GANDHI E gli ultimi discepoli spiazzarono i no global

Cristina Nadotti - foto Aline Coquelle “il Venerdì di Repubblica” 2 Aprile 2004

 

Sviluppo sostenibile. Bioagricoltura. Energia alternativa. E, soprattutto, la pace, senza se e senza ma. Slogan? Macché, neIl’ashram di Sevagram, India, è realtà. Che Shankarrao Khodke, 92 anni, imparò dal Mahatma a mettere in pratica

 

L’agricoltura biologica, l’autosufficienza economica, la bioarchitettura, l’energia da fonti rinnovabili. Insomma tutti i principi che sono alla base dello sviluppo sostenibile e delle teorie dell’economia non globalizzata, proprio gli obiettivi scanditi in tanti cortei... Esistono, e sono applicati, da settant’anni. Per opera di Gandhi, il Mahatma assassinato mezzo secolo fa. Vedere per credere: a Wardha, provincia indiana di Maharashtra, città al vertice di un triangolo formato a ovest da Bombay e a nord da Bhopal, vivono e prosperano gli ashram, le comunità nate su imitazione di quella fondata dalla guida spirituale indiana nel 1934. Nella prima, quella in cui il leader pacifista dell’indipendenza visse a lungo, niente sembra mutato. Tra le case costruite con fango e paglia e la polvere onnipresente in questo angolo bruciato di India, vivono ancora i discepoli che conobbero Gandhi in prima persona. C’è il museo con gli occhiali, il bastone e il drappo in cui si awolgeva il Mahatma, c’è la nostalgia del ricordo del grande personaggio. Ma l’immobilità è solo apparente: a Wardha il pensiero di Gandhi si è fatto pratica, c’è la scintilla che anima il movimento e continua ad animare le istanze di pacifismo - di ogni corteo pacifista, dalle marce americane fino al milione di persone del 21 marzo a Roma - di lotta alla globalizzazione, di ritorno alla terra. Il movimento zapatista ha data ai no global i concetti generali, come quello della pacha nwma, la madre terra, e del riscatto dei contadini, Ma è con l’ashram di Wardha che l’aspirazione politica è diventata realtà.

Tutto cominciò più di mezzo secolo fa, nel 1937, quando, durante un convegno sull’istruzione alla Marwari High School di Wardha, Gandhi puntualizzò il suo concetto di swaraj, cioè di «possibilità di vita futura nonviolenta, mostrando e dimostrando la bontà dell’autogoverno e dell’autosufficienza». Da 4 anni, cioè dal 1934, l’anno della marcia del sale, il leader indiano aveva già cominciato a mettere in pratica i principi a Sevagram, nei pressi di Wardha, fondando l’ashram dove risiedette fino alla morte (fu assassinato nel 1948), e dove ancora i suoi discepoli vivono secondo le sue indicazioni.

A Sevagram c’è il vecchio di 92 anni che ha parlato con Gandhi, c’è la semplicità di costruzioni e arredi gestiti in comune e di un lavoro fondato su tradizioni millenane. Ma c’è anche la consapevolezza del mondo esterno e dell’importanza dell’esperimento, ormai consolidato, Non a caso l’ashram ha un sito intemet ( www.mkgandhi.org ), sul quale sono illustrate tutte le attività. D’altronde l’india è cambiata: chi l’avrebbe spiegato ai primi seguaci del Mahatma, che alla carica più alta dello stato, sulla poltrona di presidente, sarebbe seduto un giorno Abdul Kalam, lo scienziato che ha regalato al Paese l’atomica? Il sogno di Gandhi era un altro. Per Wardha, era un villaggio che fosse «una repubblica del vivere bene, nella quale non ci sono analfabeti, nessuno è disoccupato, tutti sono utilmente impegnati e hanno cibo nutriente, dove tutti hanno una casa ben ventilata, abbastanza stoffa per coprirsi e conoscono e osservano le regole dell’igiene e della salute fisica e spirituale. Una comunità dinamica nelle sue esigenze e nel modo di soddisfarle». E questa ancora oggi è Sevagram, dove i suoi discepoli continuano a svegliarsi alle quattro e mezzo del mattino per meditare e pregare Dio (un termine che può indicare indifferentemente Shiva, Buddha, Allah o Cristo) e per poi dedicarsi alle attività manuali: l’agricoltura biologica, la filatura, la costruzione di attrezzi, lo studio.

Il  lavoro è intercalato dalla preghiera e dai pasti, rigorosamente vegetariani. Questo è il nucleo dei progetto di Gandhi, che travalica però l’ashram originario, oggi parte di una rete molto più ampia di comunità nelle quali si applicano i precetti gandhiani. Il Wardha Wardhan Pradashani, un istituto nato per coordinare oltre 40 istituzioni che si definiscono «gandhiane», organizza anche una mostra annuale di una settimana, dove attivisti, agricoltori, artigiani si incontrano e si scambiano esperienze e conoscenze. Una delle produzioni specifiche di Sevagram è quella della carta riciclata, nata ai tempi della disobbedienza civile, quando Gandhi predicava di non usare i prodotti inglesi per liberarsi dalla soggezione economica della Gran Bretagna.

Proprio Shankarrao Khodke, che con i suoi 92 anni è li più vecchio dei residenti di Sevagram, iniziò la lavorazione di una carta fatta con fibre vegetali e materiale riciclato, di qualità tanto buona che presto divenne l’unica utilizzata dalle amministrazioni di tutta la zona, oltre che la preferita di Gandhi stesso, che usava solo quella per la sua corrispondenza. Ma ogni ashram ha pro- doni specifici, innovativi nel loro recupero della tradizione indiana, che si possono vedere in mostra durante la fiera annuale. Tessuti, ceramiche, oggetti in bambù, giocattoli, attrezzi da lavoro in metallo, cibi, tutto viene prodotto in modo autarchico dalle diverse comunità. Su indicazione di Gandhi, per il quale l’autosufficienza è essenziale per l’indipendenza, negli ashram di oggi si impara anche a riutilizzare ciò che già c’era: le comunità hanno affinato le tecniche per riciclare l’acqua e coltivare senza impoverire e desertificare il suolo. Riutilizzano buste di plastica, lastre di radiografie, copertoni e sacchetti per fare nuovi oggetti.

Studiano semi, tuberi e fiori selvatici per aggiungerli alla ristretta produzione agricola odierna, in modo da aumentare le risorse a disposizione e preservarle dall’estinzione. Organizzano corsi aperti a tutti per informare sulle alternative locali ai prodotti delle multinazionali venduti sul mercato indiano, per promuovere campagne contro la crudeltà verso gli animali, le droghe, il tabacco, la corruzione, e tutte le istanze care ai movimenti ambientalisti e no global. Non mancano i punti forti della tradizione: tra le campagne di informazione c’è sempre quella del “movimento del sale”, che si rifà alla storica marcia con cui il Mahatma rese consapevoli gli indiani del monopolio esercitato dalla Compagnia delle Indie attraverso l’imposizione dei prodotti.

E, così come voleva Gandhi, c’è continuo movimento negli ashram. Tanto che l’obiettivo delle comunità è quello di sperimentare nuove tecnologie rurali che usino energia solare, eolica e il gas ottenuto dalla decomposizione di materiale organico. Servono case e strutture per ospedali e scuole e saranno costruiti solo con materiali biocompatibili, rifacendosi alla tradizione locale che ha sempre usato fango e paglia per erigere muri che “respirano” e sono ottimi isolanti termici. Nei paesi industrializzati si organizzano convegni per parlare di bioarchitettura e promuovere le “nuove tecnologie eco-compatibili”. Niente di nuovo, dopo aver visto Sevagram e i suoi centri fratelli.

È affascinante cullarsi nei racconti dei vecchi che hanno conosciuto Gandhi e lo hanno accompagnato nella sua rivoluzione pacifica. Ancor più bello pensare che quel che ha detto, infiammando milioni di persone, ha messo radici tanto profonde. E ha generato idee tanto universali.

 - La vita a Sevagram è ancora oggi scandita dalle regole di Gandhi, che sognava «una repubblica dei vivere bene, in cui non ci sono analfabeti, nessuno è disoccupato, tutti sono utlimente impegnati e hanno cibo nutriente, tutti hanno una casa ben ventilata, stoffa per coprirsi e conoscono e osservano le regole dell'igiene e della salute fisica e spirituale» -

 

                   www.mkgandhi.org     


torna all'indice articoli