Che
ruolo occupa la cura nella
pratica infermieristica e
nelle professioni sanitarie?
Il tema della cura
e del come prendersi cura è
un argomento più che mai
attuale nelle professioni
sociali, sanitarie ed
educative. In particolare
per quanto riguarda la
professione infermieristica
il prendersi cura ha sempre
rivestito un ruolo
fondamentale. Molte
infermiere ritengono che la
cura sia centro e fondamento
della loro professione, la
considerano come l'essenza o
come la sostanza ontologica
della professione, come il
suo ideale morale, il modo
d'essere umano e il valore
che sta a fondamento. Su di
essa va costruita ogni
teoria dell'etica della
professione d'infermiera.
La cura è centrale nella
vita umana e rappresenta
un'idea complessa ed
elusiva. Sin dall'origine
della mitologia e
nell'antichità, la cura
aveva almeno due diversi
sistemi di connotazione:
- da una parte veniva
intesa come
preoccupazione,
difficoltà, ansia;
- dall'altra come un
"dare all'altro" o "fare
per l'altro".
Queste due
identificazioni della cura
sono presenti anche oggi e
sono al centro dei tentativi
contemporanei di formulare
un'etica della cura
della professione
infermieristica.
Oggi la cura ha connotazioni
non solo di preoccupazione,
compassione, ansietà e
fardello, ma anche elementi
che segnalano
l'inclinazione, l'affetto,
l'impegno dei confronti di
una persona, di un ideale o
di una causa, la risposta
sensibile alla situazione
dell'altro.
In che modo la cura
è 'agita' dal personale
infermieristico?
Esistono quindi due sensi
fondamentali in cui la cura
è agita dalle infermiere:
- il primo implica una
risposta emotiva, cioè
preoccupazione per
l'altro, enfasi sulla
relazione e sul legame,
e capacità di risposta
ai bisogni di colui di
cui ci si prende cura;
- il secondo mette al
centro l'occuparsi
dell'altro o il
provvedere ai suoi
bisogni.
La cura intesa nel primo
senso non si occupa di
compiti o processi, ma è un
modo d'essere, una virtù, un
atteggiamento verso
l'oggetto delle proprie
attenzioni; è in sostanza il
come e non il
cosa della cura.
Il prendersi cura
infermieristico deve
esprimere il suo particolare
"punto di vista" sulla
persona attraverso un agire
e una prassi capaci di
far interagire
sapere, saper essere e saper
fare in un rapporto
costante, dinamico,
circolare. Ciascuna
dimensione alimenta
continuamente l'altra
arricchendola ed
arricchendosi di nuovi
saperi e conoscenze.
Prendersi cura
dell'altro richiede la
capacità di essergli
accanto. Ma chi è l'altro
che incontro e scopro
diverso da me? Quali
strumenti ci può fornire
l'antropologia
nell'affrontare questo
incontro?
Qualsiasi tentativo di
educare all'interculturalità
al decentramento culturale,
allo sviluppo delle
precondizioni perché si
realizzi una convivenza
feconda fra persone di
diverse culture, ma anche
fra persone diverse nel ceto
sociale, nel grado di
istruzione, non può che
partire da una domanda
fondamentale, che interroga
sul significato che
desideriamo attribuire all'alterità:
chi è l'altro per me?
L'altro che incontro
quotidianamente nella
scuola, nella metropolitana,
nel supermercato o
passeggiando per le vie di
una città. E l'altro che
incontro quotidianamente e
scopro diverso da me,
perché devo
accoglierlo? Per educazione?
Per dovere professionale?
Ripercorrendo
il
pensiero di
Lévinas,
filosofo
lituano, si
scopre come
l'altro sia
sempre un
enigma, la
voce di un
silenzio
sottile come
un brusio,
un rumore di
passi che si
allontanano,
come quelli
di uno
straniero
che si
ritira senza
neppure
suonare, una
voce così
tenue che,
per essere
udita, si è
indotti a
tendere in
continuazione
l'orecchio.
L'ospitalità
per Lévinas
non è
un'esperienza,
ma una
condizione,
un'interruzione
di sé e
un'accoglienza
del volto.
L'ospitalità
intesa come
dimora e
raccoglimento
precede la
proprietà.
Il suolo o
territorio
non è
possesso per
l'occupante
nazionale.
La terra
offre prima
di tutto
l'ospitalità,
un'ospitalità
già offerta
all'occupante
iniziale,
un'ospitalità
però
provvisoria
consentita
all'ospite,
anche se
egli resta
un padrone
dei luoghi.
Lévinas ci
ricorda che
la
differenza
precede
l'identità,
la quale ha
una radice
nomadica
esemplificata
nella storia
di Abramo
che
sostituisce
il mito di
Ulisse.
Al mito di
Ulisse che
ritorna ad
Itaca egli
contrappone
la storia di
Abramo che
lascia per
sempre la
sua patria
per una
terra
sconosciuta
e proibisce
al suo servo
di
ricondurre
perfino suo
figlio a
quel punto
di partenza.
In questo
errare per
Lèvinas si
incontra
sempre uno
straniero,
un altro che
in qualsiasi
momento ed
in qualsiasi
luogo ci
richiama
alla nostra
stessa
esistenza. |
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Rispetto e riconoscimento
sono due atteggiamenti
fondamentali per arrivare ad
un percorso di reale e
concreta accettazione
dell'altro.
Sennet,
sociologo americano,
sostiene che l'amore di sé e
la stima di sé nascono dalla
fiducia nelle proprie
capacità personali, dalla
percezione quotidiana che si
è rispettati per quello che
si è e solo dal rispetto di
sé può nascere il rispetto
verso l'altro di cui
accettiamo la diversità così
come questi accetta la
nostra.
Strettamente collegato al
tema del rispetto vi è
quello del riconoscimento.
Per riprendere le parole di
Taylor: "un
riconoscimento adeguato non
è soltanto una cortesia che
dobbiamo ai nostri simili, è
un bisogno umano vitale". Il
non riconoscimento o
misconoscimento può
danneggiare, può essere una
forma di oppressione che
imprigiona una persona in un
modo di vivere falso,
distorto e impoverito.
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Un esempio
in questo
senso è il
problema dei
neri: la
società
bianca ne ha
proiettato
per
generazioni
un'immagine
riduttiva e
alcuni di
loro non
hanno potuto
evitare di
farla
propria.
Stando a
questa tesi
l'autodisprezzo
dei neri
diventa uno
dei più
potenti
strumenti
della loro
oppressione
ed il loro
primo
compito è
quello di
liberarsi di
questa
identità
imposta
dall'esterno
e
distruttiva.
Analoga è la
concezione
che i popoli
europei
hanno nei
confronti
dei popoli
indigeni. |
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Emozioni e
sentimenti hanno un ruolo
importante nelle relazioni
con l'altro, così come
rispetto, riconoscimento e
dialogo. Ma è l'ascolto che
permette di entrare in
contatto con l'altro. Come
deve articolarsi il
complesso processo di
ascolto per essere efficace?
Emozioni e sentimenti
rivestono un ruolo
fondamentale nel vivere una
relazione di aiuto
autentica, ci fanno
conoscere cosa ci sia nel
cuore e nell'immaginazione
degli altri-da-noi. Le
emozioni sono tante, ma
l'elemento comune a ciascuna
di esse è il fatto che ci
portano fuori dai confini
del nostro io e ci mettono
in contatto con il mondo
delle cose e delle persone.
Non c'è relazione autentica
che non sia mediata dal
linguaggio anche corporeo
delle emozioni: dalla
possibilità di guardarsi in
volto e di scambiarsi una
stretta di mano, a quella di
sorridere e di accompagnare
la parola con un gesto che
ne dilati i significati.
La conoscenza emozionale
(conoscenza intuitiva) non è
la conoscenza discorsiva
(conoscenza razionale); le
ragioni del cuore pascaliane
non sono le ragioni della
raison calcolante.
Il sapere dei
sentimenti non è da porre in
contrasto con il sapere
della ragione. I
sentimenti e le emozioni
hanno bisogno di dicibilità,
di difendibilità. È
necessario averne
consapevolezza e non
lasciarli agire può creare
sentimenti di frustrazione e
di dolore.
Come può utilizzare
questo sapere chi svolge un
lavoro di cura?
Chi svolge un lavoro di cura
deve interrogarsi sulla
forza dei sentimenti e delle
emozioni, per risignificare
il corpo non solo come
portatore di una patologia,
ma di un luogo in carne ed
ossa dove emozioni
sentimenti e pensieri si
intrecciano continuamente.
Tornando all'ascolto, fra
tutte le componenti del
dialogo rappresenta un
elemento fondamentale nella
costruzione della propria
identità e della relazione
con l'altro. Ecco allora
come nell'esercizio
dell'attività di cura
costituisca una componente
fondamentale.
L'ascolto è un processo
complesso che richiede
intenzionalità e
disponibilità, conoscenza di
sé e della propria visione
del mondo, e capacità di
riconoscersi reciprocamente
in una relazione senza
confondersi o sovrapporsi.
Resistere alle distrazioni è
probabilmente l'abilità più
importante nell'ascoltare
perché ci saranno sempre
tante cose che avvengono
intorno a noi e non
facilitano il compito di
ascoltare.
Un primo passo verso la
comprensione dell'altro,
suggerisce
Marianella Sclavi
antropologa, consiste nel
saper decifrare i propri
pensieri e i propri
sentimenti, nell'esser
fedeli a se stessi e nel
saper esattamente quel che
vogliamo esprimere.
L'ascolto autentico implica
il passaggio da un
atteggiamento del tipo
"giusto/sbagliato", ad un
altro in cui si
assume che l'interlocutore è
intelligente e che
dunque bisogna mettersi
nelle condizioni di capire
com'è che comportamenti ed
azioni che ci sembrano
irragionevoli, per lui sono
totalmente ragionevoli e
razionali. "Un buon
ascoltatore", ricorda sempre
la Sclavi nel suo libro
'Arte di ascoltare e mondi
possibili', "è un
esploratore di mondi
possibili. I segnali più
importanti per lui sono
quelli che si presentano
alla coscienza come al tempo
stesso trascurabili e
fastidiosi marginali e
irritanti perché
incongruenti con le proprie
certezze".
Come evolve il
concetto di cura nella
complessa società
contemporanea, in
particolare di fronte al
fenomeno migratorio?
Migrazioni e mezzi di
comunicazioni di massa
costituiscono due fattori
che qualificano la società
contemporanea; ogni anno
quasi 600 milioni di
individui varcano un confine
internazionale per seguire
le mode e le occasioni del
turismo di massa, mentre
sono centinaia di milioni le
persone (donne e uomini
soli, famiglie, interi
gruppi) che emigrano per
motivi economici, si
ritrovano esuli o profughi a
seguito di conflitti e
deportazioni o scelgono
semplicemente di vivere
all'estero.
La figura del migrante
appare oggi come la più
adeguata per descrivere noi
stessi e i nostri
contemporanei, poiché anche
coloro che nascono, vivono e
moriranno nel medesimo
luogo, partecipano di un
movimento di dislocazione
collettiva attraverso i mass
media e le nuove tecnologie
comunicative.
L'attenzione alla
contemporaneità esige la
rottura di confini fra modi
tradizionali di incasellare
la realtà culturale e quindi
la necessità di scompaginare
le tradizionali barriere tra
i diversi saperi.
Richiede di organizzare le
nostre conoscenze per temi e
problemi senza preoccuparci
di consolidate gerarchie
disciplinari e nuovi
stimoli. Questo non per
porre tutti i saperi e tutti
i linguaggi sullo stesso
piano, ma per cercare nel
passato e nella tradizione i
principi su cui nel presente
si possa realizzare
l'apertura al dialogo
interculturale e la
rivendicazione di valori a
cui non si vuole e non si
può rinunciare.
Quali strumenti può
offrire l'antropologia per
superare pregiudizi e
stereotipi nei confronti
dell'altro "migrante"?
Il contributo che
l'antropologia è in grado di
dare a chi si occupa di
interculturalità si muove su
due livelli:
- difendere la
validità di ogni forma
culturale,
indicando i pericoli che
avrebbe per la nostra
specie una loro
distruzione, sia quella
violenta ed aggressiva
delle conquiste
imperialistiche e
coloniali del passato
sia quella altrettanto
violenta ed aggressiva
del processo di
occidentalizzazione e di
globalizzazione in atto
oggi.
- Costante
sentinella nei confronti
della nostra cultura:
l'antropologia cerca di
togliere i veli del
senso comune, aiuta ad
individuare all'interno
della propria cultura
del proprio punto di
vista stereotipi e
pregiudizi insospettati,
tentando di scoprire
altre realtà dietro le
semplificazioni delle
apparenze.
Per "coltivare l'umanità"
nel mondo attuale è
necessaria la capacità di
giudicare criticamente se
stessi e le proprie
tradizioni, coltivando la
propria umanità non solo
come membri di una nazione o
di un gruppo ma anche e
soprattutto come esseri
umani legati ad altri esseri
umani da interessi comuni e
dalla necessità di un
reciproco riconoscimento.
Questo non comporta una
mancanza di senso critico,
perché nell'incontro con
l'altro manteniamo comunque
fermi la nostra identità e i
nostri giudizi. Quando ci
identifichiamo con il
personaggio di un romanzo, o
con la storia di una persona
lontana, non possiamo fare a
meno di giudicarli alla luce
dei nostri fini e delle
nostre convinzioni
personali. Ma un primo passo
verso la comprensione
dell'altro è essenziale per
ogni giudizio responsabile,
dal momento che non possiamo
ritenere di conoscere ciò
che stiamo giudicando,
finché non comprendiamo il
significato che una certa
azione ha per la persona che
la compie, o il significato
di un discorso in quanto
espressione della storia di
questa persona o del suo
ambiente sociale.
Come usare invece i
dati della demografia e
l'etnografia?
Imparare a leggere i dati
che scienze quali la
demografia e l'etnografia ci
forniscono costituisce un
esercizio fondamentale per
comprendere meglio la realtà
ed il tempo che stiamo
vivendo. Consente di
uscire dall'approssimazione
e dalle generalizzazioni per
leggere i diversi fenomeni
in maniera precisa ed
accurata. Nei
confronti per esempio
dell'immigrazione gli studi
demografici ci forniscono un
quadro ben definito. Quanti
sono gli immigrati oggi nel
nostro paese? quanti uomini,
quante donne e quanti
bambini? quali le loro
nazionalità di provenienza e
le religioni di
appartenenza? Sono solo
alcuni dei dati raccolti
dalla demografia; attingere
a queste informazioni si
rende necessario per
progettare interventi
educativi, sociali e
sanitari efficaci e
soprattutto mirati al tipo
di realtà esistente in quel
determinato territorio.
26
aprile 2006 |