RICCARDO ORIOLES
STORIE QUA E LA'
mardiponente
1986-2004
riccardoorioles@libero.it
[giugno 1986]
C’era una volta, e forse da qualche parte c’è ancora, un’isola. Quest’isola
si trovava approssimativamente centoventi miglia a ovest di Bora-Bora
e circa tredici gradi e mezzo a nord di Tahiti. Essa non aveva un nome e neppure
risultava sulle carte di navigazione dei paesi civili, perché era del tutto
estranea ad ogni rotta conosciuta; nessun mercante di schiavi né esploratore
ne aveva mai segnalato la presenza all’Ammiragliato. Gli indigeni comunque
- se questo particolare può servire - di solito la chiamavano Naurora. Al
tempo della nostra storia, tuttavia, d’indigeni sulla nostra isola ce n’è uno
solo: ha diciassette anni, i capelli lunghi sulle spalle e neri, è di sesso femminile
e si chiama Mahoha.
Il secondo protagonista della nostra storia si trova, in questo momento, bocconi
e quasi svenuto sulla spiaggia ed è decisamente nei guai. Il mare lo fa
rotolare avanti e indietro e i cavalloni - per quanto smorzati dalla scogliera -
cercano di risucchiarselo via. Avrà una trentina d’anni, la barba lunga e una
giubba rossa, o quel che ne rimane, addosso. E’ biondo. Non ha idea di chi
sia e come si chiami - solo il vago ricordo d’un brigantino - e d’altra parte in
questo momento non gliene importa assolutamente niente. Riesce appena
appena a percepire la linea delle palme sulla spiaggia e artigliando ferocemente
la sabbia cerca con tutte le sue forze di conquistarla. Ma non è facile.
Due o tre metri nell’acqua bassa, a quattro zampe, poi arriva inesorabilmente
l’ondata. Una più forte delle altre - o forse è solo che non ce la fa più dalla
stanchezza - lo sbatte definitivamente per terra.
L’uomo sbatte due o tre volte le palpebre, infastidito dal sole. C’è molto sole
infatti, e non è più velato dagli spruzzi. L’uomo, senza capire, sbircia diffidentemente
fra le ciglia.
“Io Mahoha. Tu Nahoo. Mahoha. Nahoo!”.
L’uomo apre gli occhi. il sole entra dall’apertura di una porta, foglie di
palma, una capanna. Poi vede due occhi di donna, ancora molto sfocati, due
occhi neri e una bocca. Gli occhi e la bocca sono chini sul suo viso. La bocca
si muove: “Mahoha - la donna porta l’indice al petto - Nahoo!” e indica lui,
sorridendo. La donna è molto bella.
“Io non Nahoo! Io...”. L’uomo corruga la fronte, nello sforzo di ricordarsi.
Poi rovescia la terra all’indietro, è svenuto di nuovo. La donna lo guarda un
momento, sorridendo. Poi esce fuori sulla spiaggia: “Nahoo! Nahoo!
Bw’legenga kw’ Nahoo! Nahoo!”.
Un gabbiano fa cerchi nel cielo, stridendo, e la palma ondeggia lieve. La
figura della ragazza - “Nahoo! Uh, Nahoo!” - felice, con le braccia levate, in
faccia al mare; e l’acqua che ora scivola piana e trasparente sulla riva.
Quando l’uomo biondo si svegliò era perfettamente lucido e in forma. Si
guardò attorno, la capanna era vuota. Provò ad alzarsi, ma le gambe non
lo reggevano. Niente di preoccupante, pensò con calma. Normale, dopo un
naufragio. Subito dopo gli venne in mente la ragazza, aveva - pensò nitidamente
- le gambe lunghe. Era nudo. In un angolo della capanna - una rete, un
arpione, alcuni frutti di qualcosa - vide una stoffa rossa. La mia giubba,
ricordò immediatamente. Strisciando, si avvicinò all’indumento. Era una
comune giubba di panno rosso da ufficiale di marina. I galloni ormai anneriti
dal mare, indicano il grado di luogotenente di vascello. Il bottone superstite,
portava il monogramma “G.R.”, Georgius Rex.
Re Giorgio, pensò l’uomo, che Dio lo benedica. Una tasca c’era ancora, l’altra
doveva essere rimasta scucita nell’avventura. Avidamente, l’uomo ficcò
la mano nell’apertura. Le dita incontrarono subito una carta.
“Nahoo, Nahoo!”.
La voce della ragazza si levò all’improvviso nella capanna. L’uomo si voltò,
le dita strette sulla lettera ancora dentro la tasca.
“Bwingaweimi Nahoo! Bwenga Nahoo!”.
La ragazza stringeva al petto un enorme grappolo - ne spuntavano solo gli
occhi - di qualche frutto che l’uomo non riconobbe. “Bwenga, bwenga!”
gridò tutta allegra la ragazza. Poi, più a bassa voce, “Nahoo...”. E guardò
l’uomo negli occhi.
L’uomo, come a malincuore, si levò cautamente in ginocchio. Sollevò la
giubba, se la infilò guardando la donna, sempre con la mano stretta in tasca.
Poi si alzò lentamente e fece un passo verso la ragazza.
Un paio d’ore più tardi - il tropico già colorava di viola il cielo - l’uomo
era accoccolato con la sua giubba sulle spalle davanti alla capanna, sulla
riva. Aveva in mano la lettera e alla luce del tramonto le armi d’Inghilttera -
il leone, il liocorno, la corona - spiccavano nitidamente sulla pergamena.
“His Majesty’s Admiralty, London. To Very honourable sir John Smith, lieutenant,
H.M.S. Bellerophon...”.
L’uomo leggeva avidamente la lettera che gli era stata destinata - o consegnata:
non riusciva assolutamente a ricordarlo; in verità non riusciva a richiamare
alla mente nulla prima di quella capanna - chissà da chi e chissà quanto
tempo prima e man mano che leggeva un’espressione consapevole e decisa
si diffondeva sul suo viso.
“Al ricevere della presente la Signoria Vostra vorrà mettersi immediatamente
alla caccia, con la Nave di Sua Maestà Bellerophon, del pericoloso bandito,
malfattore e priata conosciuto col nome di “Capitan Barbanera”, allo
scopo di impadronirsi della sua persona e di quella dei suoi complici e di procedere
senz’altre formalità...”.
“Il Bellerophon - mormorò l’uomo - Bellerophon... Barbanera...
Barbanera!”.
“Nahoo, Nahoo!” squillà in quell’istante la voce della ragazza. Correva verso
di lui a braccia aperte, sorridendo.
“Nahoo!”.
Lui si alzò bruscamente, ficcò la lettera in tasca.
“Io non Nahoo! Io Smith! John Smit! No, Nahoo!”.
La ragazza lo ascoltò, annuendo, senza mostrarsi minimamente impaurita.
Poi si sdraiò mollemente sulla spiaggia. “Nahoo...”.
L’uomo fece per dire qualcosa. Poi si sdraiò sulla sabbia accanto a lei.
Sono passati degli anni. Nahoo - o Smith, o semplicemente un uomo - si
alzò pigramente in piedi, le spalle dritte sotto la giubba stinta. Mahoha,
ancora sdraiata, lo guardava sorridendo da sotto le ciglia.
“Tu bello. Mahoha e Nahoo belli. Facere amore, bello!”.
“Non “facere amore”. E’ “fare l’amore”, te l’ho detto. Make love”.
“Facere amore, make love, dio-salvi-re, ammiragliato, bello, bello, tutto
bello!”.
La ragazza sorrise ancora da sotto le ciglia; l’uomo alzò le spalle e si voltà
verso il mare. Ancora una volta - e già il sole calava - non c’erano che gabbiani
all’orizzonte. Fra poco sarebbe stato troppo buio per distinguere una
vela. E qui d’altronde navi non ne passano, pensò sogghignando lui.
“Tu pensi a Ingliterra?”.
La voce della ragazza era calma e comprensiva. Gli si era avvicinata in silenzio
ed era accanto a lui, al suo fianco.
“Tu felice Ingliterra? Tu detto tanto di tua Isola Ingliterra: più buona isola di
Naurora?”.
L’uomo rifletté a lungo.
“No” rispose alla fine. “No, qui è molto meglio che in Inghilterra. Non ci
sono morti di fame, perlomeno. Qui... - l’uomo si guardò intorno, con tenerezza
- qui si può vivere. Doveva essere dappertutto così, una volta. Ma vedi,
io non posso restare qui. Io sono un ufficiale di Sua Maestà”.
“Barbanera? Tu Barbanera?”.
“Già. Debbo prenderlo. Vedi l’ordine dell’Ammiragliato? - batté la mano
sulla pergamena - L’ordine dell’Ammiragliato vale come quello del re. E poi,
chissà quanto male avrà fatto a quest’ora quel maledetto”.
“Male?”.
“Male... Ammazzare, rubare, affondare... Sì, me l’hai detto: per te pure
impiccare un vagabondo a Newgate è ammazzare, per te anche quando il
Bellerophon manda a picco un bastardo spagnolo è uguale a Barbanera”.
“Non come Barbanera?”.
“No! Barbanera è un pirata. Non ubbidisce a nessuno. Se tutti facessero come
lui non ci sarebbe più ordine da nessuna parte. Non ci sarebbe più civiltà,
capisci?”.
“Cosa civiltà?”.
“E’... è i vestiti, le scarpe, la gente civile, insomma!”.
“Cosa...”. Ma l’uomo già l’abbrancava e la baciava disperatemente, aggrappandosi
ai seni. Lei gli si abbandonò contro, grata.
Eancora degli anni sono passati. Anche stasera l’uomo, che ha appena
fatto l’amore con Mahoha ed è un po’ più ingrigito e un po’ più rilassato,
è in piedi sulla sabbia e scruta meticolosamente l’orizzonte. E anche stasera,
col braccio della ragazza che gli cinge le spalle (sulla giubba scarlatta,
che l’uomo non ha mai abbandonato) e la palma che ondeggia lievemente un
po’ più indietro, l’uomo si sente in pace con la vita. Solo, da qualche parte,
c’è l’Ordine da eseguire.
Ogni sera, per undici anni, l’uomo ha tirato fuori dalla tasca dell’uniforme la
lettera, l’ha spiegata sotto la luce, l’ha riletta minuziosamente e l’ha ripiegata
meticolosamente in quattro. (I primi anni ha anche brindato, nei giorni prescritti,
alla salute del re; poi ha perso il conto del tempo e gli è stato impossibile
stabilire la data esatta del genetliaco di Sua Maestà. Ma questo non è
colpa sua).
Egli scruta dunque l’orizzonte, anche in questo tramonto, con tutta l’attenzione
di cui è capace ma senza la minima speranza. Gli occorrono quindi
diversi istanti per rendersi conto che quel bianco là in fondo, proprio sulla
linea di mare-cielo, non è una altra alla di gabbiano ma una vela. Il braeccio
della donna si irrigidisce attorno a lui.
Una scialuppa voga silenziosamente verso riva, otto uomini ai remi ed
uno a poppa. La nave è ferma a un quarto di miglio, le vele in panna e
i cannoni puntati.. E’ una fregata da trentaquattro, l’uomo non ricorda di
averne mai viste di così slanciate. Non riesce a distinguere la bandiera; le
figurine sul ponte sembrano formiche nere. Si sente solo il vento, altissimo:
scompiglia i capelli della donna, muove appena la palma sulla spiaggia; laggiù
sulla fregata farà vibrare certamente le sartìe di maestra e le vele.
L’uomo è ancora immobile sulla riva. Ed ecco un colpo d’aria piega la bandiera,
ed ecco sulla scialuppa l’uomo a poppa s’alza in piedi. Giubba rossa
fiammante, è un ufficiale; bandiera d’Inghilterra. La donna si svincola piano,
silenziosamente. L’uomo fa un passo verso il mare, si aggiusta meccanicamente
la giubba, porta una mano in tasca.
“Good evening Sir”. Teso in una rigida posizione di “attenti”, il selvaggio -
che indossa uno strano straccio rosso, ed è biondo - guarda dritto negli occhi
il guardiamarina Baker che è appena saltato giù sulla riva. “Good evening”.
Baker è perplesso. Non s’è mai sentito salutare da un selvaggio in perfetto
inglese. Tuttavia, un ufficiale di Sua maestà non deve stupirsi mai di niente.
“Good evening, sir - perciò risponde Baker con un corretto cenno del capo -
Your name, Please?”.
“Luogotenente Smith, della nave di sua maestà Bellerophon, comandato in
missione!”.
Il selvaggio fa un passo avanti, la mano tesa a un’inesistente visiera e porge
rigidamente allo stupefatto Baker un foglio. Il guardiamerina dà un’occhiata
alla pergamena, alza di scatto il capo: l’uomo è tuttora immobile nel saluto.
“At-tenti! - urla automaticamente Baker - Presentaat-aarm!”.
Gli otto marinai si irrigidiscono sull’attenti e presentano le armi al “selvaggio”.
“I’m sorry, sir. I had not understood...”.
L’uomo biondo annuisce gravemente.
“Sono qui da undici anni, guardiamarina. Adesso desidero fare rapporto al
vostro comandante”.
Gli uomini vestiti di rosso confabulano per un po’ nella loro lingua, poi s’imbarcano
sulla loro scialuppa e la risospingono in mare; un ordine gutturale, e
gli otto remi piombano contemporaneamente in acqua. Mentre l’imbarcazione
si stacca dalla riva, Mahoha vede l’uomo Nahoo che le lancia uno sguardo
al disopra della spalla, e le sorride. Lei resta ferma a guardare la scialuppa
che si allontana.
Un tavolo di legno di pino, gin rosa nei bicchieri di cristallo e l’aria di
mare che entra dai boccaporti aperti. Attorno al tavolo, gli ufficiali della
fregata di Sua Maestà “Santa Paola” guardano con curiosità e ammirazione
il collega dalla giubba lacera che conversa col loro capitano. Ha i capelli
striati dal sole e la barba incolta, ma è un ufficiale. Regge con mano ferma il
suo bicchiere.
“Come vedete, capitano Hornblower, - il capitano della fregata sta esaminando
attentamente la pergamena - i miei ordini sono precisi. Debbo trovare quel
maledetto Barbanera, e impiccarlo. Sono passati undici anni, ma questo non
ha importanza. Un ufficiale inglese è sempre un ufficiale inglese, e un ordine
è sempre un ordine”.
“Mister Smith - il capitano Hornblower ne ha viste tante, ma non s’è mai
imbattuto in un così commovente esempio di dedizione al dovere - il vostro
Barbanera è sparito dalla circolazione circa undici anni fa, più o meno all’epoca
in cui voi avete fatto naufragio. Tuttavia avete ragione voi, un’ordine è
sempre un’ordine. Perciò, adesso brinderemo a Sua Maestà, e per noi sarà un
onore brindare con un marinaio e un gentiluomo quale voi avete dimostrato
di essere. E dopo darò ordine di far rotta verso le Antille e la mia nave sarà
a vostra disposizione per cercare il vostro maledettissimo pirata e tirarlo fuori
se occorre anche dall’inferno. Signor Baker!”.
Il Guardiamarina si alzò di scatto arrossendo, spingendo indietro la seggiola
intagliata.
“Signore?”.
“Signor Baker, per festeggiare degnamente il nostro ospite - il capitano sorrise
amichevolmente al “selvaggio” alla sua destra - brinderemo a Sua
Maestà con un po’ di quel vecchio Porto che abbiamo imbarcato a Gibilterra.
Perciò, se non vi dispiace, scendete giù in cambusa dal vecchio Jones e ditegli
che ne porti su un barilotto”.
“Sissignore!”.
Il guardiamarina salutò e uscì in fretta. Si udirono i suoi passi risuonare fuori
della porta e giù per la scaletta del quadrato.
“Vedrete questo Porto, luogotenente: credo sia il migliore che si beva in tutta
la flotta di Sua Maestà, che Dio lo benedica!”.
Il “selvaggio” annuì gravemente. Un minuto dopo:
“Ecco Jones, signore!”. E il guardiamarina Baker irruppe allegramente nel
quadrato ufficiali, indicando un vecchio alle sue spalle.
“Il vostro Porto, capitano” fece pacatamente il vecchio mentre entrava, zoppicando,
nel quadrato. Aveva un barilotto da una dozzina di pinte, molto polveroso,
e un camiciotto a righe più polveroso ancora. Doveva avere un sessant’anni
e gli manca una mano.
“Resterete con noi a bere a Sua Maestà, Jones!” tuonò il capitano. “Sapete,
luogotenente? - continuò gioviale - Jones è in Marina da quarantaquattro
anni. E’ stato sull’Endeavour, sul Royal Oak, sul vecchio Sovereign e sul...
ma sì, anche sul vostro Bellerophon! Eh Jones, ne hai sentito parlare tu di
Barbanera!”.
Il vecchio ora girava col barilotto e andava riempiendo i bicchieri che gli
ufficiali premurosamente gli tendevano.
“Sono stato sei anni fra quelli che gli davano la caccia, signor capitano -
mugugnò senza alzare gli occhi dai bicchieri - E anche ora lo riconoscerei
certamente, se lo vedessi”.
“Ah, ah! Lo vedrai presto, Jones! Alle Antille, sulla Costa, nel Golfo...
Dovunque se lo sia portato il diavolo lo rivedremo, sta’ certo!”.
Tutti risero di nuovo. Il capitano si levò sull’attenti e si fece serio d’un tratto.
“Signori! - sollevò il bicchiere colmo compreso della propria importanza -
Signori, a Sua Maestà il re, che Dio lo benedica!”.
Tutti si alzarono in piedi.
“Signori ufficiali! Dio salvi il...”.
“E’ lui!”.
Tutti si voltarono verso Jones. Aveva la faccia paonazza e il braccio teso.
“E’ lui, vi dico! - gracchiò ansimando il vecchio - E’ lui, lo riconosceri anche
all’inferno! E’ Barbanera!”.
Il dito del vecchio era puntato sul luogotenente Smith.
* * *
“In nome di sua maestà Giorgio III: vista la testimonianza del marinaio
scelto Jeremiah JOnes, verificati i connotati diffusi sul bando
dell’Ammiragliato numero uno tre sette otto, visto l’ordine dello stesso onorevole
Ammiragliato del tre febbraio mille e settecento e quarantuno, accertata
senza possibilità di dubbio l’identità del sunnominato Richard O’Riols
detto “Barbanera”, questa corte marziale presieduta da me capitano di fregata
Horatio Hornblower...”.
La “Santa Paola” non è partita per le Antille. Mentre la nave dondola all’ancora
davanti alla spiaggia - e alla palma, e alla capanna - l’equipaggio sul
ponte ascolta la voce monotona del primo ufficiale che legge la sentenza di
ieri sera.
“Ehi, Jack! Adesso i nostri ufficiali s’impiccano fra loro!”.
“Ma no, idiota! Quello non è un ufficiale! E’ Barbanera, quello che dodici
anni fa tagliò la gola al governatore di New Aetna! Li aveva presi per il culo,
ma loro se ne sono accorti”.
“Peccato, percristo! A quest’ora il capitano e tutti gli altri bastardi errano a
dar calci al vento dal pennone di trinchetto!”.
“Già, e intanto fra mezz’ora a tirar calci all’aria ci va lui”.
“Zitti, imbecilli! Ci finiamo noi, al pennone, se vi sente il nostromo!”.
Il sole è ormai basso nel cielo. E’ - come al solito - il tramonto. Un marinaio
con la baionetta inastata è di guardia davanti alla porta del quadrato
ufficiali.
“Chi va là? Siete voi signor capitano?”.
“Fammi passare”.
Il capitano Hornblower si chiuse la porta del quadrato alle spalle. Seduto
sulla poltrona, il prigioniero guardava con aria pensosa il suo bicchiere di
Porto. Non l’avevano incatenato.
“Posso sedermi, signor...”.
“Signor Smith. O O’Riols. O... Non lo so più nemmeno io. Sedetevi pure,
comunque”.
Il capitano si sedette di fronte al prigioniero. Una carta delle Antille occidentale,
segnata da numerosi tratti di matita, era spiegata fra i due.
“Una volta navigavo per questi mari. Ma, vede, non mi ricordo più per che
cosa. Se per difendere il re, o per mandarlo in malora. Ma che importanza
può avere ormai... So soltanto che quando sono rinvenuto avevo una giubba
da ufficiale addosso, e quella lettera in tasca”.
Il capitano gli versò da bere.
“Già. Non è da escludere che quel povero Smith possa averlo impiccato io,
e poi mi sia impossessato della sua giubba e delle sue carte... Chissà.
Comunque, poco male. Se non l’ho impiccato io allora, ci pensate voi adesso...”.
“Prendete un altro po’ di Porto”.
“Grazie. Ma voi, chi credete che io sia?”.
“Stando agli atti...”.
“Lasciate perdere gli atti”.
“E va bene. Allora vi dirò che francamente non lo so. Intendiamoci, le carte
parlano chiaro e in nome delle carte io vi debbo impiccare. Ma chi siete in
realtà io non lo so. Presumo che siate un gentiluomo, ma per le carte non ha
importanza. Mi spiace...”.
“Dunque, nemmeno voi sapete chi sono. Peccato. Pensate che una volta mi
chiamavo addirittura... un nome buffo, sapete. Ah. Ma del resto... noi chi
siamo veramente? Ciascuno di noi, intendo dire. Chi può dirlo?”.
“Beviamo ancora, volete?”. Quasi affettuosamente, il capitano spinse la
caraffa verso l’ospite.
“Ma sì. Possiamo bere al re? Al re, uno qualunque se volete. Re Giorgio, se
sono Smith. Altrimenti, il re di picche”.
Bevvero, alzando il bicchiere.
“Oooh, issa! Oooh, issa! Aaaaa! pennone, gaaaabbieri!”.
“Suppongo che sia per me” disse cortesemente il prigioniero.
Il capitano contemplò nervosamente il bicchiere.
“Mancano una decina di minuti”.
“Bene. Allora, che ne direste di andare a prendere un po’ d’aria sul ponte?
Questo vino è ottimo, ma non vorrei lasciarvene senza”.
“Come volete”.
Uscirono sul ponte (la sentinella presentò rispettosamente le armi) e il prigioniero
si guardò avidamente attorno, respirando.
“Avete un bell’equipaggio, capitano Hornblower”.
“Grazie”.
“Se fossi Smith, direi che è un piacere essere impiccato su una simile nave.
O forse no. Bah! No, no per favore. Niente prete. Beh: andiamo?”.
“Avete ancora cinque minuti. Vi lascio solo”.
Aquesto punto, secondo le buone norme della Marina, il prigioniero O’Riols
- o luogotenente Smith, o chi diavolo volete voi - dovrebbe lasciarsi impiccare
con buona creanza al pennone di trinchetto del “Santa Paola”. I marinai
presenterebbero le armi, il nostromo darebbe tre fischi nel fischietto d’argento,
gli ufficiali si pianterebbero sull’attenti, e il nostro protagonista penzolerebbe
da tre metri di corda da perfetto gentiluomo. Amabile lettore, ti dispiace
se proviamo a dare una piccolo scossone alla norma?
Allora: il prigioniero, chino sulla murata di babordo, non vuole più Morire-
Da-Gentiluomo. Anzi, un’occhiata in giro lo convince che il marinaio più
vicino è ad almeno dieci passi. Piglia la rincorsa, scavalca il corrimano e si
tuffa a mare. Venti fucilate lo inseguono. Ma lui si tuffa sott’acqua, e in un
istante cala giù la notte (noi scrittori possiamo far buio quando vogliamo, se
c’è da salvar la pelle a uno che se la merita).
Quando, due minuti dopo, torna il sole, gli stupefatti ufficiali della “Santa
Paola” non vedono più traccia del prigioniero. Sul mare calmo non c’è
che una piroga a bilanciere, con un’indigena a bordo, e un gran canestro di
fiori.
“Maledetto Barbanera! Ce l’ha fatta ancora una volta!”.
“Controllatevi, signor Baker. Un ufficiale non perde mai la calma”. Il capitano
Hornblower scruta un’ultima volta, con l’apposito cannocchiale da marina,
la distesa dell’acqua: ma c’è proprio soltanto quella canoa con la ragazza.
“Signor Baker! Su l’ancora, e di volta alla maestra! Imbrogliate i fiocchi e
viriamo di bordo! Andremo ad aspettare quel maledetto nelle sue Antille!.
“Imbroglia pappaficoooo. pappaficoooo. Alza maestra... Maestraaaaaa...
Oooh oooh... oooh oooh....”.
E virando maestosamente di bordo, il “Santa Paola” riparte. Andrà a portare
l’Ordine nelle lontane Antille.
L’uomo sporge cautamente la testa dal mucchio dei fiori. La nave è ormai un
punto nero all’orizzonte, e Mahoha voga lentamente verso la riva.
“Tu Nahoo”, fa la ragazza. “Tu Nahoo, tu amore. No?”.
[gennaio 1984]
“Erano tanti i ribelli, che numerose furono anche le fucilazioni, e da
Torino mi scrissero di moderare queste esecuzioni, riducendole ai soli
capi. Ma i miei comandanti di distaccamento, che avevano riconosciuto la
necessità dei primi provvedimenti, in certe regioni dove non era possibile
governare se non col terrore, vedendosi arrivare l’ordine di fucilare soltanto
i capi, rispondevano con questa formula: “arrestati, armi alla mano, nel luogo
tale, tre, quattro, cinque capi di briganti”. E io rispondevo : “Fucilate”. Poco
dopo il Fanti, a cui il numero dei capi parve straordinario, mi invitò a sospendere
le fucilazioni e a trattenerre prigionieri tutti gli arrestati. Le prigioni e le
caserme rigurgitarono”.
“Io stesso vidi combattere con molto valore nella banda Caruso una donna
con due revolver nelle mani, e affrontare presso Francavilla la mia cavalleria...
“.
* * *
1) DE CESARE MICHEL1NA, da Galliano. Di anni ventuno.
Contadina. Uccisa in conflitto il 15/4/1868.
2) VITALE GIUSEPPINA, da Bisaccia. Di anni ventitrè. Catturata il
29/9/1864. Condannata a venti anni di carcere.
3) TITO MARIA GIOVANNA, da Buvo del Monte. Di anni venti.
Contadina. Condannata a quindici anni di carcere.
4) PENNACCHIO FILOMENA, da S.ossio. DI anni ventitré
Contadina. Catturata il 29/9/1864.
5)...
* * *
Filomena, dunque, faceva la contadina. Non sappiamo che cosa facesse -
gli archivi del Regio Esercito non hanno niente in proposito - a quindici
anni; ma possiamo immaginarlo. Nella primavera del cinquantasei, la contadina
Filomena ha scoperto di essere bella. E’ una cosa strana che i contadini
siano belli, ma a quindici anni succede. Quella primavera, è successo a
Filomena e a un ragazzo del suo paese, un riccetto di cui non s’è salvato il
nome e che perciò chiameremo, a capriccio nostro, Giuseppe.
* * *
La vita di Pennacchio Filomena è praticamente tutta in quei tre o quattro
mesi di quella primavera. Uscire dalla Uscire dalla chiesa e sentirsi guardata
. Tornare all’abbeveratoio, la sera, e trovarci - per caso - il ragazzo
Giuseppe. Essere belli insieme, senza averne paura. E scoprire le cose, trovarle
- gli alberi, l’acqua, gli nomini, le strade - pronte a vivere con noi,
avendoci fino a quel momento aspettato.Tutto questo, è durato alcuni mesi.
Poi, la seconda scoperta.
Noi non sappiamo dove. Forse, nei cesti di sua madre; o sul viso dell’amica
non di molto più anziana e già sformata; o in quello delle donne che trascinano
ingobbite dei pesi. L’adolescente guarda con un’attenzione dolorosa ciò
che la vita sa fare. Arriveranno in fretta anche per lei le rughe, la voce roca,
la tristezza del corpo. Sarà adulta anche lei. E presto anche la voce di
Giuseppe si farà dura, senza più tenerezze: la guarderà di sfuggita, tornando
ubriaco di zappa, e le comanderà qualcosa. Cosi è la vita degli uomini, a San
Sossio - e la gioia, per i poveri, è un bottino che dura molto poco.
E’ allora che la ragazza Filomena diventa donna. E’ questa sera che
Giuseppe, stringendola nel buio d’un fossato, non la sentirà ridere: la sbircerà
dubbioso senza trovare il suo sguardo. Esiterà un momento prima di
risentire, solido sotto il suo, il corpo della ragazza; e di ricominciare a toccarlo,
con avida indifferenza. Lontano, una campana suona l’ora.
Una campana suona. Per le vie del villaggio sfilano silenziosi dei lancieri.
Finestre chiuse, cavalli imspolverati: arrivano alla piazza. Li attende
un capannello di civili. Il tceente i ferma, si fruga nella giubba, sporgendosi
di sella tende qualcosa al notaio Livòlsi . Il notaio prende il foglio, lo legge,
dice qualcosa all’ufficiale; il tenente non risponde, alza un braccio - nessuno
dei cinque o sei contadini sui gradini della chiesa ha alzato in tutto questo
tempo la testa - e la pattuglia riparte. Nessun bambino corre dietro ai
cavalli. Appena fuori del paese il lanciere Moroni, ultimo della fila, rallenta
appena il trotto e sputa in un fossato, vicino all’abbeveratoio. E’ bastato a
farsi distanziare di qualche metro dal drappello: “E muoviti, balèngo! - soffia
il sergente Stardi - Cosa aspetti, boja fàus!, i briganti?”. Moroni arrossisce,
e sprona. Ed è settembre, settembre 1864.
I monti sono pieni di bande. Colombo, dei lancieri di Novara, l’hanno inchiodato
ad un albero. Colassi, l’hanno bruciato vivo. Due compagnie di bersaglieri
han vendicato il Colassi. Nell’altro villaggio invece non s’è trovato
nessuno: non è rimasto che bruciare le case. Dicono che ci sia anche delel
donne, fra i briganti. Ma nessuno le ha viste, pensa il lanciere guardando la
strada. Nessuno? In ognuno di questi sfottuti paesi, le vediamo. Con quei
loro occhi bassi e quella loro faccia non-so-niente: le puttane! I maschi si
capisce: non vogliono andare soldati,questa è la verità, e allora si danno alla
macchia e fanno i briganti. MA le donne? Le donne cosa le porta, santiddio,
a fare questa vita?
Filomena non saprebbe rispondere a questa domanda. E’ nascosta da qualche
parte, forse non lontano dai lancieri che sfilano lungo il margine del bosco,
forse anzi li sta osservando - i mantelli azzurri contro il rosso dei tronchi - e
forse proprio in questo momento un uomo le corre incontro e le tocca una
spalla, e lei si volta. Non possiamo sentire - siamo troppo lontani - cosa dice
l’uomo che è arrivato adesso. Ha una faccia tarchiata, da pastore. Indica i soldati
ripetendo qualcosa, poi ride. La donna fa di sì con la testa. L’uomo si
allontana correndo e un attimo dopo sul roccione è rimasta solo la ragazza.
Giù in basso i lancieri continuano a sfilare lentamente, le teste chine, i mantelli
sul viso. Moroni si sta ancora chiedendosi cosa diavolo ci facciano le
donne nei bnganti e subito dopo - per associazione d’idee - se per Natale, a
Novara, Carolina gli darà quel che le ha chiesto nell’ultima licenza.
Dall’alto, Filomena continua a osservare attentamente i soldati, compreso il
lanciere Moroni di cui però non riesce ad indovinare i pensieri, nè le interesserebbe farlo.
* * *
“In nome di Sua Maestà Vittorio Emanuele, per grazia di dio e volontà
de/la nazione...”.
(Filomena corre giù dal costone verso il bosco — Crociatet! Serrare! —
Filomena apre la bocca per urlare — Pronti al comando! Puntat! —
aaaaaah...atttia! - diodiodio non a me non può non... — il fucile fra le mani
di Filomena — un lanciere alza la carabina Filomena è quasi al margine del
bosco — il fucile di Morovi spara — Filomena è ai cavalli — Moroni apre
la bocca scivola all’indietro sempre a bocca aperta gridando — Filomena
spara).
“Per avere in modo univoco e in concorso con le persone appresso identificate...”.
(Ora trascina i piedi nel sentiero fra i sassi — salire salire salvezza la montagna
— lancieri a cinquecento metri - solo nove ancora vivi in banda — salire
salire — scia di sangue — la nuca di un pastore gli occhi di Filomena —
un passo un passo un passo Carmine apre le braccia — Carmine giù su un
masso ha la testa spaccata — fumo colpi di fuoco l’azzurro dei bersaglieri —
ancora fumo ancora colpi buio).
“Per questi motivi la corte, visti gli articoli...”.
(Viso di Giuseppe - viso di donna anziana - interno di cucina, fumo - il funo
degli spari - fumo della cucina, madre di Filomena - veste azzurra coi fiori -
galline - vecchio schienapiegata suo padre - occhi stretti giovane contadino -
chiesa la domenica mattina - chi sta urlando? - il sole il sole il sole uscendo
nella piazza - il viso di Giuseppe - la montagna - i soldati).
“Alla pena di anni diciotto e mesi sei...”.
(Il sole - il sole a mezzogiorno la montagna - troppo troppo pesanti scarponi
militari - la bocca d’un soldato che scivola da cavallo - il viso di un ragazzo
ma qualcuno sta urlando - e un soldato e gli occhiali - occhiali in faccia a
quell’uomo - parla parla parla - e lontano sta urlando - e ancora un viso e
vicino all’abbeveratoio e la sera - la sera).
“La sunnominata Pennacchio Filomena...”.
(Braccia che la tirano via - chi sta urlando? - braccia delle guardie portano
via i pastori - chi sta urlando? - guardie trascinano via i contadini le braccia
delle guardie sulla faccia di Filomena - facce terrose facce di pietra contadini
- nessuna voce nell’aula soltanto - l’urlo di Filomena sempre piu’ via).
* * *
Adesso non riusciamo più a tradurre i pensieri di Filomena, neppure
approssimativamente (ormai non ci sono, del resto, dei pensieri completi:
ma singole parole dialettali, e immagini; e molto tempo è passato).
Ci sembra d’intuirvi - o desiderarvi - una luce; molto sfocata tuttavia, e sempre
più occasionale. Forse ci sono anche dei visi, dissolti uno sull’altro (un
video disturbato); ma per brevissimi istanti. Normalmente, c’è un respiro
regolare e quello che è sicuramente - per quanto qui possa sembrare strano -
un sorriso. Ed è per noi già autunno, autunno milleottocentosettantasei.
La luce piove serenamente, adesso, sui camerone rettangolare. E’ l’ultima
della giornata: le donne si raggrumano - a due a due, a tre a tre, contandosi
remotissimi pettegolezzi - in questa o in quella chiazza che scivola dai finestroni
sbarrati. Filomena sorride. 1! contadino Carmine sul masso con la testa
spaccata, il ragazzo Giuseppe che vive e adesso avrà quarant’anni. Filomena
sorride. L’aula del tribunale di Vallo, le file dei pastori in catene... E già nel
porto di Napoli ha fischiato una sirena e già contadini e pastori salgono goffamente
il barcarizzo. Tanta acqua, san Sossio... E non c’è più briganti, e non
c’è più la guerra: per la madonna! l’america, quella sola rimane. Nessuno ha
chiesto grazia, e nessuno è pentito: ma la montagna è povera, e il Re ha troppi
soldati. Così, guardarsi indietro l’ultima volta, e salire.
(E nel camerone, da sola, una donna rugosa sorride. Sorride? Chi lo sa se è
la sua america, e forse col Giuseppe; e lei sorride).
Ciao, Filomena.
[maggio 1984]
Molti operai di quella fabbrica prima di diventare operai erano stati
pescatori, quando i branchi di cefali passavano ancora al largo del
paese e dalla spiaggia dell’Acquaviola, di notte, partivano le barche con le
lampare. Poi si cominciò a parlare della fabbrica e la gente pensava che con
la fabbrica tutti sarebbero stati meglio, ci furono dimostrazioni e cortei e
anche qualche tafferuglio e una volta fermarono Enrico il barbiere e quello
della camera del lavoro e li portarono al commissariato. A quel tempo i
signori del paese avevano case antiche in cima alla collina e la sera stavano
sul marciapiede del corso, davanti alla porta del circolo, su vecchie poltrone
impagliate. Essi non sapevano che cosa avrebbe portato la fabbrica, né lo
sapevano gli uomini che intrecciavano le nasse sul muretto del lungomare,
né i ragazzi che correvano dietro il pallone del prete sullo spiazzo dietro il
castello. Non lo sapeva neppure il vecchio padre Bonaventura, nella sua cella
ai cappuccini, che conosceva tutti i libri che esistono e anche ne aveva scritto.
Ora le vedevi da molto lontano, le luci della fabbrica, venendo dalla parte di
Messina. Le luci della fabbrica nel buio, epoi il promontorio più lontano.
Il primo, al cancello dove una volta c’era la spiaggia dell’Acquaviola, era
quasi sempre Bastiano. L’ombra dell’uomo sulla bicicletta attraversava il
piazzale verso i due punti di luce dei guardiani che fumavano. Appoggiava
la bicicletta alle sbarree del cancello e in silenzio aspettava le sette. Quelli
del turno di notte uscivano da un altro ingresso, sulla statale.
Avevano poi messo una baracca, su un lato del piazzale della fabbrica, con
una lamiera per tetto e tavoli di legno sgrossato. Era là che Bastiano, aprendo
con attenzione l’involto, tirava fuori delicatamente il pane, la frittata della
sera prima e le olive, esattamente come aveva sempre fatto all’ora di mangiare
stando in mare. Il mare qui lo vedevi, oltrele quattro incastellature di
metallo, pieno di petroliere e non era un mare che avesse molto a che fare
con la vita di Bastiano.
* * *
Ci sono delle altre fotografie; Bruno della commissione interna, che veniva
dalle isole e aveva, al tempo di quella foto, ancora circa un anno di
vita. Sorride con fiducia mentre dice che stavolta gli ficcheremo in testa che
il contratto si fa insieme. Non essendoci abbastanza sedie, la maggior parte
di loro è appoggiata con le spalle al muro, ascoltano Bruno che parla dell’inquadramento
unico. Filippo è seduto al tavolo, sotto il calendario del sindacato,
un altro vicino a lui sta dicendo qualcosa a salvatore che scrive in fretta
sul retro di un volantino. La stanza si riempie di fumo man mano che viene
la gente dalla fabbrica: li senti vociare ancora, stando fuori sul marciapiede,
e poi in silenzio entrano e ascoltano attenamente la discussione.
Spesso in tre o quattro si vedevano, la sera, a casa di Salvatore, di fronte alla
spiaggia di ponente a duecentometri dal mare. Era una stanza grande e
umida, divisa da tramezzi e scalini di legno, e dietro c’era un piccolo giardino.
Nel giardino aveva messo, appesa al ramo grosso dell’unico albero, l’altalena
per le bambine e poi alcuni sgabelli di legno per gli amici. Non ricordo
se ci fosse anche un cane. I libri di salvatore erano accuratamente allineati
su due scaffali fatti da lui, quasi tuttti edizioni economiche con Carlo Levi,
i manuali sindacali, il libro su Camilo Torres, le poesie di Pavese, don Milani.
Non si usava molto allora, in quel paese e salvo che per lavoro, tenere dei
libri in casa, neanche nelle case con lampadari di cristallo. Dopo cena accendeva
la lampada e cominciava a leggere, immedesimandosi in quello che leggeva
e cercando di capire come si sarebbe dovuto fare per portare tutte quelle
cose al suo paese; ma sspesso c’era il turno di notte e doveva accontentar-
si, fra una stretta a un bullone e un quadro da controllare, di pensare a come
sarebbe stato difficile portare qui tutte quelle cose dei libri, e per incoraggiarsi
gettava un’occhiata amichevoleal mare.
Via via che gli anni passavano, il piazzale della fabbrica - prima le biciclette
arrugginite, poi vespe e motorini, ifine le prime automobili -
diventava sempre più affollato, e anche nella stanza del sindacato (c’erano
diversi sindacati, anche a quei tempi, ma allora ci si riuniva tutti insieòe) si
faceva fatica, verso la fine delle riunioni, a trovare posto. Gli operai uscivano
da quella stanza a due a due, a tre a tre, a quattro a quattro e si ritrovavano
nella piazza che apparentemente era rimasta la stessa ma loro in realtà
sapevano quanto fosse cambiata. Sulle poltrone di paglia davanti al circolo
non c’erano adesso che alcuni vecchi quasi sempre silenziosi, facevano un
po’ pena a quelli che scendevano dal sindacato. Atri vecchi fumavano seduti
con il berretto di lana in testa e l’ago per riparare le reti sui gradini dell’ex-
Albergo dei poveri o su quelli della statua nel lungomare. Dentro la fabbricaerano
già morti due operai, uno giù da un’incastellatura tenuta col fil di
ferro e uno per una scheggia partita da un disco rotante, molti altri erano
rimasti in varie maniere feriti. Quelli che si vedevano in giro per il paese, la
sera, erano adesso per lo più operai della fabbrica; camminavano con aria
sicura e spesso, fra gli alberi del lungomare o sul mardiapiede davanti all’edicola,
parlavano fra di loro della loro vita. Molti di essi erano assai giovani.
[giugno 1984]
“Ehi, Clementina, quand’è che si mangia?” gridò il vecchio (veramente,
lo sussurrò soltanto, per via della tracheotomia. Ma sembrò che l’avesse
detto forte, e allegro). Clementina riempì ancora il bicchiere, bevev, si
riavviò meccanicamente i capelli e cominciò a trafficare fra l’acquaio e i cassetti.
L’ombra della donna si muoveva snella e veloce nel terrazzo e solo la
luce della lampada illuminava, quando lei si voltava, le rughe agli angoli
della bocca. Nessuno gliene darebbe settantacinque, persò il vecchio, e forse
nememno a me, in fondo.
Cenarono sotto il pergolato, sul cartellone pubblicitario che il vecchio aveva
ridipinto, munito di due cavalletti e trasformato in tavolo. erano l’una di fronte
all’altro, e lei riempì compostamente il proprio bicchiere e quello del vecchio.
“Forse dovrestti bere di meno - disse lui - Forse anch’io”. Lei lazò il
bicchiere, ammiccando: “Già”.
“Forse dovremmo sposarci, un giorno o l’altro - disse ancora il vecchio dopo
un po’ - Sposarci sul serio, voglio dire. Coi testimoni e i documenti e il
resto”. Lei sorrise impercettibilmente. “Sai che ai ragazzi piacerebbe” insistè
lui. I ragazzi avevano figli grandi, adesso, e molti affari molto lontani da là.
“Balle” disse lei sempre sorridendo. “Già”.
Continuarono a mangiare in silenzio, sotto la luce che oscillava dale rughe di
lui a quelel di lei e ad un tratto si spense. Il vecchio si alzò faticosamente, si
stirò in punta di piedi e riavvitò la lampadina, stringentola molto forte e rrespirando
pesantemente mentre faceva questo. “Dovrei cambiare anche il filo,
una volta o l’altra - disse quando si fu riseduto - Domani lo cambierò certamente”.
Ora la luce illuminava di nuovo la tavola di compensato e i bicchieri
e i vecchi che mangiavano e le foglie verdi in alto.
La bottiglia era finita ma erano già alla frutta. Clementina si alzò e tornò
con la bottiglia del porto e il brandy. Aveva portato anche il ghiaccio e il
vecchio approvò con un cenno. Rimasero in silenzio, bevendo. Il vecchio tirò
fuori la pipa e l’accese con cura con un fiammifero di legno. “Ti dà fastidio
il fumo?”. “Ma no, lo sai. Vado a prendermi una sigaretta”. La città, lontano,
scintillava di fronte al mare. Ancora più in là, c’era la luce del faro. Il vecchio
non rimpiangeva la città. Forse, il mare. Ma non quello che vedeva ora,
là in basso: il mare vero, l’Atlantico. L’Atlantico che non si vedeva, dal ponte
della nave quando non c’era luna, ma sapevi che era là, davanti dietro e ai
fianchi della nave, fin dove potevi pensarlo. L’Atlantico al quindicesimo
giorno, quando tutto era andato bene e c’era solo da badare ai ghiacciai sottocosta
e, avendo gli occhi buoni, potevi distinguere i primi gabbiani all’orizzonte.
Tranne che uno, naturalmente, non faceva caso ai gabbiani, e a
molte altre cose. Buffo che tornassero in mente adesso, che non servivano
più a niente.
La nave, l’avevano bombardata i tedeschi a Trieste,nel quarantatrè. Era una
nave lunga e bianca, prima che la mascherassero con le mimetiche per adibirla
a trasporto truppe, e a quei tempi la traversata durava diciotto giorni e
mezzo: loro la facevano in sedici, e una volta anche in quattordici giorni e
diciotto ore. Lui era su quella nave quando questo era accaduto e quando il
comandante del Bremen eera venuto a bordo a congratularsi con gli italiani.
Quello del Bremen poi era finito nel primo anno di guerra, nei sommergibili
come Marchetti e Sfameni, mentre Foggiani era finito col Bolzano e
Colombo sotto una bomba, in porto.
Sulla strada, adesso, si muovevano due coppie di fari. Si avvicinavano veloci,
e dopo un po’ i vecchi sentirono il rumore dei motori e le portiere sbattute
e le voci dei ragazzi che risalivano il viottolo e le scale. “Mi piace ballare
- disse Clementina - Pensi che ce la faremmo con quei balli moderni che si
usano ora?”. Il vecchio soffiò uno sbuffo di fumo e rimase a guardare il fumo
che si allontanava. “Una volta sì - disse infine -una volta ce l’avremmo fatta
certamente”. “Mi piaceva molto ballare - ripetè lei - Sarebbe molto bello
poter ricominciare”. “Già”. Rimasero in silenzio ad ascoltare i ragazzi che
salivano e le luci della villa vicina si accesero e ci furono risate e voci e poi
le luci si spensero e ci fu di nuovo silenzio.
“Per quando hanno detto che bisogna farlo?” chiese lei senza guardarlo.
“Ieri è venuto uno di quei ragazzi dei Marino - disse il vecchio sorridendo
- Un bravo ragazzo. Ha voluto uno dei quadri, quello con gli scogli e
la tempesta”. “Era un bel quadro - disse lei - Ci hai lavorato tutta l’estate passata”.
“Ma no che non era un bel quadro. Un bel quadro dovrebbe essere...
Però era allegro da vedere. Gli è èpiaciuto. Ah, gli ho regalato anche una
pipa. Credo che gli serva per darsi arie con la ragazzina”. “Anche tu ti davi
le arie - disse lei - Con la pipa la barba e quel berretto in testa anche di notte.
Il perfetto lupo di mare”. “Però tu ci sei cascata” sogghignò il vecchio. “Già
- ammise lei - ci sono cascata”. E bevve ancora.
“Hanno detto che sarà per settembre - disse lui - Ancora due settimane”. Lei
non disse niente. “Due settimane sono tante - disse ancora il vecchio - E se
va bene potrebeb durare ancora sei mesi. Forse otto. Il brandy non è granchè.
Dovremmo farcelo mandare da marcello, invece. Quello sì che si poteva
bere”. “Già - disse lei - Quello si poteva bere”.
[marzo 1986]
Il primo dei ragazzi che sono scesi dall’automobile ha il maglione rosso e
un eskimo verde, gli altri tirano fuori qualcosa dal bagagliaio della millecento
- vanghe, pale, picconi - mentre il quarto, che era lì ad aspettarli all’imbocco
delal trazzera, viene verso di loro spingendo una carriola. Tutt’e quattro
questi ragazzi stanno facendo qualcosa di molto importante, loro e alcuni
contadini della zona, cioè denunciando l’ennesimo sopruso delle Autorità
costituite, combattendo l’emarginazione della Classe contadina e anche, con
pudica e viscerale convinzione, facendo la Rivoluzione. Tutto questo, visto
da molto lontano, come in un cannocchiale rovesciato: le sagome - picconi
che s’alzano e si abbassano, ragazzi piegati sulle carriole, crocchi di contadini
diffidenti - si fanno sempre più nitide e irreali. Rimane solo più dei punti
nerri, e una striscia blu-violento all’orizzonte. Questo, infatti, è un paese di
mare.
Ed è il mio paese. Voglio parlare di lui, per una volta, e non dei Cavalieri.
Adesso, per parlare del mio paese, tecnicamente dovrei intervistare i miei
paesani. Molaforbice che aveva la bottega d’arrotino in piazza e sapeva tutto
di tutti, Enrico il barbiere che era un grande compagno e aveva persino parlato
con Togliatti, il barone rosso Marullo e un sacco d’altra gente. Ma mi
vergogno di sembrargli forestiero, dopo tanto tempo. E poi, tanti di loro non
ci sono più, emigrati, rinsaviti o morti. Così ho deciso, l’intervista, di farmela
da me stesso. Mi sono invitato al bar per mettermi a mio agio, il migliore
bar del paese, e ho cominciato diligentemente ad annotare. Anzi, prima ho
fatto un cenno al cameriere, che mi conosce. Lui ha capito al volo e mi ha
portato due gin-tonic, uno per me e uno per quello che stava intervistando.
- Dunque, signor O., lei poco fa ci ha parlato, piuttosto nebulosamente per la
verità, di una strada e di alcuni tizi che andavano a fare qualcosa di losco da
quelle parti. Robba sovversiva, mi pare. Vuol avere la bontà di spiegarcelo
lei stesso?
“Uhm. Mica facile. Comunque, la sostanza è questa: era più o meno il sessantotto
e volevamo far casino pure al nostro paese. E’ stato Francesco che
ha avuto l’idea”.
- Di scatenare l’attacco al cuore delloStato?
“Peggio! Lui è arrivato ai gradini di san Giacomo alla marina, ci vedevamo
tutti là il pomeriggio, e ha detto che aveva trovato come rendere popolare il
movimento. Il giorno dopo invece di stare con la chitarra sui gradini del prete
eravamo a picconare sulla comunale daSanta Marina al mare. L’idea era di
rifare noi la strada che il comune non gli aveva mai voluto riparare, ai contadini
di là. Stare in mezzo alle masse, lo diceva pure Mao. I picconi pesavano
una tonnellata l’uno e le masse sgignazzavano ad ogni picconata”.
- Nonè bello da parte sua denigrare così la coscienza di classe. Mao non l’avrebbe
fatto.
“Quella si manifestò al terzo giorno sotto forma di gran fiaschi di vino. Ma
non era coscienza di classe, era compassione di noi poveri disgraziati. Ce ne
tornammo a casa ubriachi e la strada restò lì”.
- Forse ho sbagliato a cominciare con quella domanda. Forse con una più
generale ci andrà meglio. Vediamo. Quali erano secondo lei le problematiche
più essenziali del paese all’epoca?
“Non le lasciavano uscire. Non le lasciavano assolutamente uscire di casa la
sera. Le ragazze, intendo. Una volta il Poncio che c’era riuscito a farne uscire
una in marina fu preso a schiaffoni per la strada dal padre della tizia. E non
era un caso isolato”.
- Ma, e i problemi dei contadini?
“I contadini si difendevano da sè. Ai tempi loro, subito dopo la guerra, uscivano
con le doppiette quando il barone gli mandava contro i mafiosi. E poi
lavorando e stando uniti e giocando a carte alla sezione del partito e tenendo
bene aperta l’osteria. Avevano un capo con dei baffi alla Stalin e scendevano
in paese con le bandiere. Ma poi li hanno fregati con la Fabbrica”.
- Cos’è, la solita storia cdel Progresso che tradisce le Aspettative?
“Non lo so. So che c’era il vecchio Currò, aveva preso medaglie in guerra e
i fascisti gli offrirono un posto ma lui niente, comunista era e comunista è
morto. Currò faceva le migliori barbatelle di tutta la Sicilia, son cose che servono
a innestare la vite e al mio paese le aveva portate un francese, più di
cent’anni fa. Avevano viti, ulivi e barbatelle, e la domenica il partito e l’osteria.
Il figlio di Currò invece è andato in Fabbrica. Poveraccio”.
- Mi parli un po’ di questa fabbrica.
“Non ne ho la minima voglia. Parlerò invece di quello che c’era prima. Una
spiaggia grandissima, canne fin sulla riva. La chiamavano l’Acquaviola e
viola era veramente, d’estate. Poi sono arrivati loro. Ma è stato dappertutto
così”.
- Un altro gin-tonic?
“Sì. Dunque, la fabbrica era costituita da sei grandi serbatoi cilindrici, più la
centrale per il cracking e le incastellature. Più tardi misero anche le tre superciminiere.
I serbatoi ce li giocammo a carte, più tardi, quando occupammo la
fabbrica. Giocavamo a tressette per passare il tempo e non avevamo una lira
da giocarci. Così decidemmo di giocarci la fabbrica, ogni partita un pezzo”.
- Ah! Fabbrica occupata, pure al suo paese!
“Quando capirono le cose - ma era già tardi. C’erano capannelli di operai nell’alba,
al buio, davanti ai cancelli. Quando videro il cartello, decisero di non
accettare i licenziamenti, scavalcarono i guardiani ed entrarono dentro.
C’erano quattordici delegati, che rappresentavano gli operai. Sedevano attorno
al tavolo dei padroni, un tavolo grande, lucido, ma i padroni erano via.
Discutevano come salvare la Fabbrica, e anche come salvarsi da lei. Il giorno
dopo mandarono la celere ai picchetti, due plotoni di celere ed uno di
baschi neri. I celerini salivano lentamente per il cavalcavia e tutti gli oerai,
fronteggiandoli, indietreggiavano davanti a loro. Poi furono ai cancelli, e non
ci fu più niente dove indietreggiare. Allora gli operai si fermarono, con la
schiena contro i cancelli della loro fabbrica e la faccia contro i celerini.
Rimasero fermi là.
Nell’atri della fabbrica, dove prima usciva il turno di notte, c’erano gruppi di
operai che preparavano i cartelli. Erano tutti molto giovani, ancora contadinelli
o braccianti. Gridavano e correvano e si chiamavano fra loro come degli
scarcerati. Ma lui, Bastiano, stava al cancello dell’atrio e aveva la faccia
ingrugnata. Bastiano è quello che arriva inbicicletta prima del primo turno,
al buio. Ha il portavivande di metallo e l’aria rassegnata. Ha anche una
moglie che si chiama Filippa e una vecchissima casa, e con la bicicletta e il
lavoro alla Fabbrica questo è tutto quello che ha. Bastiano non è un lecchino,
non tradirà mai i suoi compagni (anche se sente già Filippa che mugugna
“ti hanno messo nei guai”). Però non è cosa sua stare là in mezzo agli altri,
nessuno gli ha mai regalato niente. E ora è là a braccia incrociate, i baffi grigi
all’ingiù e l’aria da primo turno. Passa correndo un ragazzetto e urta contro
Bastiano, lo spinge senza accorgersi, di fretta. Bastiano non fa una mossa. Ed
è del tutto inaspettatamente che all’improvviso si scuote, strappa a un ragazzo
un pennarello e un foglio bianco e comincia diligentemente a compitare,
inginocchiato per terra “BASTA CON I PADRONI E I LICENZIAMENTI”.
E poi prende il cartello, e va ad attaccarlo all’ingresso. E resta a fargli la
guardia, fieramente”.
- Non credo che tutto questo abbia fatto la storia.
“No. Ma per Bastiano qualcosa ha cambiato. Aveva sessant’anni e diceva
orgogliosamente “sono della lottacontinua”. Del resto, abitava accanto alla
sede. Filippa ce l’aveva con noi per via di un suo nipote brigadiere, forse un
po’ ci ha perdonati quella volta che ha lasciato aperto il pollaio e si son perse
le galline, e tutta la lottacontinua del paese ha interrotto la riunione e s’è
messa a cercare le galline di Filippa e gliele ha riportate. Ma di nascosto
guardava con tenerezza Anna che aveva quindici anni e loro non avevano
figlie”.
- Senta, io volevo storie da stampare, mica le sue paturnie. Può essere che
non abbia nulla di serio da raccontarmi? La violenza estremista, la repressione
borghese...
“Vediamo. La repressione: una volta presero salvo in piazza, e lo portarono
al commissariato. Gli tagliarono i capelli a zero, lui era stato il primo capellone
del paese e peggio di questo non gli potevano fare. Però stava bene
anche con i capelli corti. I fascisti: un giorno vennero da tutti i paesi dei dintorni
e persino dal capoluogo e noi li ricacciammo dopo una scazzottatura
furibonda che durò tutto il pomeriggio e buona parte della sera. Alcuni finirono
a mare. Chiamammo gli scaricatori del porto e così alla fine vincemmo
noi. Uhm. Però dopo tanti anni la verità la posso anche dire: agli scaricatori
non dicemmo “arrivano i fascisti”, dicemmo “arrivano i barcellonesi”.
Barcellona è il paese vicino, c’è una vecchia ruggine col mio. Così gli scaricatori
si convinsero e vennero e menarono le mani”.
- Sempre più mi convinco d’essere stato indirizzato alla persona sbagliata.
Non so proprio cosa sto facendo qui con lei. Di solito mi occupo di cose
serie, di lotta alla mafia...
“Beh, se cerca la mafia può dare un’occhiata qua in giro. Là, per esempio, ci
sono i cartelloni della costruzione del nuovo frangiflutti, li fa un certo
Gaetano Graci, mi dicono che sia abbastanza conosciuto, a Catania. Ha aperto
un sacco di banche qui e nei paesi vicini. Fossi in lei consiglierei ai compaesani
di stare molto attenti. Oppure può chiedere qua vicino, a Barcellona,
di un certo Antonino Santapaola. Sta al manicomio ma non è affatto matto, è
una belva. Al manicomio aveva messo sotto tutti, fortuna che i giudici non
sono catanesi e l’hanno messo a posto. Vedrà che continuando così fra poco
qui ci sarà da lavorare anche per lei, fra un Graci fuori e un Santapaola dentro”.
[aprile 1986]
“Levati di là” disse il vecchio ridendo.
“No” disse ridendo il bambino.
“Levati di là o ti sparo” disse il vecchio.
“Io, ti sparo!” disse ancora il bambino.
“Non che non puoi spararmi! La pistola non ce l’hai!”.
“Neanche tu! Neanche tu, ce l’hai!”.
“No, che il nonno ce l’ha, la pistola!”. La donna grassa disse questo e il vecchio
annuì soddisfatto. Il vecchio era piccolo e forte come possono esserlo i
contadini di certi paesi della Sicilia fra Enna e Caltanissetta e sorrideva felice.
Il bambino avrà avuto un sette o otto anni, e anche lui sorrideva.
Stranamente, sia il bambino che il vecchio avevano gli occhi d’un azzurro
lucente. La corriera sarebbe passata da lì a poco ed essi, il vecchio con la
pistola, il bambino e la donna grassa e vestita di nero, attendevano la loro
corriera in una città del mondo che solo per caso era Palermo. Nella città di
Palermo, in quel periodo, c’era un Processo.
* * *
Dall’alto, là dentro, le figure appaiono molto più nitide del normale. Nitide e
lontane, quasi teatrali. Tutto in effetti, in quel posto, appare come accuratamente
preparato - la luce bianca, le pareti verdi, il nero - - per la rappresentazione
di qualcosa. C’è un monitor in tribuna-stampa, un comune televisore,
puntato sull’aula del processo, che riprende magistrati e avvocati nel
momento in cui parlano e fanno casino o semplicemente stanno lì ad aspettare.
I cronisti ci affollavamo attorno a questi monitor, fissando avidamente
gli occhi su ciò che si muoveva dentro il piccolo schermo e che contemporaneamente,
nell’indifferenza generale, accadeva in realtà a dieci metri da noi:
se un commando fosse sbarcato nell’aula e avesse portato via baracca e
burattini stando attento a tenersi fuori portata dalle telecamere non ce ne
saremmo probabilmente accorti, presi ipnoticamente dallo schermo; a meno
che proprio in quel momento il primo piano del presidente Giordano non
fosse sfumato nello spot pubblicitario dei pannolini Lines o di canale Cinque.
E’ che ormai il filtro del televisivo - della vita-spettacolo, dell’”altrove” - è
nella fisiologia umana; ed è rassicurante. Fuori dal serial, intanto, Palermo si
trascinava.
La faccia del presidente Giordano era quella di un qualunque galantuomo a
cui, nel corso d’un civile ricevimento, avessero rovesciato coscientemente
del caffè sui calzoni e che, di tutti gli accidneti della vita, questo proprio - la
maleducazione - non riesce a spiegarsi. In realtà gli avvocati delal mafia c’erano
andati giù pesanti: il presidente, avevano detto, non può continuare a
processare perché “ha interessi personali nel processo”.
Il giudice s’era imbrogliato “anticipando un nome di Contorno: insurrezione
dei difensori, sghignazzate feroci - in sincronia - dei mafiosi e, un’ora dopo,
il rappresentante degli avvocati di cosa Nostra che, consultati i colleghi e
messo giù un documento, si alza ad accusare ufficialmente di malafede il presidnete
(nello stesso momento, a Messina, gli uomini delle Famiglie mafiose
recitano la sommossa per bloccare anche l’altro processo). La faccenda sta
a galla un ventiquattro’ore, poi la macchina riparte: Giordano resta, i testimoni
continuano a parlare, i mafiosi a doverli ascoltare, il cancelliere a fermare
tutto quanto diligentemente sul librone. E il processo va avanti. Questo
è stato il primo tentativo serio di bloccarlo - contemporaneamente, a Palermo
e a Messina - e, alla prima ripresa, non è riuscito.
Nel frattempo, fuori dal bunker; si moltiplicano gli “avvertimenti” e i
segnali. Prima c’era stata la consegna ai carabinieri del boss latitante
Greco: una prova di forza, un’ammissione di debolezza e un messaggio, in
qualche contorta maniera, di disponibilità a “traatre” (di isolare cioè la parte
più esposta della struttura mafiosa). Poi i millecinquecento nomi della
Loggia, nomi della Palermo-complice, ma degli anni passati (e nello stesso
momento il principe Alliata di Montereale, eminenza grigia di cento corridoi
fra Roma Palermo e Malta, viene nominato Gran Maestro del più pericoloso
e intrigante Ordine massonico d’Italia, quello di Piazza del Gesù).
Infine, la deposizione di Buscetta: della quale, ciò che è rimasto in mente a
chi doveva giudicare - fuori dall’aula, s’intende - è l’assoluta indisponibilità
a ricordare nomi di politici. Infine, le mezzeparole di Liggio: due, tremila
uomini mobilitati per un colpo di stato in Sicilia già negli anni Settanta; la
mafia mobilitata come struttura d’appoggio dei politici - vivi e morti: dei
morti non si parla per rispetto, dei vivi perché vossia m’intende... - che lui,
Liggio, non vuole nominare ma se volesse potrebbe...
Liggio,parlando da critico teatrale, non ha dato la sua migliore interpretazione.
Tutti gl’inviati della grande stampa s’aspettavano il Padrino con sigaro e
sorriso sfottente, la faccia impassibile sotto le accuse dell’”infame” Buscetta,
uno stringer d’occhi - al massimo - nel momento del faccia a faccia. Hanno
avuto invece il volgare assassino smascherato, che perde le staffe e si rivela,
nel momento della verità, non più saldo di nervi del rapinatore di banc.
Buscetta è riuscito a disprezzare Liggio, Liggio nonè riuscito - per quanto
disperatamente lo volesse - a disprezzare Buscetta.
La mafia del “rispetto” - ha detto in sostanza Liggio: senza volerlo né
saperlo, ma con assuluta chiarezza - non esiste ormai più: eccomi qua,
io, Liggio di Corleone, ad aspettare nervosamente quel che diranno di me i
testimoni, insalivando un mezzo sigaro in bocca, senza riuscire a tacere né a
sembrarvi lonatno: sono un povero storpio, dentro e fuori. Ed in realtà, anche
in quel momento, l’unico “mafioso” era Buscetta, l’unico a possedere quella
solitudine feroce, quel distacco da tutti gli altri, quel non attendersi nulla d’umano
dalla vita che stanno al fondo dell’antica parola. Gli altri, soltanto
gregge informe impaurito dal castigo.
Né sappiamo quali pensieri passassero dietro gli altri visi in quei momenti.
I giudici e i giurati, e gli stessi avvocati in toga, erano visibilmente
tesi a non sfigurare nella Storia; il gesto tribunizio del legale, il sorriso sommesso
del presidente volevano essere, prima di tutto, una degna immagine di
se stessi (non per la televisione, supponiamo; per qualcosa di più lontano); lo
stesso avvocaticchio di provincia, che rotea le braccia e s’impappina sulle
figure retoriche, sente confusamente che è un momento importante, e che
proprio lui - chissà come - c’è dentro. Facilmente decifrabili, crediamo,
anche i sentimenti d’un Contorno: libero ancora una volta di battersi e di colpire,
ferocemente sincero, trionfante alla faccia di tutti; di Liggio e della sua
decadenza non è stato difficile accennare.
Più complicato l’”infame”. Ultimo della razza, senza speranzze né obbiettivi,
è un robot improvvisamente sprogramamto; e procede in avanti, ciecamente,
senza pensare assolutamente nulla. E’ stato, moltissimi anni fa, un
ragazzo d’una borgata palermitana. Ha vissuto il “pani-cc’a-meusa”, la ferocia,
lo scendere della sera nel quartiere; il “rispetto” dei vecchi, la serietà del
farsi uomo. Tutte cose che con la mafia di oggi, trafficante ed elettronica, non
c’entrano proprio più. Non ha nessuno nell’aula: non coloro che accusa (non
tanto perché nemici, quanto perché irrimediabilmente “nuovi”); non coloro
che aiuta, degni di rispetto ma “sbirri”. Non sa cosa farà, finito l’ultimo
“lavoro”. Sa solo adesso: colpire e, per un riflesso animale, restare vivo. Il
resto non importa. Forse, di tanto in tanto, un qualche ricordo di quartiere.
Forse, nemmeno quello.
* * *
La ragazza, improvvisamente, comparve dinnanzi alla Corte. Ha detto
qualcosa ma nel clamore nessuno, che si sappia, l’ha sentita; e i giurati,
del resto, fissi sul testimone, l’attraversavano con lo sguardo senza riuscirla
a vedere. Eppure ella era là in piedi davanti a loro, fra gli avvocati e il presidente,
e li guardava col viso serio, serenamente (C’era un giovane accanto,
tormentato, che la teneva per mano, e taceva).
“Io mi chiamavo Primula - dice ora la ragazza - Non ce l’ho fatta. Ma perlomeno
ci ho provato. Non l’ho lasciato solo”.
Due imputati continuano, sguaiatamente, a sussurrarsi qualcosa, ed il loro
avvocato a perorare; il presidente, con gli occhi bassi, leggiucchiava una
carta. Improvvicamente, sparì d’un colpo l’aula del processo e ci ritrovammo
su una strada. I camion passavano veloci, senza fermarsi, e i due ragazzi
- il viso del ragazzo risplendeva, stavolta; avevano in spalla zaini e sacchi a
pelo - li inseguivano ridendo, correvano tenendosi per mano e e si fermavano,
ridendo e ansimando, al paracarro successivo. Avevamo appuntamento a
Digione, ottanta chilometri più avanti, ed era una di quelle estati da autostop,
e lei già l’aspettava un’overdose, a Bologna, in quell’inverno, e lui tre anni
ancora in una piazzetta di Messina.
Vorrei lasciarli là, nella loro estate, sulla loro strada: mentre, molto lontano
da loro, il presidente ricomincia a interrogare e il processo di Palermo, contro
i signori della droga, faticosamente va avanti.
per trarre celermente a fine,con reciproca e duratura soddisfazione
delle Parti, i conflitti presentemente in atto nei Balcani
[1991?]
Da che mondo è mondo le guerre si fanno principalmente - ed è principio
ormai universalmente compreso - per conseguire benefici economici di
breve o lungo periodo. La maniera di condurle è peraltro completamente
diversa da quella dei capitani del passato: ci si bombarda reciprocamente i
bambini finchè una delle due parti non cede; il che è indubbiamente un vantaggio
per i soldati. E sarebbe senz’altro da approvarsi se conducesse allo
scopo; ma così non è. Possiamo infatti agevolmente osservare come i bombardamenti
non abbiano finora dato luogo a beneficio economico alcuno per
chicchessia, ma con ogni evidenza il contrario. Se ne ricava una legge, che
enuncerei così: “Il degrado economico dei Paesi belligeranti è direttamente
proporzionale all’aumento del numero dei bambini bombardati”. Il che, a
prima vista, non apparirebbe razionale, essendo stato l’evento prodotto in
vista di un obiettivo esattamente contrario.
Ma, a una più approfondita riflessione, la contraddizione si spiega. Dietro la
semplice locuzione “bombardare i bambini” si cela infatti tutto un congegno
di procedure - fabbricare i missili e gli apparecchi, condurli in volo, rimpiazzar
quelli perduti e le artiglierie - e dunque un complesso non indifferente di
costi: il totale dei quali annulla il vantaggio economico derivato dall’aver
bombardato dei bambini e torna dunque a gravare sullo stato dell’economia.
Che fare dunque? E’ agevole intuire che la condizione per riportare equilibrio
economico nell’operazione non può essere che una, portare a zero o
ridurre il costo dell’abbattimento dei bambini: ma questo apparirebbe un
assurdo. Poichè nessun bambino è infatti disponibile a presentarsi spontaneamente
per farsi abbattere, è necessario raggiungerlo al suo domicilio con
artifici dispendiosi: e dunque, inevitabilmente, con un costo: che nessun
Governo può fare a meno di affrontare, se vuol fare la guerra che gli è indispensabile
per risolvere duraturamente i problemi della sua economia. Il
cane che si morde la coda.
Impossibile, dunque? Non è così. C’è un piccolo impercettibile particolare,
in quel che abbiamo detto, che consente di rovesciare la costruzione.
Abbiamo detto infatti “nessun Governo”; ma “nessun Governo da solo”,
avremmo dovuto dire in realtà. Il Governo Serbo, ad esempio, affronta sì dei
costi per bombardare i bambini Croati; ma non ne affronterebbe alcuno, o ne
affronterebbe di molto ridotti, per bombardare i bambini suoi propri. La
distanza che intercorre fra Belgrado e Belgrado è infatti incontestabilmente
inferiore a quella che intercorre fra Zagabria e Belgrado. Analogamente, il
Governo Croato affronterebbe costi incomparabilmente inferiori se decidesse
di bombardare i suoi propri bambini invece di quelli altrui. Certo, ciascuno
dei detti Governi non ricaverebbe alcun vantaggio militare, isolatamente
preso, bombardando bambini non ostili; ma se ciascuna delle parti, contestualmente,
bombardasse i bambini più economici (vale a dire, i propri) il
risultato complessivo sarebbe lo stesso di un bombardamento incrociato, ma
a costo zero.
Certo, la natura umana è quel che è, e non ci sarebbe da stupirsi se una
delle due parti tentasse astutamente di sottrarsi all’impegno, lasciando
che la parte avversaria bombardasse i suoi bambini e rifiutandosi poi di
bombardare i propri. Ma le organizzazioni internazionali esistono per questo.
Le Nazioni Unite, in particolare, potrebbero vigilare - attraverso un’apposita
Commissione, dotata di poteri esecutivi - sulla rigorosa e contemporanea
esecuzione dei bambini. La Commissione effettuerebbe delle ispezioni
all’improvviso, e sarebbe dotata di un proprio Corpo di spedizione multinazionale.
Nessun bambino illegale potrebbe assolutamente sfuggirle. Lo
stesso meccanismo potrebbe essere posto in opera per le Potenze che intendessero
direttamente o indirettamente partecipare, anche solo occasional-
mente o parzialmente, al conflitto. Il Governo Francese avrebbe potuto ad
esempio - per trarre una fattispecie dalla cronaca recente - cobelligeare agevolmente
mediante l’economica esecuzione di uno o due scolari a Parigi o a
Marsiglia, senz’essere obbligato a chiassosi e dispendiosi mitragliamenti
stradali (almeno 80 proiettili cal. 9 lungo, al costo di 25 franchi ciascuno!) di
automobili profughe, colà peraltro rare. Gl’Italiani, che attualmente spendono
miliardi (un esercito e una flotta mobilitati in Puglia e nelle acque adiacenti)
per difendersi dagli Albanesi, potrebbero provare esattamente le stesse
emozioni con un facile rastrellamento, seguito magari da bombardamento
navale (il quale però alzerebbe i costi) nel plesso scolastico di Molfetta di
Bari. E così via.
Ma c’è ancora un’obiezione. Nella Carta delle Nazioni Unite si leggono
proposizioni (da lungo tempo disattese, è vero, ma formalmente
vigenti) che potrebbero forse crear ostacoli quanto meno procedurali allo
scorrevole funzionamento della Commissione. Osservo però che io non ho
mai detto che i bambini in questione debbano essere abbattuti con uno strumento
bellico determinato. Ho usato il termine “bombardati” perchè è quello
che, mi sembra, più si assimila alle disordinate esperienze finora in corso.
Ma ogni altro mezzo andrebbe anche bene allo scopo: teoricamente, i bambini
potrebbero anche essere abbattuti singolarmente, con uno strumento
qualunque purché atto allo scopo. E’ da osservarsi però che, tanto per motivi
di praticità quanto per un qual certo simbolismo che, nella civiltà dell’immagine,
tiene pure il suo peso, sarebbe auspicabile di poter continuare a
impiegare strumenti esplosivi: spogliati, evidentemente, di tutti quelli accessori
- vettori, alette di stabilizzazione, dispositivi di ricerca elettronica e così
via - che nella nuova situazione non avrebbero più molto senso, e costituirebbero
solo un inutile aggravio di costi. Dei bauli esplosivi andrebbero
bene; al limite, anche delle valigie. E qui vengo al superamento dell’obiezione
testé avanzata.
Per singolare coincidenza, difatti, possiamo vantare nel nostro Paese una
considerevole esperienza nell’uso di strumenti siffatti. Mafia, servizi segreti,
estremisti di destra, gladiatori, camorra - son pochi gl’Italiani amanti dell’ordine
che non abbiano avuto occasione, prima o poi, di bombardar dei
bambini, o almeno di favorire, in un modo o nell’alttro, il bombardamento.
E se l’Italia fosse, in questo campo innovativo e vitale, quel che la Svizzera
fu per la Croce Rossa? Nessuno contesta alla Nazione elvetica, dopo tante
esperienze, il diritto di dar la propria assistenza, in tutti i Paesi del mondo,
ai prigionieri e ai feriti. Perché l’Italia no? Gli Stati belligeranti potrebbero
accordarsi, sotto l’egida delle Nazioni Unite, per scambiarsi reciprocamente
squadre di esecutori Italiani, per le operazioni anzidette; la Commissione
dell’Onu vigilerebbe su di esse, ma a loro e solo a loro andrebbe l’onere di
portare a esecuzione quanto pattuito. Nessuno dovrebbe aver nozione di
loro, fuorché i Governi interessati (il csapo della Repubblica Italiana, eventualmente
interrogato, sarebbe per legge tenuto a smentirne finanche l’esistenza);
a nessuno - ma a questo sono abituati - dovrebbero dar conto. Il
numero dei bambini interessati, non aumenterebbe di certo; e si eviterebbe di
coinvolgere - considerazione umanitaria da non sottovalutare - degl’innocenti
soldati.
Numerosi programmi televisivi potrebbero essere prodotti, a edificazione del
Pubblico e beneficio degli Operatori e Imprenditori del settore, in occasione
del primo, secondo, quinto, decimo e venticinquesimo anniversario di ogni
singolo bombardamento. Gli Allievi Generali dell’Aeronautica Militare
avrebbero a disposizione gran messe di Segreti di Stato su cui esercitarsi a
nascondere - cosa certo non inutile ai fini della formazion e professionale- la
verità. I Giornalisti non difetterebbero di lavoro, né i Telespettatori d’emozioni.
Non voglio riconoscimenti per questa proposta. Rinuncio anticipatamente
al brevetto e libero chicchessìa da ogni e qualsiasi obbligo nei miei
confronti. Sono solo un cittadino che crede che il ruolo dell’Italia nel mondo
abbia ancora un senso e vada decisamente riproposto facendo appello a quei
valori di capacità creativistica e propositiva, di professionalità e di libera iniziativa
che soli potranno, un giorno, riportarci in Europa.
GLADIATORE PISCITELLO, PRESENTE!
[1991?]
“Porca mafia! Porci piduisti! Bestia d’un gladio! E bestia io che mi ci
son messo!”. Come ogni sabato, il gladiatore scelto Antonio Piscitello,
impiegato di terza classe al municipio di Caloria,: bestemmiava attorno agli
stivali della divisa. “Che hai?” urlò, come tutti i sabati, la signora Assunta.
“Ho, ho... Ho che questi porci stivali... Porco gladio! Porco chi l’ha inventato
e porco Presi...”. “Zitto, bestia! Ci vuoi rovinare?”. Con un sospiro, la
signora Assunta prese il calzastivali, s’inginocchiò accanto al marito e alla
fine fra tutt’e due, come Dio volle, riuscirono a farcelo entrare. Sul pianerottolo,
Piscitello si fece da parte per lasciare passare il capomanipolo
Pasquarelli: “Piscitello! A chi l’Italia?”. “A noi!”. In piazza, la solita solfa:
“Gladiatoriii... A noi!”.
“Gladiatoriii! Saluto al Duxe!”. “Gladiatoriii... Saluto al Presidente!”.
Discorsi, impero, Somalia italiana, Albania italiana, Medioriente italiano,
Giovinezza, Marcia presidenziale e poi finalmente tutti a casa. A casa - come
ogni sabato - Piscitello si stravacca faticosamente sulla sua poltrona, la
signora Assunta gli toglie faticosamente gli stivali, e poi il rito finale: la
signora va a prendere il ritratto a colori del Presidente, lo regge - pur continuando
a protestare - a braccia tese davanti a Piscitello, e Piscitello (“Porco
che non sei altro! E io più porco di te che ti sto dietro!”) ci sputa sopra. Infine
il ritratto, debitamente pulito col panno, vien riportato in salotto, e Piscitello
sprofonda davanti alla seicentodiciottesima puntata di “Fantastico gladio”.
Col gladio, a dire il vero, Piscitello - alieno dalla politica com’era - non ci
aveva mai avuto a che fare. Ma sessantacinquemila lire al mese sono
sessantacinquemila lire, e la signora Assunta, a furia di conoscenze e di
buone parole, era riuscita a farlo iscrivere lo stesso. “Tieni! E ringrazia il
cugino Battista che te l’ha fatto avere!”. Il brevetto di gladiatore, a Piscitello,
gli era costato duecentomila lire, perchè il cugino Battista, essendo socialista,
aveva voluto il suo interesse in contanti. In compenso, lo aveva fatto
iscrivere come gladiatore della prima ora.
Così, adesso, gli toccava anche stare a sentire il capufficio, Purcheddu, che
lo mandava a chiamare quand’era di buonumore: “Noi vecchi gladiatorri -
faceva - noi pellacce... eh, Piscitello? Noi che sappiamo cosa vuol dire essere
perseguitatti... Perchè dovete imparare, voialtri giovanotti, che cossa voleva
dirre fare i gladiatorri una volta! Come si chiamava quel giudice, quella
testa di... quel Cassòn, ecco! Ce n’è voluta per levarci di torno la gente come
lui... eh, Piscitello?”. E Piscitello annuiva. “Quel Cassòn! Ma ha fatto la fine
che meritava, alla fine. E quel Carlo Palermo! E quel Mancuso! Ce n’è voluta,
eh, Piscitello? No, no, non fate questa faccia, camerati. Lo so anch’io che
‘sti nomi non si potrebbero dire. Ma fra noialtri gladiatorri...”. “Camerata
Purcheddu, la sapete l’ultima sul camerata Martelli? Dunque: il camerata
Martelli va a Washington per una visita di Stato...”. Ma a questo punto il
capufficio Purcheddu tossiva severamente, e tutti si rimettevano al lavoro.
Lasciamo trascorrere gli anni sulla vita dell’impiegato Piscitello. La guerra
di Somalia, il Barhein, le leggi antislamiche, l’oro alla patria, l’Albania... A
ognuna di queste memorabili svolte della Storia, il Duxe s’affacciava alla
televisione urlando: “Lo volete voi?” e milioni d’italiani immediatamente
sbraitavano “Sì! Lo vogliamo! Vogliamo vivere pericolosamente!”. In realtà,
da lunghissimi anni, gli italiani non desideravano altro che di evitare ogni sia
pur minimo fastidio: bastava tenere in casa un ritratto di Pertini o una copia
della vecchia Costituzione per essere già schedati come antipiduisti. Neanche
Piscitello era un eroe. E’ con un certo stupore dunque che lo ritroviamo, nell’ottobre
2006, in un fascicolo della polizia. “Il nominato Piscitello Antonio
trovandosi in un pubblico esercizio veniva pubblicamente sorpreso a sbadigliare,
come da materiale fotografico allegato, in concomitanza alla trasmissione,
da parte dell’Apparecchio Televisivo Autorizzato, del Bollettino di
Guerra numero millecinquecentosei relativo all’avanzata delle nostre gloriose
truppe nel deserto dello Yemen Occidentale...”.
Nessuno fu mai in grado di provare che lo sbadiglio di Piscitello avesse
un significato politico, che in verità neanche lui stesso sarebbe forse
sarebbe riuscito a stabilire. Questo gli evitò di essere spedito al confino a
Capo Marrargiu, ma non di essere sospeso per un mese, al municipio di
Caloria, dal lavoro e dallo stipendio. Un mese che il povero Piscitello passò
quasi interamente a letto. Il ventinovesimo giorno, lo venne a trovare il
capufficio Purcheddu.
“Comodo, comodo, Piscitello!”.
“Ma eccellenza... Ma camerata...”.
“Quale cameratta, Piscitello! Qua siamo fra gente liberra, grazie a Dio!”.
“Ma... come... il Presidente... il gladio...”. A questo punto, successe una cosa
incredibile.
“Dài, Piscitello! - fece il capufficio Purcheddu - La sento anch’io radio
Samarcanda!” e gli strizzò l’occhio. Ora bisogna sapere che il nostro
Piscitello da più d’un anno quasi tutte le sere, chiuso nel gabinetto, tirava
rumorosamente la catenella, e poi accendeva a bassissimo volume la radio.
La radio era assai disturbata, e le parole “amici italiani buonasera” arrivavano
fioche e lontanissime, fra lo scroscìo dello sciacquone: ma a Piscitello
bastavano per tirare avanti un altro po’.
Prudenza avrebbe voluto, a quel punto, che Piscitello protestasse indignato,
che giurasse sul sacro nome del Duxe che mai e poi mai... ma non ne ebbe la
forza. Rimase a guardare come un intontito il capufficio che metteva la mano
in tasca, ne cavava alcuni biglietti da un milione e li deponeva garbatamente
sul comodino. “Qua, Piscitello! Ti ho dovuto sospenderre, lo sai, perchè
altrimenti la loggia... Ma lo stipendio di questo messe, se permetti, te lo
voglio rifonderre io, di tasca mia!”. Piscitello spalancò tanto d’ochi, in un
enorme sorriso riconoscente. Per un quarto d’ora rimasero a parlare di
Samarcanda e della misteriosa voce del Colonnello Santoro, che secondo
Purcheddu era piccolo grasso e coi baffi e secondo Piscitello invece alto,
biondo e cogli occhi azzurri. Improvvisamente: “Perchè ora basta con questi
disfattismi, Piscitello! - urlò il capufficio - La prossima volta, Capo
Marrargiu, altro che un mese!”. Piscitello non ebbe il tempo di impallidire,
che già la signora Assunta, che egli non aveva visto entrare, era uscita, e già
il capufficio aveva nuovamente cambiato espressione (“Allora, Piscitello:
restiamo intesi, eh?”), gli aveva nuovamente strizzato l’occhio ed era uscito
pure lui.
Piscitello non poteva saperlo. Ma la scoperta della democrazia, che in quei
mesi andavano facendo il capufficio Purcheddu e molti altri italiani
importanti come lui, in fondo era tutta una questione di spaghetti. Da un
anno, infatti la MacDonald di Chicago era entrata pesantemente nel settore
spaghetti: spaghetti sintetici, naturalmente (ottenuti dal disboscamento delle
foreste ancora sopravvissute in Borneo e in Thailandia) ma pur sempre spaghetti:
a milione, a tonnellate, a transatlantici interi. Ora, il mercato degli
spaghetti era in mano da tempo immemorabile di alcune Incorporated italiane,
la Fiat, la Berlusconi e la De Benedetti: nessuna delle quali aveva voluto
dar retta alle pressanti ammonizioni (“il monopolio degli spaghetti non è
compatibile con la democrazia”) del Presidente Schwartzkop. Così, la macchina
si era messa in moto. Alcuni esperti scoprirono che tutto sommato
anche l’Italia, con un po’ di buona volontà, si poteva considerare parte del
Medio Oriente. E il Medio Oriente rientrava, secondo gli Accordi di Las
Vegas del 1997, nella sfera d’influenza della Mac Donald.
Le truppe americane sbarcarono a Caloria nel marzo 2007. La resistenza
fu minima, perchè già nelle tre settimane precedenti alcune operazioni
chirurgiche con missili ed elicotteri d’assalto avevano provveduto a spazzare
via Palermo, Torino, Napoli, la parte occidentale di Genova, sei divisioni
italiane e, purtroppo, un rifugio probabilmente gremito da circa milleseicento
orfanelli dell’Opera San Giovanni di Dio. La Guardia gladiatoria, che
aveva giurato di bagnarsi sul bagnasciuga nel sangue degl’invasori d’Italia,
si era semplicemente dissolta; il Duxe, travestito da soldato americano, era
stato catturato dai partigiani a Milanofiori e fucilato sul posto.
A Caloria, dicevamo, gli americani sbarcarono senza incontrare difficoltà
alcuna, e nel giro di ventiquattrore avevano già installato un’amministrazione
civile funzionante: ne facevano parte monarchici, vecchi agrari, due capimafia
dissidenti, l’ex-segretario del Pds, Cicciolina, il presidente dell’Usl-35
e il capo della gioventù liberale. Tutti costoro si riunirono, formarono una
Commissione per l’Epurazione, e mandarono a chiamare il gladiatore scelto
Antonio Piscitello. Capo della Commissione era l’ex-capufficio (ora Capodivisione) Purcheddu.
“Il Piscitello...”, “Quel Piscitello...”, “Il nominato Piscitello...” si sentiva
confusamente enunciare da dietro la porta chiusa della Commissione. Dopo
alcuni minuti la porta si aprì e Piscitello ne venne fuori, pallido, a testa bassa,
senza una parola. “Ma la prossima volta, si riccordi - lo inseguì la voce del
Commissario Purcheddu - a Capo Marraggiu la mando, altro che un mese!”.
Se ne tornò a casa sua, lentamente, e andò difilato a ficcarsi a letto. Il ventinovesimo
giorno, lo venne a trovare il capodivisione Purcheddu...
(ha collaborato Vitaliano Brancati)
COLOPHON
QUESTO LIBRO
E’ STATO COMPOSTO
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NEL DICEMBRE 2004,
DA QUALCHE PARTE IN ITALIA,
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