inserito
il 08
novembre
2007

07/11/2007
00:15:34
Cronaca di
una morte
annunciata
di un
cronista:
Enzo Biagi
Violenza,
orrori e
barbarie,
società
occidentali
e orientali
spietate e
fortemente
competitive
a costo dei
diritti
civili. Le
società
globali che
hanno
cancellato
il rispetto
dell'uomo e
della
dignità
dell'essere.
Enzo Marco
Biagi fu
ucciso da
Berlusconi 6
anni fa.
Oggi è morto
per la
seconda
volta. Sei
anni di
dolore al
cuore e di
tristezza
solo per
essere stato
da sempre UN
CRONISTA
AUTENTICO.IL
CRONISTA DEL
POPOLO. Ma
secondo
Berlusconi,
era un
criminale
mediatico.
IL tempo
farà
giustizia.
« Credo che
la libertà
sia uno dei
beni che gli
uomini
dovrebbero
apprezzare
di più.
La libertà è
come la
poesia: non
deve avere
aggettivi, è
libertà. »
(Enzo Biagi)
Enzo Marco
Biagi
(Pianaccio
di Lizzano
in
Belvedere, 9
agosto 1920
– Milano, 6
novembre
2007) è
stato un
giornalista,
scrittore e
conduttore
televisivo
italiano.
« Ho sempre
sognato di
fare il
giornalista,
lo scrissi
anche in un
tema alle
medie: lo
immaginavo
come un
"vendicatore"
capace di
riparare
torti e
ingiustizie
[...] ero
convinto che
quel
mestiere mi
avrebbe
portato a
scoprire il
mondo »
( Enzo Biagi)
Nacque a
Pianaccio,
un piccolo
paese
sull'Appennino
bolognese,
frazione del
comune di
Lizzano in
Belvedere.
All'età di
nove anni si
trasferì a
Bologna,
dove il
padre Dario
lavorava,
come vice
capo
magazziniere,
in uno
zuccherificio
già da
qualche
anno. L'idea
di diventare
giornalista
gli nacque
dopo aver
letto Martin
Eden di Jack
London.
Frequentò
l'istituto
tecnico Pier
Crescenzi,
dove con
altri
compagni
diede vita
ad una
piccola
rivista
studentesca,
Il Picchio,
che si
occupava
soprattutto
di vita
scolastica.
Il Picchio
fu soppresso
dopo qualche
mese dal
regime
fascista e
da allora
nacque in
Biagi una
forte indole
antifascista.
Nel 1937,
all'età di
diciassette
anni,
compose il
suo primo
articolo,
pubblicato
sul
quotidiano
L'Avvenire
d'Italia,
che parlava
del dilemma
sorto nella
critica
dell'epoca
se il poeta
di
Cesenatico
Marino
Moretti
fosse
crepuscolare
o no.
Cominciò
così la sua
collaborazione
con
l'Avvenire
occupandosi
di cronaca,
di colore e
di piccole
interviste a
cantanti
lirici.
Nel 1940 fu
assunto in
pianta
stabile dal
Carlino
Sera,
versione
serale de Il
Resto del
Carlino,
come
estensore di
notizie,
ovvero colui
che si
occupa di
sistemare
gli articoli
portati in
redazione
dai
reporter.
Nel 1942 fu
chiamato
alle armi ma
non partì
mai per il
fronte a
causa di
problemi
cardiaci che
lo
accompagneranno
per tutta la
vita. Si
sposò con
Lucia
Ghetti,
maestra
elementare,
il 18
dicembre
1943; poco
dopo fu
costretto a
rifugiarsi
sulle
montagne e
qui aderì
alla
Resistenza
combattendo
nelle
brigate
"Giustizia e
Libertà"
legate al
Partito
d'Azione.
Terminata la
guerra,
entrò con le
truppe
alleate a
Bologna e fu
proprio lui
ad
annunciare
alla radio
locale
l'avvenuta
liberazione.
Poco dopo fu
assunto come
inviato
speciale e
critico
cinematografico
al Resto del
Carlino.
Nel 1951
Biagi aderì
al manifesto
di Stoccolma
contro la
bomba
atomica e,
accusato dal
suo editore
di "essere
un comunista
sovversivo",
fu
allontanato
dal Resto
del Carlino.
Qualche mese
dopo, fu
assunto da
Arnoldo
Mondadori e
diventò
caporedattore
del
settimanale
Epoca,
carica che
ricoprì dal
1952 al 1960
trasferendosi
per la prima
volta a
Milano. Dopo
qualche
mese, ne
divenne
direttore.
Il
settimanale
attraversava
un periodo
difficile e
nel 1951 si
erano
alternati
alla sua
guida ben
quattro
direttori.
Biagi impose
un decisivo
cambiamento
di marcia,
con nuove
rubriche e
una nuova
veste
editoriale,
trasformando
Epoca da
rivista di
pettegolezzi
a un
giornale
impegnato.
Sotto la sua
direzione,
Epoca si
impose
all'attenzione
del grande
pubblico
grazie ad
inchieste e
reportage
esclusivi,
in
particolare
sul caso
Montesi e su
papa Pio XII.
Nel 1960
tuttavia un
articolo
sugli
scontri di
Genova e
Reggio
Emilia
contro il
governo
Tambroni
provocò la
reazione
dura dello
stesso e
Biagi fu
costretto a
dimettersi.
Qualche mese
dopo fu
assunto
dalla Stampa
come inviato
speciale.
« Ero l'uomo
sbagliato al
posto
sbagliato:
non sapevo
tenere gli
equlibri
politici,
anzi proprio
non mi
interessavano
e non amavo
stare al
telefono con
onorevoli e
sottosegretari
[...] Volevo
fare un
telegiornale
in cui ci
fosse tutto,
che fosse
più vicino
alla gente,
che fosse al
servizio del
pubblico non
al servizio
dei politici
»
Il 1°
ottobre 1961
Biagi
diventò
direttore
del
Telegiornale,
secondo
alcuni per
accontentare
il Partito
Socialista
Italiano che
in quegli
anni
iniziava con
la
Democrazia
Cristiana
l'esperienza
del
centrosinistra.
Biagi fece
assumere in
RAI alcuni
grandi
giornalisti
italiani
come Giorgio
Bocca e
Indro
Montanelli.
Ma ben
presto
arrivarono
critiche
durissime
soprattutto
dal PSDI di
Giuseppe
Saragat e
dalla
destra, che
fece
stampare
volantini e
manifesti
con cui
accusò Biagi
di essere un
comunista.
Nel 1963
curò la
nascita del
telegiornale
del secondo
canale Rai.
Nello stesso
anno, lanciò
RT-Rotocalco
Televisivo,
il primo
settimanale
della
televisione
italiana.
Nel 1963 fu
costretto a
dimettersi.
Ritorna
quindi a La
Stampa come
inviato
speciale,
scrivendo
anche per il
Corriere
della Sera e
per il
settimanale
L'Europeo.
La sua
collaborazione
con la Rai,
riprende nel
1968 quando
chiamato
dall'allora
direttore
generale,
Ettore
Bernabei si
lega alla tv
di Stato,
per la
realizzazione
di programmi
di
approfondimento
giornalistico.
Tra i più
seguiti e
innovativi:
"Dicono di
lei" (1969),
una serie di
interviste a
personaggi
famosi,
tramite
frasi,
aforismi,
aneddotti
sulle loro
personalità
e "Terza B,
facciamo
l'appello"
(1971), in
cui
personaggi
famosi
incontravano
dei loro ex
compagni di
classe,
amici
dell'adolescenza,
i primi
timidi
amori.
Nel 1971,
dopo
numerose
collaborazioni
al Corriere
della Sera e
al
settimanale
L'Europeo,
fu nominato
direttore
del Resto
del Carlino
con
l'obiettivo
di
trasformarlo
in un
quotidiano
nazionale.
In questo
periodo
riprese la
sua
collaborazione
con la Rai.
Il 30 giugno
del 1972 fu
allontanato
dalla
direzione
del Resto
del Carlino
e tornò
quindi al
Corriere
della Sera.
Nel 1975,
pur senza
lasciare il
Corriere,
collaborò
con l'amico
Indro
Montanelli
alla
creazione
del
Giornale.
Dal 1977 al
1980,
ritorna a
collaborare
stabilmente
alla Rai,
conducendo
"Proibito"
programma in
prima serata
su Rai Due
che trattava
temi
d'attualità.
All'interno
del
programma
guida due
cicli
d'inchieste
internazionali
denominati "Douce
France"
(1978) e "Made
in England"
(1980).
Intanto,
dopo lo
scandalo
della P2
lascia il
Corriere
della Sera e
collabora
come
editorialista
con La
Repubblica,
quotidiano
che lascerà
nel 1988,
quando
ritornerà al
Corriere.
Nel 1982
conduce la
prima serie
di "Film
Dossier", un
programma
che
attraverso
film mirati,
punta a
coinvolgere
lo
spettatore,
nel 1983,
dopo un
programma su
Rai Tre
dedicato ad
episodi
della
seconda
guerra
mondiale (La
guerra e
dintorni),
inizia a
condurre su
Rai Uno
"Linea
Diretta",
uno dei suoi
programmi
più seguiti,
che propone
l'approfondimento
del fatto
della
settimana,
tramite il
coinvolgimento
dei vari
protagonisti.
Linea
Diretta
viene
trasmesso
fino al
1985. L'anno
dopo è la
volta di
"Spot", un
settimanale
giornalistico,
cui Biagi
collabora
come
intervistatore.
Nel 1989
riapre i
battenti per
un anno
Linea
Diretta.
Nei primi
anni
Novanta,
realizza
sopratutto
trasmissioni
tematiche,
di grande
spessore,
come "Che
succede
all'Est?"
(1990), "I
dieci
comandamenti
all'italiana"
(1991),
(trasmissione
che
ricevette i
complimenti
di Giovanni
Paolo II)
"Una storia"
(1992),
(sulla lotta
alla mafia).
Segue
attentamente
le vicende
di "Mani
pulite", con
programmi
come
"Processo al
processo su
Tangentopoli",
(1993) e "Le
inchieste di
Enzo Biagi"
(1993-1994).
Nel 1995
iniziò la
trasmissione
Il Fatto, un
programma di
approfondimento
dopo il Tg1
sui
principali
fatti del
giorno, di
cui Biagi
era autore e
conduttore.
Nel 2004 Il
Fatto, che
mediamente
era seguito
da oltre
6.000.000 di
telespettatori,
fu nominato
da una
giuria di
giornalisti
il miglior
programma
giornalistico
realizzato
nei
cinquant'anni
della Rai.
Famose
resteranno
le
interviste a
Marcello
Mastroianni,
a Sofia
Loren, a
Indro
Montanelli e
le due
realizzate a
Roberto
Benigni,
l'ultima
delle quali
nel 2001, in
piena
campagna
elettorale:
il comico
toscano,
inevitabilmente,
parlò di
Silvio
Berlusconi e
della sua
candidatura,
commentando
a modo suo
il conflitto
d'interessi
e il
contratto
con gli
italiani.
L'intervista
scatenò
roventi
polemiche
contro
Benigni e
contro Biagi.
Il deputato
di Alleanza
Nazionale e
futuro
ministro
delle
comunicazioni,
Maurizio
Gasparri,
parlando ad
un'emittente
lombarda,
auspicò
l'allontanamento
dalla Rai
dello stesso
Biagi.
Il 18 aprile
2002
l'allora
presidente
del
Consiglio
Silvio
Berlusconi,
mentre si
trovava in
visita
ufficiale a
Sofia,
dichiarò nel
corso di una
conferenza
stampa:
« La Rai
tornerà ad
essere una
tv pubblica,
cioè di
tutti, non
partitica,
[...] come è
stata
durante
l'occupazione
militare
della
sinistra.
L'uso fatto
da Biagi, da
quel...come
si chiama?
Ah Santoro e
da Luttazzi
è stato
veramente
criminoso e
fatto con i
soldi di
tutti.
Preciso
dovere di
questa
dirigenza
sia quello
di non
permettere
più che
questo
avvenga.
[...] Ma
siccome non
cambieranno...
»
L'Agenzia
Ansa diffuse
la
dichiarazione
di
Berlusconi
(che passerà
alla storia
con la
definizione
giornalistica
di Editto
bulgaro).
Biagi, di
concerto con
la sua
redazione e
ottenuto
l'assenso
dei vertici
della Rai,
decise di
replicare
quella sera
stessa nella
puntata del
Fatto,
dichiarando:
« Il
presidente
del
Consiglio
non trova
niente di
meglio che
segnalare
tre biechi
individui:
Santoro,
Luttazzi e
il
sottoscritto.
Quale
sarebbe il
reato? [...]
Poi il
presidente
Berlusconi,
siccome non
intravede
nei tre
biechi
personaggi
pentimento e
redenzione,
lascerebbe
intendere
che
dovrebbero
togliere il
disturbo.
Signor
presidente,
dia
disposizioni
di procedere
perché la
mia età e il
senso di
rispetto che
ho verso me
stesso mi
vietano di
adeguarmi ai
suoi
desideri
[...]. Sono
ancora
convinto che
perfino in
questa
azienda (che
come
giustamente
ricorda è di
tutti, e
quindi vorrà
sentire
tutte le
opinioni) ci
sia ancora
spazio per
la libertà
di stampa;
sta scritto
- dia
un'occhiata
- nella
Costituzione.
Lavoro qui
in Rai dal
1961, ed è
la prima
volta che un
Presidente
del
Consiglio
decide il
palinsesto
[...]. Cari
telespettatori,
questa
potrebbe
essere
l'ultima
puntata del
Fatto. Dopo
814
trasmissioni,
non è il
caso di
commemorarci.
»
Le
trasmissioni
del Fatto
proseguirono
regolarmente
fino alla
prima
settimana di
giugno
quando
terminò la
stagione. La
dirigenza
Rai decise
di
cancellare
il
programma,
dopo un
lungo tira e
molla
cominciato
già a
gennaio,
cioè prima
dell'editto
bulgaro,
quando il
direttore di
Rai Uno,
Agostino
Saccà, si
recò alla
commissione
parlamentare
di
vigilanza.
Egli
dichiarò che
l'azienda
doveva
controbbattere
Striscia la
notizia e
non poteva
permetterselo
con una
trasmissione
di cinque
minuti che
aveva
conosciuto
nell'ultimo
periodo un
calo di 3-4
punti di
share. La
dichirazione
fu
contestata
dai
commissari
del
centro-sinistra,
durante
l'audizione,
perché i
dati Auditel
dichiaravano
che il Fatto
aveva uno
share del
27,92% di
media, quasi
otto milioni
di
telespettatori,
addirittura
superiore
alla quota
dell'anno
prima, che
aveva una
media del
26,22%.
In seguito,
il 17
aprile,
furono
diffuse le
nuove nomine
della Rai.
Rai Uno
venne
affidata a
Fabrizio Del
Noce, ex
deputato di
Forza
Italia, che
dichiarò che
"stava
studiando
una
soluzione
idonea per
il Fatto e
per Enzo
Biagi".
Successivamente,
Saccà e Del
Noce
proposero a
Biagi
diverse
soluzioni
alternative
per la
collocazione
del Fatto:
alle 13:00,
dopo il Tg1
delle 12:30
(ipotesi
respinta da
Biagi: "È
troppo
presto per
approfondire
adeguatamente
i fatti del
giorno"),
poi alle
19:50
(ipotesi
respinta
anche
questa:
"Peggio
della prima!
È assurdo
fare
l'approfondimento
prima della
notizia").
Del Noce non
confermò
alla stampa
la presenza
del Fatto
nei
palinsesti,
non ancora
definitivi
per la nuova
stagione
2002-2003 e
diffusi a
maggio.
Biagi
scrisse al
nuovo
presidente
della Rai,
Antonio
Baldassare,
già membro
della Corte
Costituzionale,
chiedendo
spiegazioni
sul suo
futuro e se
la Rai
intendesse
rinnovare il
suo
contratto in
scadenza a
dicembre.
Baldassare,
presentandosi
ai
telespettatori
come "un
punto di
riferimento
per la
libertà
dentro la
Rai",
rispose a
Biagi che "è
e rimarrà
una risorsa
per
l'azienda",
facendosi
intervistare
proprio al
Fatto.
Un mese
dopo,
durante la
tradizionale
presentazione
a Cannes dei
palinsesti
autunnali
della Rai,
il Fatto era
assente.
Alle domande
dei
giornalisti,
la Rai
rispose che
"Biagi aveva
perso
appeal".
Il 2 luglio
si tenne un
incontro fra
Enzo Biagi,
il regista
del Fatto
Loris
Mazzetti,
Fabrizio Del
Noce e
Agostino
Saccà, che
era
diventato
nel
frattempo
direttore
generale
della Rai.
In questo
vertice si
decise di
sopprimere
Il Fatto e
di affidare
a Biagi una
trasmissione
in prima
serata, con
inchieste e
temi
d'attualità.
Inoltre si
decise di
rinnovare il
contratto
che legava
Biagi alla
Rai.
La bozza del
contratto
arrivò a
Biagi solo
il 18
settembre,
dopo
ripetute
sollecitazioni
da parte di
quest'ultimo.
Intanto Il
Fatto era
stato
sostituto da
un programma
comico, con
Tullio
Solenghi e
Massimo
Lopez, "Max
e Tux". Il
nuovo
programma
precipitò
ben presto
dal 27 al
18% di
share. Del
Noce imputò
a Biagi il
crollo degli
ascolti
perché "col
suo
vittimismo
ha scatenato
verso Rai
Uno un
accanimento
senza
precedenti".
Biagi decise
di lasciare
Rai Uno e
intavolò,
con la
mediazione
sempre di
Loris
Mazzetti,
trattative
con il
direttore di
Rai Tre,
Paolo
Ruffini, per
riprodurre
Il Fatto
sulla sua
rete alle
19:53, dopo
il Tg3 e i
telegiornali
regionali.
Alla
diffusione
della
notizia, il
presidente
Rai
Baldassarre
dichiarò:
"E' una
bella
notizia, ma
troppo
costosa per
Rai Tre".
Il 20
settembre
Biagi, in
una lettera
al direttore
generale
Saccà,
scrisse che
se la Rai
aveva ancora
bisogno di
lui (come
dichiarato
dallo stesso
dg) e se
questo
ostacolo era
rappresentato
da problemi
economici,
egli si
dichiarava
pronto a
rinunciare
al suo
stipendio,
accettando
quello
dell'ultimo
giornalista
della Rai,
purché detto
stipendio
venisse
inviato al
parroco di
Vidiciatico,
un paesino
sperduto
nelle
montagne
bolognesi,
che gestiva
un ospizio
per anziani
rimasti
soli.
Saccà
replicò, con
una lettera
al
quotidiano
La
Repubblica
(che stava
dando grande
risalto alla
vicenda),
che il
programma
non poteva
essere
trasmesso
per esigenze
pubblicitarie.
Il 26
settembre
Saccà inviò
ad Enzo
Biagi una
raccomandata
con ricevuta
di ritorno,
in cui gli
spiegava,
con toni
formali, che
Il Fatto era
sospeso,
così come le
trattative
fra lui e la
Rai; si
sarebbe
trovato il
tempo più in
là per fare
un nuovo
programma,
magari dai
temi più
leggeri.
Biagi,
esausto per
quell'interminabile
tira e
molla,
offeso per i
contenuti di
quella
raccomandata
che secondo
la sua
interpretazione
"lo cacciava
ufficialmente
dalla Rai",
su consiglio
delle figlie
e di alcuni
colleghi,
decise di
non
rinnovare il
contratto e
di chiudere
il legame
fra Biagi e
la Rai, con
una
transazione
economica,
curata
dall'avvocato
milanese,
Salvatore
Trifirò. La
Rai
riconobbe il
lungo lavoro
di Biagi "al
servizio
dell'azienda"
e pretese
che in
cambio non
lavorasse
per nessun'altra
rete
nazionale
per almeno
due anni.
L'annuncio
della
chiusura del
contratto
provocò
polemiche su
tutti i
giornali e
attacchi
durissimi ai
dirigenti
Rai, già
sotto
assedio per
il crollo
degli
ascolti (che
avevano
provocato le
dimissioni
di tre dei
cinque
membri del
Cda). Saccà
e Baldassare
dichiararono
ai giornali
che "Biagi
non era
stato
mandato
via", che
quella era
solo
un'invenzione
dei
giornalisti,
che Enzo
Biagi era il
presente, il
passato e il
futuro della
Rai, che "la
presenza di
voci
discordanti
dall'attuale
maggioranza,
com'è
appunto
quella di
Biagi, era
fondamentale".
Di fronte a
queste
levate di
scudo, Biagi
commentò con
ironia: "Ma,
se allora
tutti mi
volevano,
chi mi ha
mandato
via?"
Poco dopo,
il
consigliere
d'amministrazione
[Rai]
Marcello
Veneziani,
vicino ad
Alleanza
Nazionale,
dichiarò che
Biagi con
"quella
chiusura del
contratto,
aveva
svenato
l'azienda e
quindi la
smettesse di
piagnucolare
a destra e a
sinistra".
Biagi allora
rese
pubblico il
suo
contratto di
chiusura. La
sua
liquidazione
è la stessa
cifra che,
successivamente,
un giudice
stabilirà
come
risarcimento
per Michele
Santoro.
Tornò in
televisione,
dopo due
anni di
silenzio,
alla
trasmissione
Che tempo
che fa
intervistato
per una
ventina di
minuti da
Fabio Fazio.
Il ritorno
di Biagi in
tv segnò
ascolti
record per
Rai Tre (e
per la
stessa
trasmissione
di Fazio) e
fece molto
scalpore
suscitando
reazioni
diverse nel
Paese: il
quotidiano
La
Repubblica
titolò il
giorno dopo:
"Biagi di
sera, bel
tempo si
spera"
mentre il
giornale
Libero,
insieme a
politici di
destra,
accusarono
Biagi di
strumentalizzare
la vicenda.
Biagi è poi
tornato
altre due
volte alla
trasmissione
di Fazio,
testimoniando
ogni volta
il suo
affetto per
la Rai «la
mia casa per
quarant'anni»
e la sua
particolare
vicinanza a
Rai Tre. In
una di
queste
interviste,
commentando
la grande
confusione
sul
risultato
delle
elezioni
dichiarò:
«Ho capito
una sola
cosa: che
nessuno vuol
perdere!»
che è
diventato,
di fatto, un
tormentone.
Biagi è
successivamente
intervenuto
anche al Tg3
e in altri
programmi
della Rai.
Invitato
anche da
Adriano
Celentano
nel suo Rock
Politik in
una puntata
dedicata
alla libertà
di stampa
assieme a
Santoro,
Biagi ha
però
declinato
l'offerta
per motivi
di salute.
Negli ultimi
anni ha
scritto sul
settimanale
L'Espresso,
sulla
rivista Oggi
e sul
Corriere
della Sera.
Nella sua
ultima
apparizione
televisiva,
Biagi ha
affermato
che il suo
ritorno in
Rai era
molto vicino
e, al
termine
della
trasmissione,
il direttore
generale
della Rai,
Claudio
Cappon,
telefonando
in diretta,
ha
annunciato
che
l'indomani
stesso Biagi
avrebbe
firmato il
contratto e
sarebbe
tornato alla
Rai. Alla
notizia, il
pubblico in
sala è
esploso in
un grande
applauso.
Il 22 aprile
2007 è
tornato in
tv con "RT -
Rotocalco
Televisivo",
aprendo la
trasmissione
dicendo:
"Buonasera,
scusate se
sono un po'
commosso e,
magari, si
vede. C'è
stato
qualche
inconveniente
tecnico e
l'intervallo
è durato
cinque anni"
e parlando
di
resistenza,
di quella
odierna di
chi resiste
alla camorra
fino alla
Resistenza
con la R
maiuscola,
con
interviste a
chi l'ha
vissuta in
prima
persona.
Non pochi
anni prima
era stato
sottoposto
ad un
delicato
intervento
chirurgico
durante il
quale gli
erano stati
innestati
ben quattro
by-pass
cardiaci:
addirittura,
ne prese
spunto per
una sua
battuta
scherzosa
riferita
all'Avv.
Gianni
Agnelli
("qualcosa
più di lui
ce l'ho
sicuramente,
un by-pass
in più...").
Ricoverato
per oltre
dieci giorni
in una
clinica
milanese, a
causa di un
edema
polmonare e
di
sopraggiunti
problemi
renali e
cardiaci, è
morto
all'età di
87 anni la
mattina del
6 novembre
2007. Pochi
giorni prima
di morire
sembra
avesse detto
ad
un'infermiera,
"Si sta come
d'autunno \
sugli alberi
\ le
foglie",
citando la
poesia
"Soldati" di
Ungaretti,
aggiungendo
poi "ma tira
un forte
vento...",
segno di una
lucidità
intellettuale
davvero
ammirevole
per l'età e
le
condizioni
fisiche. [1]
Poco dopo la
sua morte,
giungevano
alle figlie
Bice e
Carla,
migliaia di
messaggi di
cordoglio da
tutt'Italia.
Opere
Tra i
numerosi
libri
pubblicati
da Biagi:
in opere:
Un anno Una
vita (1992),
un libro che
contiene tre
interviste
con pensieri
e
riflessioni
sulle figure
di Antonio
Di Pietro,
Giovanni
Falcone e
Tommaso
Buscetta. Il
titolo si
riferisce
agli
avvenimenti
che
sconvolsero
l'Italia nel
1992 che
sono stati
talmente
intensi come
un'intera
vita.
La disfatta,
(1993)
inchiesta su
Tangentopoli
e
sull'Italia
delle
tangenti
I come
Italiani
(1972), una
sorta di
dizionario
antropologico
sui difetti
e i pregi
italiani.
Il boss è
solo (1986),
libro-intervista
ai pentiti
di mafia
Il sole
malato
(1987),
reportage
sull'Aids
L'Italia dei
peccatori
(1989),
tutti i vizi
d'Italia
L'albero dai
fiori
bianchi
(1994),
raccolta di
riflessioni
quotidiane,
il titolo si
riferisce ad
un ciliegio
che si trova
dietro la
sua casa.
Il signor
Fiat
(inchiesta
sulla
famiglia
Agnelli)
La bella
vita
(intervista
all'attore
Marcello
Mastroianni)
del 1996
Sogni
perduti
(1997)
saggio sulle
"spalle" di
grandi
personalità
come
Montanelli,
De Gasperi o
Angelo
Rizzoli.
Scusate,
dimenticavo
(1997)
ricordi e
riflessioni
autobiografiche
Racconto di
un secolo
(1999),
interviste
sul
Novecento ai
protagonisti
del XX
secolo.
Lettera
d'amore a
una ragazza
di una volta
(2003),
dedicato
alla moglie
Lucia, da
poco
scomparsa
Il Fatto
(raccolta di
interviste)
(2003)
La mia
America
(2004),
saggio sul
mito
dell'America
e sulla
presidenza
Bush
Era ieri
(2005)
(autobiografia
in
collaborazione
con Loris
Mazzetti),
il libro che
ha venduto
di più ed è
stato
tradotto in
nove lingue.
Quello che
non si
doveva dire
(2006)
saggio
sull'editto
bulgaro
Enzo Biagi
ha scritto
anche tre
libri in
fumetti:
Storia
d'Italia a
fumetti,
Storia di
Roma a
fumetti e La
storia dei
popoli a
fumetti.
Inoltre:
i romanzi:
Disonora il
padre
(1975), Una
signora così
così (1979);
una serie di
reportage in
giro per il
mondo
pubblicato
nella serie
"Geografia
di Enzo
Biagi"
(America,
1973;
Russia,
1974;
Italia, 1975
(disegni di
Luciano
Francesconi);
Germanie,
1976;
Scandinavia,
1977;
Francia,
1978; Cina,
1979;
Inghilterra,
1980). Nel
1994 ha
ripreso lo
stile della
"Geografia"
pubblicando
i "I padroni
del mondo"
(Stati
Uniti, 1994;
Cina, 1994;
Russia,
1995;)
i libri
storici
"1935 e
dintorni"
(1982) e
"1943 e
dintorni"
(1983), "Noi
c'eravamo
1939-45"
(1990) su
come la
gente comune
visse il
perido della
seconda
guerra
mondiale.
Giornali per
cui ha
lavorato
Corriere
della Sera
Epoca
Il Giornale
Nuovo
Il Resto del
Carlino
La
Repubblica
La Stampa
L'Espresso
Oggi
Panorama
Curiosità:
Enzo Biagi
ha scritto
il soggetto
di una
storia
Disney
Topolino e
la memoria
futura,
pubblicata
su Topolino
2125 del 20
agosto 1996
[2]. In
questa
storia
Topolino
viaggia
indietro nel
tempo con la
macchina del
tempo
inventata da
Zapotec e
Marlin
arrivando
nell'anno 0,
l'anno della
nascita di
Gesù.
Biagi ha
scritto
anche il
soggetto di
un film del
1953
"Camicie
Rosse", con
Anna Magnani
e Francesco
Rosi.
Nel 1955, ha
realizzato
con Sergio
Zavoli, un
libro-film
"Dieci anni
della nostra
vita".
Comunque
Caro Enzo,
Caro
Maestro, Ora
tutto ha
inizio. I
Tuoi profeti
sono pronti.
Praticamento
sei e
resterai
sempre vivo.
Seguiremo le
tue LEZIONI
di Libertà e
saremo
determinati
fino alla
Morte.
pierluigi
dattis