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Dossier: Profughi del clima

In fuga dal cielo

150 milioni di persone entro il 2050 rischiano di divenire profughi per desertificazione, uragani e innalzamento degli oceani. E mentre Legambiente avverte che il deserto ha ormai superato il Mediterraneo, le compagnie assicurative non coprono più i disastri ecologici, ormai troppo frequenti. Intanto si pianifica l'evacuazione nel sud Pacifico di una serie di isole sommerse dal mare.
Frutto dell'immaginazione dei catastrofisti o pura realtà? Il meteorologo Luca Mercalli ci racconta il futuro del nostro pianeta.

di Maurizio Dematteis

«Spiegare i cambiamenti climatici a chi non è del mestiere è molto difficile - dice Luca Mercalli, il meteorologo più famoso d'Italia - Se cerchiamo di esporre la situazione in modo scientifico la gente pensa che non riusciamo a capirci nulla. Vogliono dichiarazioni nette, o catastrofe o salvezza, o bianco o nero».
In effetti il mestiere del meteorologo è difficile da conciliare con quello del comunicatore; ma non per Mercalli, perennemente impegnato fra trasmissioni tv, interviste ai giornali o lezioni pubbliche. Perché la missione dello scienziato con il farfallino è proprio rendere comprensibile la meteorologia al grande pubblico, affinché capisca in tempo che lo stile di vita attuale può portare l'estinzione della specie.
Gli abbiamo chiesto quanto il cambiamento climatico possa influire sui flussi migratori del nostro pianeta. E la sua risposta da "scienziato-mediatizzato" è stata perentoria: «La situazione delle migrazioni sarebbe già difficile da gestire senza i cambiamenti climatici. Sulla terra siamo miliardi, e la gente si muove verso aspettative di vita migliori. Se poi ci mettiamo gli eventi legati all'innalzamento della temperatura sul pianeta, come l'avanzata del deserto del Sahel, la situazione risulta drammatica».

Popoli in fuga

L'Unccd (Convenzione Onu per la lotta alla desertificazione), nell'anno internazionale per i deserti e la desertificazione appena trascorso, ha lanciato un allarme: 135 milioni di persone - l'equivalente della popolazione totale di Germania e Francia - rischiano di diventare profughi per l'inaridimento dei loro territori.
Per spiegare il fenomeno, nel 2005 Columbia University e Norwegian geotechnical institute, con il sostegno della Banca mondiale, hanno stilato un rapporto secondo cui il 20% della superficie della terra e 3,4 miliardi di persone (circa metà della popolazione mondiale) si trovano in aree esposte ad almeno un rischio ambientale significativo tra siccità, inondazioni, frane, cicloni, eruzioni vulcaniche, terremoti. I fenomeni meteorologici estremi sono aumentati e, in parallelo, sono cresciuti gli spostamenti di gente costretta a lasciare la propria terra. Il caso africano è emblematico: secondo l'Unep, ben 10 milioni di persone negli ultimi 20 anni sono state sfollate, a causa dell'espansione dei deserti nel continente nero. Per il 2010 si stima che il mondo dovrà far fronte a 40 milioni di persone in fuga per cause ambientali. E nel 2050, secondo l'Alto commissariato per i rifugiati, saranno oltre 150 milioni.
«Viviamo in un sistema in cui si sfrutta il pianeta più di quanto sia possibile - spiega Luca Mercalli - inoltre, ogni anno sulla terra ci sono 75 milioni di nuovi nati, pari all'intera popolazione della Germania. Molti si spostano perché gli eventi legati all'innalzamento della temperatura sul pianeta hanno reso insostenibile la situazione nei loro paesi». Semplificando, Mercalli spiega che esistono tre fenomeni climatici in agguato: fenomeni climatici immediati, come alluvioni, tornado ecc., capaci di creare in poco tempo un numero impressionante di profughi. Fenomeni più lenti, come l'avanzata delle zone desertiche per la siccità. E processi di lungo termine, come l'innalzamento del livello del mare. «Mentre i fenomeni climatici immediati o di medio periodo presentano il loro conto in termini di migrazioni - spiega il meteorologo - per quanto riguarda l'innalzamento dei mari, che crescono di alcuni millimetri l'anno e per fine secolo dovrebbero alzarsi in media di 40 cm, si potrebbero studiare provvedimenti per tempo. Anche se spesso questi fenomeni, anziché governati, sono lasciati a sé stessi».

Il deserto dietro la porta?

Secondo il recente dossier di Legambiente "Desertificazione ed eco-profughi sulle sponde del Mediterraneo", realizzato da Luciana Delfini, il bacino del Mediterraneo rappresenta una zona di transizione dove si trovano aree desertificate e aree a rischio desertificazione. "Il Sahara ha ormai 'attraversato' il Mediterraneo - si legge nel dossier - un quinto dei territori in Spagna è soggetto a desertificazione e anche Portogallo, Italia e Grecia sono colpiti dal fenomeno, da cui non è immune neanche la Francia meridionale". L'Italia, negli ultimi 20 anni, ha visto triplicare l'inaridimento del suolo. Per Legambiente il 27% del territorio nazionale è a rischio desertificazione. Oltre alle regioni meridionali e alle piccole isole, anche la pianura padana è interessata dal fenomeno. Nel documento si legge poi che tutto l'ecosistema mediterraneo subisce prolungati periodi di siccità e presenta una marcata tendenza all'erosione, tanto da mettere a rischio la sopravvivenza di 16,5 milioni di persone.
Se l'Unep definisce l'area mediterranea come "una zona ad alto rischio ambientale", d'altra parte gli accordi di partenariato e cooperazione, che prevedono anche collaborazioni per monitorare e intervenire sulla desertificazione, sono sempre più numerosi. E questa nuova sensibilità porterà, si spera, a considerare maggiormente il problema della migrazione causata da questo fenomeno, nell'ambito del buon governo.
«In realtà io sarei più cauto (rispetto al dossier di Legambiente, nda) - dice Mercalli - se no torniamo alla visione del mondo in bianco e nero, catastrofe o salvezza. È vero che nei paesi mediterranei europei come Spagna, Portogallo, Italia o Francia sta diminuendo la piovosità. Ma se uno pensa al deserto libico con le dune di sabbia è fuori strada. Non è giusto dire che il deserto ha "ormai attraversato il Mediterraneo". Direi invece che l'uso intensivo del suolo e lo sfruttamento delle falde, come in alcune zone della Spagna prima disabitate e ora con migliaia di persone, possono progressivamente inaridire il suolo».

Febbre alta

«Pur evitando ogni catastrofismo - dice Mercalli - va riconosciuto che l'innalzamento della temperatura terrestre, dovuto soprattutto all'aumento di gas nell'atmosfera, è un fatto accertato. L'altra cosa certa è che l'aumento della temperatura può causare cambiamenti climatici. Basta pensare all'autunno appena trascorso: il più caldo da 200 anni a questa parte, in Italia come nel nord Europa».
La concentrazione di "gas serra" nell'atmosfera, a partire dalla rivoluzione industriale, è progressivamente aumentata: da 280 parti per milione a metà Ottocento, è oggi di 370 parti per milione. In parallelo si è verificato anche un graduale aumento della temperatura media, che negli ultimi anni ha subito un'accelerazione. «Secondo tutti i modelli di simulazione - dice Luca Mercalli - la temperatura nel Mediterraneo è in costante aumento: ci aspettano estati più calde e meno piovose. E se il clima ha una sua variabilità naturale, a questa va aggiunta quella indotta dell'uomo, con 200 anni di incuria verso l'ambiente. Oggi ne vediamo le prime conseguenze, come il calore dell'estate 2003, che causò la morte di decine di anziani. Ma gli effetti più devastanti devono ancora venire». Si potrà fermare questa corsa?

Rischi di dittatura ambientale

«Non c'è modo di bloccare il cambiamento climatico, si può solo rallentare - spiega Mercalli - riducendo l'uso scellerato delle risorse del pianeta. Perché, ad esempio, lo sviluppo economico della Cina, magnificato da tutti, in realtà è terrificante. È un sistema economico che per andare avanti deve bruciare addirittura i copertoni usati».
Ridurre l'uso delle risorse del pianeta e trovare strade alternative per i paesi di recente industrializzazione è la strada da intraprendere, ma serve una grossa spinta dall'alto. «Attenzione però alle eco-dittature: la politica deve prendere in mano la situazione e creare politiche condivise con la popolazione. Altrimenti, con la scusa dell'urgenza, un giorno si potrebbe rischiare una dittatura ecologica. E noi tutti sappiamo la pericolosità delle dittature».
In realtà qualche segnale positivo da parte dei nostri governanti si è già visto. Come la creazione del Protocollo di Kyoto. Ma siamo forse già in emergenza, e strumenti che qualche anno fa potevano far discutere oggi fanno ridere. Perché, conclude Mercalli, «Kyoto è una goccia nel mare. Ci vuole una svolta molto più seria, un cambiamento repentino e condiviso da tutti».


Eco-rifugiati in cifre

Fin dal '94 il numero di rifugiati ambientali, secondo Norman Myers (docente alla Duke University e uno dei massimi analisti ambientali al mondo), era di oltre 25 milioni, cifra che superava di ben 18 milioni quella dei rifugiati ufficialmente riconosciuti (politici, religiosi, etnici). Per Myers i migranti per penuria di acqua, cambiamento di clima, innalzamento del mare raggiungeranno nel 2050 i 150 milioni, previsione confermata dall'Alto commissariato per i rifugiati. Ai ritmi odierni la degradazione ambientale può produrre nell'immediato un'ondata di gente che irrompe sulle frontiere, con effetti destabilizzanti per l'ordine pubblico e le relazioni mondiali.
Tra le strategie adottate dai profughi ambientali vi è la migrazione temporanea. In alcuni paesi dell'Africa occidentale, ad esempio, gli uomini più anziani lasciano il gruppo per cercare lavoro in città nei periodi di siccità. In Etiopia questa forma di esodo è adottata soprattutto dai giovani. Nelle regioni rurali, quando la siccità è particolarmente grave e ogni opzione di adattamento è esaurita, famiglie e villaggi interi migrano verso altre regioni.
Non esiste però una formula semplice per spiegare le reazioni migratorie agli stimoli climatici, tanto più che questo fenomeno ufficialmente non esiste.
"I rifugiati in generale lasciano le loro case per paura, non per opportunità - scrive Myers - Laddove gli emigranti volontari cercano di fuggire da situazioni precarie, i rifugiati devono fuggire da una povertà intollerabile e dall'estremo degrado delle condizioni di vita, e perfino dalla prospettiva di fame o di altri pericoli esiziali. Gli emigranti cercano migliori mezzi di sostentamento, i rifugiati vogliono restare vivi".


Isole fantasma

Circa 2.000 persone, nell'oceano Pacifico, hanno dovuto lasciare tutti i loro averi sull'isola dove vivevano, per paura di finire sommersi. È capitato nell'arcipelago delle piccole Isole Carteret, scoperte nel 1767, 6 ex atolli paradisiaci appartenenti alla Papua Nuova Guinea, equivalenti alla superficie di 80 campi di calcio. Oggi proprio qui si sono creati i primi "rifugiati climatici".
I "carterettiani" non hanno dubbi sugli effetti devastanti dell'effetto serra, visto che le loro isole sono oggi letteralmente sparite. Gli indigeni delle Carteret negli ultimi 20 anni sono stati protagonisti di una disperata e inutile battaglia contro l'oceano. A nulla sono servite le barriere erette e le mangrovie piantate a difesa delle coste. L'innalzamento del mare e l'aumento dell'intensità delle mareggiate è prevalso. Il governo, dopo una storica decisione presa a Montreal da duemila scienziati, che hanno spiegato come il livello marino aumenterà tra 9 e 88 cm entro il 2100, ha evacuato gli abitanti delle Carteret portandoli a Bougainville, un'isola più grande a 4 ore di barca. «La vita nelle loro isole era divenuta impossibile - ha spiegato Joe Kaipu, responsabile del distretto di Bougainville, in una conferenza stampa all'indomani dello sgombero - Alcune case sono state distrutte dalla furia del mare e altre allagate. L'unica soluzione, al momento, è la loro evacuazione».
Ma l'emergenza ambientale nel Pacifico non si limita alle isole Carteret. Allarmante è anche la situazione nella Repubblica di Kiribati, un arcipelago più a est, composto da 33 isole principali su cui vivono 100 mila persone. «Sta diventando un problema la semplice sopravvivenza - ha detto il presidente Anote Tong - Continuiamo a spostarci verso l'interno delle isole, visto che il mare continua a coprire le spiagge e le coste, ma fino a quando potremo farlo?». Sulle isole, il cui punto più alto misura 87 metri, per effetto del sale portato dal mare stanno morendo tutte le palme da cocco, con gravi danni per l'ecosistema e l'economia dell'arcipelago. «I paesi che non hanno voluto sottoscrivere il protocollo di Kyoto - ha concluso Tong - devono ora prendersi la responsabilità morale di quanto sta accadendo».


Sicurezza e profughi ambientali

L'aumento dei fenomeni estremi conseguenti al surriscaldamento del clima, come siccità, alluvioni, uragani e innalzamento dei mari, costringerà presto almeno 200 milioni di persone a emigrare verso zone più sicure dal punto di vista ambientale. Lo sostiene il rapporto "The economics of climate change", preparato sotto la direzione dell'ex capo economista della Banca mondiale Nicholas Stern (2006) su richiesta del governo britannico. Oltre 700 pagine analizzano gli effetti economici e sociali del surriscaldamento del clima. Secondo Stern, autorevole consigliere economico di Tony Blair, una parte del Prodotto interno lordo (Pil) mondiale, calcolato tra il 5 e il 20% (5,5 trilioni di euro), servirà a riparare i danni dovuti all'effetto serra. Il rapporto Stern analizza uno scenario al 2100, e avverte che una cifra pari all'1% del Pil mondiale andrebbe destinata fin d'ora ad azioni e politiche di mitigazione. Questa sembra la strada che il governo Blair si appresta a imboccare. Aumento della tassazione di voli economici, carburanti e autoveicoli più inquinanti, e uso del ricavato per ridurre le emissioni di gas serra. Altrimenti in futuro, sostiene il rapporto, sarà a rischio il già fragile sistema della sicurezza internazionale, per l'aumento esponenziale delle migrazioni.
Stern individua alcuni interventi per arginare il problema, come tassare le immissioni di diossido di carbonio nell'atmosfera; altre azioni riguardano lo sviluppo tecnologico e l'introduzione di prodotti a bassa emissione di anidride carbonica, la promozione dello sviluppo dell'efficienza energetica e un'adeguata informazione ambientale.
Il rapporto Stern pone l'accento sulle responsabilità del mondo industrializzato, ma alla fine risulta ottimista, affidandosi alla cooperazione internazionale per rimediare all'effetto serra. L'idea è che la comunità internazionale, sia scientifica che politica, abbia a disposizione risorse e conoscenze adeguate per affrontare l'emergenza.


Piccoli uragani crescono

Manila, 10 dicembre 2006: il tifone Utor di passaggio sulle Filippine, con venti di 120 km l'ora, causa due morti e 91 mila senza tetto (AdnKronos).
Hanoi, 12 luglio 2006: il tifone Durian, di passaggio sulla costa sud del Vietnam, causa 100 tra morti e dispersi, e migliaia di senza tetto (Ansa).
Queste le ultime catastrofi naturali verificatesi sul nostro pianeta. Due fenomeni, relativamente "minori", da sommare alle decine di tifoni che ogni anno funestano le coste oceaniche dei vari continenti. Come l'uragano Mitch, che nel '98 lasciò oltre 3 milioni di profughi ambientali in centro America, soprattutto in Honduras e Nicaragua.
E il "rischio clima" oggi è talmente alto da preoccupare persino il settore polizze delle maggiori compagnie assicurative. Questo, in sintesi, il messaggio del rapporto "Cambiamenti climatici e settore assicurativo: un'agenda d'azione negli Stati Uniti" (2006), lanciato dal gruppo Allianz e dal Wwf americano. Il rapporto esamina le ultime evidenze scientifiche sui cambiamenti climatici - come incendi boschivi, uragani, alluvioni - e il potenziale impatto sul settore assicurativo. Uragani sempre più frequenti e intensi, innalzamento dei mari che mette a rischio le città costiere, incendi sempre più numerosi ed estesi: tutto ciò causerebbe un aumento insostenibile dei costi assicurativi per i clienti delle aree più a rischio. Tanto che oggi la maggior parte delle agenzie assicurative americane hanno abbandonato il settore. Solo Katrina ha significato 40 milioni di dollari in termini di perdite assicurative.
Allianz e Wwf vogliono investire il settore assicurativo, i governi, gli amministratori di un nuovo ruolo per una migliore gestione dei rischi legati ai cambiamenti climatici. «Il riscaldamento globale è oggi la minaccia ambientale più grave per il pianeta e per gli esseri viventi che lo abitano - ha dichiarato Carter Roberts, presidente e segretario generale del Wwf-Usa - Ma il costo della non-azione sarebbe molto alto, un prezzo che nessuno è in grado di sostenere. E il settore assicurativo ha tutto l'interesse a farsi protagonista della soluzione».


Il deserto italiano

Secondo il dossier di Legambiente "A qualcuno piace caldo? L'Italia nella morsa del clima che cambia" (novembre 2006), 30 milioni di ettari di terra nel bacino del Mediterraneo sono colpiti dalla desertificazione, che mette a rischio la sopravvivenza di 16,5 milioni di persone, mentre un quinto dei territori in Spagna è ormai soggetto a desertificazione e anche Portogallo, Italia e Grecia sono colpiti dal fenomeno.
In Italia negli ultimi 20 anni l'inaridimento del suolo è triplicato; e oltre 10 milioni di ettari, pari a un terzo (34%) del territorio nazionale, sono a rischio desertificazione. In particolare Basilicata, Calabria, Puglia, Sicilia e Sardegna (quest'ultima con l'88% della superficie a rischio) presentano scarsa copertura forestale, aree naturali denudate e pascoli eccessivamente sfruttati. Non sembrano però immuni dal rischio desertificazione zone come la Maremma tosco-laziale o la pianura veneta.

Volontari per lo sviluppo - Gennaio-Febbraio 2007
© Volontari per lo sviluppo


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