febbraio
2007
© Volontari per lo sviluppo