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selezione 1999-2004 ed il n° 1 ! Riccardo Orioles Una selezione da: La Catena di San Libero (1999-2004) 25 ottobre 1999 - n.1 Termina qui la lotta al potere mafioso per questa generazione. Abbiamo ottenuto dei risultati: Sindona, i cugini Salvo, i cavalieri catanesi. Siamo stati sconfitti su tutto il resto. Queste vittorie parziali ci consentono tuttavia di guadagnare del tempo, di allontanare di qualche anno il pieno radicamento del sistema. L'esito finale è comunque, probabilmente, quello russo: marginalizzazione dei meccanismi democratici, istituzionalizzazione dei poteri di fatto, pubblica assunzione dei poteri da parte delle yakuza. Le lotte di questi quindici anni - Borsellino, Falcone, la primavera di Palermo, Robertino Antiochia, i Siciliani, Chinnici, i giudici ragazzini morti e vivi - sono servite semplicemente ad allontanare di alcuni anni questo esito. Che è tuttavia il più realistico, nel giro di alcuni anni. La componente Berlusconi è stata ormai pacificamente accolta, a livello tanto istituzionale quanto culturale, nel sistema politico italiano. Ora, ci sono dei problemi tecnici - come trapassare stabilmente da D'Annunzio-Salandra a Mussolini? come far convivere il vecchio Senato del Regno con la moderna Camera dei Fasci e delle Corporazioni? - ma sono problemi tecnici, per l'appunto. Da siciliani, non riusciamo a respingere un qualche (inutile) orgoglio per il fatto che stavolta, a differenza degli anni Sessanta, non è stata la Sicilia a cedere, ma il rimanente del Paese. Così anche potremmo credere (con lo stesso irrazionale campanilismo) che questa piccola terra, da tanti apparentemente inutili dolori, sortisca almeno - e se non subito, con gli anni - una diversa coscienza di sè, una mitopoiesis alimentata dalle vite versate. Ma stiamo divagando. * * * Siamo stati, così hanno detto, una sinistra giacobina. La verità è che lo siamo stati per troppo poco tempo e troppo poco. Siamo stati sconfitti perchè, avendo appena sfiorato il "giacobinismo" (la democrazia di massa, la libertà, la coincidenza fra "politica" e vita quotidiana) siamo rapidamente rifluiti nel buon senso tradizionale - girondino. Non ci bastava l'Ottantanove, non ci fidavamo dei citoyens: avevamo bisogno di un Napoleone. E dunque, coerentemente, abbiamo puntato tutto su una battaglia convenzionale. Waterloo. I liceali palermitani dell'Ottantatrè. I giovani della Fgci di Battiati, l'anno dopo - i primi a presentarsi, nel giorno della battaglia, ai Siciliani. I duecento ragazzi che hanno lavorato in Sicilia, fra l'84 e l'85, con SicilianiGiovani. Antonio che ora fa l'operaio a Bologna, ed era una colonna del Coordinamento Antimafia di Palermo; Fabio, che ora insegna in una qualche scuola di provincia, e le sue inchieste sui quartieri palermitani, riprese dalla stampa francese ma non da quella italiana. E Il Cocipa, e il Centro Impastato, e Città per l'Uomo, e Città Insieme, e i Siciliani: povere e vittoriose armate sanculotte, guardate con degnazione dai generali perbene. Pochissimi, di quei giovani, sono politicamente sopravvissuti. I più, emarginati senz'altro dopo il novantatrè; i meno, avaramente cooptati nella sinistra ufficiale; ma a condizione di lasciar perdere fraternitè e libertè e camice rosse, bardati con galloni inutili, non più da baionetta ma da parata. Tenenti garibaldini, a Calatafimi e Milazzo; colonnelli sabaudi, a Custoza. È allora, negli anni dell'Occasione Perduta, che la sinistra si è suicidata. Non c'entrano la Russia e il comunismo, è stato un suicidio tutto italiano. O c'entrano, se c'entrano, molto alla lontana. Nata nel ferro e piombo della guerra mondiale, cresciuta fra le barbarie degli anni Trenta, costretta - per sopravvivere - a svilupparsi come esercito gerarchizzato, la sinistra italiana ha nel suo Dna la divisione fra una base combattiva e vivace, legata alla società civile e spesso sua diretta espressione, e un apparato dapprima aristocratico e poi oligarchico, aperto nelle tattiche ma chiuso alle strategie; abile nelle battaglie regolari ma impacciato nella guerra a largo raggio. Questa divisione le ha permesso di sopravvivere di fronte alle respressioni di Scelba e di Mussolini. Le ha impedito di vincere, o anche solo di comprendere fino in fondo che cosa la società le chiedesse, negli anni dell'antimafia e nel Sessantotto. La lotta ai poteri mafiosi, quando ricomincerà, dovrà affrontare tutto questo. Il torto della mia generazione è stato di avere rimosso tutto questo, di aver preteso - per nostro poco coraggio intellettuale - di lottare per la democrazia senza prima risolvere i problemi profondi di democrazia nella nostra cultura e al nostro interno. La prossima generazione - perchè è solo ad essa che possiamo rivolgerci ora - terrà conto, se vorrà vincere, di questa feroce lezione. Non c'è antimafia, e non c'è sinistra, senza i liceali di Palermo. Non c'è antimafia, e non c'è sinistra, con le cerimonie "unitarie" al chiuso. * * * La vecchia mafia - il vecchio potere mafioso - operava in un quadro internazionale "repubblicano", avente per referente degli stati nazionali. L'America della guerra fredda, l'Italia con la sua appendice meridionale, la stabilità di forze e schieramenti i cui movimenti erano limitati dal sostanziale stato di guerra. Adesso, è tutto più fluido e più veloce. L'America, come soggetto unitario, forse esiste già poco; l'Italia, come ogni altra nazione del vecchio mondo, ha una densità politica forse superiore a quella del Belgio ma certo inferiore a quella di una multinazionale. In questo nuovo quadro, un potere mafioso rischia di essere già ora - ma molto di più fra qualche anno - non più una patologia parassitaria, sia pur pesante, ma proprio una delle forme fisiologiche dell'organizzazione del pianeta. Dopo Badalamenti, Eltsin; non i corleonesi. La Sony, la Coca Cola, e Cosa Nostra. La cultura mafiosa si smafiosizzerà, ma sarà pervasiva. * * * Adesso, per fare colore, c'è Cossiga. L'uomo, di poco peso sul piano degli sviluppi reali, è tuttavia interessantissimo - direi, sul piano estetico, affascinante - per l'autobiografia culturale del Paese. Non tanto per la battaglia sfrenata contro i giudici (che mai avrebbe da aggiungere, qui, dopo il regalo fatto a Livatino?) quanto per quel di scespiriano e d'introspettivo che s'intravvede nel tono delle sue concioni. C'è un rancore verso se stesso, ci sembra, un astio da heautontimoroumenos, che nasconde - a lui stesso prima che agli altri - qualche cosa. Azzardiamo che questo qualche cosa possa essere la discrepanza - la crudele discrepanza, in una psicologia siffatta - fra la statura che egli si attribuisce di difensore dell'Occidente e castigatore del comunismo, e le circostanze concrete in cui questa statura ha solo potuto storicamente esercitarsi: non di combattente a viso aperto ma di agente dello straniero, di organizzatore clandestino, di uomo d'ombra. Ad altri è toccato invece, con intollerabile ingiustizia secondo lui, il ruolo dello statista, del politico popolare, del divo; ed egli sa che per sanare quest'ingiustizia è troppo tardi, e che non gli rimarrà - ars longa, vita brevis - che subirla, e di venir consegnato alla storia con quella medesima maschera che per cinquant'anni ha indocilmente e "provvisoriamente" portato. Questo dolore e, diciamo pure, quest'invidia è quello che, in momenti come questi, lo fa parlare. Non è pericoloso, del resto. Il cuneo dell'offensiva contro di noi, nella strategia del potere mafioso, non è collocato di certo negli inaciditi risentimenti d'un vecchio. È nella campagna "contro la microcriminalità" (morte agli scippatori, libertà ai mafiosi), che oggi è possibile sviluppare con estrema lucidità ed efficienza grazie alla compattezza raggiunta dallo strumento che una volta si poteva ancora denominare sistema dell'informazione. * * * Non so su che mezzo stai leggendo, in questo momento, queste righe. Al momento in cui scrivo, non so se esse verranno pubblicate da un giornale, e da quale, o se le diffonderò tramite Internet, o se mi stai leggendo grazie a una stampante laser a 300 dpi - o su un volantino. Faccio il giornalista antimafia da vent'anni, e al ventunesimo anno non sono affatto sicuro di potermi far leggere da te con mezzi "regolari". Probabilmente, questo ha qualcosa a che fare con le faccende di cui sopra. ________________________________________ 7 agosto 2000 - n.34 Exodus. La guerra è appena finita e da un porto italiano un vecchio cargo, l'Exodus, prende faticosamente il mare. Non sono regolari nè i documenti nè il carico della nave. Quest'ultimo è costituito da alcune centinaia di profughi ebrei, la maggior parte donne e bambini: sono sopravvissuti ai lager e alle persecuzioni, ma forse in Palestina - dove la nave in realtà è diretta - potranno ricostruirsi un'esistenza. In Palestina governa ancora l'amministrazione coloniale inglese, che vieta tassativamente - per motivi politici - l'immigrazione: se un guardacoste dovesse incrociare l'Exodus, comandante ed equipaggio dovrebbero rispondere di gravi reati. La nave procede lentamente col suo carico di sconfitte e speranze e il sole del Mediterraneo, un'alba e un tramonto dopo l'altro, scandisce dei giorni lunghissimi, in cui ogni momento può essere quello finale. Ogni tanto compare una sagoma all'orizzonte: le donne e i bambini sul ponte corrono a nascondersi nella stiva e i marinai controllano che non sia rimasto nulla in coperta che tradisca il carico di esseri umani. Se quella sagoma dovesse appruarsi d'un colpo e serrar le distanze, vorrebbe dire che è una nave di sorveglianza, e che tutto è finito. Ma ogni volta la sagoma lontana fila diritta per la sua rotta, e dopo un po' sparisce all'orizzonte. L'Exodus raggiunge - clandestinamente - le coste della Palestina e - clandestinamente - sbarca il suo carico di sopravvissuti. Sono i primi mesi e anni dopo la guerra e anche in questi esseri umani c'è, come in tutti, il senso che ora si ricomincia da capo, che forse nel tempo a venire il mondo - che chissà perchè chi ha risparmiati - sarà più buono. Ma questo è un altro discorso. Nella storia dell'Exodus, in ogni caso, noi italiani figuriamo onorevolmente: ci sono italiani fra gli organizzatori, sono italiani i capitani di porto che chiudono un occhio sui documenti fasulli e i marinai di guardia che "non si accorgono" delle figure che s'arrampicano furtivamente di notte lungo le scalette d'imbarco. La vecchia carretta, l'Exodus, è stata smantellata all'arrivo. O, forse, ha continuato a navigare: cambiando nome ogni volta, per cercar di sfuggire ai registri dei vari governi. Adesso, io credo che il suo nome sia Kalsit: così almeno c'è scritto a grosse lettere bianche là a poppa, ma saremmo ingenui a credere che il porto di provenienza sia davvero quello scritto sotto, o che i documenti di bordo (in greco, in turco e - ci piacerebbe - anche in italiano) non siano contraffatti; chissà quando denaro ci sarà voluto, o quanta pietà forse, per falsificare quelle carte. Il carico, è quello di sempre: trecentocinquanta profughi, stavolta curdi, che sfuggono da un genocidio in cerca di una terra in cui si viva. C'è stato un incidente diplomatico, fra il governo italiano (stavolta, nel ruolo delle guardie) e quelli greco e turco (stavolta, nel ruolo degli italiani) che avrebbero chiuso un occhio sui documenti. La gente di Crotone, in Calabria, ha accolto da meridionali i profughi: hanno dato acqua e cibo, hanno scambiato parole. Dicono che nei suoi giri per l'Italia il presidente della Repubblica, che è vecchio e ne ha viste tante, abbia di questi tempi una mania, quella di far suonare bandiere e sventolare inni. Ha perso una buona occasione. L'inno della povera Italia, quella che "chiudeva un occhio" sugli ebrei, sarebbe risuonato benissimo sul molo di Crotone ad accogliere l'Exodus che tornava in patria: il tempo di sbarcare *questi* profughi, di trovar loro una casa, di festeggiare i marinai per il loro coraggio, e poi l'Exodus sarebbe ripartito - con chissà quale nome stavolta: ma coi suoi bravi documenti falsi debitamente vistati dalle autorità italiane - verso la sua ennesima ignota destinazione. ________________________________________ 16 ottobre 2000 - n.44 Invenzioni. Ne è stata fatta una importante, l'altra sera, non so se da uno scienziato, da un filosofo o da un programmatore Linux: di certo era urgentissima, e sarebbero bastati ancora pochi anni senza di essa - come poi è stato dimostrato dai fatti - per mandare in malora il mondo. L'invenzione consiste semplicemente in questo: una placida dimostrazione in venti righe, in un linguaggio piano alla Piero Angela ma di una tale evidenza scientifica da essere immediatamente indubitabile, dell'assoluta inesistenza di Dio: di ciascun dio. Appena ottenuta la formula, agenti motociclisti a sirene spiegate l'hanno portata all'aeroporto. Gli aerei erano già in attesa, con le eliche pronte ad essere avviate. Un'ora più tardi, i primi Canadair hanno cominciato a gennare tonnellate di volantini con la breve dimostrazione, ripetuta in più lingue, a caratteri grassetti. In calce al volantino c'era un disegno a fumetti che illustrava sommariamente ad uso degli analfabeti l'essenziale della formula. Dalle basi dell'Air Force, dalle portaerei inglesi, dagli aeroporti cinesi e indiani, dal Sudafrica, da Aviano e Sigonella, dal Giappone, da tutte le piste del mondo gli aerei partivano verso ogni destinazione. I fogli fluttuavano nell'aria, e venivano presi al volo. Qua una donna ne afferrava uno, si scostava il velo con aria di sfida e lo gettava a degli uomini barbuti e armati di pietre - e gli uomini aprivano le dita e lasciavano cadere le pietre. Là un bambino lo mostrava ridendo a un soldato che già aveva chiuso l'occhio sinistro per prendere la mira - e il soldato leggeva le strane frasi (eppure così chiare) e apriva entrambi gli occhi e guardava con stupefazione il fucile. Un giorno indimenticabile, il Giorno del Volantino. Stranamente, quasi senza incidenti; c'era sempre qualcuno, nei pochi momenti di tensione, che scrollava le spalle o che rideva. Una strana nostalgia - se la parola è adatta - aveva preso tutti, ma maggiormente coloro che fino a quel momento avevano costruito la loro vita su una qualunque forma di credenza. Così, non destava sorpresa vedere cardinali che invitavano arabi a improbabili cene a base di cuscus e tortellini, militanti islamici che indicavano la via di casa a soldati israeliani sbandati, rabbini col cappello nero e coi ricci che s'accendevano sorridendo una sigaretta canterellando vecchie robe di Broadway, polacchi in là con gli anni che sorridevano d'un sorriso caldo a qualcosa d'assente ("Povero vecchio! Chissà a che pensa". Lui pensava a una ragazza conosciuta quando faceva l'operaio in Polonia, molte guerre fa. E non si sentiva affatto un povero vecchio, adesso). Furono pochissimi coloro per i quali la prova scientifica dell'inesistenza del loro Dio (e dire che fino al giorno prima ce n'erano stati tre o quattro, per dire solo di quelli importanti: e, sembra incredibile adesso, la gente si ammazzava per essi) non cambiò granchè nel tran tran ordinario della giornata. A padre Zanotelli, ad esempio, il volantino lo portarono mentre assisteva un bambino in una baraccopoli alla periferia di Nairobi. "Peccato!" sbuffò con impazienza, e si rimise al lavoro. Al mio amico Giobatta lo dissi io, mentre stava bestemmiando come un genovese perchè il cane s'era mangiato una vite. "Guarda che Dio non c'è, l'ha detto ora ora la televisione!". "E chi se ne fotte! Noi, grazie a dio, sempre atei siamo stati!". A sera, quando tutti furono andati a letto, se ne andò a coricarsi anche quello scienziato o quel filosofo, o quel ragazzino programmatore. Spense la luce e, al buio, gli parve di sentire qualcosa. Come se qualcuno gli sorridesse, ma gli sorridesse dentro di lui. Capì d'un lampo. "Ma tu... sei... ". "Ssss... Lascia stare, amico, in questi casi non conviene far nomi. Non conviene a voi, e non conviene a me. Meglio che dormi, adesso". E quello s'addormentò tranquillo: come tutto il pianeta, del resto. ________________________________________ 5 aprile 2000 - n.19 All'ambasciatore di Danimarca, personale e urgente. La redazione, la direzione, l'amministrazione e i collaboratori di questo giornale (me medesimo, insomma) si pregiano di formulare rispettosamente le più vive felicitazioni per il novantesimo genetliaco di Sua Maestà la Regina madre Ingrid di Danimarca, che dio le dia gloria e la conservi. Molti anni fa, quand'era una ragazza con le gambe lunghe e andava svelta in bicicletta, Ingrid è uscita in piazza un bel mattino con una macchia gialla sul petto, una macchia a forma di stella. I tedeschi, che occupavano il regno, avevano ordinato che tutti gli ebrei portassero una stella sul cappotto, per distinguersi dalla gente "ariana". Il re, la regina, il principa ereditario e tutta la famiglia reale non dissero niente: si misero la stella ebraica addosso, e uscirono dalla reggia. Dopo un'ora Copenhagen era piena di stelle gialle, ma tante ma così tante che i tedeschi non sapevano da che parte voltarsi. Dio salvi la regina (di Danimarca), compagni. E calci in culo ai Savoia. ________________________________________ 5 marzo 2000 - n.17 Otto marzo Le dita di Cettina che corrono sulla tastiera Graziella nuca spavalda E le ciglia-farfalle di Rosalba E i capelli di Ester da elfo da ragazzo Una parlava in piazza contro i Cavalieri una affrontava le iene una fra i sassi e i rovi del paesino una a gettare fili fra Catania e Berlino E tu, Campanellino, che fra tenerezza e paura sei rimasta con me quando i più coraggiosi erano ormai dispersi ai quattro lati del mondo e il buio a tutti invincibile sembrava fuori dalla nostra povera stanza Quanta luce, guerriere mie, quanto passato, e che povero poeta son diventato Non più vengono lievi le parole lo strumento già aguzzo s'è scheggiato Passa un tram qui nel sole di Milano e un passero improvviso fugge via. Qui tutto è lontanissimo. Ho vissuto. A passo veterano l'ironia stentatamente arranca nel deserto. Cos'altro resta? Avessi qui dei fiori oggi per voi, o almeno una poesia! In questa ipocrisia di gente-bene - l'ottomarzo, le feste, le interviste - vorrei avere una tromba, una bandiera una tamburo di latta, una parola per dire: hanno lottato, per potere ridere insieme a voi degli arrivisti, dei signorsì, dei vecchi, dei tromboni. Hanno imparato infine, a quarant'anni, a scegliersi telefonini e cravatte senza sbagliare, ad avere misura, ad essere realisti, a dire e a fare ciò che tutti fanno e dicono, ad avere un sorriso quando si parla di ribellarsi, ad essere - con l'anima ingrassata - pro-fes-sio-na-li. Voi che siete rimaste come allora, amiche mie, compagne, sceme-di-guerra, voi cui i capelli ha segnato, non il cuore, il grigio della sconfitta, voi che andate con insolente leggerezza per il mondo dei padroni voi a nulla rassegnate e di nulla pentite voi fate finta un attimo che questa sia una poesia. ________________________________________ 21 agosto 2000 - n.36 cieffegi wrote: <Gentilissimo signor O. , non crede di avere un atteggiamento esageratamente anti-italiano, soprattutto nel trattare questioni di immigrazione? Leggendo i suoi articoli, si ha spesso l'impressione che gli italiani siano un popolo di bastardi (scusi il termine), mentre ho l'impressione che la percentuale di stronzi (perdoni l'espressione) sia nell'ordine di quella che, in statistica, chiamiamo "popolazione normale". Se è vero che c'è inciviltà è anche vero che c'è spesso solidarietà, forse più al centro/sud che al nord. Poi cosa vuol dire che i Bolognesi cercano di imitare i tedeschi? Ultimamente a me sembra che i miei concittadini tendano a imitare più che altro dei comuni menefreghisti, sempre più indifferenti e insensibili. Da ultimo, gli albanesi che affogano mi sembra che non abbiano proprio nulla a che fare col fascismo. Possono avere a che fare con la criminalità o altri fenomeni analoghi, ma non chiamiamo in causa questioni ideologiche, perchè si fa in fretta a perdere di vista il vero problema (e a scordarsi di risolverlo). A proposito, se noi siamo razzisti e fascisti perchè non riusciamo a evitare ogni singola tragedia, come dobbiamo definire qualche immigrato un po' troppo svelto con le armi da fuoco e un po' troppo portato a usarle (spesso con esiti mortali) per alleggerire gli italiani dei loro averi? Povere vittime della società capitalista che li induce al furto e all'omicidio sbattendogli in faccia la sua opulenza, immagino. Non certo comuni criminali giunti sul nostro Paese con il preciso intento di perpetrare la loro attività contando sulla quasi impunità assicurata da uno stato fin troppo garantista. > * * * Caro amico, Lei ha ragione nel dire che, sulle questioni di immigrazione, mi viene naturale un atteggiamento "esageratamente anti-italiano". Esso deriva da un eccesso di nazionalismo. Non quello degli italiani di destra: quello mio. Vede, quando parliamo di nazione, siamo portati a pensare ai bei discorsi, alle bandiere, all'avanti savoia e alla patria immortale - a roba di destra, insomma. Invece, la nazione è una cosa di sinistra. La nazione è il porto di Messina, con la nave che va in Australia pronta a partire, i contadini di Caltanissetta e Favara sul ponte e i parenti sulla banchina, tutti ridanciani e chiassosi, per dare coraggio a chi parte. Sciolgono gli ormeggi, e la nave si stacca. E in quel preciso momento, cogli emigranti tutti aggrumati a poppa e i parenti sulla punta del molo, che ormai piangono liberamente perchè tanto da lontano non si vede, la banda, che fino allora aveva suonato canzonette allegre, comincia a suonare l'inno: il primo e l'ultimo, per la maggior parte di loro, della loro vita. Questo non succedeva nell'Ottocento: succedeva vent'anni fa. Ci sono duemila emigranti, nella città di Sidney, di Santa Marina Salina; a Santa Marina, ne saranno rimasti forse mille. C'era il consolato australiano a Messina, fatto apposta per loro. E prima quello del Belgio, per le miniere. E prima quello argentino, quello americano... C'è un poeta veronese, Barbarani, di cui i veneti si sono ormai dimenticati da un pezzo; e io non ne ricordo che un verso, ma che è tutto un mondo; siamo fra gli emigranti veneti, "seradi" all'osteria, la sera prima della partenza: "Porca Italia!, i biastema, andemo via". Ci sono i genovesi, in Argentina, e i lombardi, e un'intero quartiere che si chiana Palermo. Ci sono gli italiani d'America, fisici nucleari e mafiosi. Ci sono i bergamaschi, che andavano a lavorare in Francia; e una volta la popolazione di un'intera provincia scatenò il pogrom contro di loro e ne fece strage. C'è Bologna (il sogno di noi siciliani di sinistra, un tempo, era che Palermo diventasse un'altra Bologna) dove, se Lei va a fare due passi alla Montagnola, si trova esattamente nel posto dove una volta c'era la fortezza papalina che controllava la città. Quattro volte la distrussero, i bolognesi, e quattro volte il papa la ricostruì; la quinta, restarono a vincere loro e ne fecero terra e ci fecero su i giardinetti. Tutti insieme, questi sono gli italiani. Ci sono pochi paesi al mondo che abbiano avuto tanto kitsch di generali e politici come l'Italia; ma pochi che abbiano avuto, nella grandissima parte dei cittadini, tanta storia di vita e tanta umanità. Il nostro, molto più che uno stato, è - o era - una cultura, un modo d'esserci; un software. Facile da sfasciare pestando a casaccio sul computer; difficilissimo, e probabilmente impossibile, da rimettere insieme. Non so se ci sarà ancora un'Italia fra dieci anni, o solo una specie di Belgio o un'Alabama. In quest'ultimo caso, sarà un peccato per tutti: perchè non sono molti i posti del mondo dove si sia riusciti, per tanti secoli, ad essere poveri e tuttavia signori, e dove si sarebbe potuto essere finalmente ricchi restando umani. Avremmo potuto insegnare ai poveri del mondo come si fa ad uscire dalla miseria e ai ricchi come si possono usare dignitosamente i denari. Invece stiamo preferendo imitare pacchianamente e maldestramente i ricchi di più antica data, e scalciare ferocemente contro i poveri che ancora si dibattono indietro. I tempi delle nazioni non sono quelli della cronaca, e dunque quello attuale, chissà, potrebbe essere solo un involgarimento passeggero. Ma potrebbe anche essere la fine definitiva di una storia che dura da più di duemila anni. Noi non abbiamo una hispanidad sparsa nel mondo nè un commonwealth nè una cultura illuministica che comunque coinvolga altri paesi. Siamo solo noi italiani d'Italia, con la nostra lingua parlata solo da noi stessi, con la nostra identità sofisticatissima ma delicata, con i nostri meccanismi etologici quasi impossibili da analizzare - e tutto questo può sparire, per incultura, demagogia e rozzezza, nel giro di una generazione. Questo mi brucia. Per questo mi prende il panico quando sento che un italiano è razzista: la mafia, il fascismo, le ruberie sono cose contro cui, in tanti secoli, abbiamo sviluppato anticorpi. Il razzismo, ci è nuovo. Al resto della Sua lettera mi consenta di rispondere, molto sommariamente, che i delinquenti albanesi, come quelli polinesiani o italiani, vanno messi in condizioni di non nuocere e puniti; non in quanto albanesi, ma in quanto delinquenti. Ma noi, ceto medio italiano, vogliano ancora davvero punire i delinquenti? Dove sono finiti i soldi dei banchieri mafiosi? Come stanno venendo utilizzati in questo preciso momento? Interessa ancora a qualcuno? Non rispondere a queste domande ci toglie la capacità etica di punire i delinquenti "albanesi". Questa potrà sembrarLe una questione astratta, sebbene le questioni etiche ("Quante divisioni ha il papa?": e sorrisetto di scherno) alle volte tornino a galla con una concretezza fin troppo bruta. Il fatto è che l'omertà sulla *nostra* delinquenza d'alto bordo ci toglie anche la capacità tecnica e pratica di colpire realmente la delinquenza "straniera". Nessuno ha il coraggio anche solo di sfiorare questo argomento, perchè qui non se ne esce con facili demagogie razziste o buoniste ma solo incidendo con dolore. Ma questo è già un altro discorso. ________________________________________
27 novembre 2000 - n.50 Un uomo andava da Gerico a Gerusalemme. Strada facendo fu assalito da manifestanti di Hamas o dalla polizia militare israeliana. Comunque fu abbandonato, ferito, sul ciglio dell'autostrada. Scorrevano le ore e l'uomo restava lì, e nessuno si fermava. Passarono una mercedes e una bianchina. Sulla Bianchina c'era una donna, sicuramente di facili costumi (statisticamente nigeriana o albanese, essendo oramai il mondo nel duemila, e non più veneta o romana). Sulla Mercedes c'era un cardinale. "O Signore - recitò il cardinale dentro di sè - grazie per avermi fatto nascere bianco, e bianco europeo, e cristiano cattolico, e cardinale. Non come quella donna là, che cattolica non dev'essere, e bianca non è di certo, e quasi sicuramente sarà mussulmana, e comunque è una puttana". E fece cenno all'autista di muoversi, chè la sera avanzava. La donna, che non aveva i documenti in regola e faceva un mestiere non compatibile con la polizia, voleva andarsene anche lei; ma la vecchia Bianchina si piantò. Allora scese e, perso per perso, decise di soccorrere l'uomo. Era un ragazzo giovane e non era possibile capire se fosse ebreo, arabo o cristiano; comunque soldi in tasca non ne aveva. La donna, sospirando, trascinò il ragazzo fino alla Bianchina. Poi girò il pomello dell'aria e cominciò a tirare la messa in moto. "O Signore - borbottò fra sè e sè - o Allah o come cavolo ti chiami: se questa macchina parte, forse ce la faccio a portarlo fino al pronto soccorso. Dammela una mano, almeno tu! Lo so anch'io che questo mestiere non ti piace: ma dimmelo tu come debbo fare a campare!". Improvvisamente, il cinquecento bicilindrico raffreddato ad aria cominciò a tossicchiare: e la Bianchina si avviò lentamente, mentre ormai all'altro capo dell'autostrada il cardinale si chiedeva ancora chi cazzo è che fa entrare in Italia queste puttane negre senzaddio e mussulmane. ________________________________________ 20 novembre 2000 - n.49 Giorgio wrote: <Oggetto: ciao. Caro Riccardo, cominciavo a preoccuparmi per il silenzio della catena di San Libero di queste ultime settimane. Spero che i problemi siano superati. Tutto bene? Io ieri, lunedì, ho dato il mio ultimo esame all' Università, dunque sono MUY contento. Ultimamente ho studiato come un pazzo per finire gli esami. Nel pomeriggio parto per la Francia per una decina di giorni. Vado a trovare una mia amica francese. Anzi, insomma è la mia ragazza. Mi prendo alcuni giorni di pausa per decidere bene la tesi, che sarà il mio prossimo passo. A presto, Giorgio. (PS Io non so il francese. Lei non sa l'italiano. Parliamo in spagnolo).> * * * Caro Giorgio, perdonami se ti faccio lo scherzo di risponderti qui, ma mentre leggevo il tuo post scriptum s'è accesa una lampadina tanto forte che sta illuminando tutta la stanza e non riesco proprio a tenermela per me. Si chiama Panaiota (vuol dire Santina, o qualcosa del genere) ed è una ragazza greca, che studia fisica al primo anno insieme a me. Io non so il greco (quello classico è del tutto diverso) e lei non sa l'italiano. Perciò ci parliamo in latino, e siamo a novembre del sessantotto. Un abbraccio. ________________________________________ 25 dicembre 2000 - n.54 Cronaca NATALE TRANQUILLO IN CITTÀ E PROVINCIA Un Natale tranquillo, quest'anno, in città e provincia. A parte i quattro giovani morti sul Grande Raccordo Anulare (la loro auto, uscita di strada per cause da precisare, si è schiantata contro il guard-rail), l'omicidio-suicidio di viale Angelico, il "barbone" morto di freddo a poca distanza da San Giovanni, la prostituta rinvenuta alla Piramide e il bambino investito e ucciso in viale Colombo mentre coi genitori tornava dalla festa dai nonni, il mattinale della questura non segnala oggi nulla di rilevante. Un episodio inconsueto si è verificato in nottata a Torpignattara dove alcuni cittadini, insospettiti da un improvviso bagliore, hanno chiamato i vigili del fuoco. I vigili, giunti sul posto insieme a una volante dei carabinieri, non hanno però trovato alcuna traccia d'incendio. C'erano solo alcuni extracomunitari in una baracca rudimentalmente riscaldata (un uomo, una donna e un neonato) e, davanti alla baracca, una piccola folla eterogenea di zingari, manovali rumeni, viados e nigeriane. "Stiamo festeggiando un nostro amico" ha detto ai carabinieri, in un italiano rudimentale, uno dei rumeni. "Voi non lo sapete, ma oggi è un giorno molto importante" ha aggiunto dei due viados, che ha detto di chiamarsi Raffaele. "Vabbè, oggi è natale!" ha bofonchiato l'appuntato e la volante se n'è andata sgommando, senza chiedere i documenti. ________________________________________
15 gennaio 2001 - n.57 Enrico P. wrote: <Caro ricc, il suo giornalino è bello e rinfrescante. Serve anche a piangere e sorridere insieme. E poi anche a muoversi, ognuno come sa e può. Bene. Un solo appunto: perchè scrivere dio con la minuscola? Biancaneve, Pinocchio, Giove, Minerva, li scriviamo pure con la maiuscola, e non perchè crediamo che esistano. Persino Fido e Micio li scriviamo maiuscoli. Persino Hitler e Mussolini. (e B...). Uno può credere che Dio non esiste ( io credo che è più vivo di noi ), ma questa minuscola è una - mi permetta - superstizione bella e buona. Abbiamo bisogno di atei meno superstiziosi. Con sincera simpatia. Enrico P.> * * * Caro P., facciamo così: il dio con la minuscola è quello del Gott Mit Uns, rispetto al quale io sono senz'altro ateo. Il Dio con la maiuscola (che uso rarissimamente: ma lo uso) è quello a cui credono le persone buone come Lei - non sono sicurissimo che sia lo stesso di cui si parla nei Giubilei: ma non ha molta importanza - e a cui forse vorrebbero credere, con minor sicurezza e diverse parole, i poveri viaggiatori come me. Suo R. * * * <Bene. Totalmente d'accordo. Enrico P.> ________________________________________
11 dicembre 2000 - n.52 Persone. È morto Matthew Lukwiya, primario dell'ospedale di Lachor in Uganda. Da quando il virus Ebola cominciò ad aggredire la sua gente è stato in prima linea nel combatterlo, senza risparmiarsi niente: alla fine, com'era prevedibile, è stato infettato a sua volta. Come medico sapeva benissimo che fnon esiste alcuna cura per Ebola, ma è rimasto al suo posto fino in fondo. Un uomo così, se fosse venuto in Italia, da molti di noi italiani sarebbe stato disprezzato come "negro". ________________________________________ 4 febbraio 2002 - n.112 Regia Marina. Carlo Fecia di Cossato, comandante di sommergibile, operava in Atlantico, e dunque sotto il comando dei tedeschi. I tedeschi a un certo punto misero fuori un ordine: per nessun motivo perder tempo a salvare i naufraghi delle navi silurate, la guerra è una cosa seria, non una roba sentimentale all'italiana. Cossato, come tutti gli altri comandanti italiani, prese il cablogramma di Doenitz e ne fece carta da cesso. Pochi giorni dopo gli capitò di silurare un cargo inglese: nessuna vittima fra i due equipaggi, i marinai del cargo raccolti alla meno peggio su tre scialuppe, il sommergibile pronto all'immersione. Però l'Atlantico cresceva, mare lungo di poppa, e difficilmente - pensò Cossato - ce l'avrebbero fatta a raggiungere una qualunque terraferma. Allora: stop immersione, aprire i boccaporti, gettare una cima. E un'ora dopo eccoti un sommergibile italiano, in pieno Atlantico centrale e in tempo di guerra, che se ne va lentamente a otto nodi trascinandosi dietro la cordata delle scialuppe gremite di "nemici". Questa faccenda durò tre giorni. Ogni tanto si sentiva il ronzio d'un ricognitore: allora Cossato mollava la cima e s'immergeva; passato il pericolo, riveniva su e si rimetteva a trainare. All'alba del quarto giorno, un'alba livida di brutto mare, Cossato si affiancò alle scialuppe e afferrò il portavoce: "Le Azzorre a venti miglia sulla vostra destra. Vi lascio qui. Venti miglia a ovest e buona fortuna!". Un "God bless you" arrivò dall'altra parte. Poi gli inglesi si misero a remare verso la foschia grigio-viola a ovest, e l'italiano s'immerse alla svelta perchè i bombardieri antisom non scherzavano e il sommergibile era particolarmente vulnerabile a causa della torretta di comando molto alta (nei sottomarini italiani c'era un cesso degli ufficiali distinto da quello della truppa, e questo secondo cesso faceva un paio di metri di sagoma emersa in più). Passano gli anni, e arriva l'otto settembre. Il re scappa, i generali scappano, Cossato - che non ha fatto carriera - è di guarnigione a Portoferraio con un paio di motovedette. I tedeschi, da Piombino, mandano un paio di trasporti, scortati da mezza dozzina di siluranti, per occupare l'isola. Cossato esce colle sue due bagnarole, si fa sotto ai tedeschi e a uno a uno li manda giù tutti. Passano ancora un paio di mesi e stavolta il capitano di corvetta Carlo Fecia di Cossato, R.M., S.P.E., è in una camera d'albergo, a Napoli. Il re è scappato, la Marina non c'è più, le strade di Napoli sono un brulichio di puttane, di borsaneristi, di "marinaio, la vuoi una fica?". Cossato è un tizio semplice, non ce la fa a fare ragionamenti complicati. Scrive un paio di lettere, una alla sua Regia Marina e una alla moglie. E poi si spara. Questa storia, che qui evidentemente non c'entra un cazzo, me l'ha raccontata un casino d'anni fa un marinaio che si chiamava Walter Ghetti e che era stato pure lui nei sommergibili a quei tempi. Io ce la metto perchè ho letto sul giornale che adesso la marina italiana, per ordine di uno che si chiama Bossi, serve a combattere i poveracci che vanno per mare sulle carrette alla ricerca d'una terra dove campare. Così, se qualche marinaio o ufficiale della marina di ora mi legge, saprà come regolarsi quando dall'Oberkommando arrivano ordini stronzi: carta da cesso. ________________________________________ 25 marzo 2002 - n.119 Pare che la sinistra abbia trovato il suo Kutuzov. Niente pose napoleoniche, toni pacati, parole ben meditate e poche, nessun autocompiacimento, fermezza. L'opposto di quello a cui eravamo stati abituati in questi ultimi anni, quando caratteristiche indispensabili dei leader di sinistra sembravano diventate il bon ton in società, la battuta cinica, il cuoco personale, e il pugno di mosche in mano. Non è esattamente il leader che avrebbe voluto darci Berlusconi, Cofferati. Ma è quello di cui avevamo bisogno. Non c'è niente di male a lasciar giocare (ma nella stanza dei giochi, e stando attenti che non si facciano del male) i Blair pugliesi e i Jospin de noantri: ma per le faccende serie adesso cominciamo ad avere un gruppo dirigente serio e all'altezza della situazione. Visto che l'altra volta siamo stati tanto intelligenti da dividerci fra di noi e regalare il governo a Taormina e Sgarbi, adessò ci toccherà lavorare diversi anni per rimediare il malfatto, alle prossime elezioni. Ma questa è la democrazia: in compenso, ora sappiamo che se non facciamo cazzate siamo tranquillamente in grado di mandare a casa i banditi e di chiudere questa terrificante parentesi berlusconiana. * * * Il popolo della sinistra, spesso ingenuo ma raramente stronzo, e in genere moralmente superiore ai suoi capi, ha dato in queste settimane una delle prove più belle della sua storia. Per anni e anni ha dato pazientemente fiducia alla più incredibile collezione di cinici arroganti e perdenti che abbia mai infestato una sinistra europea. Questo per disciplina, perchè la prima cosa è l'unità - antichissimo insegnamento - e la gente seria non si ribella ai propri generali solo perchè hanno perso una battaglia. Una battaglia? Una, e due, e tre, e quattro - e poi sentirsi dire anche che si perde perchè non si imita sufficientemente il nemico. Alla fine, la pazienza dei pazientissimi è saltata. Sarà stato Moretti, sarà stata qualche altra goccia che ha fatto traboccare il vaso, fatto sta che a un certo punto il popolo della sinistra, senza agitarsi troppo, ha deciso che la pazienza era abbastanza e che era arrivato il momento di cominciare a cambiare rotta. Senza panico e senza confusione, ha preso i propri litiganti generali e generalissimi, li ha depositati delicatamente in un angolo, e ha cominciato a inquadrarsi spontaneamente per affrontare il nemico. La prima battaglia grossa - poteva benissimo abortire, finire nel solito giro di chiacchiere: invece è stata tranquillamente combattuta - è stata questa dell'articolo diciotto. È una battaglia sola, certo, ce ne vorranno altre - quattro anni di battaglie, per la precisione - prima di liberare il paese da ciò che l'infesta adesso: ma abbiamo cominciato bene. Dopo anni di vergogne, di inciuci, di velarderie, di rondolini, ecco che finalmente un bel colpo di vento caccia via anche il ricordo di tutta quella gentaglia parassita e perdente e torna a mostrare le belle bandiere e i bei visi della sinistra italiana. * * * Ecco: che cos'erano, i girotondi e le moretterie, il si-salvi-chi-può di gente ormai anziana e allo sbando, o la critica d'un popolo giovane e sano che chiede più serietà ai suoi capi? Adesso ognuno può rispondere a questa domanda. Le critiche e le contestazioni sono segno di vitalità, non di debolezza. È la destra quella che s'irrigidisce nell'obbiedienza al capo, perchè è lei quella che adesso sente il declino. Ed è la sinistra quella che che non s'accontenta di se stessa, perchè sente che sta ricominciando la sua stagione. * * * Non c'è dubbio che, in quest'ultimo anno, fra i valori di parte governativa abbiano cominciato ad essercene alcuni con cui non è assolutamente possibile pensare di dialogare. Penso alla crociate antimagistrati, alle "cannonate in pancia" di Radio Padania, alle esternazioni di Taormina: con faccende del genere, diceva Pajetta, abbiamo smesso di discutere il 25 aprile del '45 e non abbiamo alcuna intenzione di ricominciare. Ma questa è solo una parte piccola dei valori "di destra": la grande maggioranza di coloro che votano a destra è gente forse rozza ma onesta, diversa da noi - ma proprio noi sappiamo che non bisogna offendersi della diversità - e spesso portata alla destra tanto dalle nostre ipocrisie quanto dalla propaganda di Berlusconi. A questi nostri avversari, ma concittadini, è forse arrivato il momento di dire: Amici, noi non vogliamo convertirvi. Vi diciamo semplicemenrte che la sinistra è questa che vedete qui in piazza a testa alta. Non i parassiti, gli ipocriti, gli uomini di carriera: questi abbiamo avuto il coraggio di criticarli pubblicamente, senza paura di fare il gioco di nessuno. C'è andata bene, perchè siamo riusciti a indebolire loro, e a rendere più forte la nostra sinistra. Adesso, però, tocca a voi di destra. Voi avete i Taormina, gli Sgarbi, i Bossi, i Berlusconi. Siete sicuri che siano loro a dover rappresentare la destra? Per noi, non è un problema. Ma per voialtri? O siamo solo noi di sinistra a saper fare pulizia in casa nostra? Noi, a un certo punto, abbiamo avuto il coraggio di ribellarci. Quando lo farete, voi? Pensate cosa vi stanno facendo pensare ora, e cosa invece pensavate dieci anni fa. Sui giudici, sulla mafia, sui politici ladri, su Mani Pulite. Guardate l'intervista a Borsellino, quella vigliaccamente censurata da Lerner. Guardate la faccia di Borsellino mentre parla di Dell'Utri. Io credo che quella faccia vi dica un sacco di cose, solo che non volete accorgervene per non fare "il gioco dei comunisti". Ne vale la pena? ________________________________________ 2 aprile 2002 - n.120 Tecnicamente, è l'assalto a un ghetto. L'assalto al ghetto è una delle consuetudini più organiche a una civiltà occidentale (le epoche senza pogrom sono parentesi della storia) e s'inserisce perfettamente nel clima di raccoglimento spirituale del periodo pasquale. I fedeli dentro il recinto, con la loro identità-religione ad uso interno, che li rassicura. Gli altri sospinti fuori, in un deserto impreciso, da dove forse torneranno un giorno ma oggi ribollono in odio impotente. Oggi, con i malvagi sotto pogrom e i buoni sostenuti dalla Forza, il mondo è luminoso: possiamo tranquillamente sgozzare i nostri agnelli al nostro totem, nella gloria della nostra tribù, finchè la ruota ci tiene in alto e il favore del dio ci accompagna. Così cinquemila anni fa, e così adesso. Cambiano dei e tribù e apparenza di nomi, ma la sostanza resta. Una umanità senza dei e senza totem, un mondo in cui le tribù siano rese ridicole dalle città e dalle piazze, è un mondo, con ogni evidenza, ancora di là da venire. Arafat o Geremia, il Tempio o Ramallah, i carri armati di Tshal o le catapulte della Quinta Legione - tutti i particolari si fondono, con evidente equivalenza, nella mente che vorrebbe essere post-tribale e moderna e che non riesce a percepire altro che una continuità primordiale e terrificante. Si fondono le immmagini dei ragazzi, dei giovani, delle donne a cui gli dei tribali non lasciano, come ultima affermazione di vita, che un suicidio di massa per morire liberi e uccidendo. Gli zeloti adolescenti di Giuseppe Flavio, di cui i romani non trovarono, nell'ultima fortezza conquistata, che i corpi insanguinati e immobili, sgozzatisi l'un l'altro per non finire schiavi, sono con ogni evidenza i precursori e i fratelli delle ragazzine che oggi si trasformano in bombe per uccidere uomini, donne e bambini della tribù nemica. Per generazioni, e forse ancora in questo momento, le reclute dell'esercito israeliano sono state condotte là, fra le rovine di Masada, a riflettere sulla storia del loro popolo e a giurare fedeltà ad esso. Ma anche l'altra tribù ha le sue Masada, adesso. Gli dei hanno sete, gli dei unici e gelosi del deserto. Mandano il disperato con le sue bombe, mandano l'auriga del carro armato, esigendo da entrambi il loro nutrimento di sacrifici umani. * * * Non so se Arafat sia ancora vivo in questo momento, ma è certo che, già ora, è morto il popolo palestinese. Il popolo più civile del mondo arabo, quello che non aveva prodotto nè sharia nè pogrom, quello che non è mai stato padrone di giacimenti petroliferi o ma semplicemente di sorgenti ai margini del deserto, quel popolo sta sparendo dalla storia, come sparirono gli ebrei. Tornerà certamente, come tutti i popoli tornano prima o poi. Ma trasformato in un'altra cosa. Nel medesimo istante, ciò che non riuscì agli eserciti arabi per tre decenni - la distruzione dello Stato d'Israele - sta riuscendo finalmente al peggiore nemico che Israele abbia mai avuto, il governo di Gerusalemme. C'era una cosa ed una soltanto che garantiva in ogni circostanza la sopravvivenza d'Israele attraverso le traversie del mondo. Non erano i carri armati, nè i Mirage nè i Phantom nè le protezioni politiche - di per sè contingenti - che i potenti del mondo si degnavano, per proprio interesse, di accordare. L'unica cosa che veramente garantiva Israele era la continuità della sua storia, da Gerusalemme a Gerusalemme. Per oltre duemila anni, attraverso le traversie, il popolo d'Israele era rimasto se stesso, in una continuità commovente e invincibile che ogni essere umano era in grado di riconoscere a prima vista. Israele-Europa, Israele di Einstein, Israele di Chagall e di Freud, cuore del mondo e mente dell’occidente: tutto questo s'è rotto, e la continuità s'è spezzata. Lo Stato d'Israele, oggi, non rappresenta più che se stesso. Non più la lunga storia degli Ebrei, non più l'Olocausto: solo uno dei tanti staterelli mediorientali, mezzo tecnologici mezzo tribali, che cercano di farsi strada verso un potere regionale di cui, al resto dell'umanità, non importa niente. La Grande Siria, la Nuova Turchia, il nuovo impero iraqeno, la Grande Israele: di tutte queste puerili e sanguinose costruzioni politiche - tipicamente mediorientali - nessuna, a nessuno di noi, dice niente. Nessuna di esse ha alcunchè in comune con Einstein o con Freud, o con la cultura yddish, o con Anna Frank. Equivalenti una all'altra, la loro sopravvivenza è affidata alla fortuna militare di questo o quel momento, e a null'altro che questo. Fino a pochi anni fa, non era così: gli errori d'Israele venivano considerati con uno sguardo diverso da quello degli altri, da Israele ci si aspettava sempre - alla fine - qualcosa di diverso e di umano. Ora non più. Questo patrimonio, disperso da Sharon, è quello che Israele, e solo Israele, e a carissimo prezzo, possedeva. È stato gettato via. E tutti ne prendono atto. * * * I meccanismi, nelle fasi finali, si semplificano. E quello che ora governa Israele/Palestina è di una semplicità nitidissima, visibile a ciascuno che non vi sia dentro. Vi sono due bande di assassini, i capi di Hamas da un lato e gli uomini di Sharon dall'altro. Questi due gruppi, che considerano i rispettivi popoli nient'altro che carburante per le due guerre sante, si sostengono, con ogni evidenza, a vicenda. Uno ammazza innocenti per dar modo all'altro di ammazzarne alla sua volta, e dunque avere il pretesto per ammazzare ancora. Non è possibile che costoro non abbiano, in questa coincidenza di interessi, dei rapporti clandestini fra loro. Sono infatti, con ogni evidenza, alleati. Coloro che si opponevano (i Rabin e gli Arafat dei due campi) sono stati da tempo o emarginati o uccisi dai rispettivi falchi. * * * Esistono trentasei uomini sulla terra sui quali l'occhio di Dio si posa quando medita di porre fine al mondo. Il sangue e l'odio crescono, e il vecchissimo Dio ne è molto stanco: forse è stato un errore creare gli uomini, forse l'orrore umano non verrà tollerato più a lungo. Sono solo in pochissimi, fra i creati, a vivere secondo la pietà e la legge; sono questi pochissimi - la tradizione chassidica ne fissa il numero in trentasei - a chiedere compassione per tutto il mondo. Ignorati da tutti, senza potere, oscuri, i Trentasei si accollano tutti gli odi e le ingiustizie di tutti, senza chiedere nulla, trattenendo col proprio esistere l'apocalisse già pronta nella mente del dio. Quando ne muore uno un altro - affinchè il numero sia sempre pieno - si avanza a prendere silenziosamente il suo posto. E così il mondo, nonostante tutto, sopravvive ai suoi delitti. Questi giusti, oggi, hanno i volti anonimi dei vecchi soldati d'Israele che a viso aperto rifiutano di sparare sulla folla "nemica", o dei giovani pacifisti che da ogni parte d'Europa vanno con immenso coraggio a interporsi fra la carne viva e i fucili. Nessuno di loro è un vincitore, adesso, nè può materialmente opporsi ai carri armati e alle bombe. Ciascuno di loro però è una testimonianza d'Israele, dell'Israele come fu vissuta per duemila anni in giro per tutto il mondo e tramandata nell'esilio e sognata "un giorno a Gerusalemme"; ben diversa dalla feroce caricatura di ora. Forse, grazie a quei giusti, da tutto questo macello un giorno sopravviverà qualcosa. È l'unica speranza, poichè tutte le altre sono ormai fallite. 22 aprile 2002 - n.123 A proposito di Bossi, è arrivato il momento - evvia, ormai il suo lavoro l'ha fatto - di rendere finalmente pubblica la verità. Me la sono tenuta sul gozzo per tutti questi anni, ma adesso è il momento di parlare.. Nel 1975, Umberto Palmiro Bossi (il secondo nome, da un certo punto in poi, smise di usarlo per motivi che capirete) fu convocato dal Responsabile Agit-Prop della Sezione del Pci di Varese, a cui allora era iscritto. Il Bossi, a quell'epoca, era un semplice onesto militante come tanti altri. Dava i volantini contro i padroni, come tutti, e una volta tenne un piccolo comizio davanti al Bar Sport di Colgate per difendere un un amico (tale Alfio La Barbera) a cui uno stronzo fassista aveva dato del terun. Solo quella volta, perchè in realtà Umberto Palmiro era un ragazzo timido e per fargli dire due parole in pubblico dovevano proprio tirargliele con le pinze. Però i suoi superiori erano gente sveglia, e si accorsero lo stesso delle potenzialità rivoluzionarie del ragazzo. A quell'epoca ogni sezione del Pci aveva fra i suoi dirigenti, per regolamento, un agente del Kgb o di qualche altro servizio segreto communista. Costui non parlava mai tranne che in riunioni clandestine e ristrette, non veniva mai mostrato in giro e di notte veniva messo a dormire nel ripostiglio della sezione, fra le bandiere rosse e i secchi di colla. Era lui, in ciascuna delle ottomila sezioni communiste d'Italia, che in realtà dava gli ordini, che riceveva ogni quindici giorni, per via piccione viaggiatore, dalla Sezione Agitazione e Propaganda del Kgb. Il responsabile della sezione di Varese si chiamava Ivanov e era un communista ferocissimo ed astuto. Il compagno Ivanov convocò il compagno Bossi.. "Cuompagno Buossi!". "Agli ordini, compagno!". "Ascuolta, tuovarisc Buossi. Debbo dirti un segrueto!". "Si?". "Fra trent'anni non ci sarà più partito communista!". "Nooo!". "Si cuompagno, sarà così, fra trent'anni niet kuommunismo e niet gloriuosa Unione Suovietika!". "Non ci credo!". "È cuosì, cuompagno. Nuostri infallibili scienziati suovietici hanno inventato makkina per predire futuro! Kuommunismo suovietikuo fatte truoppe kazzate, finito!". Il Bossi si mise a piangere disperatamente. "Aspuetta, cuompagno Buossi! Non è tutto puerduto! Un uomo salverà il kuommunismo, perluomeno in Italia. E tu sai ki kuell'uomo noi abbiamo deciso ke può essere?". "Chi?". "Tu, cuompagno!". "Io?". Da quel momento la conversazione proseguì a bassa voce, talmente bassa che non sono riuscito più a sentire niente. Vedevo soltanto il compagno Ivanov che spiegava qualcosa e il compagno Bossi che assentiva con grande cenni della testa. "Alluora, cuompagno Buossi, hai kapito tutto? Più gruosse sono e meglio è. Kuando kazzate saranno sufficientiemente grosse e numerose e gente sarà dunkue sufficientiemente incazzata, alluora kuommunismo in Italia tuornerà infallibilmente!". * * * La mattina dopo il Bossi andò al Bar Sport senza fazzoletto rosso al collo e senza l'Unità regolamentare. Dentro c'erano già il Gaita, il Rodeulf, il Padula e naturalmente l'Alfio, tutti già attorno al biliardo con le stecche in mano. "Ecco l'Umberto! - fece Alfio - Possiamo cominciare!". "Io non gioco!". "E perchè non giochi?". "Mi non gioco a billliard con i terun!". "Ma Umberto,.che cazzo ti ha preso stamattina?". "Zitto tu che sei venuto da Agrigento a portar via il lavoro a noi pasquani! Colpa dei communisti che ti hanno lasciato entrare in Pasquania!". "Pasquania? E che cazzo è?". Umberto, perplesso, si frugò nelle tasche e tirò fuori il taccuino su cui a ogni buon conto aveva segnato i passaggi salienti delle istruzioni del compagno Ivanov. "Padania, volevo dire. Tu sei un terrone e i communisti ti usano per invadere la Padania". "Ma Umberto - fece il Gaita a questo punto - ma non siamo noi, i communisti?". "Non più! Basta con queste cazzate - occhiata al taccuino - veterostaliniste e giacobbine. I communisti sono la rovina della Padania, ecco che cosa sono! Basta coi communisti e i terroni, Pasquania... Padania indipendente". "Ma va a dà el cuu - fece il Rodeulf, che fino a quel momento non aveva detto una parola - Io non ci capisco una sega di tutte queste cazzate ma mi sa che sei diventato un politico e che fra poco vieni a cercarci il voto come gli altri. Sai che ti dico? Ce la facciamo noi quattro, sta partita, e tu intanto ti fai tutte la Pasquania che vuoi". "Padania!" sbraitò l'Umberto e uscì dal locale. Purtroppo il compagno Ivanov aveva progettato bene, e già un paio di mesi dopo sulla casa di ringhera dell'Alfio qualcuno già aveva scritto col gesso il primo "via i terroni". I voti, l'Umberto ex Palmiro, se li cominciò a cercare davvero. E qualcuno, al Bar Sport, lo cominciò pure a votare. E passarono gli anni. Questa fu la fase uno. Nella fase due (diligentemente prevista dal Progetto Ivanov) l'Umberto, ormai capo-partito e senatore, battè diligentemente tutti i bar sport della regione annunciando che i politici erano tutti ladri e che ormai era il momento di rimandarli tutti a Roma, dove avevano imparato a rubare. E siccome di politici ladri, specialmente in quei tempi, non c'era affatto carestia la gente cominciò a dargli un certo credito. "Tutti ladri! Roma ladrona! Abbasso Berluskaiser! Viva Di Pietro!". La fase tre scattò, come previsto, al momento opportuno. I politici, spiegò Bossi (consultando ogni tanto il taccuino del compagno Ivanov) non erano tutti ladri; erano bensì i magistrati communisti che volevano farli passare per ladri, ma loro in realtà erano tutte persone onestissime e perbene, col solo difetto di non volersi calare le braghe davanti all'odiosa dittatura communista che dominava spietatamente il paese. "Tutti santi! Abbasso i maggistrati communisti! Viva Berlusconi! A morte Di Pietro!". Adesso l'Umberto non comiziava più al bar sport di Colgate, ma in piazza Duomo a Milano e nelle televisioni; non girava più in centoventisette ma, come tutti i politici, in mercedes di lusso con l'autista (un autista nuovo, tutto azzimato, fornito da Berlusconi; quello della centoventisette se n'era andato, deluso, da molto tempo). La gente non è mai cretina del tutto per tutto il tempo, nemmeno in Pasquania, e i voti per la Pasquania Libera, che prima erano moltissimi, adesso diminuivano continuamente. La cosa però aveva poca importanza perchè, essendo ormai al governo, l'Umberto poteva ormai fregarsene di quel che pensava la gente. E a questo punto, del resto, stava ormai per partire la Fase Quattro. * * * Come il compagno Ivanov (da tempo riciclatosi in Manager della Caspian Petroleum SpA) aveva lucidamente previsto alla fine la gente, rimbambita dalle cazzate dei communisti e soprattutto dai lussi megagalattici che gli apparatniki del partito si concedevano sempre più frequentemente (ce ne fu uno a un certo punto che camminava solo con scarpe da un milione l'una), cominciò a schifare il communismo e ogni cosa che anche vagamente gli si apparentasse. Democrazia, senso civile, politica: tutta roba da communisti. Ci siamo stufati di tutto questo: vogliamo un governo non politico, che non ci rompa le scatole e che ci lasci dormire. Un governo che ci faccia almeno qualche bella promessa il sabato; lo sappiamo già che il lunedì ci tocca rimetterci alla carretta; ma almeno, la domenica, passiamola con un po' di speranza. Un governo-Sisal, insomma. E questo governo fu fatto, e andò avanti. Altoparlanti, televisioni, scritte sui muri, giornali - tutto ripeteva in continuazione che domenica prossima, sicurissimamente, sarebbe uscito il numero fortunato; e la gente, senza crederci, ci credeva. * * * La cosa sarebbe potuta andare avanti molto a lungo. Ma i compagni sovietici, forti di un'esperienza secolare, non a caso avevano mandato il compagno Ivanov a reclutare l'uomo opportuno. "Perchè sappiate, cuompagni, che l'arte del rivuoluziuonario tiene cuonto di tutto e sa sfruttare per la causa ognunque e qualsiunque elemento" (Susl., Dottr. del Comm., IV, 16, 240). E ancora: "In verità, cuompagni, deve ancuora nascere il pork kapitalist che ce la metterà in kwel post" (Brezn., Man. Agit., VI, 13, 190, tomo secondo). Ed ecco: appena il capo del porco governo capitalista diceva (purtroppo i governi capitalisti devono far contente le confindustrie, ogni tanto): "Lavoratori, lunedì sera purtroppo dovrete prenderla un momentino in quel posto lì", immediatamente l'Umberto - che s'era abilmente intrufolato nel governo - afferrava il mocrofono e sbraitava: "E senza vaselina! Avete capito, stronzi? Vaselina, niente!". Ora voi capite che, di fronte a una cosa di queste, i lavoratori ci restavano anche un po' male. E certo la popolarità del governo non ci guadagnava. Il che era esattamente ciò che aveva callidamente previsto, a suo tempo, il compagno Ivanov. "Bisognerebbe annegare qualche extracomunitario, ogni tanto". "No! Bisogna affogare TUTTI gli extracommunitari! Cannonate in pancia, altro che cazzi!". E un altro punto in meno per il governo. "I magistrati ce l'hanno col governo perchè sono communisti". "Brigatisti, sono! Aboliamo i magistrati e mettiamoci gli sceriffi!". "Licenziamo Santoro!". "Nein! Fuciliamolo senz'altro!". E vai. Insomma, a ogni cazzata che il governo diceva il Bossi vedeva, raddoppiava, rinterzava e ci aggiungeva il carico a denari. Ora, una cazzata va bene, due si sopportano, tre pure, ma insomma quando il governo privatizzò l'aria atmosferica e Bossi, pronto, dichiarò che bisognava anche metterci una tassa, andò a finire come tutti sapete, e come del resto era logico che finisse. * * * Berlusconi, come sapete, fu salvato da Prodi e Cofferati quando la folla invase Palazzo Venezia e adesso fa il presidente dello Stato Libero di Paranà. Dicono che se la passi bene, a parte Garzon che, ostinato, dopo tanti anni si aggira ancora travestito da alligatore da quelle parti nella speranza - finora delusa - di beccarlo. Ferrara è ministro nel governo di centrosinistra, Mentana dirige il Tg1, Lerner Canale 5, io sono disoccupato come al solito e papa Massimo Primo (il primo papa coi baffi nella storia del vaticano: chissà come ha fatto) ha appena nominato cardinale Rondolino. Tutti sono felici e nessuno s'è fatto male: come sempre in Italia, salvo qualche eccezione. L'unico che manca è Bossi. Fu visto l'ultima volta il giorno della Gloriosa Rivoluzione mentre, in piedi su un carrarmato, incitava la folla a fare giustizia del "mafioso capitalista Berlusconi". Poi non s'è visto più. Maroni (che ora è ministro dello Spettacolo) e Castelli (a capo dell'Ente Ponte di Messina) sono convinti che sia caduto combattendo. Qualcuno dice che è semplicemente sparito ma tornerà quando la Pasquania avrà bisogno di essere liberata dalla tirannia di un altro Berluskaiser. Il popolo ha bisogno di miti. Ma nella sala sotterranea del Cremlino, dove il Kgb (l'Unione Sovietica adesso è clandestina: per motivi di opportunità si fanno chiamare Russia e molte cose le fanno di nascosto, ma è sempre uno del Kgb quello che comanda) tiene le sue riunioni segrete, adesso c'è una lapide in più, a destra di quella di Stalin e pochi metri avanti a quella di Suslov. C'è il busto di un uomo dai marcati tratti celtici (capelli ricciuti neri e zigomi sporgenti), con sguardo da visionario e bocca da profeta; sul suo petto brillano l'Ordine di Lenin, la Bandiera Rossa, la Stella di Eroe dell'Unione Sovietica e, più commovente di tutto, un semplice nastrino rosso. "Tovarisc Bossi", c'è scritto sotto. E poche righe in cirillico, che non abbiamo tradotto. ________________________________________ 6 maggio 2002 - n.125 Maggio francese. Ma io quel ragazzino lo conosco: quello piccolo là, che corre diagonalmente verso il corteo, così veloce che nessun CRS e nessun facho di questo mondo potrà mai acchiapparlo. Corre cantando qualcosa di cui distinguo solo le rime in "aire" e in "au": è "svelto, sveglio, spiritoso", e nero; è tanto parigino quanto la baguette o il pavè. Forse si chiama Abdul, forse Ahmed, non lo so; ma in questo preciso momento, il suo nome - vecchissima conoscenza - è Gavroche. * * * Sono stati i ragazzi di Francia, ma più ancora degli universitari i liceali, più ancora dei ragazzi i ragazzini, a mettere nel sacco Le Pen. Le Pen a cui gli adulti della sinistra avevano aperto le porte dividendosi, cavillando, mettendo la testa sotto la sabbia in tutti i modi, e che la destra perbene, quella "tricoloreuse" di Chirac, aveva infine usato essenzialmente come un regalo della provvidenza per mantenere insperatamente la poltrona. Quando la campana ha suonato, la prima reazione degli adulti è stata il panico; quella dei ragazzi, scendere subito in piazza. È stato questo che ha svegliato la Francia, che dormiva: nel giro di ventiquattr'ore, l'unione contro Le Pen è diventata corale. Faceva uno strano effetto leggere gli editoriali ben calibrati del Figaro e di Le Monde, gli interrogativi eleganti, i giochi, le distinzioni; Chirac che fondava il partito di Chirac-uno-e-solo, Jospin che ci metteva tre giorni prima di dire "votate contro Le Pen", l'Arlette oca giuliva che proclamava "abbiamo vinto! il centrosinistra non c'è più"; e in questa vera catastrofe della sinistra e dei moderati, in questa bisanzio politica davanti ai fascisti schierati, arriva impetuosamente dalle piazze l'appello alla lotta dei liceali. "Allons, enfants...": chi ha scritto la Marsigliese davvero sapeva leggere nel futuro del suo paese. * * * La cosa che più faceva impressione, nelle manifestazioni spontanee di queste due settimane, era la sobrietà, la serietà per niente giovanilistica dei cartelli, degli slogan, delle canzoni. A differenza dell'altra volta, quando nei manifesti di sinistra si invocavano indifferentemente la "cause du peuple" e Mao, con tutto quel di allegro, di giocoso, di simpatico, ma anche di vagamente goliardico che ci stava dentro. "Epater les bourjeois"; donde, alla fine, i Rossella e i Mieli. Ora, invece, nessuno vuole "epater" nessuno; anche nei cortei più giovani, vedi soprattutto una sobria e ferma determinazione. Più "republicain" che "gauchiste" (ma non traducete letteralmente: non è possibile) eppure profondissimamente di sinistra. Ecco: qualcosa di adulto, molto più adulto della sinistra dei "grandi". Nelle scritte sui muri, uno dei più citati è Victor Hugo. * * * (Le Pen: prendete un Bossi, un Sgarbi e un questore Perugini; aggiungete del Deuxieme Bureau e del Sismi e spruzzate un bel po' di padroncino. Mescolate e riscaldate finchè non raggiunge le dimensioni desiderate). (Chirac: beh, un Andreotti senza mafia. Qui d'altra parte mafia non ce n'è, salvo un po' di malavita retrò in Corsica e a Marsiglia che si cerca di usare meglio che si può. Molto meno ironico, comunque, e meno gobbo.) * * * Chirac-Jospin, avrebbe vinto Jospin. Le Pen, vecchio politico, ha giocato su questo e ha sfruttato sapientemente (salvo poi denunciarli per dividere gli avversari) una rete di notabili locali, tollerati o forse anche insufflati dagli ambienti chiracchiani (Le Monde parla senz'altro di utilizzo della massoneria). Chirac, a sua volta, ha lasciato prendere il volo a Le Pen e poi, senza concedere nulla alla sinistra, s'è garantito gratis il suo appoggio per l'elezione, e soprattutto per il dopo; avrà una forte (ma non monolitica, e in buona parte manovrabile) opposizione alla sua destra, ma solo isole sparse alla sua sinistra; le proteste sociali, che egli come ogni altro governante globalizzato mette nel conto, non daranno benzina al pericolosissimo ed efficiente (e, particolare non trascurabile, ugonotto) Jospin ma a un demagogo legato ai "patrons" (monsieur Peugeot è ospite fisso alle feste nel castello di Le Pen) nonchè alla destra cattolica, che dall'Opus Dei in poi non è priva di ascolto nella Curia romana. Di fronte a questi due politiciens efficientissimi e spietati (e mascalzoni: il carnet penale di Le Pen e quello di Chirac gareggiano in "escroqueries" di milioni), gli uomini della sinistra hanno fatto la parte degli sprovveduti. Jospin, sicuramente di sinistra e ottimo amministratore, ha semplicemente dimenticato il fatto di avere metà della sinistra fuori dal suo partito e un terzo della società fuori dalle sue provvidenze sociali. Questa metà della sinistra e questo terzo della società se ne sono andate per conto loro senza che egli minimamente se ne accorgesse o tentasse qualcosa per legarle - come gli era possibile - a sè. * * * ("Je n'ai volu pas voter, c'est la faute a Voltaire, je n'ai vu pas le facho, c'est la faute a Rousseau..."). * * * Trotskisti, comunisti, verdi, radicali (l'elenco non è in sè dispregiativo, anzi: la sinistra plurale è una bella cosa) e quant'altro, con la loro felice irresponsabilità, hanno fatto il resto: ciascuno deciso a guadagnare il più possibile in termini di visibilità personale, nessuno preoccupato dell'immediato - e non percepito - pericolo comune. (Delle liste giulive francesi, ben tre si richiamavano al trotskismo: ignorando che nella realtà il Trotski vero si battè disperatamente per indurre socialdemocratici e comunisti tedeschi a far fronte unito contro i nazisti). È come se, in una città liberata dai partigiani dopo aspri scontri, i garibaldini pensassero per prima cosa a organizzare una bella sfilata con tanto di bandiera in testa; e intanto quelli di giustizia e libertà facessero un bel comizio sugli ideali repubblicani, i badogliani l'alzabandiera con tromba e così via. E mentre tutte queste belle e gratificanti - per i comandanti - cerimonie si susseguono, nessuno resta a presidiare le strade e i posti di blocco in periferia: tanto i tedeschi, si pensa, sono ancora lontani. Solo i ragazzi, in Francia, hanno percepito subito e pienamente la gravità del pericolo. Non hanno perso un attimo a discutere il se e il come. Sono corsi subito in piazza, tutti insieme. Sono stati loro gli unici saggi, l'unica vera sinistra. * * * ("Ecco un altro scellerato". "Ma guarda un po' che furfante d'un moccioso!". "Non son tranquilli se non rovesciano l'autorità!". Gavroche, sdegnoso, si limitò, per rappresaglia, a sollevare col pollice la punta del naso aprendo tutta la mano). * * * Non è più possibile usare le elezioni come momento di autoriconoscimento di nicchia. Tutte le elezioni, ormai, sono dei referendum. Non c'entra il sistema elettorale; il bipolarismo, è nella struttura. La società è è cambiata, la democrazia non è affatto più il suo stato naturale. Siamo - padroni contro masse, napoleoni terzi contro cittadini - molto più dentro Marx di quanto ci piacerebbe credere. Siamo spaccati in due classi, con l'unico problema che, per nostra pigrizia, non sappiamo più quali esse siano. Un giorno, torneremo a saperlo. Nel frattempo, però, dobbiamo difendere i diritti minimi e la democrazia. Questo, qui ed ora, comporta l'unità. Essa nasce più facilmente fra i giovani e fra i senza-diritti che non fra gli integrati e gli adulti; più facilmente nella strada che fra i partiti. Essere "di rifondazione" o "dei ds" implica, in senso politico, un privilegio. Essere "di sinistra" invece implica rimettersi in gioco, a pelle nuda. Qui ed ora. In Francia i ragazzi semplicemente "di sinistra", nei fatti, sono stati molto più di sinistra della sinistra targata. C'è un senso profondo, dentro di ciò. * * * La globalizzazione, infatti, è anche questo. La democrazia elettorale, in cui siamo cresciuti, è sotto tiro esattamente come le nostre vecchie osterie, che vengono trasformate in McDonald. Le elezioni, che un tempo erano delle feste popolari in cui ogni sfumatura politica trovava posto, adesso sono state trasformate di fatto in referendum (quando va bene: il presidente degli Stati Uniti viene eletto da magistrati). A me questo non piace. Ma non posso ordinare tortellini al sugo in un McDonald. E non posso far finta che l'elezione-referendum siano ancora le elezioni a tutto campo di prima. Posso scegliere solo, rudimentalmente, fra freno e acceleratore. Posso solo evitare di finire sfasciato contro un muro. È la situazione dell'Ottocento: si votava sì, ma si votava solo fino a un certo punto. Non c'era il suffragio universale e non votavano - per esempio - le donne. Oggi, gran parte della popolazione è esclusa di fatto, con l'alienazione culturale, dal diritto al voto. E il voto è limitato a occasioni sempre più circoscritte, in cui peraltro le opzioni sono poche, generalissime e raramente coincidenti con le scelte concrete che la società via via va affrontando. Ma allora... La sovranità popolare, la scelta dei cittadini, il diritto alle idee? Un giorno, quando saremo riusciti a conquistare qualcosa di analogo a quello che fu allora il suffragio universale (quando cioè saremo in grado di utilizzare per la democrazia le tecnologie) potremo tornare a usare pienamente le elezioni. Oggi come oggi, sono solo un momento in cui si dice sì o no e le gradazioni intermedie non sono ammesse. Servono solo per la difesa, e vanno vissute con serietà e senza illusioni. Come per i lavoratori dell'ottocento, però, le cose non finiscono qui. La società civile è sempre più regno nostro; è nostra la possibilità di riorganizzare, giorno per giorno, il lavoro; è nostra, soprattutto, l'economia reale. Basta infatti un tre-quattro per cento di spostamento nel consumo di un dato prodotto perchè l'azienda che lo produce - e che detiene il potere reale - vada in crisi. I compagni, nell'ottocento, lo sapevano bene: facevano le elezioni ma anche, e soprattutto, le cooperative, i sindacati, i boicottaggi. Questa è la strada. Su questi terreni possiamo non solo contrastare efficacemente la destra, ma anche mettere in condizioni di non far troppo danno i vip, i fighetti e i baroni della stessa sinistra. * * * Di boicottaggio, in particolare, si comincia a parlare appena ora. Se ne parla in termini ancora politichesi e poco comunicativi (l'elegante "pasta Cunegonda" di Umberto Eco) ma se ne parla. Cambiamogli nome, troviamo qualcosa di più "moderno" e immediato; facciamo dei comitati etici non di sinistra, ma indiscutibilmente indipendenti; facciamo campagne non contro "i padroni" in genere o contro Mediaset o Berlusconi ma contro degli episodi (pochi e ben scelti) assolutamente evidenti di uso stronzo del meccanismo pubblicità-potere; poniamoci l'obiettivo *realistico* di raggiungere quel tre-quattro per cento, per una decina di aziende precise, entro non più di un anno. Questo lo possiamo fare. * * * Va bene, basta così. "Il dibattito no!". Chiudiamola sui visi dei ragazzini di Parigi, bianchi, neri, marroni, di tutte le gradazioni. Un corteo più rivoluzionario ancora dei miei, che erano di un colore solo e dentro di sè nascondevano anche facce di futuri licenziapopolo e notai. C'è stato un momento in cui ho avuto l'impressione precisa di essere uscito un attimo dal corteo - "compagni vado a comprare il tabacco e torno". Il tempo di andare e venire, ed erano passati trent'anni. Ma mi son messo a correre, ed eccomi di nuovo là dentro. "Ce n'est – qu’un debut". Sì, comincia ora. ________________________________________ 13 maggio 2002 - n.126 Sinistra. Qualche settimana fa, l'onorevole D'Alema aveva annunciato di essere in procinto di partire per un lungo viaggio nelle lontane Americhe, che lo avrebbe tenuto per un tempo indefinito lontano dall'ingrata sinistra italiana. commentatori avevano parlato di una sorta di esilio autoimposto, dottamente citando l'ostracismo che gli antichi greci infliggevano a quei personaggi che, lodevoli in sè, avevano tuttavia una statura politica tanto eccelsa da disturbare l'eudaimonia del demos e della polis; e avevano fatto i nomi di Aristide, di Temistocle e di Cimone (che però, prima di beccarsi l'ostracismo, avevano fatto un culo così a Forza Serse). A questi illustri nomi si sarebbero potuti aggiungere quelli di Solone ateniese e Licurgo spartano, che avevano scelto l'esilio per obbligare moralmente gli iscritti a non cambiar nulla, in loro assenza, all'eccellente andamento dei partiti da essi fondati; oppure, più modernamente, quelli di Santorre di Santarosa, di Byron, addirittura di Garibaldi. Comunque, questi sono dettagli. L'essenziale era che D'Alema, come tutti ci aspettavamo, partisse per l'America e ci restasse. Mentre invece D'Alema è ancora qui. Escluso che dalla sinistra italiana si sia levato un coro di "resta, resta!", cosa mai ha impedito all'onorevole di porre la sua esperienza al servizio dei democratici americani? L'impedimento - siamo in grado di rivelare in esclusiva - è stato tecnico ed ha a che fare con la natura imperialistica del bieco capitalismo ammericano. Quest'ultimo infatti da molto tempo, per impedire a D'Alema e Velardi di rivoluzionare anche il nuovo continente, aveva stabilito una legge secondo cui nessun communista può mettere piede negli Stati Uniti; il senatore McCarthy, una sorta di McStalin locale, ne era stato il promotore. Così, quando il nostro si è presentato (completo di mazze da golf, berretto da navigatore, camicia hawaiana, cuoco personale e psicanalista del cane) a Ellis Island, il funzionario della dogana ha detto: "Sorry. Lei non può sbarcare". "E perchè?". "Because you are... communist". Dopo qualche minuto (il tempo per la traduzione di quell'orribile parola) D'Alema, uomo di mondo, ha abbozzato un sorriso. "Ma via, vogliamo scherzare! Ma guardi un pò: mezzo milione la camicia, seicentomila il berretto firmato, le scarpe un milione l'una - guardi, le faccio vedere pure gli scontrini - e lei pensa che io mi metta a fare il communista? Su, siamo seri, mi lasci passare!". "I’m sorry. Qui c'è scritto che lei è the president of left democratic party, che fino a poco tempo fa aveva una falce e martello nello stemma...". "Sì, è vero... ma ce l'ho levata io!". "Non conta. La nostra ambasciata comunica che lei ha in più occasioni dichiarato che intenderebbe difendere i diritti dei lavoratori...". "Vabbè, cose che si dicono... sa, in politica...". "Il nostro presidente dice che lei vuol fare del male al povero mr Berlusconi...". "Ma se l'ho salvato io, quell'imbranato, dalla rovina!". "E lei ha pure criticato la posizione del governo americano sui bombardamenti afgani...". "Certo! Non si bombarda così senza coinvolgere le forze democratiche e di sinistra! Altrimenti va a finire che si buttano giù solo bombe rozze e di destra, mica bombe democratiche e intelligenti! Clinton sì che sapeva bombardare!". "Lei ha parlato male anche dei nostri amici di Cosa Nostra...". "Sì però guardi come ho ingabbiato Caselli e gli altri giacobbini!". "Ha detto che il governo italiano è troppo filoamericano...". "No, troppo filotexano! Nessuno pensa più in Italia alla California, all'Arkansas, alla Carolina... Così rischiamo di non essere ammessi mai nell'Unione!". "Sorry, mr D'Alema. You are communist and the communist perde the hair but not the vice...". "Ma guarda tu che ingrati questi ammericani! Ma insomma che deve fare un poveraccio per farsi accettare? Bombardare Cuba?". Ma il funzionario aveva già chiuso lo sportello. "A Dalè - disse a questo punto Velardi - e che te ffrega? Tanto, l'ammerica, ce la troviamo noi a casa nostra! Basta qualche altra cena là a casa de Letta...". "Hai ragione - disse D'Alema - Ma è per una questione di principio. Non si può andare avanti così, con 'ste prepotenze. Poi dice che uno si butta a sinistra". ________________________________________ 20 maggio 2002 - n.127 Falcone. Nessun popolo ha mai avuto giudici tanto appassionati e fedeli quanto il popolo siciliano. Nessuno li ha mai traditi tanto. Noi siciliani, che un tempo - nella nostra rozzezza - non cedevamo ad alcuno in dignità e coraggio, oggi ci spintoniamo l'un con l'altro per giungere primi a leccare le scarpe dei nemici di Falcone. Per questo, fra tante voci di ipocriti e di patteggiatori che con commosse parole celebrano l'anniversario di Falcone, non ci sarà la nostra. Noi siciliani dovremmo infatti avere in questo giorno il pudore - almeno quello - di starcene zitti; o di covare in silenzio il dolore e la determinazione. Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro, Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Cusina, Vincenzo Li Muri e Claudio Traina: questi nomi - magistrati famosi e umili soldati - sono l'unica cosa che un siciliano possa scrivere oggi, dieci anni dopo, per ricordare e per continuare. * * * Dieci anni dopo la morte di Falcone, mezza Sicilia è - come sempre - in rivolta per l'acqua. L'acqua non mancherebbe, chè non mancano i fiumi. Ma la speculazione sull'acqua è sempre stata uno dei business della mafia. Pochi mesi fa, nella diga dell'Ancipa - la principale - diversi milioni di metri cubi d'acqua sono stati scaricati in mare per il mancato funzionamento di una valvola da dieci euri. Questa notizia, che i nostri lettori avevano avuto tempestivamente, è stata a suo tempo ignorata dalla stampa nazionale. In Sicilia, è stata data solo dall'edizione regionale di Repubblica. Poichè quest'edizione, per accordi con l'editore Ciancio, non viene diffusa a Catania, ecco che metà dei siciliani (e tutti gli altri italiani) sono stati tenuti all'oscuro di ciò che succedeva alla loro acqua. Così come è stata tenuta sottotono la polemica fra il governo regionale e il generale dei carabinieri Jucci, cui il precedente governo (di centrosinistra) aveva affidato l'emergenza acqua. Jucci aveva lavorato presto e bene, denunciando gli interessi e proponendo sanzioni e provvedimenti. I siciliani, però, avevano votato massicciamente per gli esponenti di Berlusconi ("convivere con la mafia") i quali, per prima cosa, avevano mandato a casa Jucci. Anche Dalla Chiesa, appena arrivato a Palermo, per prima cosa aveva fatto censire i pozzi della provincia per mettere in piedi un approvvigionamento regolare. Le proteste dell'ufficiale avevano trovato pochissima udienza sulla stampa locale e nazionale. Oggi in metà delle città siciliane l'acqua arriva poche ore al giorno, e i contadini sono costretti a comprarla dai mafiosi. Il resto sono chiacchiere: i siciliani, del resto, hanno diritto di voto e hanno votato - nella loro furbesca coglionaggine - per restare all'asciutto. * * * Come si stava bene in Sicilia quando c'erano i Cavalieri (quelli dell'apocalisse mafiosa), dice l'editorialista del principale giornale siciliano, Zermo; e non gli risponde nessuno, salvo il solito "ossessionato dalla mafia" Claudio Fava. Che fesseria in sostanza l'illusione (dice l'editorialista del principale giornale italiano, Merlo) dei "professionisti dell'antimafia" di cui già parlava Sciascia. Che belli quei vecchi pezzi da novanta del "Giorno della Civetta": mafiosi sì ma insomma "uomini di rispetto" con cui si poteva dialogare alla pari, guardandosi rispettosamente negli occhi da baffo a baffo. E che bella antimafia, quella di Sciascia! Nobile, attenta al folklore, elegante nei circoli perbene; nemicissima dell'illusione (da "professionisti") che il potere mafioso si possa abbattere per davvero, e tutti insieme. * * * Non c'era solo Sciascia in Sicilia, che morì ricco e rispettatissimo e a tarda età e nel suo letto. C'erano anche altri scrittori. Che morivano poveri, dopo essersi venduti la casa per fare i loro giornali. Morivano per la strada, a colpi di pistola. E un'ora dopo la loro morte la mafia giornalista cominciava già a calunniarli per cancellarne anche il ricordo dalla faccia della terra. Anch'essi avevano qualcosa da dire, sui mafiosi. Scriveva - per esempio - Giuseppe Fava: < Sciascia è convinto che la mafia sia un sottile gioco di cervello. La condizione umana non è influente: la povertà, l'ignoranza, il dolore non entrano nel gioco. In nessuno dei personaggi di Sciascia, dietro la violenza, ci sono mai la sofferenza sociale dell'uomo, il dolore dell'individuo, la sua disperazione di potere altrimenti modificare il destino, e cioè gli antichi ed immutati dolori del Sud: miseria, solitudine, ignoranza. I personaggi entrano in scena e sono già disegnati, con tutti i loro abiti indosso, ognuno deve recitare la sua parte già scritta, senza mai spiegare il perchè, essi sono il buono, il cattivo, l'uccisore, il testimone, la vittima, senza mai dare spiegazione, com'è accaduto: per quale dolore, ribellione o inganno quel tale sia nel ruolo di assassino e l'altro in quello della vittima. Sciascia non narra mai di grandi passioni sentimentali. Nel suo universo la donna, come costante essenziale di tutte le altre vicende umane, non esiste. Protagonisti sono i capipopolo e gli assassini, i cardinali, i ruffiani, i colonnelli dei carabinieri, i ministri, i confidenti di polizia, i teologi, i vicerè, gli accattoni: la donna mai! Sciascia non ha un'idea politica precisa. Quasi certamente è convinto che la politica sia un mezzo che la società offre all'uomo per realizzarsi come individuo, non certo uno strumento della società per risolvere i suoi problemi. È una specie di liberale di sinistra, politicamente fermo alla Sicilia del dopo Crispi, nella quale i grandi problemi della società potevano essere risolti dal superiore talento di alcuni uomini, mai dalla trascinante violenza o dalla ribellione e disperazione delle masse. Queste grandi forze possono essere utilizzate storicamente da alcuni individui, mai essere protagoniste. Anche la politica dunque non è uno scontro dei bisogni popolari dell'umanità, che non ha perciò cicli politici in evoluzione, l'uno diverso dall'altro e determinati da nuove, profonde necessità storiche, da un eterno gioco di poche intelligenze opposte. > * * * Facile fare antimafia alla moda, fra scetticismi e cerimonie, alla maniera di Merlo o Sciascia. Facile, e popolare, perchè non fa male a nessuno. Difficile invece, e impopolare come poche altre cose al mondo, fare antimafia vera e concreta - e dunque potenzialmente "eversiva" - seguendo l'insegnamento di uomini come Giuseppe Fava. Eppure, alla lunga, l'antimafia difficile fa più strada. Con quale attenzione e rispetto ascoltavano il nome e le idee di Giuseppe Fava i ragazzi di Catania e Palermo ieri, i giovani matematici della Normale di Parigi o i liceali del "profondo Veneto" di Valdagno oggi! In questi ragazzi, ieri come oggi, c'è tutta la speranza che ci fa respirare. Questione di non disperdersi, di mantenere il filo, non mollare. Ma finchè sulla terra ci saranno menti giovani e cuori non ancora venduti, la lotta contro i poteri inumani - fra cui quello mafioso - non sarà mai chiusa. A queste menti e cuori vale la pena di affidarsi fiduciosamente, con serenità. Un giorno riusciremo a far sgorgare l'acqua dai rubinetti di Caltanissetta. ________________________________________ 27 maggio 2002 - n.128 "Ascolta, Israele...". Gli uomini della Quinta Legione sgozzavano uomini e donne fin sui gradini dell'altare; le trombe di guerra suonavano; ed il Tempio bruciava. Le fiamme, da miglia e miglia, annunciavano la fine d'Israele. Ma non agli uomini pii. Costoro sapevano che il Tempio materiale crollava, non quello vero. Il Tempio nel cuore degli uomini, quello resisteva. Attraversando i secoli invulnerabile, nei villaggi polacchi, sulle strade di Spagna, nei rioni di Roma: le legioni sarebbero diventate polvere, ma il Tempio avrebbe continuato ad ergersi, bianco di umanità e di sapienza, in mezzo al deserto della Storia. Ma ora il Tempio è crollato, è crollato davvero. In un giorno e in un luogo imprecisato di questi mesi, davanti a un gesto che non sappiamo - il calcio di un soldato che butta giù una porta, il colpo di pala d'un bulldozer; chissà. Il Tempio, era quella casupola palestinese, con quella donna atterrita e quei bambini sporchi di terra; là abitava lo spirito del dio d'Israele; se un dio c'è, è là che è stato ucciso. Inconsapevolmente. * * * Il palestinese e l'ebreo insieme con le loro bandiere a Campo dè Fiori. Lea e Ridah che impaginano insieme l'inserto arabo dei Siciliani, "Siqqillya". L'ebreo comunista Terracini, all'alba della mia storia. I redattori di "Window", due anni fa in Israele-Palestina, col loro giornaletto di ragazzi arabi e israeliani che lavorano insieme. La foto del ragazzino di Varsavia, con le braccia alzate, e quella del ragazzo Omar morto annegato per salvare il bambino Gosha, uno arabo e l'altro ebreo. Non ho che queste esili figure da opporre ai generali e agli sceicchi. Figure di creature isolate, di perdenti. * * * E perchè non accettare il piano di pace saudita? O quello di Clinton, qualche anno fa? Perchè scatenare una guerra a morte per difendere gli insediamenti abusivi di cento o duecentomila fanatici religiosi? Perchè buttare nel cesso i miliardi di dollari del petrolio invece di usarli per dare una vita decente ai palestinesi? Perchè distruggere un'economia investendo, anzichè in computer, in cacciabombardieri? Perchè ostinarsi a invocare - da lontano - la fine d'Israele per compattare le folle disperate e sfruttate sulle cui spalle si campa da sceicchi? Perchè non discutere, invece di ammazzare i bambini? Perchè non chiamare un mediatore saggio e attendibile come, ad esempio, un Mandela? Io non riesco più a distinguere le accuse che rivolgiamo - i pochi che ancora ragionano - ai capi delle due parti. I crimini e i machiavellismi degli uni si sommano, non si contrappongono, a quelli degli altri. È un esercizio retorico, distinguerli fra di loro. * * * I giornali ne parleranno sempre meno. Ed anzi, a un certo momento, innesterano i toni dell'ottimismo encomiastico. "I colloqui di pace...". Ma noi sapremo. Sapremo che sotto quei toni falsi e ipocriti la gente di Palestina-Israele, in realtà, continuerà ad essere morta, e a morire. La morte e l'odio piantati in questi mesi non si cancelleranno nel corso della nostra vita. Illudersi, sarebbe un crimine ulteriore. ________________________________________ 27 maggio 2002 - n.128 2 Giugno <terracini@libero.it> wrote: La nostra è una Città in cui si lavora: a comandare, è il popolo e la Legge. Ciascuno di noi tutti ha dei diritti, quand'è insieme con altri, e quando è solo; ciascuno di noi tutti ha dei doveri. Nella Città non c'è uomo nè donna, miscredente o fedele, bianco o nero. I cittadini sono uguali. Tutti vivano nella loro dignità, nè miseri, nè troppo ricchi: a ognuno fraterna dia il suo aiuto la Città. Chi pensa, chi produce, chi lavora, ognuno dia una mano alla Città: lei vuole che nessun rimanga fuori per la pigrizia o per la povertà. È una la Città, ma il cittadino è diverso un dall'altro, al suo paese, nel suo nord, nel suo sud, nel suo dialetto: la Città non ci vuole fatti a schiera. Legge di dei non è legge civile: qui, ciascuno rispetti il dio d'altrui. I boschi, l'aria libera, i poeti, i maestri che insegnano, il sapere sono il nostro tesoro: la Città per tutti loro è vita e libertà. Non barbari, ma uomini civili noi rispettiamo ogni altra città. Ma chi fugge dai barbari, qui trovi casa fraterna, asilo e carità: guai a chi lo scaccia! Offende tutti noi. Non sia guerra fra umani, uomini!, mai. Ragionate piuttosto: noi vogliamo essere i primi a ragionare, e andiamo nel mondo in amicizia e libertà. Nei giorni duri, abbiamo una bandiera che ci ricorda: siamo una Città. ________________________________________ 24 giugno 2002 n.132 A Catania hanno quel maledetto vizio (non dico tutti) di far giornali antimafia: così, quando degli amici mi hanno chiesto di progettargli e firmargli una cosa che si chiama "Controvento", e che doveva andare in edicola oggi, io disciplinatemente ho obbedito e alla fine - ah, il vizio! - m'è anche scappato di fargli un piccolo articolo su una faccenda di Ciancio. Che è, come sapete, il padrone dell'unico giornale ammesso a Catania (gli altri, compresa Repubblica, non vengono nemmeno esposti), nonchè di altri giornali sparsi in tutto il sud. L'amministratore di uno di questi giornali, un certo Ursino, ha avuto dei guai giudiziari; il giornale di Ciancio li ha nascosti e io - in quell'articoletto - li ho raccontati. Ma adesso abbiate un attimo di pazienza e leggetevi l'articoletto. < "Appalti. Il Pm: 25 a giudizio". È il titolo dell'articolo de "La Sicilia" (venerdì 14 giugno 2002, pag. 24) su un caso di giudiziaria catanese: tangenti al Garibaldi, indagini, rinvii a giudizio chiesti dai Pm Marino e Puleio. Il titolo, per quanto povero, è corretto. L'articolo no. Il redattore (anonimo) evita infatti di dare l'elenco dei venticinque personaggi di cui è stato chiesto il rinvio a giudizio, e in particolare nasconde al lettore il nome di Giuseppe Ursino, manager di primo piano nel settore editoriale per conto del gruppo Ciancio, di cui amministra la "Gazzetta del Mezzogiorno". Allo stesso gruppo appartengono il redattore che ha scritto il pezzo, il caposervizio che l'ha passato, il caporedattore che ha dato l'ok e infine il direttore: che in questo caso coincide fisicamente col proprietario del gruppo editoriale in questione. Non è la situazione ideale per far cronaca, d'accordo: ma insomma. > * * * Letto? Bene. I ragazzi del giornale vanno in tipografia, si fanno stampare il giornale, lo impacchettano e lo portano dal distributore - certo Barone - per mandarlo in edicola. A questo punto, sorpresa: il distributore legge il giornale, si ferma sull'articolo che avete letto un momento fa, sobbalza e dichiara che lui contro Ciancio non si mette: e quindi non distribuisce il giornale. Ok. Adesso io sono molto incazzato, non per la storia in sè ma perchè speravo che in vent'anni a Catania qualche piccola cosa fosse cambiata. Siccome fra i nostri lettori ci sono, fra gli altri, autorevoli dirigenti del sindacato dei giornalisti, visto che siamo qua segnalo questo caso anche a loro. A Catania, un editore come Ciancio - quello che difendeva i cavalieri e vietava di pubblicare i necrologi delle vittime di mafia - fa ancora quello che cazzo vuole. Siccome, in quest'episodio, io sono stato personalmente danneggiato, chiedo all'ufficio legale del sindacato di provvedere lui a farmi avere i danni civili dal distributore. E siccome, oltre me giornalista censurato qui siamo stati danneggiati - come cittadini - tutti, chiedo agli amici del sindacato (e agli altri autorevoli esponenti politici che ci stanno leggendo) cosa intendano fare per dare una mossa al monopolio dell'informazione a Catania, che ieri era colluso coi cavalieri e oggi chissà con chi. Aspetto fiduciosamente una risposta. ________________________________________ 1 luglio 2002 n.133 "Ma tu che fai nella vita?". Confesso che sono sempre in difficoltà quando mi fanno questa domanda. Di solito rispondo che faccio lo spacciatore, con ogni tanto un po' di traffico d'armi e qualche puntata nella prostituzione. Purtroppo, alla fine mi hanno sgamato. E vabbene, confesso: faccio il giornalista. Lo faccio da una venticinquina di anni, quando in un momento di debolezza mi hanno consegnato il vecchio tesserino marrone col numero dorato sopra. Ho fatto una mezza dozzina di giornali, avviato alla professione non so più quanti colleghi (forse troppi) e insomma, se volete ingiurarmi adesso sapete che parola usare. Questo per rispondere alla legittima curiosità di un anonimo che, sul Barbiere della Sera, si chiede se io esisto veramente, se davvero sono un giornalista e come mai l'Ordine dei giornalisti non si è mai occupato di me e dei portali che ospitano le orrende cose che vado scrivendo. In effetti sia l'Ordine dei Giornalisti che altre benemerite istituzioni di me si sono occupati più volte, per darmi dei premi (l'ultimo, in Sicilia, alla carriera): insomma, sulla mia esistenza e appartenenza alla seconda più antica professione del mondo non c'è, ahimè, da avere molti dubbi, e del resto io uso andare in giro con un nome e un cognome, cosa che non tutti sempre fanno. Mi pare che come mia biografia possa bastare. Per il resto, rivolgetevi al collega Cervantes che tutto quel che c'è da dire in questi casi l'ha detto meglio di me nella prefazione al volume secondo della sua e-zine. Ma perchè, uno si chiede, col caldo che fa qualcuno deve fare tutta 'sta fatica per minacciarmi, insultarmi ("mattacchione", "goliardo", "provocatore", "pseudogiornalista", "fango sulle istituzioni") e minacciare i portali che si permettono di pubblicarmi? Io vi consiglierei, se in questo momento siete in internet, di cercarvi - a questo punto - un bel sito erotico e fare a meno di perdervi in tutte le storie noiose che sto per raccontarvi. Siete ancora qui? Peggio per voi. * * * Allora: a Catania esiste un vecchio giudice, con la pazzia particolare di voler denunciare per forza le malefatte di vario genere che si verificano persino a Catania (città onestissima e del tutto aliena da ogni legame con la mafia). Le persone serie della città hanno tentato di cacciarlo, facendo intervenire (onestissimi) politici di destra e di "sinistra". La gente s'è ribellata, e non ci sono riusciti. Qualche mese fa il vecchio in questione è regolarmente andato in pensione e, tornato dunque un privato cittadino, ha deciso di impiegare il tempo libero: a) nello studio della letteratura francese del settecento; b) nello studio del caso Catania. Uno di questi hobby, a quanto pare, dà fastidio a qualcuno. Insieme a lui abbiamo quindi messo in piedi un giornaletto locale, che si chiama "Controvento" e non è niente di eccezionale, salvo alcune notizie banali. Per esempio che il principale notabile cittadino, Ciancio, censura sul suo giornale le notizie che riguardano i processi contro i suoi manager. Ovviamente, su "Controvento" si fanno i nomi. Non entro in particolari perchè non voglio tenervi qui troppo a lungo, col caldo che fa. Fatto sta che il distributore, appena ha visto la parola Ciancio, ha deciso di bloccare il giornale ("Uno si talìa la pagnotta. Quello da domani ci può dire: voi non lavorate più"). Banale: ci siamo organizzati fra noi e l'abbiamo portato in edicola direttamente. Poi abbiamo fatto il comunicato per denunciare l'episodio, che a Catania e a Tananarive peraltro è del tutto normale. Il comunicato ha suscitato le seguenti reazioni: solidarietà di un paio di politici (dalla Chiesa e Fava); silenzio del sindacato giornalisti (è estate); solidarietà di Articolo21 di Giulietti e Orlando (l'hanno messo in apertura di portale); solidarietà di una serie di associazioni e siti che hanno ripreso il comunicato; silenzio dei giornali siciliani, che appartengono tutti a Ciancio; un centinaio di lettere di cittadini; e infine la presa di posizione non dico di Ciancio (che col caldo che fa non ha tempo per queste cose) ma di un suo anonimo simpatizzante che ha scelto proprio il Barbiere per garantire "la massima regolarità e correttezza" della situazione catanese e invocare le Superiori Autorità affinchè ci mettano a posto. * * * Ok, basta così. Catania è un posto importante - lo è sempre stato - per gli equilibri nazionali. I pastrocchi e gli inciuci, spesso e volentieri, cominciano da queste parti. Ad esempio quello fra la componente "ragionevole" del centrosinistra e Berlusconi, ieri con la bicamerale e oggi con l'offerta di immunità politica per i suoi processi. Questo punto, sostenuto in passato da autorevoli esponenti catanesi, la settimana scorsa dal "matto" Cossiga e ora dal ragionevole Fini (che ha riaperto la campagna per l'immunità parlamentare), ha la sua importanza. E concorre, secondo me, a gettare un'ombra strana su una città in cui processi contro abusi e intrallazzi di destra e di "sinistra" sono fermi da molto tempo, senza che destra e "sinistra" approfittino delle rispettive magagne per accusarsi reciprocamente. Invece, e stranamente, se ne stanno tutti zitti. Molti anni fa, in Sicilia, c'era una destra (i nobili borbonici) e una "sinistra" (i nobili liberali) che di giorno si combattevano in piazza e di sera prendevano il sorbetto insieme al circolo dei civili. Poi c'era una sinistra irriducibile e screanzata, quella dei contadini ribelli: per i quali i nobili borbonici avevano re Bomba e i nobili liberali Bixio. A noi, più umanamente, entrambi vorrebbero riservare "solo" un po' di bavaglio. Meno male. ________________________________________ 14 gennaio 2002 - n.109 Anzi, 14 gennaio 1936. "Allarmiiiiii / allarmiii / allarmi siam leghisti / terror dei communisti / terror dei moderati / Noi siamo del leghismo gli esponenti / noi siam di Berlusconi i combattenti / lottiam contro i terroni e gl'immigrati / sputiamo sull'Europa e i magistrati / Le donne non ci vogliono più bene / perchè portiamo la camicia verde / Ci dicono che siamo delle merde / ci dicono che siamo da catene / Chi se ne frega! come fidanzata / abbiamo la Padania liberata / Agli ordini di Berlusconi e Bossi / ricacceremo indietro negri e rossi..." * * * Editoriale di Cremona Fascista: "Ma che ci fa ancora il governo a Roma? A Roma ladrona? A un passo da Napoli e Marrakesh? Al nord, il governo, al nord, via dalla terronia! Vogliamo il governo in Padania, ora che quel cagadubbi di Ruggiero, al soldo franco-britannico, non c'è più. A Mantova? No: Mantova è oramai troppo meridionale, al confine di Reggio Emilia, praticamente quasi in mezzo ai communisti". * * * Stefani. "Allo scopo di venire incontro alle giuste rivendicazioni di alcuni camerati, d'ordine del Duce la sede del Governo Nazionale è stata spostata da Roma a Salò. Seguiranno ulteriori disposizioni circa le dislocazioni dei singoli ministeri (Cultura popolare, Culto, Finanze, Welfare, Guerra, Difesa della Razza, ecc.). Firmato: il Capogabinetto, Interlandi". * * * Foglio d'ordini. Nessun rilievo alle dichiarazioni antinazionali del sovversivo Rutelli. Ignorare totalitariamente la c.d. presa di posizione del massone Jospin. * * * Stefani. S.E. il Duce è stato nominato oggi con provvedimento del governo Maresciallo d'Italia e Comandante Supremo delle Forze Armate. * * * Foglio d'ordini. Vanno assolutamente ignorate le dichiarazioni del cardinal Montini a favore dell'ebreo Arafat. * * * Stefani. Nel consegnare le feluche ai nuovi ambasciatori S.E. il Duce, Capo del Governo, Maresciallo d'Italia, Ministro degli Esteri e Comandante supremo delle FF.AA. ha ammonito i giovani che intraprendono la carriera diplomatica a "mantenere l'alito fresco e le mani asciutte", e ciò allo scopo di mantenere alto il prestigio dell'Italia nel mondo. * * * Foglio d'ordini. Recensire favorevolmente, con richiamo in prima pagina e fotografia dell'Autore in evidenza, il volume "La rabbia e l'orgoglio" della scrittrice Oriana Fallaci. Ricordare che esso è disponibile a prezzo ridotto in tutte le sedi rionali del Partito. * * * Stefani. Nel quadro della lotta al terrorismo, il Ministro dell'Interno, presi gli ordini dal Duce, dispone: "Art.1 - Tutti i cittadini di origine islamica sono tenuti a portare ben visibile sulla persona un contrassegno di colore verde. Art.2 - È fatto divieto ai cittadini di origine islamica di assumere al proprio servizio persone di religione cristiana. Art.3 - Le professioni di medico, patrocinatore legale, ingegnere, notaio, insegnante nelle scuole private e pubbliche di ogni ordine e grado sono interdette fino a data da determinarsi a tutti i cittadini di origine islamica. Firmato: Scajola. Controfirmato: Ciampi". * * * Foglio d'ordini. Smetterla di sfruculiare l'alleato Americano a proposito dei pretesi bombardamenti di civili. * * * Stefani. Il vicesegretario dell'Alleanza Nazionale Forzista, S.E. Fini, ha ricevuto ieri il rappresentante degli Italiani In Incognito, cav. Provenzano. * * * Foglio d'ordini. Si dispone: la sospensione dalle pubblicazioni per giorni 8 (otto) de Il Mattino di Napoli a motivo della pubblicazione di una corrispondenza sulla "ripetuta rottura di cordoni" da parte di folla entusiasta durante visita di S.E. Storace a Napoli. * * * Cronaca cittadina (pag.27). Un deprecabile incidente ha interrotto ieri per quasi quindici minuti la circolazione dei tram nel centro di Milano, nelle immediate adiacenze del palazzo di Giustizia. Un anziano signore è stato investito, per tragica fatalità, da un automobile che (probabilmente per una distrazione dello chaffeur) ha proseguito la sua corsa senza fermarsi. Non è stato possibile rilevare il numero di targa nè il colore o il modello dell'automobile, e neanche la direzione presa nella fuga. Attive indagini vengono tuttavia condotte dai servizi di sicurezza e dalla Guardia Padana. Per l'anziano (le cui generalità rispondono a quelle di tale Borrelli Saverio, pubblico dipendente, da Milano) non c'è stato purtroppo nulla da fare. * * * Foglio d'ordini. Si dispone: la chiusura del giornale, la sospensione dall'albo dei giornalisti e l'invio al confino per anni due di direttore e redattori del settimanale "Centonove" (Messina). Motivazione: nell'ambito di un servizio sulla nuova moneta, titolava "Adesso abbiamo tutti bisogno di un borsellino", con la parola "borsellino" scritta con B maiuscola con chiaro intento politico volto a sovvertire le Massime Autorità dello stato. * * * "Se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi, se scappo all'estero dimenticatemi". * * * "Solo la volontà di Dio può piegare l'Italia leghista. Gli uomini e le cose mai". * * * "Dio stramaledica l'Europa". * * * Raccolte dalla polizia: "Ah, se il Duce sapesse!" (al mercato). "Mi ricordo che prima della guerra...". "Pensa che di tutto il governo il meno fascista è Fini...". * * * Riciclata. Due pidocchi scommettono a chi arriva prima a fare il giro della bocca di Sgarbi, da un angolo all'altro. Vince quello che passa dalla nuca. * * * Appunti per la regia. I due leghisti di base li facciamo interpretare, al solito, a Gassmann e Tognazzi. Gino Cervi fa Ciampi. Paolo Stoppa D'Alema. Berlusconi lo prendiamo direttamente dai cinegiornali Luce. Bianco/nero, mi raccomando. Vorrei un primo piano dell'Alfa Romeo con lo scudetto a griglia. Il dialogo fra lui e lei (lui in divisa, il giorno prima di partire, lei coi capelli alla maschietta) col palazzo dell'Eur sullo sfondo. "Parlami d'amore Mariù". Lei fa l'annunciatrice alla radio anzi no, la velina. I vecchi genitori di lui (interno decoroso medio-borghese, con mobili falsi d'epoca e playstation) che guardano i bollettini del Telegiornale. Interno di studi Eiar, telecamere e microfoni a tromba, il collega arrivista e quello iscritto al partito però simpatico, che la corteggia. Il gerarca stronzo (accento meridionale) e l'usciere romanaccio (Fabrizi? ma è una parte molto breve). Folla eterogenea (ma molti neri) alla fermata del tram. Venditori di caldarroste e di Cd piratati, qualche adolescente in divisa, gruppo di ragazze dei call-center a fine turno ("Ma poi lui m'ha mandato un sms", "Difficile che le rinnovano il contratto", "Io invece preferisco la neve", tutto sfumato); postino, prete (o monaca), mamma con passeggino e poi tutti gli altri gente anziana. Primo piano di lei fra la folla mentre sale sul tram. Flash-back di lui che legge (sentiamo le parole sullo sfondo, con la voce di lei) la sua e-mail sotto la tenda in Africa. "Parlami d'amore Mariù". * * * Gli opuscoli antisemiti del Corriere (copertine vivaci) nelle vetrine delle librerie. * * * Poi ci sono le eulire, le mezze eulire, i cinque centesimi un soldo, le nostre truppe in colonia, il biglietto della lotteria da un milione, l'immarcescibile fedeltà all'Alleato, la Fiat a rate, gli annunciatori che con aria entusiasta spiegano perchè tutto va bene. ________________________________________
26 agosto 2002 n.141 Il ragionier Fantozzi, al ritorno dalle vacanze, ha abbassato il finestrino della Bianchina, ha sporto il braccio per prendere il biglietto dal casello... e se l'è sentita afferrare da una mano ferrea. "Agente Mc Pherson della Compagnia Assicurazioni! Lei è Fantozzi Ugo?". "S-sì". "Ah ah! Lei è ricercato per evasione assicurativa! Brigadiere, proceda!". E immediatamente un altro energumeno ha aperto il bagagliaio della Bianchina e s'è preso pinne, maschera, giornali pornografici, radioregistratore e canna da pesca, tutti gli oggetti cioè che costituivano il corredo da beach-enterteinment di Fantozzi. "Confiscati! Le saranno restituiti quando avrà pagato il nuovo aumento della Rca auto! Vadi, vadi!". E fu così che il ragionier Fantozzi seppe che a partire da settembre 2002 l'assicurazione della Bianchina era aumentata del quattrocento per cento, allo scopo di pagare le vacanze dei megamanager delle Assicurazioni Generose. Tornato a casa, Fantozzi trovò sotto la porta una cortese lettera dell'Unità Sanitaria Locale ("Da oggi gli antireumatici si pagano!"), una della sua banca - che non osò aprire - ed una dell'Enel privatizzata che gli comunicava il taglio della luce. "Siamo senza luce! - gridò Fantozzi alla signora Pina - E stasera c'è la partita!". Afferrò convulsamente il vassoio d'argento dono di matrimonio della zia Pia, il Bot e le quattro azioni della New Financing comprati all'inizio del governo Prodi, due carciofi acquistati a suo tempo a scopo di speculazione e si fiondò fuori di casa. Riuscì a piazzare il vassoio al monte dei pegni, il Bot a un cieco che chiedeva l'elemosina a piazza Duomo, fu preso a cazzotti nei denti da un broker a cui aveva cercato di piazzare le azioni che ormai valevano un cent l'una, ed ebbe un vero colpo di culo coi carciofi: a porta Venezia, uno spacciatore gli offrì per i due vegetali mezzo chilo di cocaina purissima (il prezzo dei carciofi era ormai alle stelle) che Fantozzi rivendè poco dopo a un ministro a cui avevano arrestato il pusher che riforniva abitualmente il ministero. Fantozzi riuscì ad arrivare agli sportelli dell'Enel esattamente alle 13.25. "Ecco... qui c'è la bolletta! La prego, mi riattacchi la luce! Stasera c'è la partita!". L'impiegato lo squadrò con disprezzo. "Fa... ottantamila lire, cioè sessanta euri". "Ecco... Ma scusi, ottantamila... Ottantamila lire sono quaranta euri, no? L'ha detto il Governo!". L'impiegato non lo degnò d'una risposta e si limitò a indicargli la tabella appesa alla parete. "Nuove disposizioni. Ecco il resto. Anzi no, non c'è resto". E abbassò il vetro. Fantozzi guardò la tabella. C'era scritto: "Conversione lire-euro" e, in basso e più in piccolo: "Ad uso dei poveracci". "Ecco, vediamo... - lesse faticosamente Fantozzi - dunque... Un miliardo di lire, uguale un milione di euri... Un milione di lire, uguale cinquecento euri... Centomila lire, uguale settantacinque euri.... Cinquantamila lire, uguale cinquanta euri... Mille lire, uguale un euro... Cinquecento lire, uguale mezzo cent e un bottone...". Più in basso ancora c'era scritto: "a partire da gennaio, le pensioni saranno pagate in patacones", ma questo era scritto in caratteri così piccoli che Fantozzi, essendo anche miope, non riuscì a leggerli per niente. D'altra parte, era così eccitato e impaziente al pensiero della partita che non lesse nemmeno tutto il resto del manifesto. La sera, a casa, alle ore venti e venticinque esatte, Fantozzi era sprofondato nella sua solita poltrona, con un pacchetto di patatine pronte all'uso a destra, la coca-cola a sinistra, un'enorme bandiera tricolore fra le braccia, un fischietto, una raganella e un piccolo petardo da mezzo chilo da lanciare dalla finestra al momento del gol decisivo. Si giocava Italia-Tonga, valevole per la semiqualificazione ai Mondiali: l'Italia schierava Vieri, Totti, Luca da Montezemolo, Sabrina Ferilli, Sgarbi ed altri quindici famosissimi calciatori pagati quaranta milioni (di euri) al minuto; il Tonga schierava undici giocatori due dei quali avevano già visto almeno una volta una palla (però da tennis) nel corso della loro vita. "I-ta-lia I-ta-lia". Alle venti e ventinove Fantozzi aveva già cominciato a fare il tifo. Alle venti e trenta il video s'illuminò sinistramente e apparve un'annunciatrice. "A causa dei contrasti emersi fra la lega calcio e la televisione, la partita di questa sera non verrà trasmessa. Andrà in onda invece il documentario: Gli etruschi, antico popolo del mistero". "Aaaarg!". Da tutte le finestre del condominio si alzarono grida di panico, singulti strozzati e ululati, più un colpo d'arma da fuoco (il geometra Spirito, del settimo piano, che aveva trascorso le vacanze sulla poltrona per prepararsi meglio alla partita e ora per lo sconforto aveva cercato di suicidarsi con la pistola lanciarazzi). "Non possono farci questo! Non possono!". Improvvisamente, sullo schermo televisivo di Fantozzi e degli altri centocinquanta abitanti del condominio (e di altri cinquantacinque milioni di italiani che nello stesso momento stavano sbraitando la stessa cosa) si materializzò la figura severa del Supermegamanager Grand'Uff. Min.degli Est. Gran Propriet. SuperPresidente d'Italia. "Cosa, non possiamo, Fantozzi?". "No... ecco... Io volevo dire... io pensavo..". "Lei pensa, Fantozzi? Lei vorrebbe pensare?". "No, ecco... Io... io non mi permetterei... non mi permetterei mai, Eccellenza...". "Volevo ben dire!" fece l'immagine sullo schermo. E si dissolse. Quella notte, attraverso il tam-tam clandestino, gli inquilini del condominio vennero a sapere che il Tonga aveva battuto l'Italia per sette a zero; in premio, il centravanti del Tonga aveva ricevuto una piroga nuova. L'allenatore dell'Italia aveva immediatamente fatto una conferenza stampa per proclamare il proprio diritto alla riconoscenza della nazione. Alcuni dei condomini (quelli che riuscirono a trovare delle dosi a credito) si dettero alla droga. Altri si arruolarono nelle brigate rosse (ma prima dovettero firmare un modulo presso la più vicina sede del Sisde). Altri ancora, seguendo il ragionier Visentin dell'ottavo piano, andarono a cercar fortuna nelle lontane Americhe, e più precisamente in Argentina. Fantozzi vagò da solo per tutta la notte blaterando parole sconnesse ("Avevano ragione gli studenti! Bisogna fare un sessantotto, bisogna!"). Alla fine però la sua educazione cattolica ebbe il sopravvento: si infilò in una chiesa per chiedere perdono al Signore dei suoi pensieri sovversivi. "Scusi, dov'è la fermata del tram?" gli chiese una vecchietta mentre entrava. E Fantozzi: "Là!". Purtroppo, una pattuglia di vigilantes della Militia Christi equivocò la risposta di Fantozzi: "Ha invocato Allah!". "E' un estremista islamico!". "Vuol fare saltare la chiesa con tutto il cardinale!". Fantozzi fu sottratto a stento all'ira popolare, consegnato alle Guardie Padane e da queste all'ambasciata americana, che provvide a tradurlo a Guantanamo. Là ogni giorno un marine grande e grosso lo interroga: "You taleban?". ________________________________________ 9 settembre 2002 n.143 Boh, si torna a scuola. Questa, anche se non sembra, è una notizia. Al ritorno a scuola - al posto in cui vanno tutti i ragazzi, ricchi e poveri, belli e brutti - noialtri ormai ci siamo abituati da sempre, ci facciamo su un bel pò di "signora mia" e ne parliamo col tono insopportabile di "ai miei tempi". Bene, quei tempi sono finiti. La scuola non è affatto più una cosa normale. E' stata normale per un periodo ben definito - diciamo dalla fine dell'ottocento all'altro ieri - ma questa era solo una parentesi della storia. La vera normalità, quella che è stata normale per la maggior parte della storia, è che in autunno *alcuni* ragazzi tornano a scuola e gli altri tornano a lavorare o a stare per la strada. La scuola, in realtà, è un lusso. E adesso, giustamente, lo vogliono far pagare. La scuola di noi ragazzi era stare insieme, crescere in una banda di coetanei e diventare grandi in compagnia. Neanche questo va più bene. Diventare grandi, adesso, dev'essere una faccenda strettamente personale, con premi individuali ben chiari già a sedici, a quattordici, possibilmente a dieci anni. In Giappone i bambini alla fine delle elementari debbono già scegliere una carriera precisa, e se sbagliano sono cazzi loro. Infine: la scuola riguarda tutti, non è una faccenda di famiglia sapere se un ragazzino viene su dritto oppure uno schiavetto o un futuro stronzo. Questo "tutti", ai nostri tempi, si chiamava lo stato. Mica scontato: una volta i signori avevano i loro precettori, pagati da loro, e i poveri (se andava bene) il prete del villaggio. Poi la repubblica ha portato il maestro di scuola. Adesso, il mercato caccia il maestro e riporta agli onori il prete e il precettore. Il maestro lo pagava la comunità, infatti, ricchi e poveri, e insegnava a tutti, non solo ai signori e non solo quello che volevano i signori. E questo, di questi tempi, non sta bene. La cosa che mi fa sogghignare, in tutto questo, è che però alla fine bisogna fare i conti con i ragazzini. Siccome ancora non sono riusciti a produrre i ragazzi Ogm, debbono cercare di "migliorare" quelli che ci sono. E questo non è affatto semplice. Un ragazzo vuol crescere, essere libero, divertirsi, scoprire le cose. Non vuole fare il manager, e neppure il leccaculo. Magari più tardi lo sarà: ma per intanto è un ragazzo. E della scuola, alla fine, gli resteranno due cose: la volta in cui ha bigiato e se n'è andato a spasso, libero, con la sua ragazzina; e la volta in cui un prof è riuscito a fargli capire una storia o un poeta e lui ha scoperto quanto può essere bello, e anche divertente, imparare una cosa. Queste faccende, noi della vecchia scuola, ci siamo riusciti a darle, a quel ragazzino: altro che "crediti" e mercanzie. Siamo stati capaci di insegnare a occupare la scuola e ad amare Socrate e la poesia. Loro, quelli del "mercato", non possono farlo perché Socrate e Scuola Okkupata sul mercato non si trovano, e non si troveranno mai, per una buona ragione: non hanno prezzo. * * * "Vi unisco la presente per pregarLa a fare tutto quello che può affine di evitare un altro flagello, e cioè una legge proposta relativa all'istruzione obbligatoria. Questa legge mi pare ordinata ad abbattere totalmente la scuola cattolica". Lettera del papa al re, 10 dicembre 1861. ________________________________________ 11 novembre 2002 n.152 cyrano@refusard.fr wrote: < Che dovrei fare? Vivere adulando un signore ed imitare l'edera che accarezza il maggiore albero del gran bosco crescendo parassita invece di salire per volontà e fatica? Grazie, non voglio! Dedicare un trattato a qualche finanziere, a qualche uomo di stato? Far satira benevola, far ridere i potenti, scrutar benevolenza sui visi promettenti? Grazie, non voglio! E allora? Pubblicare dei versi da poeta di corte? Grazie! I miei, son diversi. E allora far progetti, calcoli, strategie, far politica attenta, calibrar le poesie, andare nei salotti delle dame eminenti, chieder presentazioni, ricercare i potenti? Grazie, signori, no! Preferisco cantare, sognare lieto e libero, sicuro, indipendente, aver lo sguardo lucido e la voce potente, scrivere quel che voglio, mettermi di traverso il cappello se voglio, battermi a suon di versi o a colpi di fioretto, duellar senza timore per un sì, per un no, un sopruso o un amore. > ________________________________________ 9 settembre 2002 n.143 Siciliani. No, non c'erano i siciliani ai vent'anni di Dalla Chiesa, a Palermo. Certo: tanti anni di celebrazioni di facciata pesano: le cerimonie di stato, con le autorità compunte in prima fila e la gente fuori. Però sono anche cambiati i siciliani. Se fossi piemontese, troverei delle giustificazioni. Alti e bassi, direi da piemontese; le promesse mancate, la spoliticizzazione, l'incultura... Sì. Ma sono siciliano, e mi brucia. I bambini dell'Albergheria, i postulanti di don Cuffaro, le ville fra i templi greci, il ritorno dei boss, i voti di Berlusconi... Tendo, con ingiustizia, a mettere tutto insieme. Certo, sbagliando: ma ciò che provo è questo. Dopo, faccio uno sforzo e mi richiamo alla mente i miei compagni dispersi, Antonio operaio a Bologna, Nuccio fotografo disoccupato, Ester, Passiglia, Giusi, Campanellina... Quelli che i giornali non conoscono, quelli che non hanno tradito. Prima o poi torneranno. Noi qua teniamo duro, aspettando loro. * * * Non c'è Sicilia più triste di questa, amici miei. Sicilia degli anni arresi, fra povera furbizia e arroganza, fra i rassegnati e i collusi. Quante Sicilie così, nella storia siciliana. Prima di Garibaldi, prima di Pio La Torre e Dalla Chiesa; sovente, gli anni più freddi essendo (per alchimie della storia) l'immediata vigilia dei più luminosi. Ma quant'è incredibile credere, in questi anni grigissimi, che forse l'anno venturo sarà di primavera. Quante solitudini dignitose, senza incontro. E quanto la solitudine uccide. Uccide in tanti modi diversi, per logoramento o per dolore. Uccide per primi i più gentili, i migliori. Sa ucciderli di loro mano, in un momento in cui l'anima troppo esausta si ripiega e l'unica via d'uscita, nel buio dell'ingiustizia, appare quella finale. Così morì Rita Atria, che non volle vivere più dopo Borsellino. Così è morto Giuseppe Francese, che per vent'anni aveva lottato raccogliendo documenti, testimonianze, materiali per avere la giustizia per suo padre, Mario Francese, ucciso dai padroni della Sicilia perché faceva inchieste sui mafiosi. Ho visto questo Giuseppe una volta sola, a un incontro di giornalisti: una di quelle facce belle e colte di giovani siciliani, con la serietà degli occhiali che combatte con lo scompiglio dei capelli. Aveva qualcosa di amaro dentro, ma non di disperato. E non di disperazione è morto, bensì di solitudine e di stanchezza. Continueremo a esistere, anche per lui. ________________________________________
29 aprile 2002 - n.124 A Pio La Torre e Rosario Di Salvo. Simonide<sikelianoi@eleutheros.el> wrote: < Dei morti alle Termopili la sorte è bella e fortunato fu il destino, un altare è la tomba ed il ricordo non un lamento ma di lotta un canto. A questa veste funebre nè il tempo nè l'abbandono toglieran splendore: vive in questo sepolcro e gli è compagno l'onore di Sicilia. Così attesta Pio, capo comunista. Lo conferma Rosario che con lui cadde lottando > ________________________________________ 16 settembre 2002 n.144 Colf e badanti. Il termine "colf" fu inventato dalle Acli venete negli anni 50, quando organizzarono dei corsi per "collaboratrici familiari" nel tentativo di dare una coscienza sindacale alle ragazze che andavano a "servire" a Milano dai paesini della provincia veneta e friulana. Fino a quel momento s'era detto "cameriera" o "domestica": il primo termine veniva usato prevalentemente al sud, il secondo al nord e nelle famiglie più rifinite; in entrambi i casi, con un lieve tono di sprezzo. I giornalisti di destra, e purtroppo anche Guareschi, non mancarono di far dell'ironia sul nuovo termine "colf", in cui avvertivano qualcosa di vagamente sovversivo; gli risultava difficile annettere la dignità di un lavoro a quella che vedevano come una condizione sociale intrinsecamente minorile. ("Le cameriere e i soldati" ai giardinetti; "vestirsi come una cameriera"; "ho mandato la mia domestica"; " anche le cameriere pretendono, oggigiorno"). Io personalmente sono gratissimo a mio padre dello schiaffone che mi dette - quasi una cinquantina d'anni fa - per aver dato ribaldamente della "cameriera" alla nostra Giovanna, che era rigorosamente "donna Giovanna" per mio padre e senz'altro un "Giovanna" affettuoso per mia madre. (Mia madre era molto giovane ed era, quando fuggì con mio padre, la più bella ragazza di Palermo. Mio padre, Regio Esercito, aveva qualche anno in più. Tutt'e due li ricordo in bicicletta, in mezzo al sole. Giovanna - un donnone autorevole, sulla cinquantina - mentre canta a voce spiegata una canzone di cui mi restano solo due versi "Che ciavuru che ciavuru/ di zagari e di violi"; ciavuru in siciliano è il profumo). Quanto ai badanti, è una parola nuova, sulla quale i politici s'accapigliano - a labbra strette e pancia piena - per definirne l'esatta ancorchè elastica estensione. A me fa pensare a una villa un tempo decorosa, dalla facciata armonica, col giardinetto davanti e i comignoli in cima; ma adesso più kitsch che borghese, con un incongruo ammassarsi di padripii sottovetro e soprammobili di plastica nel salone, mezzo paesano e mezzo giapponese; coi vecchi libri del nonno impolverati in biblioteca e la tivvù a tutto volume a ogni ora. Le ortensie del giardinetto (la nonna le piantò subito dopo la guerra, quando ancora le macerie ingombravano la via) sarebbero già deperite da un pezzo, se non le curasse amorosamente Nihal, il giovane cingalese che bada al giardino, alla casa e ai padroni. Il "badante", appunto. I padroni di casa, in realtà, non son talmente vecchi d'età da dovere essere accuditi materialmente; ma lo sono abbastanza, di spirito, da aver sempre bisogno di qualcuno che, per mille piccole cose, badi a loro. Un paese che, a un certo punto, diventò improvvisamente vecchio e ricco, da aver bisogno di "badanti" e da poter permettersi di pagarli. Ma dopo mille capricci, astiosamente, spicciando le banconote ad una ad una con aria di sopportazione; e non perdendo occasione di dare del "cameriere", di umiliare. Mio padre non è più qua per prendere a ceffoni il bambino viziato Bossi quando fa il maleducato con Giovanna. Ecco, m'è arrivato improvvisamente un altro paio di versi: "E di luntanu vengono/ li forasteri a massa/ dicendu: 'nta Sicilia/ che ciavuru che fa". ________________________________________ 23 settembre 2002 n.145 Italia. A Roma, fra i politici, c’era maretta e quindi i telegiornali aprivano o sul pazzo della guerra, con tutti i re e i presidenti che lo tiravano per la giacca e lui: “Bombe! Guerra!”, oppure sugli onorevoli che litigavano fra di loro sulla storia dei negri: alcuni - nordisti ricchi, bisognosi di schiavi - favorevoli a farli lavorare, purchè se ne stiano al loro posto; altri - “poveri bianchi” sudisti, spazzatura umana - che proponevano di rispedirli in Africa a nerbate. Fra un onorevole e l’altro, c’era spazio anche per le notizie della giornata; fra cui quella della nave di emigranti affondata, con tutto il suo carico a bordo, vicino alla spiaggia nostra. “Sono appena quattordici!” diceva, tutto giulivo, l’annunciatore. E quattordici erano i morti. “Si temeva un’altra tragedia del mare, ma per fortuna…”. S’intervistava un onorevole, e si cercavano i dispersi. Un giornalista precisava con aria grave la posizione del Ccd e poco dopo un altro annunciava con nonchalance che i morti non erano erano in realtà quattordici ma diciotto, diciannove, venti. “Il mare ha restituito un altro corpo…”. Trentuno, trentadue, trentatrè, trentaquattro… Così per giorni e giorni. In apertura, i politici; alla fine, i “dispersi”. Nelle miniere, almeno, c’è un elenco dei minatori: quando la radio dice “disperso” dice un cognome e un nome, dice un paese. In mare, da clandestini, no. Tuo marito o tuo figlio forse era là, e forse no. Forse avrà la fortuna di essere arrestato in Puglia fra sei mesi, forse è già in fondo al mare: chi può dire? Nei centri telefonici per immigrati (uno degli affari più sugosi della “nuova economia”, fra l’altro) i nomi e le domande s’inseguivano, in italiano, in francese, in arabo e in altre lingue. * * * Fuori da Marcinelle, la vita è ricominciata normale, coi suoi primi giorni di scuola, i suoi Saldi Fine-Stagione e i suoi politici intervistati. Noi svizzeri e noi tedeschi riprendiamo la nostra solita vita mentre loro - i siciliani, i veneti, gli abruzzesi e i friulani - telefonano disperatamente dal paese per sapere che novità ci sono nella lista dei “dispersi”. _______________________________________ 30 settembre 2002 n.146 Crocefissi. Anche sul crocefisso nelle scuole il governo ha fatto marcia indietro: nonostante l’appoggio dei dalemiani (“Vedere un crocifisso in una scuola non mi ha mai dato fastidio” ha detto una loro esponente) i soliti cavourriani hanno tirato fuori quella baggianata della separazione fra stato e chiesa. Ma forse, dopo tutto, non era un’idea tanto male. In un paesino della Sicilia, due bande rivali di fedeli di padre Pio si sono affrontate ostilmente, ciascuna brandendo la propria statua esclusiva del santo. C’è un’ondata di totemismo di ritorno: le statue che lacrimano, i padri Pii miracolosi ecc. non hanno nulla a che fare con la religione cristiana, e a dire il vero con nessun’altra religione: sono semplicemente il passaggio successivo all’adorazione del tronco bruciato dal fulmine, o del sasso isolato in mezzo ai campi, o dell’eroe taumaturgo e dunque sacro. Un culto primordiale, coerente con la deculturizzazione del paese e perfettamente omogenea con l’attribuzione di poteri miracolosi ai governanti (i re che guariscono la scrofola imponendo le mali agli ammalati, i presidenti che portano prosperità al paese sorridendo benignamente dalla tivvù). Il culto del crocefisso, in confronto, è molto più civile. Anche perché, filologicamente, il crocefisso di oggi potrebbe benissimo essere rappresentato disteso a braccia aperte non più su un “patibulum” romano ma – la posizione è la medesima – sul letto esecutorio dell’iniezione letale. E’ un’esecuzione regolamentare, in entrambi i casi. La morte del delinquente, o del sovversivo, è una morte “normale” in un impero; né Tacito né il New York Times le dedicano infatti mai più di qualche riga. Una morte non nobile, vergognosa; sono infatti pochissimi, e tipicamente emarginati, coloro che osano – a fatica – mostrare solidarietà con l’ucciso: le donne del villaggio, i pescatori, le puttane; o gli scippatori di Harlem, i disoccupati, i gay. Qualcuno di costoro arriva addirittura a rivendicare con orgoglio l’amicizia col delinquente o l’agitatore ucciso: “Era un tipo tosto – raccontano spavaldamente nei McDonald – e noi gli volevamo bene”. Un giorno dopo l’altro, clandestinamente, comincia a diffondersi la storia del ragazzo fatto fuori perché era dalla parte dei poveracci, uno con più testa degli altri ma un gran cuore, uno di noialtri insomma. E sempre più di frequente, nei cessi del metrò, nei bar d’infimo ordine, al collo dei ragazzini, tatuato sulla spalla d’una ragazza di vita, appare lo strano logo del letto delle esecuzioni (oppure,duemila anni fa, della croce) di cui la polizia non riesce a capire il significato. E a poco a poco la storia esce dalla città in cui è avvenuta (una città del terzo mondo, una delle tante) e arriva, portata dagli emigranti, fino nelle metropoli dell’impero. Un giorno diventerà una delle tante storie perbene che gli studenti middle-class studiano nelle loro scuole. Ma per ora vive come una fiammella, nel quotidiano orrore della vita immigrata. “Da noi, giù in Palestina, un giorno saltò fuori un tizio a dirci che noi e i vip siamo tutti uguali. Stammi a sentire, brother: è una buona novella…”. ________________________________________
21 ottobre 2002 n.149 Ribrezzo. "Allora: la bomba la fai scoppiare davanti alla scuola, così becchiamo anche un bel po' di ragazzini". "Giusto: i ragazzini di oggi sono i soldati di domani". Ci vuole stomaco a immaginare una riunione così, dei terroristi islamici, eppure sono sicuro di averla azzeccata. Potrei anche inventarmi, con assoluta verosimiglianza, qualche altro particolare: è che mi fa ribrezzo, e farebbe ribrezzo anche a te che mi leggi. E le riunioni del governo? "Buttali in mezzo alla loro città, quei missili. Così, se facciamo fuori un po' di ragazzini, abbiamo levato di mezzo un po' di futuri terroristi". "Giusto: guerra preventiva, senza tante storie". Anche qui, ribrezzo. ________________________________________ 7 ottobre 2002 n.147 Soldati. Esattamente un anno fa è stato definitivamente archiviato il caso di Emanuele Scieri, il giovane paracadutista siciliano morto fa in circostanze misteriose in caserma, forse per nonnismo. Il giudice ha espresso il suo rammarico per non aver potuto scoprire la verità: "Non credo che la morte di Scieri sia accidentale". L'inchiesta, ha aggiunto il magistrato, è stata fermata da "oggettive carenze investigative che non ci consentono di pronunciarci in un modo o nell'altro". Fra i commilitoni di Scieri l'omertà è stata praticamente totale. E' una "piccola" storia, che i giornali hanno dimenticato da tempo. Noi invece abbiamo il dovere di ricordare. * * * E' auspicabile che le operazioni cui dovranno partecipare le forze armate italiane abbiano sempre un carattere di polizia coloniale e non di vera e propria guerra fra eserciti pari, e che le nostre forze armate debbano affrontare limitate resistenze locali e non offensive e controffensive su vasta scala. E' auspicabile anche (e soprattutto) che tutte queste operazioni si svolgano sempre in paesi lontani, con l'integrità del Paese non direttamente correlata al successo delle operazioni militari. Tutto ciò auspicato, c'è da dire che si tratta di auspici molto fragili. Non è affatto da escludere che prima o poi una guerra convenzionale possa scoppiare anche nella nostra parte di mondo. E in questo caso alle nostre forze armate verrebbe richieste non l'azione brillante e "professionale" a cui sono orientate oggi ma la guerra di fango e logoramento contro un nemico più o meno pari. La guerra vera, insomma. Sono le nostre forze armate preparate oggi ad affrontare una situazione del genere? Sull'aspetto tecnico non mi pronuncio. Su quello psicologico ho i miei dubbi. Gli episodi di indisciplina, spesso ai danni di civili, fra le truppe italiane all'estero non sono stati pochi in questi anni. Somalia, Mozambico, Macedonia - tanti piccoli casi limitati e "individuali", spesso legati al tempo libero dei militari, che nel compresso dimostrano però una cosa precisa: nell'esercito italiano, in un certo numero di situazioni, c'è uno scarso controllo della truppa da parte degli ufficiali. Nelle "operazioni di polizia" ciò non ha importanza. In una guerra vera metterebbe in pericolo il Paese. * * * L'esercito italiano non ha mai brillato per la qualità dei generali (vedi l'otto settembre), ma può vantare episodi di tenuta saldissima da parte della truppa. Gli alpini nella ritirata di Russia, i fanti di Cefalonia, i granatieri a Porta San Paolo, sono tutti esempi di questa tenuta: in condizioni disperate, malissimo armati, con le comunicazioni e la catena di comando in pezzi, i nostri militari sono rimasti aggregati, hanno costituito centri di resistenza e hanno tenuto duro. Questo spirito di resistenza individuale è stato tipico (insieme al ribrezzo per le atrocità) del soldato italiano; e possiamo esserne orgogliosi, almeno per il passato. Quanto alla Folgore, che adesso è un corpo - come si dice - d'elite e molto propagandato, non era affatto d'elite quand'era la Folgore vera. La Folgore, nel Quarantadue, era un reparto arruolato in fretta (mio padre, sorridendo: "Qualcuno veniva dai riformatori"), addestrato alla meglio e spedito nel deserto senza armi pesanti, teoricamente come paracadutisti ma in pratica come fanteria. Laggiù, questi ragazzi non fecero molti alzabandiera, grida di "Folgore!" e scenografia truculenta (quella si fa in tempo di pace, al sicuro). Fecero quel che ha sempre fatto tutta la buona fanteria di questo mondo, e cioè si schierarono sulle posizioni assegnate e si prepararono a difenderla con i mezzi che avevano. In particolare, mancando quasi del tutto i cannoni anticarro, usarono bottiglie molotov per contenere gli attacchi dei corazzati nemici. Ad Alamein si sacrificarono fin quasi all'ultimo, senza tante parole e senza eroiche canzoni. Furono comandati di tenere una posizione espostissima, mandati consapevolmente come carne da cannone (il comando tedesco di solito affidava questo ruolo alla fanteria italiana) ad assorbire per qualche tempo l'attacco dell'avversario; essi non solo lo contennero ma addirittura, nel loro settore, lo respinsero del tutto anche se alla fine solo un velo di uomini vivi difendeva ancora la linea italiana. Churchill, alla Camera dei Comuni, rese omaggio al loro valore. La Folgore di oggi è un'altra cosa. Si è parlato di scioglierla, in passato, a seguito di vari episodi. Io non vorrei affatto che fosse sciolta. Vorrei semplicemente che le fosse cambiato il nome, per rispetto alla Folgore vera. Non per le torture in Somalia o quell'imbecille libretto del colonnello: quelle sono cose cui si poteva ovviare con una buona pulizia (che non è stata fatta). Ma proprio per la storia di Scieri. In guerra, il primo comandamento di un soldato è di non lasciar mai abbandonato un compagno ferito. Ma in quella caserma, Emanuele Scieri ha agonizzato da solo. ________________________________________ 25 novembre 2002 n.154 Kosta<kavafis@koine.el> wrote: <Ma poco prima di morire, disse: "mamma", "casa", "papà". Nessuno ha idea di dove fossero i suoi vecchi, dove la sua città: soltanto, che era greco. Lo seppellimmo qua, sotto il suo remo. Da qualche parte, chissà dove, stanno aspettando il ragazzo che ritorni. > * * * < In quella stanza sporca, malfamata, sul vicolo, fra grida d'osteria, là in quel letto di poveri io ho avuto il dolce corpo e la bocca amorosa - sì che ancora ne sento l'allegria mentre che sto scrivendo, vecchio e solo. > * * * < Non volevano, no. Ma fu la vita a separarli: America, emigrare e vedersi mai più. Certo, da un pezzo l'amore s'era smunto a poco a poco. Ma separarsi no, non l'avrebbero fatto. Fu colpa della vita. O forse il caso fu buon regista dividendo, prima che si spegnesse tutto, il loro amore. Cosi sono rimasti le due belle creature, giovani insieme entrambi nel ricordo: nè vecchiaia li potrà disamorare. > ________________________________________ 28 ottobre 2002 n.150 Ebrei. Ma Woody Allen, che è ateo, è ebreo? Che cos’è un ebreo? Una religione? Una razza? Ma nel duemila, con tutto quel che sappiamo di Dna e roba del genere, è un tantino ridicolo parlare ancora di razze. Come popolo, gli Ebrei - qualunque cosa siano ora, e qualunque cosa siano stati allora - arrivarono molto presto a basare la loro vita su una qualche forma di etica. “La legge morale dentro di me…”. L’Europa è arrivata solo due o tre secoli fa a mettere al centro di se stessa - almeno ufficialmente - questo concetto. Gli Ebrei l’adottarono, sia pur rozzamente tre o quattromila anni prima. Non è affatto un concetto religioso (anche se una religione lo veicola) ma intellettuale. E confina con altri atteggiamenti intellettuali che vanno molto al di là (e senza) rispetto alla religione. A giocare intellettualmente coi numeri, per esempio, nel mondo antico furono solo gli ebrei e i pitagorici: pastori seminomadi e raffinati intellettuali arrivarono pressocchè insieme alla stupefazione gioiosa di chi scopre costanti rapporti numerici dell’universo. Una visione strutturalmente laica del mondo: tanto laica in sè da farsi perdonare i misticismi cabalistici e gli esoterismi più o meno stralunati. E da raffinare persino gli antichi totem tribali, i Templi e le Arche primordiali che alla fine danno luogo a una sofisticata immagine di un dio inteso come presenza. Un dio che al limite potrebbe anche non-esistere senza che debba cambiare - sostanzialmente - niente; e che nel mondo moderno fu il dio - per esempio - di uno come Marx, che lo chiamava Storia, o di uno come Einstein, che non gli dava un nome (tanto Marx che Einstein, uno ateo l'altro agnostico, erano ebrei). L’ebraismo della storia europea è una cultura, non una religione. Sarà stata una religione alcuni millenni prima, e in tale veste si sarà rapidamente dissolta come tutte le altre religioni primordiali; ma, dalla distruzione del Tempio in poi, è stata una cultura - sia pur muscolata da sovrastrutture religiose - infinitamente più complessa e umana di qualsiasi religione. Una cultura rafforzata e resa coesa da esperienze inenarrabili e da una costante fede, attraverso i medioevi e gli imperi, nella ragione umana; una fede che nei momenti più bui era l’unica che sopravvivesse in Europa. Così, quando i preti attribuivano eventi per loro incomprensibili come l’illuminismo o l’Ottantanove a vaste “congiure ebraiche” non avevano tutti i torti. Solo che la “congiura” consisteva semplicemente nel ragionare, nel non perdere l’abitudine al ragionamento attraverso le generazioni, nel rimanere in qualche misura razionali in mezzo al dominio buio della non-ragione. E la razionalità è contagiosa, si ramifica ciclicamente come un frattale. La religione, in tutto questo, c'entra poco. Un cristiano che smette di credere in Dio non è più un cristiano. Un ebreo invece può benissimo permettersi il lusso di non avere più un Dio perché nella “religione” ebraica il dio personalizzato non è che un particolare, per quanto imponente. Così, Woodt Allen non ha alcun bisogno di avere una credenza religiosa. La sua ebraicità consiste essenzialmente nella sua differenza rispetto a Banfi o a Sordi e nella sua parentela - artistica, non religiosa - con Charlot e (passatemi la fantasia) con quell'attore judaicus, di cui non ricordo o non è stato tramandato il nume, che era popolarissimo a Roma ai tempi di Vespasiano. * * * Esisterà ancora una religione ebraica, fra vent'anni? Sì, certamente. Non è difficile mantenere in vita una religione. Ma, fra vent'anni, esisterà ancora un ebraismo? Questo, non lo so. Le cronache di questi due anni mi lasciano ben poco da sperare. Sopravviverà la cultura occidentale senza l'ebraismo? Israele come soggetto politico è ancora in Occidente? Israele è ancora ebraico? A queste domande, non oso avere risposte. ________________________________________ 2 dicembre 2002 n.155 Atei e cristiani. Esisteva una volta in Russia un’associazione, il cui scopo era d’informare la popolazione del fatto che dio non esiste, la chiesa è un’impostura e i preti tutti imbroglioni. Chiusa per i noti eventi la sede a Mosca, la società s’è trasferita a Roma, in Vaticano. Ne fanno parte nomi prestigiosi: dopo il compianto presidente Marcinkus, personalità come Baget-Bozzo a Genova, il cardinale di Bologna Biffi, quello di Napoli Giordano e altri ancora si sono dedicati a dirigere la benemerita associazione. La tecnica è elementare: infiltrarsi in organismo ecclesiastico, possibilmente d’alto bordo, e poi andare a puttane, banchettare coi mafiosi, armare sante crociate, fare prestiti a usura. Così il fedele scappa e si dà al libero pensiero. Tutto questo per dire che è stato licenziato in tronco, dalla modesta parrocchia che occupava, il prete don Vitaliano: che difendeva i poveri, viveva poveramente, parlava alla fra’ Cristoforo e insomma si comportava in tutto come uno di quei fanatici palestinesi, nemici dell’imperatore e dell’impero, che la polizia imperiale definisce “cristiani”. Don Mazzolari, don Bianchi, don Mazzi, don Milani... Ed ecco che un altro nome si aggiunge alla lista dei preti sputati via dalla chiesa perché erano troppi cristiani. La gente ricorda quei nomi, adesso che sono passati tanti anni, con la venerazione affettuosa che si tributava un tempo ai santi, quando a scegliersi i santi era il popolo e non una burocrazia multinazionale. Riuscirà don Vitaliano a non perdere la testa, a non insuperbire di fronte a questo pubblico elogio che la chiesa gli fa (come ha fatto agli altri) perseguitandolo? Egli è cristiano e dunque sa bene qual è il segno dell’elezione. Se fossi cristiano anch’io... Ma grazie a dio non lo sono: e dunque lo invito semplicemente a piantarla con queste bubbole del vangelo e di mettersi a fare il mafioso o l’usuraio pure lui. Così lui diventa cardinale, la gente lascia la chiesa e tutti sono contenti, noi atei i primi. ________________________________________
16 dicembre 2002 n.157 Caro G., ti ringrazio di avermi scritto. Ti prego di perdonarmi se ti rispondo così in fretta, ma davvero non sto bene. Non sono verità perdute: piuttosto addormentate, ma addormentate come la principessas della fiaba, in attesa di un bacio che le risvegli e le ridia a tutti. Giro moltissimo per l'Italia, di questi tempi, e credo che abbiamo ormai superato largamente il punto peggiore. C'è molta sinistra in giro, soprattutto fra i ragazzi. Non si concretizza e non si vede 1) perchè manca del tutto una sinistra politica 2) perchè l'ignoranza (in senso tecnico) oggi è tale che ogni passaggio da un gradino all'altro è faticosissimo e lento (ma proprio per questo ancor più commovente). Ma io ho fiducia in loro; fiducia razionale. C'è un personaggio interessantissimo, nella letteratura del primo ottocento, ed è l'ufficiale di Napoleone (Balzac, ma anche il feuilletton: Dumas, per esempio). Un signore sulla cinquantina, ingrigito ma dritto, che se ne va in giro con la sua povertà militare, vecchie decorazioni sovversive all'occhiello, un bastone da passeggio che porta come una spada, l'occhio vivace, il sarcasmo. Egli non sa quasi più nulla di politica, ormai. Sa soltanto che allora il popolo vinceva, che i borboni sono dei tipi grassi tutti venduti agl'inglesi e non c'è pace possibile con loro; ama appassionatamente il suo paese. Ogni tanto s'incrocia coi Courfeyrac, coi Marius, coi compagni nuovi. Non sa nulla di socialismo, e come potrebbe saperne?, ma trova istintivamente in quei giovani qualcosa di ben conosciuto: e, da lontano, sorride. Egli non sa, o forse intuisce, che il suo ruolo politico in senso stretto è finito; sente invece benissimo, con tutta l'anima, un dovere: che è quello di testimoniare, a quelli che ora crescono, la dignità. E in questo pensiero s'allontana, bofonchiando contro i realisti e mugolando fra sè vecchie marsigliesi. ________________________________________ 2 dicembre 2002 n.155 Il cane, che è un cane giovane e non ha mai visto la neve, saltava tutto allegro e si rotolava e faceva gran balzi per catturare i fiocchi. L'albero di mimosa, il più aggraziato di tutti, vestiva elegantissimo sui rami quasi nudi i merletti di neve; l'abete e i pini, solenni come vecchi signori, se la scrollavano invece dai rami con nonchalance. "Noi siamo alberi seri" dicevano ai loro colleghi. E la campagna tutta chiara e i colli, più lontani del solito, limpidi come in una pittura: il bianco e nero del paesaggio e la dignità degli abeti e la felicità esploratrice del cane. Eppure... Eppure, nell'identico istante, gli uccellini volavano in preda al panico: dove sono finiti i nostri rami? dove faremo i nidi? E, giù nella Città, degli esseri umani impauriti - non tutti, né i più, certamente: ma degli esseri umani - pensavano "dove dormirò stanotte?". Io contrastavo, dentro di me, fra la bellezza dei colori e il dolore degli uccellini. Essere - fino in fondo - un essere umano significa penetrare nell'armonia, fino in fondo, degli abeti solenni e dell'impassibile neve; ma anche condividere visceralmente il freddo di chi ha freddo, il dolore di chi ha dolore. E' un uomo mezzo quello che solo armonizza o solo condivide. Non per qualche teoria; ma perché noi uomini siamo stati costruiti per essere così: amanti della bellezza; amici degli altri esseri umani. * * * Tu hai di me, da qualche parte, due frammenti importanti della mia vita. Uno, le mie poesie; l'altro, le cose che ho scritto nell'ambito del mio mestiere, di giornalista. Ma giornalista degli uomini, non dei potenti. Certo :-) , tu hai preferito le poesie. Anche a me piacciono di più. Vedi: sono pochissime, poche decine in trent'anni; limate verso per verso, una parola dopo l'altra, cercando e cambiando un effetto, un'assonanza minima, un'armonia. Sei o sette volte - non di più - in tutto questo tempo sono riuscito a toccare quel che volevo, a raggiungere pienamente un colore, una nota. Eppure, per queste sei o sette volte, mi sento già fortunato: anche una sola di esse sarebbe valsa tutta la lima e tutto l'artigianato profusi; vedere un mio verso amico a quello di Archiloco o di Anacreonte, sentire che nel medesimo istante abbiamo percepito insieme... I pezzi giornalistici invece sono violenti e grezzi, spesso poco curati, a volte - accoratamente - grevi. Anch'io li rileggo ben poco dopo che li ho licenziati. Eppure, fra le cose che ho scritto, sono quelle a cui voglio più bene, quelle di cui - se scrittura e umiltà non dovessero sempre legarsi insieme - potrei sentirmi orgoglioso. Perchè sono parole scritte per difendere altri esseri umani, per vivere e per lottare insieme a loro. A volte nella povertà, a volte nella paura: ma sempre ordinatamente serrate al loro posto, senza un passo indietro. Il nostro autore aveva fretta, dicono senza dirlo quelle righe, o non aveva dove dormire, oppure era troppo stanco quella sera. Però ci ha convocato lo stesso, ci ha schierate, ci ha usato meglio che poteva per difendere delle persone. Certo, gli sarebbe piaciuto di più scrivere - anche quella sera - dei versi. Ma sapeva di non avere il diritto di dedicare la scrittura alla bellezza, un giorno all'anno, se non l'avesse usata per far qualcosa per i suoi simili, negli altri trecentosessantaquattro giorni. E allora anche Frizzantina - la dea ragazzina che a suo capriccio ispira, o sbeffeggia, i poeti - forse, eccezionalmente, per un attimo gli avrebbe sorriso. Come sorrido io, affettuosamente, quando ti sento esprimere i tuoi propositi di scrittura. Certo: fai bene ad essere spavaldo, ne hai il diritto: perché hai già individuato - e non è dato a tutti - il portico da cui si diparte la via. Ma devi imparare ancora (chissà se l'ho imparato io stesso) che la materia del poeta non è solo il cristallo e l'oro ma anche il ferro e la creta e le terre umili e la calcina. E il poeta, che ama ciò che trova in se stesso ed ha un senso altissimo della propria umanità, anche è colui che è irrequieto di rimanere solo dentro il proprio mondo sempre più ricco e lieto; e cerca il se stesso negli altri, e gli altri in sè. ________________________________________ 14 ottobre 2002 n.148 Poli. Dopo le dimissioni del coordinatore di Forza Italia (aveva ricevuto una telefonata da Dell'Utri) Berlusconi si è chiuso per due giorni nella sua villa di Arcore a riflettere. "Escluso Confalonieri - ha pensato - non c'è nessuno in questo stramaledetto partito di cui io mi possa fidare. Chi chiede, chi minaccia, chi ricatta... qua è il momento di prendere una decisione". Il giorno dopo, le agenzie hanno battuto il comunicato: "Svolta al vertice di Forza Italia. Berlusconi a sorpresa si ritira e nomina il suo successore. Un uomo duro e autorevole, ha dichiarato Berlusconi. Uno che condivide tutti i suoi ideali e che perciò non lo potrà mai tradire". E, poche ore dopo: "Esclusivo. Intervista al nuovo presidente di Forza Italia. Ha i baffi, si chiama Massimo ed è un ex presidente di partito...". * * * Più o meno nelle stesse ore, nella sede nazionale dell'Ulivo volavano le sedie. "Viva lo sciopero!". "No, viva gli industriali!". "Guerra e bombe!". "No, pace e benedizioni!". "Botte ai no-global!". "No, morte alla Coca-Cola!". Tre volte la riunione s'è sciolta e tre volte sono tornati indietro. Rutelli, Diliberto, Fassino, Pecoraro e tutti gli altri sapevano infatti benissimo di non essere nessuno, ognuno per sè, e di contare qualcosa solo come rappresentanti della cara vecchia sfigata sinistra italiana. Ciascuno però credeva in buona fede di essere più rappresentante degli altri. Ovvio che le sedie volassero. Verso le nove di sera qualcuno, non si seppe mai chi, fra un insulto e l'altro esalò un "Basta! Qua dobbiamo prendere una decisione!". "Bravo! E chi lo fa il leader!". "Io ho un'idea". Il seguito s'è svolto a bassa voce e perciò non siamo più in grado di riferire le esatte parole. Il senso comunque era che il leader dell'Ulivo doveva essere uno in grado di mettere insieme operai e girotondini, industrialotti e no-global. Uno che riuscisse a farsi amare da tutti alla stessa maniera. "Oppure anche a farsi odiare da tutti: è lo stesso. In fondo è stato lui che ci ha tenuti insieme finora". * * * Da quel momento in poi la politica in Italia cominciò a farsi chiara. Da un lato c'era il Polo delle Libertà, guidato da Massimo D'Alema, che stroncava spietatamente ogni tentativo di fronda da parte di Fini, Bossi e dei mafiosi siciliani. Dall'altro c'era un Ulivo finalmente compatto e monolitico sotto la guida di Berlusconi. In mezzo c'erano sessanta milioni di italiani. Ma loro, come al solito, non contavano un cazzo. ________________________________________ 16 dicembre 2002 n.157 No, non è la Bbc. La Commissione Parlamentare di Vigilanza ha accolto in tempi rapidissimi la proposta Baldassarre-Clinton per la soluzione della crisi al vertice del Consiglio d’Amministrazione Rai, dove come sapete le dimissioni della maggior parte dei consiglieri avevano condotto a una situazione che molti giudicavano insostenibile. Senza mettere in discussione le qualità professionali del direttore generale Agostino Saccà, veniva infatti considerata anomala la posizione di un direttore che, partito per dirigere tre reti, tre tiggì, seicentoquaranta Enti e cinque consiglieri d’amministrazione, si era trovato a dirigere di fatto un consigliere solo. I critici più acccaniti accusavano addirittura Saccà di aver fatto crollare catastroficamente gli indici d’ascolto (accusa non del tutto infondata, anche se ad Oppido Mamertina sono ancora almeno quindici gli utenti Rai, contro i sedici dell’anno scorso: una perdita dunque inferiore al cinque per cento) e di utilizzare le sedute del CdA soprattutto per aumentarsi gli emolumenti: Saccà si difendeva brillantemente sosenendo che questi erano solo i costi iniziali di un nuovo modello di giornalismo che prima o poi si sarebbe affermato: “Il pubblico ha bisogno di tempo per abituarsi. Ma era ora di dire basta al giornalismo all’antica, alle vecchie cariatidi come quel Biagi, quell’Hemingway, quel Kapucinski”. Le voci di una sostituzione di Saccà conunque circolavano già da tempo: la Commissione Parlamentare aveva già comunicato a Baldassarre, in via riservatissima, un vero e proprio identikit di un possibile nuovo presidente. Siamo in grado di citare, grazie alle nostre fonti confidenziali, alcuni stralci significativi del documento. Ecco: “Il prossimo direttore generale della Rai dovrà dunque: - essere (...omissis...) in possesso di un’elevata professionalità nella sua attività principale; - aver maturato contatti istituzionali al massimo livello e nella maniera più stretta possibilie; - avere un nome noto al grosso pubblico, non solo (...omissis...) in Italia ma all’estero e soprattutto negli Stati Uniti; - avere dimestichezza coi membri dei partiti di governo; - avere eccezionali capacità linguistiche; - essere capace di intrattenimento nella comunicazione orale e non solo in quella scritta; - saper stabilire un rapporto corretto e gratificatorio (...omissis...) nei confronto degli uomini politici; - mantenere pertanto e accrescere le competenze del dottor Saccà, ma nel quadro di una. ecc. ecc. (qui seguono quattordici cartelle di considerazioni politiche generali che omettiamo – ndr). Sulla base di questo memorandum, alla fine è toccato al presidente Baldassarre prendere una decisione. Consultatosi con alcuni esperti del settore (l’ex presidente americano Clinton e gli editori, pure americani, Mardigras e Hoeffner), egli ha rapidamente individuato il personaggio che dava le massime garanzie di soddisfare alle indicazioni della Commission e nel contempo di non costituire una soluzione di continuità troppo accentuata nei confronti della direzione Saccà. E ha nominato Monica Lewinski. La signora, che è giunta in Italia già da diversi giorni, è attualmente impegnata in una riscrittura radicale dei palinsesti. Purtroppo non siamo riusciti a ottenere da lei alcuna dichiarazione, se non un “mhm...” telefonico (in inglese) che ci sembra indicare la volontà, da parte del nuovo direttore, di non farsi impelagare in polemiche politiche. Bisogna naturalmente tener conto del fatto che tanto la signora Lewinski quanto Baldassarre (che aveva cercato di mascherarne l’arrivo della signora diffondendo la voce di una sua fantomatica intervista a Domenica In) sono consapevoli della delicatezza del passaggio dalla vecchia alla nuova gestione. “Vi assicuro che non cambierà niente – ha dichiarato informalmente ai cronisti Baldassarre – Farà tutto quello che faceva Agostino, solo che lo farà meglio. Tutto qui”. Staremo a vedere. Dobbiamo registrare purtroppo, in calce a tutta questa vicenda, una nota antipatica: l’ex direttore Sacca avrebbe dato mandato ai suoi legali di procedere in giudizio contro la Rai per indebita sostituzione, licenziamento illegale e mobbismo. “Il nostro cliente è in grado di dimostrare – hanno dichiarato in serata i legali – di aver sempre espletato le sue mansioni con professionalità e competenza, ottenendo sempre la piena soddisfazione di tutti i suoi interlocutori dentro e fuori la Rai”. “Quali interlocutori, avvocato?”. “Lo saprete in tribunale”. Corre voce però che, fra politici, ministri, imprenditori, manager e membri di governo gli “interlocutori” di Saccà, in pochi mesi, siano stati più di cinquanta, tutti debitamente registrati a loro insaputa da una microcamera nascosta dietro un’orchidea. Fra loro ci sarebbe pure un cardinale. ________________________________________ 23 dicembre 2002 n.158 “Buon Natale, signora! Oggi tutti in famiglia, eh?” “Eh sì! Ogni tanto, se Dio vuole...”. “Ogni tanto ci vuole, un po’ di pace! Non si campa più, oggi!”. “Ha visto il Bigazzi? L’hanno rapinato fin dentro la villa, l’hanno!”. “Sicuramente albanesi... Buon natale, ingegnere!”. * * * (Ansa. Un gommone con 24 clandestini a bordo, uno dei quali cadavere, e' stato intercettato da una motovedetta della Guardia Costiera al largo delle coste di Lampedusa...) * * * “Io se fossi al governo...”. “Beh, il governo ci prova... ma ci vuol altro, con quella gente...”. “Io la ricetta ce l’avrei... Buon Natale, avvocato!”. “Grazie! Ma il natale col mitra, ci vorrebbe! Sa cos’è successo a mia figlia, l’altro ieri?” “Cosa?”. “ Le stavano portando via il telefonino! Una zingara! a due passi dal Duomo!”. * * * (FrancePress. Peschereccio con 120 clandestini africani naufragato al largo della Libia a causa del maltempo. L'alto numero dei corpi non ancora ritrovati rende per il momento impossibile un esatto bilancio della sciagura. L'imbarcazione sarebbe stata travolta da una tempesta poche ore dopo aver lasciato la terraferma. Le 120 persone, spiega una nota del ministero, erano "dirette verso l'Europa e forse più precisamente verso l'Italia". Finora la Guardia costiera è riuscita a portare in salvo 52 immigrati). * * * “Stavamo dicendo appunto....” “Eh, ha ragione quello là... Cannonate nella pancia mentre sono ancora sulle navi!”. “Evvia niente politica! E’ Natale!” “Ha ragione, signora! Mi scusi tanto...”. “No no, ci mancherebbe... Ma oggi almeno...”. * * * (Reuter. Naufragio sulle coste di Amgriwe (40 chilometri a nord di El Ayun, il capoluogo del Sahara occidentale) dove i corpi di 32 clandestini sub-sahariani sono stati ripescati dalle autorità marocchine. Non si conoscono nè le cause della tragedia nè la nazionalità delle persone annegate, i cui corpi sono stati trasferiti all'obitorio di El Ayun). * * * Buon Natale. ________________________________________ 23 dicembre 2002 n.158 Miguel<saavedra@hidalguia.es> wrote: < In un lugar della Sicilia de cuyo non mi ricordo il nombre viveva un hidalgo di quelli con la lancia nel portaombrelli, un vecchio scudo, una vecchia motocicletta e un cane. L'età del nostro cavaliere rasentava i cinquant'anni: era di complessione robusta, asciutto di corpo, magro di viso, molto mattiniero e amante delle escursioni. Un piatto di surgelati, un'insalata la sera, trippa il sabato, lenticchie il venerdì, qualcosa di più la domenica, consumavano tre quarti della sua pensione. Il resto se ne andava tra un cappotto scuro, un abito per i giorni festivi e uno più andante per tutti i giorni. Si dice che avesse il soprannome di Quisciada o Quesciada (gli storici specializzati non sono tutti d'accordo), per quanto si possa arguire, in base a certi indizi, che in realtà si chiamasse il signor Quisciana. Ma questo interessa poco la nostra storia: l'importante per noi è raccontarla senza allontanarci minimamente dalla verità. Bisogna dunque sapere che il nostro gentiluomo, nei momenti in cui non aveva niente da fare (che erano la maggior parte del tempo) si dedicava a leggere libri di politica con tanta passione e diletto che arrivava a dimenticarsi totalmente di tutto il resto... > ________________________________________
30 dicembre 2002 n.159 E avanza cautamente un anno nuovo. Il vecchio da un lato fa orrore, perché è quello in cui per la prima volta, dopo Hiroshima e Nagasaki, i potenti della terra hanno annunciato di essere pronti a usare di nuovo la Bomba. Dall’altro è stato l’anno dei giovani, che da Porto Alegre a Firenze sono riusciti a riconoscersi come una generazione di affini in tutto il mondo. E questa è un’altra prima volta, la prima da trentacinque anni in qua. C’è molto Sessantotto nell’aria, anche se non pare (ma neanche allora sembrava: il Sessantotto esplose). In più, i padroni hanno una cultura ormai post-rooseveltiana e feroce, che rimette all’ordine del giorno le tecniche di “soluzione finale” degli anni Trenta. In più, noi abbiamo l’internet. Loro possono uccidere molto più facilmente, e molto più liberamente, dei padroni di prima. Noi possiamo coesionarci molto più facilmente, e molto più velocemente, dei compagni di prima. Non c’è più il “comunismo” (qualunque cosa volesse dire questa parola) a fare da contrappeso per loro e da zavorra per noi. Siamo liberi, e soli. Siamo – siete – una generazione. Siete una classe dirigente, una delle possibili dell’Occidente. E l’Occidente, se si sprigiona, oggi per la prima volta ha le tecnologie per cambiare tutto per tutti. Non tradite. ________________________________________ 13 gennaio 2003 n.161 Che cosa tiene su i siciliani. “Tuffati” disse lu re. ‘U caruso guizzò lestamente giù diritto come un pesce (da donde il nome) e per qualche picca di lui non rimase che il colliè di bollicine su dall’acqua profonda. Eppoi le bollicine si ruppero e ricciuta e ridente rivenne su la testa. “Rieccovi l’anello, maestà!”. “Bene!” sorrise il re. “Bene!” ripetè la comarca. “Adesso finalmente potrò sapere…- il re era molto curioso: artravorta avia fatto allivari solinghi e soli dui picciriddi allo scopo di viiri che lingua cristiana o babelica ne sortissi – adesso potrò sapere che cosa, contro ogni leggi di fisica, vi tiene a galla l’Isola”. “Maestà – disse un barone – ma già è ben noto. Le tre colonne cristalline: a Passero, a Lilibeo e a Peloro, coi tre ciclopi che le fecero a quei tempi”. “Sì ma allora non c’era la tecnologgia!”. Lu re fece un cenno e uno dei cortigiani porse al ragazzo un attrezzo, un coso lucido piccolo e vetroso, con un occhiuzzo in mezzo. “Ora tu metti questa cosa appress’alla colonna. Quando l’hai messa, premi qua. Eppoi o resti lassotto o risali, come vuoi”. Il ragazzo afferrò la webcam, sorrise a tutto il mondo e si cataminò di sotto: un attimo prima c’era, un attimo dopo non c’era più. Passarono alcuni momenti, e sul dispay del sovrano si accese – come da previsione – la lucina. Eppoi, sfocate ma riconoscibili (settantadue puntipollice bianconero) le Gif cominciarono a scorrrere su tutti i monitor della Rete. “What is it?”. Una valigia di cartone: e, da fuori campo, la mano del ragazzo che la raddrizzava. “E questa?”. Un’asta di bandiera, si direbbe: con pochi filamenti attaccati ma una faucimmatteddu rugginosa ancora fissa alla punta. Eppoi riloggi fermi, pacchi di lettere e vaglia, fiaschi, marranzani, nache di legno, bummuli, barde di carretto, stellette militari, coppole, e remi di barche, e foto dei Due Amici, e cuteddi… tutta ‘na massa di paccottiglia miserabile e smancicata che invero – improvvisamente e con schifo si rese conto il re – non era ammucchiata attorno alla colonna né adiacente alla medesima, ma era semplicemente la colonna stessa. Altro che colonne ciclopiche… “Ecco che cosa li teneva a galla, i fetenti!”. “Richiamo il ragazzo, maestà?”. “Che richiami a fare? Lascialo nella loro spazzatura”. Con uno sbuffo, re Federico s’alzò. “In Germania, in Germania! Ce ne torniamo in Europa. E io che credevo ai miti”. E s’incamminò via dal salone, con tutta la comarca dei cortigiani dietro. Nessuno pensò a spegnere i monitor, e la webcam per quanto obsoleta era di tipo buono. Così se passi da Messina e hai tempo da perdere ancora puoi buttare un’occhiata sul fondamento della Sicilia in bianco e nero, sui pesci che se lo smusano curiosi e le alghe che lo carezzano indifferenti. Ogni tanto, entrando improvvisamente nella schermata come in un videogame postmoderno – da su, da giù, da mancina, da dritta – appare la figurina di un ragazzo che coglie amorosamente le vecchie cose e le rimette dentro alla colonna: non senza averci fischiato dentro se era un flauto, o averci mimato una mossa se un coltello. Non pare che abbia gran voglia di risalire: e menu mali, accussì almeno un altro poco restiamo a galla. (omaggio a A.C.) ________________________________________ 20 gennaio 2003 n.162 Undici, ventotto e (soprattutto) novanta. Undici. “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.” Ventotto. “I funzionari e i dipendenti dello Stato e degli enti pubblici sono direttamente responsabili, secondo le leggi penali, civili e amministrative, dagli atti compiuti in violazione di diritti. In tali casi la responsabilità civile si estende allo Stato e agli enti pubblici.” Novanta. “Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri.” * * * Sono tre articoli della Costituzione italiana: una legge, buona o sbagliata, ancora formalmente in vigore e dunque produttrice – almeno quanto i regolamenti della Regione Lombardia – di effetti giuridici. Chi viola la legge commette reato ed è dunque punito con le pene previste dalla legge. I reati commessi dai presidenti della Repubblica sono previsti con precisione: si chiamano attentato alla Costituzione. Cioè fare o permettere qualcosa che la Costituzione proibisce. Se guerra ci sarà - e sarà una guerra con morti, non un gioco – dopo la guerra il governo nuovo per prima cosa dovrà chiamare chi l’ha permessa a rispondere delle sue responsabilità penali, ai termini della legge (in questo caso la Costituzione) che è molto chiara. Non deve finire con un balletto politico: e questo si deve sapere già ora. * * * Ora, la Costituzione italiana non è che vieti la guerra. Non la proibisce. Non dice che è sbagliato farla. Non dice che bisogna pensarci due volte. No: usa una parola selvaggia: la “ripudia”. A fare una guerra, ordina formalmente la Costituzione, non ci dovete pensare nemmeno. Non vi deve passare neanche per l’anticamera del cervello. Dovete provare schifo rabbia e disgusto alla sola idea di una guerra: ripudiare significa esattamente questo. E la Costituzione è tirannica: vuol essere ubbidita. “Ripudia”. Il povero contadino siciliano, all’epoca dei Savoia, fu preso dallo stato e mandato a conquistare la Libia. “Vai Brasi! Ammazza quei mussulmani beduini!”. Era l’alba del secolo: l’Europa viveva in pace, fra Belle Epoque e riforme. Ma degli stronzi maledetti, per sentirsi un po’ meno straccioni, scatenarono la prima guerra del secolo. Quegli stronzi eravamo noi italiani. La guerra italo-libica, nel 1912 (l’Italia non guadagnò mai un cazzo dalla Libia: buttò milioni e miliardi, mentre a Caltanissetta l’acqua arrivava una volta al mese) scatenò una dopo l’altra le quattro guerre balcaniche (croati e serbi hanno cominciato a scannarsi giusto lì). E alla fine delle guerre balcaniche, e in diretta conseguenza di esse, arriva l’attentato di Sarajevo e la Grande Guerra. Noi non abbiamo idea neanche lontanamente di che apocalisse sia stata quella guerra. Mio nonno ce la faceva appena a raccontare. La prima guerra grossa dai tempi di Napoleone, la prima in cui tutti dovevano stare in trincea senza eccezioni: e questo in un mondo pacifico fino a un istante prima. Immaginate una guerra a morte fra America ed Europa, una Croazia in tutt’Europa che duri cinque anni. L’Italia, fra tutti i paesi europei, era l’unico che poteva evitare la guerra. Ma gli intellettuali italiani, gli Sgarbi e i Ferrara di allora, insorsero: “La guerra è bella! Viva il sangue rigeneratore! Viva la morte!”. E vai, Brasi! Il re – il Parlamento non voleva – mandò la cartolina e il contadino siciliano partì un’altra volta. E sono due. Dalla guerra i giovani – che erano partiti cristiani – tornarono inferociti. Ci fu il fascismo. L’impero! Non si poteva assolutamente stare senza un impero (a Caltanissetta l’acqua continuava ad arrivare una volta al mese). Guerra fra selvaggi e civili, fra italiani e abissini. I civili si difesero a colpi di lancia, i selvaggi buttarono gas velenosi sui villaggi. I selvaggi eravamo noi, gli italiani. Fra di loro, per ordine del podestà del paese, in prima fila marciava il contadino siciliano. “Vedrai, Brasi! Alla fine ti daremo la terra!”. E tre. Poi i contadini votarono (ma lontano, in Ispagna: da noi era vietato) e cambiarono il governo. Chiedevano, pensa un pò, di coltivare le terre. E i padroni fremevano, perché la legge e il governo non erano più loro. Allora, non sapendo che fare, chiamarono dei banditi: “Vi pagheremo bene! Ma aiutateci ad ammazzare quei contadini”. E i banditi arrivarono, e ci fu un massacro: un milione di morti, per lo più fucilati. Chi erano quei banditi? Noi italiani. La Spagna fu la nostra quarta guerra (nessun altro, in Europa, ne aveva ancora fatte così tante). E Brasi, a due euri al giorno, sparava “volontario” contro gli altri contadini. E quattro. Poi la Francia, la Grecia, l’Albania... Il conto delle guerre si perde. Ha mandolini e chitarre, l’italiano, e poesie e statue antiche e chiese e cose belle dappertutto. Eppure questo popolo così gentile fu quello che fece più guerre. I suoi re, i suoi duci, i suoi generali, i suoi preti! “Vai Brasi!”. E Brasi partiva ad ammazzare dappertutto: i greci che difendevano le loro montagne, i francesi che già erano a terra e noi li accoltellavamo, gli inglesi (“Reclamo l’onore di bombardare Londra!”) che ci avevano aiutato a fare l’Italia e tutti gli altri. Alla fine, poiché l’odore del sangue fa sentire leoni pure gli sciacalli, eravamo in guerra con tutti quanti: i russi, gli americani, i cinesi, i canadesi, i polacchi, persino il Brasile. Gli unici amici che avevamo erano i tedeschi feroci e neri, loro i padroni e noi i servi. Brasi, quando finalmente tornò al paese, non aveva più fucile. E mai più voleva vederne uno. E questo gli disse ai politici: a tutti i politici, d’ogni tipo e partito. Allora, i partiti erano due: o la falcemmartello dei poveri, oppure la croce del Signore. E ciascuno sceglieva. Ma una cosa era certa: nessuno dei due voleva guerra. Tutto potevano fare: rubare, fare intrallazzi, litigarsi gli avanzi. Ma guerra no: perché Brasi era vivo, e lui la guerra - fin troppo - la sapeva. * * * Adesso, in questo preciso momento, i nipoti di Brasi – chi veneto, chi siciliano, chi abruzzese: tutti belli puliti, ma ognuno con un nonno soldato che sorride impacciato dalla foto ingiallita – stanno sbarcando dall’aeroplano della guerra. E questi sono i primi (gli alpini, come sempre), ma tutto è già preparato anche per gli altri. Sette guerre in un secolo non gli sono bastate, ai re e ai duci (che ora si chiamano politici e mànagger, ma sono sempre la stessa razza). Vogliono battere il record, col secolo nuovo: siamo ancora allo zerotrè, e loro già sono pronti per la prima guerra. Rubate, cacciate i giudici, promettete imbrogliando ponti e stretti, fate tutto quel che volete e magari ogni tanto (ma questo non c’è bisogno che ve lo diciamo noi) fate anche un po' i mafiosi: siamo uomini di mondo e non ci scandalizziamo. Una cosa sola, a qualunque costo, non vi lasceremo fare: un’altra guerra. (L’acqua a Caltanissetta, fra l’altro, d’estate arriva ancora una volta al mese). ________________________________________
27 gennaio 2003 n.1623 Memoria. Oggi, 27 gennaio, ricordiamo Chaim, Marele, Lev, Isaac, Sarah, tutti gli esseri umani come noi - uomini donne e bambini - che furono uccisi a milioni, nella civile Europa e da un governo europeo, perché appartenevano a una "razza". Di "razze", in Europa, si sta parlando di nuovo - da qualche anno - anche ora. Perciò stiamo pronti a combattere, perché stavolta prima di farne toccare uno combatteremo. Ricordiamoci anche degli altri che furono uccisi perché non erano "normali": gli zingari, che tutt’ora perseguitiamo in tutt’Europa; gli omosessuali, che morirono a fiumi con gli ebrei; i comunisti, i partigiani, i dissidenti, a ciascuno dei quali fu dato un triangolo con un colore e un colpo di fucile. E ricordiamoci del soldato Ivan, con la sua stella rossa sul berretto: oggi, se ancora vive, vegeta fra dimenticanza e miseria in qualche ospizio per poveri del suo Paese. Però fu lui, il 27 gennaio del ’45, a buttar giù i cancelli del lager su cui la civile Europa aveva scritto "Arbeit macht frei". ________________________________________
3 febbraio.2003 165 Guerre. Perché è scoppiata la prima guerra mondiale? Più ci studio, e più mi rendo conto che in realtà non è riuscito a capirlo ancora nessuno. Le ipotesi più coerenti, ai due estremi, sono quella di Nicola Lenin e Winston Churchill. Il primo era convinto che i capitalisti dovessero prima o poi scatenare una guerra globale per i mercati. Il sscondo che il casino fosse nato dalla gara di potenza navale fra tedeschi e inglesi. Quasi tutti gli altri storici oscillano fra l’una e l’altra di queste posizioni. Non leggevo Lenin da molto tempo. Dell’"Imperialismo malattia infantile del capitalismo" (o la malattia infantile era quella dell’estremismo? boh: questi libri si assomigliano tutti) mi ricordavo più che altro una splendida copertina rossa. Rileggendolo ora, sono colpito: dalla profluvie di dati minuziosi e "cattivi" su produzione, mercati, affari ecc. e soprattutto dal tono di lucida ostilità con cui essi vengono schierati. Tutto sommato, c’era la Bella Epoque, allora, e i compagni europei in fondo erano delle gran brave persone che tutto s’immaginavano fuorché rivoluzioni e guerre. Ecco: questo tono di estraneità, di gelida sfiducia in qualsiasi possibilità di evoluzione "buona", è quello che, in quel libro, più colpisce adesso. Suppongo che, per l’epoca, questo fosse un sintomo abbastanza preciso, molto più impressionante delle cifre e i dati. Forse il sistema è collassato anche perché non riusciva più ad ispirare alcun senso di interlocuzione a uomini come il sig. Lenin. Del quale non riusciamo a conoscere il nome e l’indirizzo attuali: personalmente immagino che sia da qualche parte dell’Africa, ma queste cose si vengono a sapere sempre dopo. Il libro di Churchill ("La crisi mondiale") invece è semplicemente affascinante. Churchill non era ancora quel vecchio politicante ‘mbriagone che a un certo punto gl’inglesi chiamarono (con elfica genialità) a salvare la merry England e tutto il mondo. Era un giovane ex ministro con buone competenze nel campo della marina (i suoi dati navali sono ottimi) e ottime frequentazioni nei club di Londra. Noi inglesi, dice in sostanza, non potevamo farci superare in mare perché altrimenti per difenderci avremmo dovuto farci un grosso esercito e così saremmo diventati non più dei lord eccentrici ma dei militaristi. Ed elenca con garbo il numero delle corazzate, le le decisioni drammatiche prese all’Ammiragliato fra un tè delle cinque e l’altro; i (duri e cortesi) retroscena. E’ molto più coinvolgente, sotto questo profilo, del suo rivale. Ci sono chicche splendide: si parla per esempio del nome da dare a un nuovo (nel 1912) cacciatorpediniere; ed ecco che viene fuori una vecchia canzone marinaresca su una fregata dei tempi di Nelson, la "sfrontata Arethusa", dalle tette al vento della polena. Tuttavia, anche qui, c’è qualcosa che non torna. Questo mondo di garbo diplomatico e di sigari al club, di gentlemen’s agreements e di sorrisi civili: che mai poteva aveva a vedere col sanguinoso macello di pochi anni dopo? Davvero la radice della barbarie era nascosta là nei club, fra i bicchierini di Porto? Lenin, uomo feroce, sghignazzava che sì, non c’era il minimo dubbo che quei signori, di nascosto, fossero dei cannibali. A me sembra una spiegazione consolatoria. Forse, tutto sommato, si trattava semplicemente di lemming. * * * Non sappiamo come sarà la guerra di ora. Tecnicamente, è con ogni evidenza una guerra contro l’Europa. Nessuno a Washington ha veramente paura dell’Iraq o di chiunque altro (ai coreani, che ogni giorno minacciano di invadere la California, non rispondono nememno). Ma dal giorno in cui l’altro impero è caduto, ci si è posti con lucidità e lungimiranza il problema dell’ultimo atto, dell’ultimo e incontrastato dominio mondiale. Romanum Imperium, o lemming? Mah. Nel Dna degli imperi sono presenti entrambi questi cromosomi, l’uno lucido e "nobile" l’altro primordiale e oscuro. Comunque, in nessun luogo la geopolitica vien presa sul serio, da cent’anni in qua, come negli Stati Uniti.: parlavano di "seapower" e di impero insulare già quando erano ancora dei cowboys occhialuti alla Theo Roosevelt. Già allora, nella loro profonda - e per noi allora incomprensibile - democrazia, si sentivano romani. Perciò adesso c’entrerà il petrolio, c’entreranno gli oleodotti, c’entrerà l’intimidazione nei confronti dei paesi produttori - tutte cose che si potevano ottenere comunque e con più sicurezza per altre via - ma non sono, secondo me, che dei pretesti "razionali" per ingannare se stessi. Quello che in realtà preme è l’istinto etologico dello spazio allargato. E gli unici rivali possibili, da sorvegliare costantemente e da minacciare per interposti, in realtà siamo noi europei. * * * Sono buone e civili, e non a caso hanno fatto incazzare moltissimo gli americani, le posizioni degli europei (meno i paisà italiani e gl’inossidabili inglesi) per evitare la guerra. Francesi e tedeschi hanno buttato le carte sul tavolo: siamo pronti a mandare i cacciabombardieri francesi e - qui la carta sul tavolo sbatte forte - a schierare la Werhmacht per metterci in mezzo. Certo, per questa volta non funzionerà: ma è la strada giusta. Noi europei non dobbiamo essere semplicemente "più civili" o "più pacifisti " degli americani. Non dobbiamo semplicemente parlare col Terzo Mondo al posto degli americani. Dobbiamo avere un esercito nostro, in grado - la prossima volta - di pesare sul tavolo, di permettere un dialogo vero fra noi vecchi europei (che tanto abbiamo da farci perdonare da questo pianeta; ma tanto gli abbiamo dato) e tutti i poveri del mondo. La prossima volta, alla prima minaccia di Bush Terzo o Quarto, il Governo europeo dovrà poter reagire allertando subito la sua forza d’intervento, mettendo in mare le sue portaerei e scaldando i motori dei suoi aerei. Tutto il resto è solo pianto sulle rovine e rassegnazione. Speriamo che il pianeta possa sopravvivere, nei prossimi mesi, a questo scatenamento assiro di istinti primordiali. Ma, se sopravviveremo, impariamo la lezione. ________________________________________
17 febbraio 2003 n.166 Non sono finora arrivate (per quanto ne so io: ma potrei sbagliarmi) le scuse del Presidente americano Bush e di quello italiano Ciampi, ai ventotto poveri pachistani arrestati a Napoli sotto l’accusa infamante di terrorismo. Sia Bush che Ciampi non avevano aspettato un attimo a congratularsi coi servizi per la "brillante operazione", che a un osservatore minimamente attento sarebbe apparsa subito come una delle tante operazioni di routine di "fabbrica di mostri" dei servizi segreti: non senza, in questo caso, qualche possibile collaborazione della camorra (vedi la Catena dell’altra settimana). Ma in Italia, purtoppo, oltre ai servizi segreti e alla camorra esiste anche una Magistratura. E i giudici napoletani, avute in mano le carte delle indagini, nel giro d’un paio di giorni hanno scarcerato tutti. Nessuna prova a carico degli emigranti; diversi interrogativi invece sulla serietà con cui sono state condotte le indagini. Che dovevano fruttare encomi, avanzamenti di grado, benefici e onorificenze, e invece hanno fruttato soltanto una terrificante brutta figura. Chiamiamola così, per non girare il sale nella ferita: ma fatto sta che ventotto innocenti hanno rischiato di fare la fine di Sacco e Vanzetti ("anarchici terroristi" perché italiani) e non l’hanno fatta solo grazie all’integrità dei giudici napoletani e alla petulanza e al coraggio di una piccola associazione di emigranti, la Score. La seconda cosa da dire, in questa brutta storia, è infatti questa: di fronte a una retata di massa non di tre o quattro ma di un intero plotone di "terroristi", e non di terroristi qualunque ma proprio di binladeniani sfegatati, pronti a fare saltare in aria mezza Napoli, non c’è stato un giornale o un politico che abbia sollevato il minimo dubbio su nessuno dei tanti lati oscuri della faccenda. Perizie sull’esplosivo? Testimonianze? Impronte digitali? Prove? Niente di niente. Eppure i giornali erano pieni di "rete terroristica sgominata", i politici "garantisti" (compreso, purtroppo, Ciampi) facevano finta di crederci e nessuno, finché la bolla di sapone non è esplosa, ha osato azzardarsi a dire una parola. Mi piacerebbe fare l’elenco dei politici "progressisti", richiesti di una dichiarazione di solidarietà, che invece l’hanno negata: ma per carità di patria lasciamo andare. Citerò solo Amato Lamberti, che non mi è simpatico, ma è stato l’unico dei politici ad avere avuto il coraggio di sollevare subito e pubblicamente dei dubbi sulla serietà dell’operazione. Tutti gli altri se ne sono stati poco dignitosamente zitti. La politica italiana non ci ha fatto una gran bella figura. Nemmeno il giornalismo italiano, coi suoi "al mostro al mostro" senza verifica delle fonti ci ha fatto una figura particolarmente felice. A tutt’e due - giornalisti e politici - consiglieremmo adesso, per un fatto più che altro di buon gusto, di astenersi per qualche tempo dall’adoperare paroloni come "garantismo", "giustizia", "antiterrorismo", civiltà occidentale" di cui spesso e volentieri si adornano ma a cui in realtà non attribuiscono alcun reale significato. A parte la Magistratura che ancora riesce a resistere, in queste belle parole, nell’Italia ufficiale, ormai non ci crede più pessuno. * * * Fra tutti i giornali e le televisioni italiani, la Catena e Clarence sono stati gli unici a dar copertura giornalistica corretta a questa vicenda. Non ne siamo orgogliosi: ne siamo spaventati. Fra tutti i gruppi e partiti politici italiani, l’unico a difendere in questa occasione i principi di garanzia e di diritto che fondano (teoricamente) il nostro stato è stata una piccola associazione di emigranti, la Score: che ha denunciato il caso, ha trovato gli avvocati e ha allertato l’opinione. Senza di essa, probabilmente, neanche gli elementi difensivi sarebbero riusciti ad arrivare fino al Magistrato. Povero quel paese in cui, davanti all’ingiustizia che avanza, i generali scappano e di sentinella restano qualche giornalista ‘mbriagone, qualche volontario straccione e qualche ragazzino. ________________________________________ 3 marzo 2003 n.168 Le basi americane. Un bel mattino i russi decidono che è arrivato il momento: carrarmati col motore sempre acceso, cosacchi coi cavalli sempre sellati, partenza dall’Ungheria o addirittura dalla Croazia ed eccoteli che prima di cena sono già in piazza San Pietro (dove, se vi ricordate, quei poveri cavalli dovevano finalmente trovar pace). I nostri, di fronte a un’azione tanto fulminea, neanche hanno fatto in tempo a mettersi braghe e stivali. Da donde l’idea di fare le basi americane: i cosacchi arrivano in carrarmato e a cavallo, ma giunti ad Aviano (o, se via mare, a Sigonella) ti trovano i marines già pronti e schierati e dunque se ne tornano indietro con le pive nel sacco. E questo, nelle grandi linee, è ciò che ci siamo sentiti ripetere per cinquant’anni. Senza gli ammericani ci avrebbero invaso i communisti cosacchi, e l’avrebbero anche fatto all’improvviso. Bene. Vediamo la situazione oggigiorno. Intanto, bisogna trovare qualcuno che faccia il communista invasore, sennò non funziona. I russi no, si sono davvero rotti le balle. Gli ungheresi nemmeno, preferiscono il gulash ora. I polacchi? Dio ce ne scansi rispondono, letteralmente. E così via fino agli Urali e oltre, fino alla Siberia. Chirghisi, turcomanni, karabasci, avari, bulgari, cosacchi del Don e del Donez, siberiani, usbechi, peceneghi, variaghi: non ce n’è più uno che voglia fare il communista invasore manco a pagarlo. I cinesi? Ma pensano a fare i soldi. Non restano che i coreani. Va bene, meglio di niente. Allora, un giorno Pak-do-ik si sveglia, decide "Oggi, s’invade l’Occidente!", monta in carrarmato e via. Eh, mica una gitarella! Cina, Mongolia, Iacuzia, Cita, Siberia Occidentale e Orientale, Russia, Bielorussia, Moldavia, Polonia, Cechia, Slovacchia, Slavonia, Slovenia, Croazia e finalmente, se tutto è andato bene, ancora manco siamo arrivati a Trieste (e ancora non si sa se c’è bora: ma mettiamo, per amor di discussione, che sia una bella giornata). Insomma, in tutto questo frattempo c’è tutto l’agio di mobilitare esercito e carabinieri fino dalle tenenze più lontane. Così quando infine i communisti invasori arrivano - se dio vuole - al confine ti trovano tutta la forza allineata e coperta a baionettarm-crociatet-bugianen, e allora ti voglio vedere a fare l’invasione. E’ chiaro che in questo caso la base americana non serve a un cazzo, salvo che a dare un po’ di fastidio quando - ad esempio - i carabinieri di Trapani le debbono girare attorno per andare a posizionarsi a Trieste. Per cui, siccome anche immagino che gli americani in fondo non abbiano tutta questa gran voglia di farci i guardiani notturni a noi, la cosa migliore sarebbe di levare fili spinati e "Keep Away!", piantarci un po’ di marijuana e usare finalmente Sigonella e Aviano a fini edonistici e produttivi. Le obiezioni sostanzialmente sono due. La prima obiezione è che non ci sono più i communisti ma ci sono i poveri, che sono anche peggio. Curdi, africani, pachistani, ucraini, bengalesi, tutti lì pronti a invaderci da un momento all’altro. Al che tecnicamente rispondo che, siccome tutta questa gente non viene più a cavallo ma per mare, basta distribuire le corazzate lungo le coste e tirar giù a cannonate le bagnarole dei profughi, come un nostro ministro ha già d’altronde caldamente raccomandato. E’ vero che la nostra marina non ci fa una gran figura ma i marinai d’Italia, che una volta avevano i Luigi Rizzo e i Durand De La Penne, adesso non sembrano particolarmente vergognosi del loro nuovo ruolo di guardiani del supermercato. E dunque, obiezione superata. Momento. Obiezione numero due: l’Italia fa parte dell’Occidente. Tutti i paesi dell’Occidente debbono avere delle basi militari. Sennò si fa malafigura coi vicini. Uhm. Certo, il prestigio è prestigio. A pensarci bene, non possiamo fare a meno di avere una Sigonella e un Aviano con aerei carrarmati e tutto. Però, che bisogno c’è che questi aerei e questi carrarmati siano proprio americani? Che ci azzecchiamo noi con l’America, a parte quel belin del sciur Colombo? Beh - risposta - l’America è grossa e tu sei piccina. Le basi ce le mettono quelli grossi, mica l’Italia e il Portogallo. Giusto. Però, a pensarci bene, noi come Italia siamo un paese piccolo: ma come parte d’Europa non lo siamo affatto. E allora, in queste benedette basi, invece dell’America, perché non ci mettiamo l’Europa? Ad Aviano, una squadriglia anglo-tedesca. A Sigonella, la marina franco-italiana. In Friuli, higlanders e alpini. E così via. Tutta questa gente dovrebbe servire non a perseguitare i poveracci in mare ma semplicemente per ricordare all’Italia (o meglio, a questo punto, all’Europa) quant’è bello essere liberi e non dipendere da nessuno. Esercito europeo, marina europea, e - in Europa - basi europee. * * * "Via le basi americane"? Non più: riappropriazione e riconsegna all’Europa. E fra vent’anni, se tutto va bene e nessuno fa lo stronzo (ma è difficile fare gli stronzi quando a poter fare gli stronzi siamo in due), trasformazione ulteriore in campi di marijuana. Ma prima, Sigonella e Aviano basi europee. * * * Scherzando scherzando, questo è un obiettivo possibile. Sano realismo, su cui - senza mai confessarselo - sarebbero tutti d’accordo da Agnoletto a Sciracche. Passando per tutti gli italiani-italiani (e non aitalians), compresi - orribile a dirsi - pure molti di destra. Sul "via le basi" ci divideremmo. Sul "nostre le basi" cominceremmo a fare un altro pezzo d’Europa. Questa potrebbe già essere una proposta per l’Ulivo. _______________________________________ 10 marzo 2003 n.169 Sette giorni all’alba. Mettere le strisce di carta sui vetri (i frammenti sono molto pericolosi), trovare i soldi per mandare fuori città i bambini, comprare (ma con che soldi?) ancora un po’ di scatolette, riempire i secchi di sabbia per gli spezzoni (la radio non raccomanda altro), non fare la faccia spaventata davanti ai bambini, chiedere al capofabbricato se la cantina è sicura. Puoi essere il signor Smith di Londra, ai tempi della Luftwaffe. O il signor Abdul a Bagdad. Oppure mia nonna a Palermo, nel quarantatré. Per quelli che comandano, fa lo stesso. * * * Noi, qui, siamo lontani. Possiamo concederci il lusso di ragionare. Possiamo - e dobbiamo - ricordare, in questo feroce momento, che non sono gli americani a bombardare, ma i loro capi, non trasparentemente eletti e votati comunque da non più d’un quarto della popolazione. Pensiamo a Humphrey, a Marilyn, a Mohammed Alì. A tutti gli americani che rifiutarono - unico esempio storico, da ricordare con umiltà e con affetto - di vincere una guerra coloniale. Ai parenti d’America, al rock, ai G.I. Joe che sorridevano, il giorno che i tedeschi scapparono, per le vie di Roma. Dobbiamo pensare anche a loro *ora*, perché il momento è terribile e dobbiamo essere moralmente all’altezza. Ma solo noi, qui, possiamo farlo. A Bagdad, a Londra, a Palermo, possono solo chiedersi se sarà il loro figlio quello che fra sette giorni sarà colpito dalla scheggia. Quello che adesso li guarda con grandi occhi interrogativi e non sa che gli scienziati del mondo, nelle loro stanze lontanissime e strane, con tutta la loro scienza si stanno occupando proprio di lui. Che ci si dia la forza di essere giusti e di non odiare, perché odiare è peccato e la giustizia deve muovere il mondo. Ma chiedetelo a noi, questo non-odio. Non chiedetelo a quelli di cui di state per fare olocausto, di cui state per massacrare i bambini. * * * Noi abbiamo fatto il possibile - quello che a noi sembrava il possibile - perché questo orrore non ci fosse. Scusateci se abbiamo gridato troppo forte, se abbiamo dato fastidio alla regolarità dei trasporti, alla vita normale. Noi, non siamo diversi: privilegiati come voi, domani mangeremo ancora e ancora saremo vivi. Ma, a differenza di voi, ce ne vergognamo. Non sappiamo perché: e mascheriamo questo non-sapere con delle parole "politiche", che a voi giustamente danno fastidio. Ma in realtà è molto semplice: "Non ammazzare". * * * Dolorosamente e solennemente, in queste settimane, il popolo italiano è cresciuto. Tutti sono contro la guerra, tranne i più giovani. A questi, gli obersturmbannfuhrer della propaganda sono riusciti a instillare il senso della razza eletta, per cui tutto il resto del mondo è un videogame. Ma con gli anziani e con gli uomini, con le donne, coi ragazzi più pensosi o più maturi - con chi ha una vita insomma - tutta la loro propaganda non è servita a niente. Ammazzare degli uomini fa paura. Il popolo italiano, popolo "qualunquista", popolo senza legge, popolo di famiglie e non di stato, che ride degli ideali e sghignazza alle grandi parole, è tuttavia sempre quello che era prima. Acclama Mussolini ma fa scappare gli ebrei, mugugna un signorsì e ubbidisce ai signori; ma dalla Russia, alla fine, torna da partigiano. In questo popolo antico, così facile da ingannare ma così difficile da fare atroce, la sinistra deve contare - ma la parola "sinistra", oggi, è inadeguata - per resistere senza timidezze alla politica dell’orrore: pronta a mobilitare le piazze ma anche, se sarà necessario, a andare oltre. * * * Si è ormai definitivamente saldata - il principale fatto politico di questi mesi - la fusione fra la sinistra e i cattolici di questo Paese. Il sogno che fu di Togliatti e dei "comunisti cattolici" degli anni Quaranta (che furono i maestri di Berlinguer) è oggi una realtà. Fallì, allora, perché coloro che lo promuovevano erano uomini di potere, cardinali rossi o neri. Fallì a loro, ma riesce adesso alle persone comuni: umili preti e onesti militanti di base, uniti dagli ideali umanistici e non divisi dall’inseguimento del potere. Il partito dei "comunisti"-cattolici, in questo preciso momento, è il cuore e il nucleo forte della sinistra; non è macchiato di stalinismo, né d’integralismo vaticano; attorno vi si può rapidamente rapprendere, ed è già probabile che così avvenga, tutto il resto. Quali lezioni, a chi ha il cuore d’intenderle, dà la storia. * * * Moltissimi lettori hanno scritto (e circa un terzo di essi erano "di destra") per intervenire - quasi tutti a favore - sulla questione della ristrutturazione in chiave europea delle attuali basi americane in Europa. Sappiamo benissimo che non è un obiettivo facile né indolore. Ma mi ha colpito il fatto che, nel nostro piccolo mondo (che però è abbastanza rappresentativo, coi suoi sette-ottomila lettori, dell’opinione di sinistra e della parte migliore di quella di destra) una proposta del genere sia stata vista come naturale, non traumatica e in un certo senso abbastanza scontata. Secondo me, i dirigenti dell’Ulivo farebbero bene a riflettere un attimo su un sintomo come questo. La sinistra ha bisogno, prima o poi, di avere una sua politica estera. Che oggi come oggi, fra nostalgie e rassegnazione, non ha. * * * Quasi tutte le grandi città europee - con l’eccezione di Milano e Mosca - sono governate oggi dalla sinistra. Una sinistra "strana", di luogo in luogo: il sindaco di Parigi è un attivista gay, quello di Londra un laburista dissidente, quello di Roma un ex-comunista con simpatie terzomondiste, quello di Barcelona è più europeo che spagnuolo. Nessuno di essi è un estremista, nessuno un isolato: gareggiano in popolarità e buonsenso, diversi in tutto tranne che in "morbidezza". In tutte le grandi metropoli europee è cresciuta - verrebbe da dire - una nuova classe. Edonista ma non cinica, giovane ma matura; immersa nel mercato ma non nella giungla americana. Una bourjeoisie, insomma; la seconda. Carinzia e Nordest s’imbarbariscono, ma Berlino e Parigi seguono i lumi. E’ questa "borghesia", per la pace, che è scesa in piazza. E’ impossibile che prima o poi non si unisca, e non faccia l’Europa. * * * L’Europa serve subito, in emergenza, per fermare la deriva dell’impero. Nessun impero, non bilanciato, l’ha mai evitata. Gli imperi, un tempo, venivano corretti (i romani, gl’inglesi) dal fatto che un resto del mondo, non fosse che perché sconosciuto, restava fuori; ma ogni impero in sé, di propria dinamica interna, è sempre morto di patologia. Adesso che per la prima volta il pianeta è uno, l’impero coinciderebbe col tutto; le patologie - e i collassi di civiltà - che un tempo colpivano una macro-regione, adesso colpirebbero il pianeta. Per questo bisogna stringere i tempi, guardare la realtà, bilanciare. E già da solo ciò chiederebbe una crescita prepotente e cosciente dell’Europa. C’è poi un che di più profondo, quasi un’utopia. Noi Europa abbiamo un debito grandissimo col resto del mondo; grandi crediti anche, ma un debito sanguinoso. Noi abbiamo dato i filosofi, ma anche le legioni organizzate; abbiamo civilizzato con i ginnasi, ma anche con le distese sterminate delle croci. Mozart e Hitler, Auschwitz e le Sinfonie, la parola polis e la parola ghetto: tutto è uscito dall’Europa, nel bene e nell’inenarrabile male. Ed ora è arrivato il momento in cui una nuova classe cittadinesca spunta in Europa, disincantata e umana; in cui le tecnologie (di cui il modello è l’internet) permettono un potere umano illimitato. E’ l’ora in cui una generazione cosciente e forte - quella che sarà al potere in Europa fra vent’anni - potrebbe veramente cambiare il mondo. Un’uscita dal Neolitico, una ripulsa definitiva del cannibalismo, un piano Marshall mondiale che elimini veramente e per sempre - ora che si può - la fame, la miseria e la sperequazione. * * * Se una generazione si renderà conto, in una zona ristretta e dunque possibile del pianeta, di una simile prospettiva; se elaborerà culture e tecniche in tal senso, se farà - ma su scala più gigantesca, lei che può - come Lula ("basta comprare aerei: sosteniamo la produzione"), chi potrà mai fermarla, alla fine? Quanto potranno durare ancora i fanatismi disperati e le velleità d’impero? Gli Dei sono di moda, in questi anni disperati e feroci. Esigono sacrifici di sangue, come nel mondo primordiale appena uscito dalla clava. Crociati e saraceni, ebrei e filistei, mogul e indù continuano all’infinito - in nome degli dei ancestrali - la loro nera partita. Dovunque i bambini si rannicchiano, timorosi del cielo. Ma noi possiamo farci dio di noi stessi, salvare il mondo. 17 marzo 2003 n.170 A ogni fermata del tram ne sale uno: di solito con fisarmonica, più raramente col violino. Hanno sui dieci-dodici anni, e suonano molto bene. Raccolgono le offerte in un bicchiere McDonald's e scendono, con mille ringraziamenti, dopo un paio di fermate. Quello di stamattina suonava "Tea for two": la gente metteca mano ai centesimi, sorridendo. Più o meno come faceva - nei romanzi strappalacrime dell'Ottocento - coi "petit italians" con l'organetto. Due settimane fa, alla fermata della Magliana, il treno ne ha travolto uno; la fisarmonica, stranamente, non s'è fatta niente e un lenzuolo ha coperto - in attesa degli inquirenti - il corpicino. * * * Aumentano, fra gli zingarelli romani, i "drogati". Sniffano della colla, come a Bucarest o a Rio. Però non sono brasiliani né rumeni, nessuno ha insegnato loro quest'usanza. Semplicemente - come i bambini poveri scoprono fin troppo presto - la colla costa meno dell'eroina, ed è quasi altrettanto buona a farti dimenticare per un poco come vivi. Il mondo è arrivato a Roma, così, attraverso questa scoperta infantile. * * * In Inghilterra, il governo ha trovato il tempo, fra una grande politica e l'altra, di dichiarare reato l'elemosina: chi vuole può trovar lavoro, non c'è dunque bisogno d'infastidire la gente. Non so quali pene prevedano. Un tempo era la deportazione in Australia, a fondare colonie, o in altri posti lontani; prima ancora, dal medioevo al Settecento, la fustigazione o la forca. Nell'Utopia di Thomas More l'utopia non consiste, come pensano i critici, in qualche filosofia meravigliosa. Consiste banalmente nell'immaginare un'isola, all'altro capo del mondo, in cui semplicemente i poveri non vengano perseguitati. Tutto il primo capitolo è una polemica contro la legge inglese - di allora - che prevedeva pene durissime contro i "beggars", i vagabondi e gli "oziosi": la giustizia del re, si chiamava, e i governanti ne andavano particolarmente orgogliosi. In Italia, fra le altre riforme della giustizia, s'è deciso di abolire completamente i tribunali minorili. I minorenni, col nuovo regime, verranno giudicati direttamente da sezioni specializzate dei tribunali ordinari. E già l'anno scorso il ministro aveva proposto di abbassare l'età imputabile, di estendere ai ragazzini sopra una certa età il peso della giustizia "normale". Non lo dico in polemica col governo: in tutti i paesi d'Europa, dai più reazionari ai più civili, l'età della galera si va abbassando. L'infanzia fa paura, miei signori. (E non parliamo dell'America, dove gli adolescenti vengono già uccisi come gli adulti, legalmente). * * * I bambini monelli, nei paesi più progrediti, adesso sono chiamati con un altro nome. Non mi ricordo il termine, ma è una sigla che più o meno significa "Bambini Potenzialmente Asociali": una malattia mentale, e anche un promemoria per la pubblica sicurezza. Si curano col Roipnol, col Ritalin, col Prozac (il sei per cento dei bambini in America, fra il '90 e il '96), e anche in Italia si comincia a legalizzargli le anfetamine antidepressive. I bambini perbene non debbbono dar fastidio, infatti: davanti alla tv o al videogame, zitti e buoni, a ingrassare. Sempre meglio che essere stuprati in Thailandia, o venduti a una fabbrica di superscarpe in Pakistan, o messi a sniffare colla a Bucarest o a Roma. * * * Una congiura a favore dei bambini, ci vorrebbe. O almeno che se ne occupi il Wwf. Il vecchio tabù verso i cuccioli sta cadendo. I piccoli sono nemici, almeno potenziali, nella tribù dei maschi adulti. E dunque, controllare e recidere. Prima di mettere ordine nei paesi dei poveri, infatti, dobbiamo provvedere a imporlo ai nostri figli. ________________________________________ 17 marzo 2003 n.170 Santo wrote: < Sono in cerca di consigli, e mi hanno indirizzato a lei. Spero di non venire cestinato, anche se in effetti posso comprendere i motivi che spingono a cestinare i testi di uno sconosciuto, ma in fondo è un gesto gratuito allegare 4 parole e sperare... in consigli. Come una passione diviene mestiere? > * * * Caro Santo, io però non sono uno scrittore ma solo un giornalista. Come giornalista non sono bravo a esprimere fantasie, ma solo a cercare di rappresentare le cose che succedono o sono successe (anche magari solo dentro di noi). In altre parole, sono un artigiano che per fare le scarpe ha bisogno del cuoio. Tu invece, mi sembra da ciò che mi hai mandato, tendi più ad essere un artista, che non ha bisogno che della sua chitarra per suonare. Sono due cose diverse, e sarei molto presuntuoso se - io ciabattino e tu chitarrista - mi azzardassi a dare dei consigli. Com’è che una passione diviene un mestiere? Beh, di solito non diventa un mestiere, almeno non in Italia. Camilleri ha cominciato a fare il “mestiere” di scrittore a settant’anni. Montale, di mestiere, non faceva affatto il poeta. E Apollinaire, di mestiere, era sottufficiale di cavalleria. E allora? Se per mestiere intendiamo una cosa che ci dà da vivere allora devi cercarne uno vicino (non coincidente) alla tua passione - che so io: sceneggiatura, lavoro editoriale, ecc. - e cercare di diventare un professionista in questo mestiere: il che significa perdere tempo, impadronirsi delle tecniche, faticare moltissimo, farsi un none nel giro. Se invece il nome di mestiere vogliamo darlo direttamente alla nostra passione, allora... beh, allora è un nome nobilissimo, perché porta con sé una concezione concreta e utile della scrittura. Però anche in questo caso non ha molto a che fare col guadagnare: è un mestiere gratuito, come se un ciabattino (per altro orgogliosissimo di essere un ciabattino e non un “artista”) volesse dedicare la propria vita a fare il più bel paio di scarpe mai visto, sapendo che non lo venderà mai ma che passerà alla storia della ciabattineria. Ecco, lavorare da ciabattini comunque può essere una cosa buona. I due pezzi che mi hai mandato non sono brutti ma: li hai riscritti almeno 5-6 volte? Allora puoi sperare di diventare un ciabattino. Li hai scritti di getto, sull’impulso della passione? Allora, al massimo, puoi sperare di diventare un D’Annunzio o una Fallaci e di farti i miliardi vendendo il tuo dannunzianesimo, prima o poi > ________________________________________
17 marzo 2003 n.170 Libro di lettura (ad uso dei piccoli siciliani, e anche neri, marrocchini, africani, brasiliani e rumeni e di tutti gli altri Paesi). C’erano due amici di Palermo che si chiamavano uno Giovanni e l’altro Paolo. Essi decisero di combattere contro quelli che rubavano l’acqua alla Sicilia e facevano stare male i siciliani. Così diventarono giudici e fecero grandi cose. Alla fine però li ammazzarono. Alla fine però la gente fece un albero per ricordarsi di loro e forse prima o poi farli tornare. ________________________________________ 24 marzo 2003 n.171 Dopo. Americani isolati, aiutati solo dagli inglesi (con l'appendice australiana) e da 200 polacchi. Però anche americani coesi - il riflesso patriottico è scattato come programmato - e molto più a destra di prima. Seppellito definitivamente Roosevelt e anche la dottrina del "mondo libero" anni '50-'60. Impero e basta, ancorché popolare. La motivazione profonda non è stata il petrolio (oggetto di speculazioni private ma non di un incoercibile interesse nazionale) ma questo scatto "imperiale" ormai maturo. "Delenda Carthago", e poi la Grecia e l'Asia e il "pane e giochi". Questo, naturalmente, rende - come si sente già da un paio d'anni - obsoleta la vecchia democrazia. Nella zona: l'Iran vince la sua antichissima guerra con Bagdad e diventa la potenza della regione. Possiede adesso interessi comuni con la Turchia e, come questa e probabilmente insieme a questa, ha le capacità e gli strumenti ideologici (islamismo sofisticato, eterodosso e moderno) per unificare sul serio, col tempo, l'intera area "islamica". Crollo del rapporto turco-americano (agli Usa i curdi servono) e di riflesso di quello, importantissimo in questi anni, turco-israeliano. Anche per ciò, impegno diretto americano nella zona. Costretti a rimanere in Iraq. Costretti però anche a importarvi un qualche rudimento "democratico" (McArthur) che eserciterà appeal sui ceti medi attualmente sotto dittatura nei regni/regimi "filoccidentali" (in particolare nella penisola). Parallelo e contrastante richiamo (stavolta non fanatico ma credibile e "ragionevole") dell'Iran o dell'asse turco-iraniano. Crisi a breve di uno o più di quei regni/regimi, evoluzione in alcuni casi "democratica" e filoamericana, in altri popolare e panaraba. In ogni caso, ostilità verso l'"Occidente" di *tutti* gli arabi (nessuno escluso, neanche i "filoamericani") per le prossime due o tre generazioni. Abbassamento e cronicizzazione del terrorismo. Pulizia etnica in Palestina. L'Onu non muore affatto: cambia di ruolo. Da cinghia di trasmissione del "mondo libero" con alla testa gli Usa, diventa camera di compensazione di tutti gli interessi anti-americani o anche semplicemente non-americani. Nel caso peggiore (per gli Usa) potrebbe anche diventare il luogo dell'alleanza di fatto fra Europa, Russia e Cina. Europa: spostamento "a sinistra" molto netto, probabile crisi o comunque forte indebolimento delle componenti "di destra" (Inghilterra, Spagna e Italia) con possibili riflessi a breve sulla tenuta dei governi. Non so se sto usando "destra" e "sinistra" in senso politico-sociale o politico-nazionale: ma non cambia molto. In ogni caso, il centrosinistra sta tornando al potere in Europa, ma molto più consapevole e incattivito. Fine di ogni residua velleità di grande politica da parte inglese (si chiude il ciclo delle Falkland, stranamente durato più di vent'anni). Fine anche delle velleità mitteleuropee, di ost-politik ecc. da parte tedesca: gli europei nuovi sono tranquillamente americani (la Slovacchia come il Kirghizistan), e dunque non sono affatto europei ma semplicemente "occidentali", qualunque cosa significhi questa strana parola. L'Europa, esattamente come prima, finisce a Berlino, Salonicco e Vienna. La sua politica naturale, ora come ora, è esattamente quella di De Gaulle: buoni rapporti con Cina e Russia, ostilità per l'America, buone parole al Terzo Mondo. * * * E noi? Intanto, in Italia, abbiamo ottenuto un successo enorme. Abbiamo fermato la spedizione italiana in Iraq (a cui il governo non avrebbe fatto la minima obiezione se non avesse avuto contro il 70 per cento dei sondaggi), abbiamo dunque salvato la vita di non sappiamo quanti concittadini e l'immagine umana del Paese. Questo dobbiamo pensarlo per prima cosa: non è vero che "le manifestazioni non servono a niente". Al contrario, da esse il governo è stato costretto a fermarsi su una classica posizione "andreottiana" ("l'Italia insulta il nemico dal balcone di casa sua") molto lontana dal cowboysmo iniziale. Di questa moderata posizione finale va dato correttamente atto al governo: partito per aggredire la Costituzione, alla fine ne è rimasto - a mio parere - entro i limiti formali, sia pure pagando un tributo al senso del ridicolo di ogni osservatore neutrale. Il transito per le basi non è un peccato di questo governo, ma il frutto "bipartisan" dell'esistenza stessa di quelle che prima erano basi straniere in Italia, ma ora sono basi straniere in Europa. * * * Una vittoria nostra, ripetiamo, su cui bisognerà costruire, a partire dall'immediato, il futuro. "Nostra", di chi? Ah, questo lo sento benissimo con le emozioni ma non riesco ad esprimerlo in parole. E' nata finalmente la sinistra, questo è certo: non un movimento qualunque, uno dei tanti, ma "il" successore del vecchio movimento operaio e socialista che per tante generazioni ci ha accompagnato, che avrà avuto i suoi errori ma che, nel complesso, ha incivilito e umanizzato il Paese. La nuova bandiera rossa, adesso è la bandiera della pace: non perché essa sia di un partito (chi ha voglia di partiti, adesso?) ma proprio perché non lo è. Come la vecchia bandiera rossa del primo movimento operaio, essa non esprime affatto un partito preciso, un'organizzazione, una setta: ma un'ansia di cambiamento, una gioventù speranzosa, dei valori, che non sono "di" sinistra ma sono "la" sinistra stessa. E come tali, a un certo momento (*questo* momento) vengono riconosciuti spontaneamente da tutti. E' lì che cambia la storia, che termina il libro vecchio e se ne apre un altro da scrivere, tutto nuovo. A questa nuova bandiera auguriamo di raccogliere tanti dolori, tante speranze e tanta umanità sulla sua strada quanti ne raccolse - nel suo cammino lunghissimo - la vecchia; ma, a differenza di quest'ultima, di non essere mai sporcata da nessuno. * * * Abbiamo tanto parlato male dell'America, nei discorsi da bar di questi tempi, che ci siamo scordati degli americani in carne e ossa, quelli veri. E' stata un'americana, una ragazza di ventitrè anni che si chiamava Rachele, la prima a morire lottando in questa guerra. Lottava dalla parte giusta, non contro altri esseri umani ma per difendere delle persone; e non aveva armi, ma il suo semplice corpo vivente. L'ha interposto fra i bulldozer di un esercito e le povere case e vite che esso voleva sgretolare, a Gaza, dentro un ghetto: ed è morta così, difendendo. Pensiamo alla ragazza Rachele, quando parliamo dell'America, in questi giorni. Perché l'America è lei, non i fantasmi sanguinosi che ora vanno in giro a mietere con la falce. ________________________________________ 7 aprile 2003 n. 173 "L'America è una cosa troppo seria per lasciarla fare agli americani" (Clemenceau?). Le guerre si vincono con la politica (chi però ne è capace) oppure con la guerra. La guerra si fa per ammazzare i nemici. Ci sono altri obiettivi minori - non commettere stragi, mantenere autostima, non imbestiarsi - ma sono appunto, minori: se si può, bene e se no pazienza. All'inizio pensavano di farcela con la politica, che per loro è una faccenda più che altro di bei discorsi. Bombardamenti mirati, proclami, dotte analisi e poche truppe. Non ha funzionato e allora, naturalmente e senza scosse, sono passati alla guerra. Bombardamenti a tappeto per ammorbidire, e fanteria avanti. La fanteria, a questo punto, era poca e dunque tanto più indotta a sparare subito su qualsiasi cosa; tutto ciò che non è amico è cosa. Avendo fallito i politici, la parola è passata non ai militari, che di solito non sono cattiva gente, ma all'istinto di sopravvvivenza dei militari, che è una cosa orrenda. Nessuno governa più niente, a questo punto, e nessuno d'altra parte ha mai governato una guerra: né Hitler né Napoleone né ovviamente Bush. Alcuni pretendono che il pianeta terrestre in realtà sia una forma di vita, conscia di sé (la teoria di Gaia). Forse possiamo considerare "viva" anche la guerra, ormai libera da chi le ha aperto la porta. Una di quelle entità della vecchia fantascienza, in giro per la galassia a divorare energia; o una presenza invisibile, rettilesca, di cui ci rimbombano gli ansiti in qualche luogo profondo. * * * < Disposizione per l'attacco alla posizione nemica dietro Kobelnitz e Sokolnitz, 20 novembre: "Da der Feind mit seinem linken Flügel an die mit Wald bedeckten Berge lehnt und sich mit seinem rechten Flugel langs Kobelnitz und Sokolnitz hinter die dort befindliche Teiche zieht, wir im Gegenteil mit unserem linken Flügel seinen rechten sehr debordieren, so ist es vorteilhaft letzteren Flügel des Feindes zu attakieren..." "Die erste Kolonne marschirt... die zweite Kolonne marschirt... die dritte Kolonne marschirt...". E così via. I generali sembravano ascoltare di malavoglia le difficili "disposizioni" > * * * Quali sono state le conseguenze della prima guerra mondiale? Imperi sono crollati, altri ne sono sorti, sulla carta del mondo le linee si accavallavano come cicatrici. Ma la conseguenza più grande è stata che a mio nonno - come a tutti gli altri ragazzi d'Europa - nella sua adolescenza, invece della quinta declinazione e della pallavolo, è stato insegnato che quando si pugnala un uomo al collo bisogna rigirare il coltello, per far maggior ferita; e quando invece allo stomaco, allora conviene che il colpo sia dritto e svelto in modo da poter ritirare l'arma senza che s'impigli nelle viscere altrui. Tutti i mali d'Europa derivano da allora, da quella ferina normalità che improvvisamente fu accettata dalle persone normali: non sconfitta politica, ma regressione animale. La politica infatti non consiste tanto nel fare scelte giuste, quanto nel farle comunque a un livello umano e non bestiale. In questi giorni ascolto spesso - io che non so il tedesco - un discorso di Hitler del '39: tono, pause, accenti, tutto è animale; come il susseguente bramito della folla; eppure tutti costoro, e lo stesso Hitler, erano tutti figli di un mondo razionale. * * * Denti scoperti e ringhi ammonitori, musi contratti, brontolii del branco: a questo, in realtà abbiamo assistito in queste settimane. Non è più l'Iraq, e neppure l'America, e forse neanche solo l'impero. Qualcosa di molto antico sta risorgendo dai primordi dell'evoluzione. Politicamente, dobbiamo ragionare come non abbiamo mai ragionato, lucidi e pronti, commisurare con precisione e tenacia una difesa umana a ogni singolo attacco disumano. Attivismo europeo, via le basi, Onu, cattolici e progressisti, unità per la pace: cerchiamo disperatamente di recuperare dall'esperienza politica, nell'ora della barbarie, tutto ciò che può aiutare; agli dei unni e gotici opponiamo, ora come in altri secoli, la nostra antica dea europea, la Ragione. Ma, contemporaneamente, un panico, un orrore tolstoiano, sentendo con tutto se stessi l'ansare della bestia che dalle sue grotte oscure - senza volerlo fino in fondo, senza saperlo nemmeno - i signori del mondo hanno liberato. ________________________________________ 21 aprile 2003 n. 175 1944 Armando wrote: < Io sono sempre vicino a voi. Dopo tante vitacce, in montagna, dover morir cosí... Ma in Paradiso sarò vicino a mio fratello, con la nonna, e pregherò per tutti voi. Viva l'Italia! Viva gli Alpini! > * * * Aldo wrote: < Grazie a quanti hanno gentilmente alleviato, con preghiere e con altro la mia prigionia e la mia morte. Il povero Don Aldo Mei, indegno Parroco di Fiano > * * * Bruno wrote: < Quando finirà questa maledetta guerra che tanti lutti ha portato in tutto il mondo... > * * * Roberto wrote: < Parenti cari consolatevi, muoio per una grande idea di giustizia... Il Comunismo!! > * * * Vito wrote: < E per lutto porta un garofano rosso > * * * Renzo wrote: < Perdonate se ho anteposto la Patria a voi. Ricordatevi sempre di un figlio che vi chiede perdono per tutte le stupidaggini che può aver compiuto, ma che vi ha sempre voluto bene > * * * Mirko wrote: < Questi giorni sono come gli ultimi giorni di vita di un grosso mostro che vuol fare più vittime possibile. Se vivrete, tocca a voi rifare questa povera Italia che è così bella, che ha un sole così caldo, le mamme così buone e le ragazze così care. Sui nostri corpi si farà il grande faro della Libertà > ________________________________________
12 maggio 2003 n. 178 Più o meno dieci anni fa di questi tempi la Sicilia era in pieno rinnovamento: le cose cambiavano in fretta dappertutto, ma in Sicilia più che altrove. Il movimento antimafia, la Rete, le prime elezioni libere cioé senza più spaventarsi dei mafiosi. Il capo, o almeno la persona più conosciuta, era Leoluca Orlando: un giovane cattolico onesto, che se ne uscì dalla Dc e propose di fare una specie di "partito" nuovo (o un'accozzaglia, o un movimento, o insomma un qualche modo di stare insieme), in cui non si facesse tanto politica quanto liberazione, non si rimestassero troppo le divisioni del passato ma ci si desse da fare tutti insieme contro il potere mafioso, come contro i fascisti al tempo della Liberazione. La cosa, nell'immediato, ebbe successo: in Sicilia fu una generazione intera ad aderire; non facce scontente da leghisti o da forcaioli incalliti, ma visi entusiasti di giovani che vedevano finalmente il momento di inventare daccapo, e stavolta sul serio, la democrazia. La cosa, da questo punto di vista, durò poco: la Rete, nel giro di sei mesi, s'era già trasformata in un partito molto perbene. Dei dirigenti, alcuni amministrarono città (nel complesso, bene), altri si fecero una carriera politica tradizionale, qualcuno - come sempre succede - tradì del tutto. Nel complesso non furono molto miglioni né molto peggiori degli altri. In più tuttavia, per qualche mese, incarnarono spavaldamente un sogno. Orlando che passa svelto con la sua scorta, chiaramente impaurito e tuttavia deciso, ragazzo appena più cresciuto di quelli dei cortei, che per un attimo si ferma come intimorito da qualcosa, e poi si passa la mano sul ciuffo e riparte a passo di marcia e sorridendo - ecco, questa è una delle foto più belle della politica italiana dal quarantacinque in poi. Va bene: dieci anni sono passati come un carrarmato - come malinconicamente annotavamo sopra - e Orlando è sparito dalla scena. E' stato un buon sindaco di Palermo (qualche volta bisognerà riflettere sul fatto che la gente, quando si riprende in mano la democrazia, per prima cosa pensa alla Città e non alla superregione), è stato coraggiosissimo come uomo, inadeguato come condottiero (ma chi lo sarebbe stato?) di quel sogno, e infine pesantemente segnato dai "vizi" d'origine della sua classe e della sua cultura: fra un vecchio politicante perbene e un "sanculotto", affidava senz'altro la propria vita al sanculotto ma, per fare politica insieme, alla fine si sentiva più tranquillo col signore perbene. Così, per "colpa" sua ma in realtà di noi tutti, alla fine abbiamo perso un'occasione: la seconda, dopo il sessantotto e prima di questa (che è ancora aperta) del movimento di ora. Impossibile comunque, conoscendolo, non volergli bene: io lo rivendico ancora con un certo orgoglio, pur sapendo benissimo, già allora, come sarebbe andata a finire. Comunque. Comunque, il nome di Orlando in queste settimane è venuto fuori di nuovo. A Palermo l'Ulivo, dopo un'ampia "consultazione di base" cui hanno partecipato anche girotondini e movimenti, alla fine ha deciso di presentare alle elezioni un ex sindacalista (Dc) molto perbene, ma che fra le altre cose nella sua vita era stato smascherato dalla magistratura per essersi venduto gli operai di uno sciopero ai padroni. A Palermo, in questo momento, il tema più sentito da oltre metà degli elettori (indagine Swg del 9 maggio) è: "Quando si ricomincia la lotta alla mafia?". Ma la sinistra perbene non risponde, e invece - suicidariamente - candida un democristiano clientelare. Su una cosa del genere, naturalmente, non c'è molto da dire. L'unica conclusione che posso trarne è che a Palermo non esiste alcun candidato dell'Ulivo, e che quindi i compagni come me non hanno - disgraziatamente - per chi votare. Questo perché la politica è bella, ma ci sono anche valori più importanti: un sindacalista che vende gli operai non è di destra, non è di sinistra, non è niente. E io non posso imbrogliare me stesso e gli altri facendo finta che non sia successo niente. La rimozione, soprattutto in politica e soprattutto a sinistra, a lungo andare non ha mai pagato. Invece hanno rimosso tutti. Ha rimosso l'Ulivo, ha rimosso Rifondazione, hanno rimosso gli (sciagurati) girotondini di Palermo, e disgraziatamente ha rimosso anche Luca Orlando. Che si è messo a rilasciare interviste in cui si dichiara entusiasta di questo strano "candidato" ("Votate per lui: è come votare per me!") e gira entusiasticamente l'Isola spendendo, a beneficio di costui, la simpatia e la stima che pure s'era conquistato combattendo. Si dice che ci sia anche un gioco politico: Orlando, secondo alcuni, con questo riavvicinamento all'Ulivo ne vorrebbe la candidatura alle prossime europee (fu proprio sulle candidature europee, in un triste gioco di rivalità personali, che a suo tempo si suicidò la Rete). Io non credo, e non mi pare importante. Penso semplicemente che uno come Orlando, in questo momento in cui tanti giovani, dopo tanto buio, ricercano avidamente una strada nuova, avrebbe il dovere morale di insegnare poche cose semplici ed essenziali. "La differenza fra gli anarchici e gli altri - disse una volta il vecchio Malatesta - è che noi anarchici, se per vincere siamo costretti a fucilare, allora preferiamo perdere". Ecco: io non lo so che cos'è oggigiorno la sinistra, e credo che non lo sappia neanche Orlando (per non parlare di Bertinotti e Rutelli). So però questo: che la sinistra, se per vincere è costretta a fare imbrogli e a tradire, allora preferisce perdere. Sennò prima o poi sparirebbe, e in ogni caso non sarebbe più una sinistra. Io provo un dolore grandissimo a pensare che una città come Palermo debba essere amministrata dalla destra, e da una destra semimafiosa come quella. Ma provo un dolore anche più grande a pensare che uno come Orlando, con la sua storia (e dunque figuriamoci gli altri) si illuda di poter girare attorno a una faccenda del genere, rimuovere questa tragedia, rinunciare ad essere maestro. ________________________________________
26 maggio 2003 n. 180 Internet. Un giovane dissidente cinese, Wi Qi, è finito in galera per aver messo su un sito la lista delle persone scomparse dopo essere state "invitate" dalla polizia. Poche settimane fa due giovani hackers americani sono stati condannati per aver messo in rete informazioni che consentivano di evadere il "pizzo" imposto sulla musica dalle majors dei Cd. Nel primo caso l'accusa formale è di "sovversione", nel secondo di attentato ai profitti delle multinazionali. Il meccanismo è lo stesso. L'internet è libero, e fa paura. Scrivere su un sito costa appena un po' di più che scrivere sui muri ma è infinitamente più efficace. I padroni del mondo, quando è stata inventata la scrittura, debbono aver provato un panico molto simile a quello dei padroni di ora, di fronte a un mezzo alla portata di tutti, di tutti i cervelli e di tutte le verità. Chissà quanti hacker saranno finiti nelle miniere di sale, a quel tempo, per uso abusivo dell'alfabeto. Qualche settimana fa su Repubblica è uscito un bellissimo articolo di Valentini, che oltre ad essere un giornalista è anche manager di una socsietà che si occupa, guarda caso, di vendere pubblicità e contenuti in rete: il web è un casino, ci vogliono leggi dure, basta con le e-mail gratuite, facciamole a pagamento. In Spagna c'è già una legge che restringe i contenuti giornalistici sull'internet, ed è considerata un modello per una futura legislazione europea. In America o in Cina affrontare determinati problemi sul web porta già in galera. In Italia tutta l'informazione è ormai concentrata nelle mani di una mezza dozzina di proprietari, non di più. Molte notizie escono assai sbiadite, o non escono affatto. E non è solo Berlusconi a censurare ma anche Caracciolo, Romiti, Caltagirone, Ciancio, Agnelli. Periodicamente, campagne "d'opinione" mirate vengono lanciate a freddo per conseguire questo o quell'obbiettivo politico o industriale: "domani piove" può significare semplicemente che la proprietà del giornale produce d'ombrelli. L'informazione libera, distinta dagli interessi economici, non esiste più. La stessa Cnn ha ormai formalmente adottato regole di autocensura. Restano i giornalisti singoli, quando hanno visibilità (ricordate la campagna contro gl'inviati Rai "filosaddamiani"? Beh, è solo una delle tante), e resta l'internet. Per esempio, queste righe. La rubrica che state leggendo esce ormai da quattro anni, ed esce in condizioni davvero strane. L'autore non è un simpatico fricchettone, ma un vecchio giornalista professionista: con fonti, dunque, mestiere e capacità d'analisi tali da conseguire una credibilità non inferiore a quella dei media ufficiali. Dieci anni fa, questa rubrica non sarebbe potuta uscire: non avrei avuto i soldi, semplicemente, per fare un giornale da solo. Sarei stato non solo personalmente emarginato (il che riguarda me) ma proprio costretto al silenzio: il che riguarda voi, perché una notizia o un'opinione in meno impoveriscono tutti. Con l'internet invece posso parlare. Debbo solo accettare la condizione esistenziale di emarginazione ecc. a cui questo tipo di giornalismo oggi costringe; ma tecnicamente posso far viaggiare opinioni e notizie in un ambito sufficientemente esteso da essere utilizzabili dai lettori. Posso fare giornalismo, insomma. Condivisibile o meno, bello o brutto, ma sicuramente libero da interessi esterni: per me, "domani piove" vuol dire proprio che secondo me pioverà, non vendo ombrelli. Poi può anche darsi che faccia bel tempo: in questo caso avrei scritto una cazzata (e i lettori me la farebbero pagare) ma avrei sempre fatto giornalismo, non pubblicità o propaganda. Ritengo che a lungo andare questo paghi. Come giornalista, in questo momento sto difendendo la libertà e la varietà d'informazione su cui storicamente si è caratterizzata la nostra civiltà occidentale. La sto difendendo da solo (non è esattamente così: ma semplifichiamo) e posso farlo perché ho l'internet. Se mi tolgono l'internet non posso farlo più. Siccome questa situazione è evidentemente strana e scomoda, e cozza con tutto il meccanismo economico esistente, allora debbono togliermi l'internet: così in un posto mi arrestano per sovversione, in un altro mi danno un milione di multa per attività anti-major, in un altro ancora mi lasciano in teoria parlare ma impongono una tassa a chi mi legge. Tutte queste cose in realtà sono già successe agli albori del giornalismo moderno (re Carlo, nell'Inghilterra di Defoe, mise una tassa sui torchi) e non hanno avuto infine grande importanza perché il pubblico vigilava e stava attento. Il pubblico era una classe nuova - la borghesia - e voleva novità: vere, ogni giorno, e libere. Così, state attenti anche voi: la libertà di stampa siamo noi, tutti insieme. Noi giornalisti (saremo un centinaio i giornalisti in tutt'Italia, in questo momento) facciamo la nostra parte ma voi, cittadini lettori, fate la vostra. ________________________________________ 2 giugno 2003 n. 181 Borghesia. L'euro continua a bastonare il dollaro: in poco più di un anno, l'ha superato di quasi il venti per cento. Non è un fenomeno del tutto innocente: sulla crisi del dollaro pesano probabilmente anche i movimenti speculativi di parte della finanza americana, interessata a un dollaro debole per motivi suoi. Il governo americano non sembra in grado di contrastarli, e anche il tradizionale volano delle spese militari (che permise a Roosevelt di superare la crisi degli anni Trenta) è ormai gestito da privati e non da una qualsiasi autorità governativa. La pubblica amministrazione, laggiù, ha ormai abbandonato l'economia limitandosi a gestire l'ordine pubblico interno e esterno. "Lo stato borghese si abbatte e non si cambia": in America, dello stato borghese sono rimasti solo gli sceriffi e i generali. Tutto il resto viene gestito direttamente dai consigli di amministrazione: scuole, salute, internet, giustizia, modelli culturali, economia. La privatizzazione delle funzioni pubbliche: cioè in buona sostanza il ritorno allo status quo ante, prima dello stato e prima della borghesia. E' il modello del tardo feudalesimo, con una dozzina di grandi potentati privati in equilibrio fra loro - ciascuno di essi autosufficiente come uno stato - e al centro un re taumaturgo ma debole, buono solo a reprimere i contadini e a bandire le crociate. Più ricco un duca, meno ricco un altro; ma poveri in generale i cittadini, e poverissimo lo stato. Debito pubblico pesante, e debito privato medio dei cittadini di gran lunga più alto che in ogni altro paese civile. L'economia feudale tentò in varie maniere di razionalizzarsi: il mercantilismo, Colbert, Law, i vari tipi di protezionismo. Fallirono tutti, perché il problema era di fondo: uno stato feudale (o neo-feudale) non è economicamente sostenibile, può solo procrastinare la crisi usando la propria (costosa) forza militare. L'Europa ha ciò che l'America comincia a non avere più, e cioè una borghesia. Non basta una bottega, o una multinazionale, a fare un borghese. Ci vuole anche una cultura comune, un sistema di garanzie pubbliche, in altre parole uno stato. Sul piano economico, questa è la carta in più dell'Europa: dei singoli staterelli già ora, dello stato europeo fra dieci anni. La gara è impari, e i potentati americani lo sanno. Per questo si affaccendano tanto a lucidare lance e spadoni, sperando di salvare, se non un interesse nazionale collettivo (che percepiscono sempre meno via via che la crisi incalza) almeno i tanti piccoli interessi neo-feudali che ne vanno prendendo il posto. Perciò ci saranno altre guerre, e non per motivi ambiziosi: per risolvere i problemi di quella corporation, o per vincere quell'elezione in pericolo, o per dare un po' d'ossigeno ai sondaggi. Facevano le crociate semplicemente perché non avevano più un fiorino in cassa e i banchieri gli rifiutavano credito se non li vedevano a cavallo con la lancia in resta. ________________________________________
9 giugno 2003 n. 182 Senzaconfine. "Tutti amu a mòriri, o prima o dopu - disse il vecchio Bastiano - Però, certuni comu mòrunu s'i puorta u ventu; cert'autri invece pesanu comu u' Mongibeddu". E' morto Dino Frisullo, e non ho molto da dire: è un compagno davvero che se n'è andato, e ora siamo più soli. Aveva cinquant'anni, siamo nel duemilatrè, e dunque ha lavorato per tutti noi - aveva cominciato nel '70, con Dp - per un po' più di trent'anni. Non da leaderino, da politico "di sinistra": da compagno. E' stato fra i primi pacifisti italiani e fra i primissimi (e forse il primo) a organizzarsi insieme agli immigrati. Con loro, ha fondato la prima associazione antirazzista, "Senzaconfine", che ha fatto da modello a tutte quelle dopo. E' andato a propagandare la pace, e i diritti dei poveri, in Palestina, Bosnia, Albania e in altri luoghi. In Turchia, a Diyarbakir, è stato arrestato per aver difeso i curdi: è stato rinchiuso in carcere insieme a loro (primo europeo a dividere questa sorte) e al processo ha alzato ancora la voce contro la repressione anticurda. Su questa, e sulla condizione carceraria e sulla legislazione "d'emergenza" turca, Dino scisse un bellissimo libro (“L’utopia incarcerata) che gli fu pubblicato da Avvenimenti. Su altri giornali (anche "di sinistra") per un certo periodo ci fu invece un veto formale, imposto da autorevoli mandarini, alle sue collaborazioni. (Poche settimane in televisione fa tutti parlavano con gran prosopopea di curdi: Dino Frisullo era l'unico italiano che non solo conoscesse i curdi ma ne fosse conosciuto benissimo, e ne fosse amato. Eppure è stato l'unico a non essere invitato a parlarne). La storia della sinistra italiana, per alcuni versi transeunte, per altri versi meschina, nella sua parte più nobile e permanente è la storia degli uomini come Dino. I vecchi socialisti, gli anarchici, i militanti operai, i comunisti clandestini... Qualcuno ha parlato di apostoli, e l'immagine è esatta. Dino è appartenuto a quella razza. Ingenui, poco "pratici", raramente a proprio agio nei palazzi, il loro ambiente naturale era la vita dei poveri, la strada. Il loro modo d'esprimersi, un po' impacciato e timido nei dibattiti ufficiali, attingeva a un'eloquenza inaspettata negli appelli di piazza o anche - come nel caso di Dino - davanti ai giudici militari. In questo, erano antichissimi e profondi. Dino, che ha lottato per i curdi e per gli operai bengalesi, è sempre lo stesso Dino (con un nome diverso, ma solo il nome) che in altri tempi ha organizzato gli scioperi delle mondine nell'Ottocento o la rivolta dei senzaterra nei latifondi. Che possa la sinistra italiana, e noi stessi, raccogliere con umiltà e coraggio l'eredità di uomini come questi. La sinistra dei binghi, dei salotti romani e dei compromessi, oppure la sinistra degli organizzatori, delle testimonianze di vita, dei compagni. Non è possibile essere tutt'e due: c'è da fare una scelta. * * * L'ultima volta che l'ho visto è stato a piazza Vittorio, a Roma: una manifestazione di immigrati - organizzata da lui - una delle tante. Piazza di cento popoli, come nessun'altra in Italia: bengalesi, egiziani, curdi, pakistani, cinesi... Un pezzo di mondo nuovo, operoso, duro: il più multirazziale d'Italia e anche - per chi sa leggerlo - il più italiano. Là, tutti lo conoscevano e l'avevano sentito parlare; molti, in un momento o nell'altro, avevano sfilato in corteo insieme a lui. E anche ora che non c'è più, lui là c'è sempre. Che c'entra un re sabaudo, con la piazza di Dino? Fra coloro che leggono ci sarà sicuramente qualcuno che conosce il sindaco di Roma, Veltroni. Coraggio, sindaco, cambiamo la targa di quella piazza. Via quel Vittorio Emanuele, mettiamo una scritta nuova. "Piazza Dino Frisullo, compagno". E la parola compagno, scrivetela in tante lingue. ________________________________________ 23 giugno 2003 n. 184 A Dachau, ridente cittadina della Baviera, nessuno dei quindicimila abitanti - tutte brave persone, gemutlich, casa chiesa e partito - sapeva niente delle attività che si svolgevano nel campo di raccolta alle porte della città. "Non sono affari nostri. Lasciateci lavorare". Quando gli americani conquistarono la città, fecero una bella retata di cittadini perbene, gli dettero un badile per uno e li costrinsero, a baionette puntate, a entrare nel campo, a guardare coi loro propri occhi le cataste dei morti, e a seppellirli con le loro mani. Le donne, gli uomini e i bambini che sono affogati in solitudine nel nostro mare non sono stati uccisi da una forza della natura. Sono stati assassinati dai buoni cittadini di Treviso, viso per viso, uno per uno. Non vi spiego perché, e se avete bisogno di spiegazioni allora chiedetevi anche perché erano degli assassini i buoni borghesi di Dachau. La colpa non era di Hitler, e non è di Bossi. Costoro, orrende maschere della disumanità collettiva, non sarebbero riusciti a gasare nemmeno un ebreo, ad annegare nemmeno un tunisino, se non avessero avuto alle spalle, a milioni e milioni, convinti e soddisfatti di se stessi, i volenterosi elettori di Dachau e di Treviso. In questo stesso momento, da qualche parte del mare, un essere umano agonizza nell'acqua come sotto il Ziklon-B. Non dicano "io sono innocente". Non saranno assolti. Mi dicono, e se è vero ne sono orgoglioso, che c'è stata una vera sollevazione fra gli ufficiali della nostra Marina all'annuncio di Bossi di mandare le nostre navi all'assalto, in acque internazionali, degli immigrati. A questa sollevazione si deve la veloce smentita del ministro della Difesa; resta che la proposta assassina è stata fatta ("Voglio sentire il cannone") e che questa proposta disonora chi l'ha fatta e chi l'ha applaudita. Io non sono di Treviso, grazie a Dio. Non ho niente a che fare con loro, e non accetto che gente nazista, che dà il settanta per cento dei voti a un Gentilini ("travestirli da leprotti e poi cacciarli"), si permetta di farsi passare per italiana. Hanno ragione Bossi e gli altri: l'Italia finisce prima di Treviso. Si tengano i loro Goebbels e i loro Benetton, sbarazzino della loro vergogna il paese, e se ne vadano al diavolo dove vogliono loro. Non li rimpiangeremo. * * * Mentre questo miserabile intreccio di politicantismo e ferocia offre un'orrenda immagine degli italiani, ecco che degli italiani stanno per annegare. E' Mohamed a tuffarsi, ad afferrare il primo e il secondo corpo che si dibatte e a portarli a riva. E in quel momento dall'acqua arriva un altro grido d'aiuto, di un bambino: ed ecco che il tunisino ansimante si tuffa ancora, tenta qualche bracciata, muore nel tentativo di salvare un altro italiano. Non si permetta il presidente della Repubblica di dare una medaglia a Mohamed Habib, al tunisino: le medaglie italiane, in questo momento, sporcano piuttosto che premiare. Chieda piuttosto perdono in ginocchio, a nome di tutti gli italiani nei confronti di tutti i tunisini, delle vili parole sbraitate da un ministro italiano contro i loro morti. 30 giugno 2003 n. 185 I pupi. "Prendi marrano!", "Mori, traituri!", "A ttia, Ganu di Maganza!" e giù gran colpi di scimitarra e draghinassa, fra gli applausi entusiasti e gl'incitamenti degli spettatori: "Forza, Rinaldo!", "Ammutta, Ferraù!". "Cannonate in pancia!", "Ci avete fatto perdere le elezioni!". "Dai, Umberto!", "Forza, Giancarlo!". Appassionante spettacolo che però a un certo punto, come tutti gli spettacoli, finisce: un'ultima riverenza al pubblico, e via nello scatolone del puparo. E anche il buon Bossi, tirato l'ultimo colpo di durlindana e sbraitato l'ultimo "cane infedele", s'inchina e rientra docilmente nello scatolone. Non pensatene troppo male, poveruomo. A lui, in realtà, degli immigrati non gliene frega proprio niente, nè in bene nè in male; solo che c'era bisogno d'un po' di spettacolo a tinte forti, per distogliere l'attenzione dal lodo Ciampi e dalla scandalosa assoluzione dei potenti. Dopodiché, l'amnistiato si mette in posa e comincia a declamare dal balcone "Me padrone d'Italia! Me padrone d'Europa! Italianiiiii!". E così il signor B. sbarcò in Europa. * * * Della vecchia Dc si può dire tutto il male che si vuole: camorristi a Palermo, ladroni a Roma - ma come politica estera, bisogna lasciarli stare. D'un paese che aveva fatto sette guerre in un secolo, era riuscita a fare una potenza pacifica rispettata da tutti. Di una nazione non grandissima, sconfitta in guerra, famosa per giri di valzer e tradimenti, uno dei tre pilastri su cui sorgeva l'Europa. L'Italia non è sempre stata il paese dei telefonini: c'è stato un momento in cui eravamo una specie d'Iraq bombardato, con le macerie al nord e la fame nera al sud. "Italian fascists", ci chiamavano, o - i più benevoli - "macaronì" o "mandolini". La prima volta che questa Italia andò all'estero, a un dibattito pubblico europeo, il nostro rappresentante era un signore occhialuto alto e magro, abiti decorosi, sorriso raro. Attraversò la sala - quando toccò a lui prendere la parola - fra sguardi compassionevoli e sorrisini. "Mr Digaspery of Aitaly!". "So bene - cominciò - che tutto in questa sala, esclusa la vostra personale cortesia, ci è contro. Ma noi italiani...". E parlò. Parlò dell'Italia povera ma coraggiosa, delle guerre subite e della pace sperata, delle macerie che già - senza aspettare nessuno - stavamo rimuovendo. Parlava sempre più piano, epperò ascoltato da tutti, perché il silenzio era grande, mentre - per bocca del suo leader - nella sala passavano le sofferenze e i meriti, gli errori e i doni di tutto un popolo. Che ritornava adesso a parlare - dopo un buio di tanti anni - con tutti gli altri: senza più imporre niente a nessuno, senza più imperi, ma con una sua profonda civilissima dignità. Infine De Gasperi tacque, raccolse lentamente le carte e si avviò per uscire: al suo passaggio, tutti i delegati - americani, francesi, inglesi, russi e tutti gli altri - si alzavano l'un dopo l'altro in piedi, in segno di rispetto; dietro di lui uscì la piccola delegazione italiana, composta da democristiani, liberali, azionisti, socialisti e comunisti. Da quel momento l'Italia tornò ad essere un paese d'Europa. Insieme - ed alla pari - con i francesi e i tedeschi fu anzi la prima a dire che bisognava unire l'Europa. * * * E ora, nel momento in cui finalmente l'Europa cresce economicamente e fa politica, fa fronte all'impero impazzito, prepara forze armate comuni - nel momento in cui, dal punto di vista nazionale, c'era da raccogliere il frutto di cinquant'anni di semina coerente e faticosa - ecco che arriva un brianzolo qualunque e strilla: "Tenetevi la vostra Europa, scemi! Noi vogliamo essere 'mmericani!". Gli altri naturalmente lo guardano con un sorriso gentile, e si dividono tranquillamente la parte nostra. Vabbè. D'altronde, non sanno nemmeno se gli abbiamo mandato una persona onesta o un ladro a rappresentarci fra loro; abbiamo fatto una legge apposta per abolire ogni possibilità di saperlo e loro educatamente "Ah sì? Beh, se da voi si usa così...". ________________________________________ 30 giugno 2003 n. 185 linarena@yahoo.it wrote: < Noto che lei nutre una grande nostalgia per il comunismo predicato sul manifesto dal compagno Pintor. Ebbene, le chiedo, mi vuole spiegare di quale tipo di comunismo si tratta? E' per caso un comunismo che mira al mutamento radicale della società e quindi dei rapporti di produzione oppure è solo una definizione che serve a coprire con una patina di tristezza e di desiderio i discorsi dei reduci del Pci? > * * * Cara Lina, eh, Lei mi fa una domanda da nulla! Bisognerebbe essere un politico per risponderLe; io sono un compagno sì, ma tutto sommato non granchè come militante. Vediamo un po'. - Lei, Orioles, è communista? - Sì! Al duecento per cento! Bandiera rossa e falcemmartello! - Bene: e come penserebbe di risolvere i problemi di oggi in base al suo communismo? Che ricetta di Marx o Lenin vorrebbe Lei applicare? - Beh... non so, io manderei via Berlusconi... - Sì, ma per questo non c'è mica bisogno di essere communisti! Mi scusi, anche Scalfari e Prodi vogliono mandar via Berlusconi. - Voglio... voglio la pace fra i popoli! E basta guerre! Non c'è petrolio che valga un solo morto ammazzato! - E questo lo dice il papa. Insomma, mi dica qualcosa proprio di communista... - Nazionalizzare... la Fiat? - Questo è Cossiga. Il Ds non è d'accordo. - Grunt. Insomma, lei cerca il pelo nell'uovo! - No, vorrei solo capire che cos'è il communismo oggi. Sinceramente. - Sincerità per sincerità, non ne ho la più pallida idea. Io ho conosciuto vecchi sindacalisti, militanti antimafia, partigiani... Avevano lottato contro i "padroni", contro i boss del paese, contro le Ss... Non so per che cosa lottassero a favore. Erano uomini buoni comunque, questo glielo assicuro. Onesti, non egoisti, benevolenti. - Sì, ma politicamente? Insomma, che ricetta ci darebbero ora? - Mah... Loro volevano abolire i mali della *loro* società. La conoscevano bene. Andavano a piedi, loro, mica in mercedes come questi di ora. Non so: mettere un gruppo di ingegneri e operai al posto della famiglia Agnelli: tanto, peggio di com'è finita non poteva andare. - Così lei chi metterebbe a gestire, che so io, la Microsoft? - Va bene, mi arrendo. Non lo so. - Eh eh... - Aspetti a ridacchiare. Non c'è nulla di male a non sapere le cose: purchè non diventi vizio. Io non le so perché sono vecchio, e la mia società ormai è sparita. Mica lei va da Garibaldi a chiedergli che cosa pensa della Fiat! Quello è garibaldino, si occupa di borboni, italie unite e roba del genere. A ognuno il suo tempo. - E allora perchè non se ne va ai giardinetti, invece di far finta di sapere la politica? - Ma io *sono* ai giardinetti! E non sapere la politica è già una conoscenza molto importante. Non creda che gli altri, quelli che ci governano (o "opposizionano" a modo loro) ne sappiano tanto più di me. Solo che io lo dico. E inoltre so *perché* sono ignorante. Non è colpa mia. E' la Storia! - Cioè? - Vede, ogni volta che cambia il mondo (ed è cambiato, sa? Lo lasci dire a me: una volta le ragazze mi sorridevano in tutt'altra maniera) tutti cerchiamo istintivamente di non accorgercene: applichiamo le ricette vecchie, e tiriamo avanti. Come se Garibaldi avesse detto "Avanti, aboliamo la tirannia di Nerone". Invece, prenda Che Guevara... - Ah sì, e perché non Fidel Castro? - Perché Castro ha vinto, s'è affidato al potere, ha fatto cose giuste e sbagliate, e adesso ha molto poco da insegnarci. I tempi. Invece Che Guevara no. Lui ha perso, è morto ai confini del mondo per rivoluzionare quattro contadini e neanche c'è riuscito... però è sempre uno di noi. Voleva bene alla gente, cercava di fare qualcosa per gli altri e su questo ci puntava la sua unica vita. Gli bruciava. Oppure Spartaco. O Peppino Impastato. Oppure Tindaro La Rosa, che era il capo dei communisti del mio paese quando io ero ragazzo. Diversissimi fra di loro, però con una cosa grande in comune: non si facevano i cazzi loro. - E insomma, ricette concrete niente? - No: sarei presuntuoso. Piuttosto, direzioni in cui cercare. L'ultima volta che è cambiato il mondo, è stato quando hanno inventato la macchina a vapore. Difatti i compagni allora non solo facevano gli scioperi, ma anche si mettevano in cooperativa e cercavano di impiantare una trebbiatrice meccanica, tutti insieme. Tutt'e due le cose erano socialismo, non solamente una. Ora ci sono i computer, c'è l'internet, ci sono tutte queste belle cose... Oh, ma ci deve pensare Lei che è giovane, a farsi il suo communismo, mica glielo debbo fare io! - Ma io non voglio fare il communismo! - E allora usi un'altra parola: che importanza ha? Sapesse quante ne abbiamo cambiate di parole, in tutte queste migliaia di anni! Mica Spartaco votava per rifondazione o i Ds. Si trovi una bella parola, e usi quella. Anzi, dia retta a me: non ci pensi poi tanto, alle parole. Pensi alle cose. - Allora niente bandiera rossa? Io al balcone mica ci ho messo quella! - Nooo! Non toccatemela! Parlo per me, s'intende: per me vuol dire un sacco di cose, e non credo che ne farei a meno. Per voi... beh, quella che avete adesso non è male. Ha un sacco di colori, mica uno solo, mette allegria. La vede l'ultima striscia in basso, quella bella rossa? Beh, quella è la mia. Però ci sta bene con le altre, mica bisogna prendersi solo quella. ________________________________________ 7 luglio 2003 n. 186 Le dieci leggi del giornalismo
Legge di Lincoln. Non puoi imbrogliarli tutti allo stesso tempo. * * * Legge di Voghera. Il lettore medio è meno stupido del suo giornale. * * * Legge di Fava. Se non lo dici, è colpa tua. * * * Legge di Pulitzer. Nulla cura di più della luce del sole. * * * Legge di Bogart. Nessuno può imbavagliare un cronista dotato di coraggio e gin-tonic. * * * Legge di Gambino. Vacci. * * * Legge di Mirone. Non importa quanta sabbia c'è, se ci scavi abbastanza. * * * Legge di Lerner. Censurali, ma da sinistra. * * * Legge di Emilio. Nessuno è così complicemente simpatico come una puttana. * * * Legge di Coluche. Aboliamo la prima pagina da tutti i giornali. ________________________________________ 14 luglio 2003 n. 187 "Qui è nato Paolo Borsellino". La scritta, su un bel cartello giallo a bordo nero, è in via della Vetriera, nel cuore della Kalsa, a Palermo. Veniva da un quartiere povero, Paolo Borsellino. Cosa c'è sotto la scritta? Un bel cumulo d'immondizia, ormai abituale. Periodicamente, i cittadini le danno fuoco, visto che il camion del comune non passa mai. * * * "Affetto e solidarietà". Vengono manifestati dai rappresentanti degli industriali siciliani al presidente della regione, coinvolto nella solita inchiesta mafia-politica. Non si chiama più Ciancimino (il tempo passa) ma la faccenda è sempre la stessa: giudici senza criterio istigati dai communisti. E il politico giustamente s'offende e protesta limpida innocenza. * * * "Questo prete se ne deve andare". Don Baldassarre Meli da vent'anni è il parroco dell'Albergheria. Vennero i mafiosi a spacciargli droga davanti all'oratorio e lui li mise in fuga a cazzotti. Vennero i disperati da paesi lontani, emigranti per fame come noi siciliani, e lui gli dette un tetto e gli cercò un lavoro. Vennero gli usurai mafiosi a raccogliere i bambini poveri del quartiere, a venderli ai pedofili in cambio dei debiti non pagati: don Meli difese selvaggiamente i picciriddi, denunciò i pedofili e li mandò in galera. Adesso, sta facendo le valige. I superiori hanno deciso che c'è stato anche troppo, un prete come don Meli, a Palermo. Via, trasferito. "Sopire, troncare... padre reverendissimo, lei m'intende". Non c'è più l'antimafia e la rete a difendere preti come don Meli. Lui stringe i pugni, impotente. Che fine faranno, adesso, i suoi bambini? * * * Questa è Palermo, undici anni dopo. Dei nostri antichi maestri alcuni - quelli a cui volevamo più bene, quelli di cui ci fidavamo come un ragazzo si fida d'un buon professore - hanno cambiato bandiera. A difendere i politici inquisiti oggi s'alza pure la voce di padre Pintacuda. Noi non osiamo giudicare: ognuno risponde a se stesso e alla coscienza sua. Ma voi, ragazzi, tenete duro, per l'amor di Dio. ________________________________________ 14 luglio 2003 n. 187 La Verifica. Grazie alle sue conoscenze altolocate (il cugino dell'autista della contessa Serbelloni-Mazzanti-Viendalmare) Fantozzi fu invitato, senza diritto di parola, all'incontro informale fra i capi delle principali forze di governo. L'incontro si era reso necessario perché da alcuni mesi costoro litigavano fra loro praticamente su tutto. "Fantozzi, si sieda lì e non dica una parola. Lei rappresenterà il Popolo Italiano, l'audience, i coglionazzi insomma". Era la prima volta che Fantozzi partecipava alla politica! Perciò si raggomitolò in posizione quasi-fetale su una lussuosa sedia con braccioli dorati stile Luigi Trenta, con un maggiordomo in livrea severamente impettito alle sue spalle. Di fronte a lui, da un grande dipinto a olio di dieci metri per otto, lo guardava con aria di rimprovero il generale Alfonso Lamarmora, raffigurato a cavallo mentre sventolava la bandiera della patria. Alla sua destra, il conte Camillo Benso di Cavour (in un altro quadro formato campo di calcio) stava solennemente inaugurando la prima seduta del Parlamento Italiano: e anche lui guardava proprio Fantozzi, con aria ammonitrice. A sinistra c'era Garibaldi a cavallo, con la sciabola alzata nella destra, il telegramma "Obbedisco!" nella sinistra e il solito tricolore, grande quanto un lenzuolo, nell'altra mano. Il dibattito cominciò. Il primo a prendere la parola fu un signore un po' scuro, coi capelli ricci e neri ("Sarà un meridionale", pensò Fantozzi) che guardò con aria di disgusto le due bandiere nei quadri. "Sapete che ci faccio con quella roba? - sghignazzò - Io mi ci pulisco il c...!". Fantozzi arrossì violentemente, primo perché gli avevano insegnato che non si dicono le parolacce in pubblico e poi perché lui era un patriota e a casa aveva ancora il tricolore dei tempi di Italia-Germania. Per fortuna, un giovane intellettuale con l'aria saputa e gli occhiali ("Sarà un communista", pensò Fantozzi) insorse violentemente. "Voi leghisti! Siamo stanchi di tollerarvi! Nemici della patria! Ve la faremo vedere!"). Fantozzi annuì, tutto contento. "Lei, Fantozzi!". "Io?". "Sì, dico a lei! Di dove sarebbe lei? Da dove viene?". "Io... io sono di Milan... Ahi!". Un formidabile manrovescio gli fece cadere due denti. "Così imparate a disprezzare la patria, voi padani! - fece il patriota occhialuto - Viva l'Italia! Andiamo avanti". Tutti sorrisero compiaciuti, compreso il meridionale che aveva parlato per primo. Il dibattito si avviò sui temi economici. Con aria lugubre, il ministro delle Finanze (palandrana nera, cilindro nero, occhiali scuri e cornetto all'occhiello) tossicchiò un paio di volte. "Ehm... Dunque... La congiuntura economica... Direi che... Considerando i fattori critici... Insomma, non c'è una lira". Occhiali giù dai nasi, pasticcini di traverso. "Come non c'è una lira? Che fine hanno fatto tutti i nostri soldi?". "Come facciamo a fare la devolution?". "Che cazzo diamo questo ventisette alla gente?". "Come facciamo il ponte di Matera? L'avevamo promesso!". "Signori... il fatto è che... purtroppo... l'allungamento della vita media... un parametro che non dipende da questo ministero... fatto sta che quest'anno sono morti pochissimi pensionati...". "Ah! Le pensioni!". "Fantozzi - sussurrò con aria sinistra il tesoriere - lei che cosa fa, di mestiere?". "Io... io non lavoro più... sono pensionat... Ahia!". Un terrificante sganassone gli fece saltare altri due denti. Cercando di non farsene accorgere, Fantozzi li raccolse accuratamente: un suo conoscente, che era stato un tempo dentista in Albania, forse glieli avrebbe reinstallati senza chiedere l'ipoteca sulla casa come facevano gli altri dentisti. "Maledetti pensionati!" fece un altro, e alzò minacciosamente un braccio. "No, no! Rinuncio alla pensione! Torno subito in fabbrica!". "Bene! Lei è ancora un giovanotto, Fantozzi! Può lavorare fino a settant'anni!". "Settantacinque!". "Ottanta!". "Ottantadue!". Alla fine Fantozzi fu aggiudicato per centoquindici anni. Lui si chiedeva come avrebbe fatto a campare così tanto, visto che la mutua non passa più le medicine. Il dibattito proseguì su tutti gli altri argomenti, dalla politica internazionale (qui Fantozzi si salvò dichiarando che suo nonno ci aveva addirittura sparato, contro i tedeschi) all'istruzione (fu deciso di togliere l'italiano dalle scuole, perché oramai c'è l'inglese; in compenso fu istituito il corso di Velinologia, obbligatorio per tutte le ragazze e per il trenta per cento dei ragazzi). Durante tutto questo tempo, il maggiordomo continuò a guardare con aria severa Fantozzi senza accorgersi minimamente delle posate e dei ninnoli che gli altri facevano sparire con aria indifferente nei taschini. In un angolo, un signore piccolo e simpatico raccontava barzellette ("Cosa fa un frocio che sta morendo di aids? Le sabbiature... così s'abitua a star sotto terra!") a cui tutti ridevano fragorosamente. In fondo alla sala, un tedesco in uniforme pestava disperatamente su un pianoforte, evidentemente ubriaco. Alla fine, come Dio volle, la verifica finì. Fantozzi raccolse da terra la manica che gli avevano strappato, s'inchinò educatamente a Garibaldi, al conte di Cavour e al maggiordomo e se ne uscì, finalmente, con qualche dente in meno ma lieto per il momento storico che aveva vissuto. Anche gli altri - chi era ancora in grado di alzarsi - si alzarono fragorosamente e si mossero per andar via. Per terra c'erano pozze di vomito, residui di coca, pugnali, boccette con teschi incrociati e documenti di programma. Per ultimo uscì il signore piccolo e simpatico. "Azeglio - fece uscendo - spazzi via tutto, mi raccomando". "Il maggiordomo s'inchinò: "Sì, Eccellenza". 21 luglio 2003 n. 188 Genova. Due anni fa, il 21 luglio 2001, sono successe essenzialmente due cose. Una è patologica: di fronte a manifestazioni di piazza la polizia - evidentemente ancora molto più argentina che inglese - è intervenuta con spranghe e torture. Queste ultime hanno suscitato le proteste di Amnesty International, che di norma si occupa di dittature del terzo mondo. Dalle indagini sono risultati particolari tipicamente sudamericani: funzionari di polizia che trascinano un sacco pieno di molotov nel dormitorio degli studenti per incriminarli, agenti che s'inventano coltellate per giustificare le torture, e roba del genere. E questa è una delle due cose, quella che ottimisticamente si può attribuire a devianze di singoli (per quanto altolocati) individui. Il secondo aspetto del luglio di Genova invece non appartiene alla patologia, ma proprio alla fisiologia del sistema. Delle squadre speciali sono state reclutate e scaraventate, per giustificare la successiva repressione, sulla città inerme. Nessuno dei cosiddetti black-bloc è stato ostacolato dalle forze dell'"ordine" nel compimento del suo lavoro. Diverse foto li mostrano a braccetto con gli esponenti della polizia "ufficiale". I computer in cui erano custoditi i files relativi, raccolti dal "movimento", sono stati il primo obiettivo delle spranghe della polizia regolare. Di questi files uno, coi nomi più compromettenti, è stato misteriosamente "rubato" nella stessa centrale di polizia, e a tutt'oggi non si sa che fine abbia fatto. Tutte queste precauzioni si sono ovviamente rivelate inutili, in un mondo in cui l'internet permette di raccogliere e metterre fulmineamente in rete notizie che un tempo potevano essere insabbiate. E comunque non cambiano il dato complessivo: in presenza di una contestazione di massa, non estremista e dunque potenzialmente "pericolosa", il potere in Italia reagisce con "iniziative speciali", allo scopo di estremizzare il movimento, spingerlo a reazioni violente e utilizzarlo dunque come spauracchio sociale. Nel 68, l'estremizzazione del movimento era stata ottenuta con le bombe di piazza Fontana. Nel 77, con l'assassinio a revolverate - tuttora impunito - di due studenti dell'università di Roma. A Genova, invece, l'obbiettivo non è stato conseguito: grazie alla grande e inaspettata maturità del movimento, che è rimasto ed è tuttora uno dei protagonisti politici italiani (il che non è privo di peso nel momento in cui si attende una nuova svolta dal centrodestra al centrosinistra). Ciò tuttavia non assolve affatto il potere da ciò che ha tentato di fare. All'interno del governo attuale, il personaggio più presentabile e legalitario è risultato senz'altro (in confronto agli altri) il "fascista" Fini. Eppure è stato proprio lui, nei giorni di Genova, a piombare misteriosamente a dare ordini e istruzioni: agli uomini in divisa, e a quelli senza. L'estremismo violento, l'ingenuità, l'agire senza pensare, dopo Genova escono definitivamente dall'orizzonte dei movimenti italiani: nessuno sarà più così stupido da cader nelle trappole in cui sono caduti - per esempio - quelli del 77. Esce però anche l'ipotesi di una destra che si democratizza progressivamente: i servizi segreti di Genova operano esattamente nel solco di piazza Fontana, con la stessa strategia terrorista e le stesse coperture ai livelli più alti del potere. * * * Carlo Giuliani è morto - a quanto hanno dichiarato i magistrati - per un proiettile colpito in aria da un sasso, un caso su un milione. Non è stato ritenuto necessario approfondire se altri carabinieri o agenti speciali, oltre quello già noto, abbiano tirato colpi di pistola. Non è stato retenuto necessario approfondire il motivo per cui nelle due ore dopo l'omicidio le autorità diffusero la voce (immediatamente smentita grazie all'internet) di un decesso causato da una sassata. Con tutto ciò, io da molto tempo ho deciso di non discutere le sentenze della magistratura: sia quelle che mi piacciono, sia quelle che non mi piacciono. Immagino che i magistrati che hanno indagato su Genova (e che hanno denunciato le bugie, sulle torture e altro, di polizia e ministero) l'abbiano fatto con la massima consapevolezza del ruolo che si assumevano, in un momento così decisivo e drammatico, per la credibilità della giustizia presso le giovani generazioni di questo Paese. "Ci sono dei giudici in Italia. Falcone darà giustizia ai massacrati, Falcone dentro l'anima dei giudici che non hanno paura" scrivevo, non per emozione ma razionalmente e convinto, in quei giorni. Perdonatemi se vado avanti con l'autocitazione: "Falcone, fra le tante cose che ci ha lasciato, ci ha lasciato anche questa, che la giustizia non appartiene nè al governo nè alle autorità: appartiene a tutti. Non c'è bisogno di vendicatori nè d'improbabili rivoluzioni, per fare giustizia: ci sono già i giudici, e di loro ci possiamo fidare. Così, a te che stai leggendo e che stai cominciando :-) ad essere un compagno ora, posso dire tranquillamente che passamontagna e sassate sono roba da coglioni, che puoi fare politica senza sfasciare niente, che puoi veramente provare - ma seriamente - a cambiare il mondo. Perché non sei mai solo, compagno. C'è sempre la legge, e una Magistratura serva della legge, che non ce l'ha con te ma anzi quando hai ragione ti difende". Non ho nulla da aggiungere a quello che ho scritto allora. Se la coscienza o il coraggio di qualcun altro ha ceduto, questo non cambia niente. I miei ragazzi hanno abbastanza cuore e cervello per non cadere nelle trappole, per capire che - in ogni caso - questo è il loro Stato, da conquistare e riempire, civilmente, passo per passo. Questa lezione avrebbe potuto e dovuto essere data da ben altri che da un povero giornalista: ma comunque è ormai matura per essere recepita. È' questo che al potere fa paura. Andiamo avanti. ________________________________________ 11 agosto 2003 n. 191 "Associazione a delinquere di stampo antimafioso": è il reato contestato dal governo - secondo la nuova normativa - all'ex procuratore di Milano Francesco Saverio Borrelli. Secondo alcuni pentiti, l'uomo si sarebbe più volte incontrato col boss antimafioso Giancarlo Caselli, del clan Procura di Palermo. Il Caselli, noto agli inquirenti da parecchi anni, era stato uno dei principali complici del noto Giovanni Falcone, di cui avrebbe continuato a portare avanti gli "affari" dopo che il Falcone perse la vita in un incidente autostradale nei pressi di Palermo. "La nuova legge - ha dichiarato il portavoce di Forza Nostra - intende stringere il cerchio attorno ai cervelli occulti dell'antimafia". "L'antimafia - ha incalzato il responsabile giustizia di Cosa Italia - non è composta solo da sbirri e carabinieri ma anche da insospettabili "colletti bianchi" che ne sono in realtà l'elemento più pericoloso". ________________________________________ 11 agosto 2003 n. 191 AntonellaConsoli <libera@libera.it> wrote:
Voi che ancora amate
< Voi che ancora amate conservatene l'essenza in uno scrigno presto, chè già comincia la bufera. > * * * La ballerina
< L'ombra delle mie mani sul muro danzerà come la ballerina che non sono mai stata > * * * Domani i nostri passi < Domani i nostri passi
risuoneranno separati diversi marciapiedi, diverse città del mondo lo stesso ricordo per tutt'e due, poeti senza più cielo. Quando mi abbracciavi in silenzio. > * * * Il tiepido respiro dell'altro
< Svegliarsi, stretti accanto e senza alcuna percezione, tranquilli. Il tiepido respiro dell'altro. > ________________________________________ 18 agosto 2003 n. 192 Estate. "Turiddu, ma quantu ci voli ancora per arrivari? U' piciriddu cianci!". "Pazienza, Carmela, come voli Diu! Prima o poi arrivamu!". Il barcone ondeggiava lentamente in mezzo al mare e gli uomini e le donne erano su quella barca da molti giorni ed erano molto stanchi. "Xe già una setimana, porca mona!". "Cito ti! Andemo avanti!". Quaranta uomini, venticinque donne e tre bambini; e borsoni di plastica, lettere di parenti, vecchie foto consunte, qualche armonica a bocca, un rosario, qualche telefonino e una radiolina; e il mare che li portava senza dire una parola. Viene il tramonto e la notte e tornò il mattino, e un'altra giornata e un crepuscolo e un'altra sera. Poco dopo la mezzanotte, cominciarono a vedere delle lucine molto lontano. Quello che aveva la radiolina l'accese: limpida venne una voce che cantava canzoni in lingua strana, poi un discorso di uno che diceva cose importanti, non si capiva una parola ma doveva essere qualche pezzo grosso. Il motore continuava a ansimare e le luci ora apparivano sempre meno lontane. Qualcuno cominciò a bestemmiare ridendo, qualcun altro a pregare. "Talè! Una, dui, tri, cincu... Assai luci! 'Na città avi a esseri!". "No, la xe un'isola! No se vede gnente dopo de là!". "Isola o non isola, sempre terra è!". Carmela non diceva niente, ma sorrideva con tutto il suo viso largo e nero. "Santa Rosalia ni fici arrivari!" le gridò dolcissimamente Turiddu. "Appena sbarcamu, annamu da mio cugino Ahmed che ci ha già u travagghiu e ce lo trova anche per nuaiautri!". "Mi n'ho go nesun cugino, ma mi per lavorar non aspetto nessuno!". Due ragazzini cominciarono a fare alè alè peggio che alla partita. "Nun facite baccanu! Ca vulite che vi sentunu i carrubbineri?". "Si ma in mezzu u mari...". "Megghiu ca cominzati ora a starivi azzitti, accussì v'abbituati!". Il ragazzino, che aveva una fiammante maglietta del Senegal e poteva avere un tredici anni, s'azzittì imbronciato, lottando per soffocare la felicità karaoka che gli frizzava da ogni poro. "Accomi voli Diu, arrivammu" mormorò un vecchio. Non c'era posto per dovi fari la preghiera ma lo stesso s'inchinò divotamente in direzione d'oriente. Quello con la faccia tagliata mugugnò qualcosa fra sè e sè e incredibilmente, per quanto fosse impossibile, macari lui sorrise. Mastru Giafar, u' barberi, per la migliardesima volta controllò rasoi e forbici dentro la carta di giornale. "Cumpari, arrivari con un mesteri in mano è sempre n'autra cosa" gli disse vagamente invidioso l'altro compaesano, che invece aveva portato solo le sue proprie mani a badile. Il biondino s'era spostato a prua, come per avvicinarsi il più possibile alle luci. "Nineta ti te ricordi..." canticchiava senza accorgersene, o in realtà mugolava, muovendo su e giù la gola ossuta. Il faro squarciò la notte improvvisamente. "Achtung! Achtung!" gridò la voce dell'altoparlante. "Gasterarbeiter!" urlò un'altra voce. "Azilanten raus!". "Raus! Raus!". Il motoscafo s'avvicinò velocissimamente, col fanale puntato e dietro il faro uno in divisa col mitragliatore. Turiddu alzò le mani. ________________________________________ 1 settembre 2003 n. 194 A Sant'Ilario non c'è mai stato un omicidio a memoria d'uomo. Ci sono, questo sì, numerosi furti di biciclette (almeno tre all'anno) e nel '94 ci fu quella terrificante scazzottatura in piazza in cui il figlio del tabaccaio perse un dente: i due carabinieri della stazione non riuscirono a ricostruire la genesi dell'atto criminoso, ma in paese si mormora che tutto nacque da un complimento di troppo alla ragazza di Gianni, che è un tipo impulsivo. A parte questo, la gente dice "scusi" e "per piacere" e quando qualcuno tampona qualcun altro si scende, si tira fuori il modulo dell'assicurazione e si comincia a discutere civilmente, non senza offrirsi un caffé. Capirete che mi sono sorpreso quando, uscendo dal Bar Sport, mi ritrovo un bel "A MORTE TUTTI" a spray sul muro. Attraverso la strada, e per poco non vengo messo sotto da Ninetto che se ne va in giro col triciclo del pane. Ninetto? Capelli a zero, svastica sulla maglietta, una gran catenaccia alla cintura... "A Niné! Ma come ti sei conciato?". Passa il dottor Paloscia, il farmacista: braghe mimetiche, rayban, bomber "Search&Destroy"... boh, un po' originale, a sessant'anni. Ninetto sorride, mi fa: "Scusi profess... no, volevo dire: va 'mmorì 'mmazzato!". Intanto sul marciapiede arrivano due ragazzini: uno dei due si fruga accuratamente in tasca, tira fuori mezzo mattone, lo tira sulla vetrina del Bar Sport - oddìo: s'è incrinato il vetro - poi entra tranquillamente, chiede "Latte e brioche, per favore" e mette le monetine sul bancone. Il barista, sorridendo, lo serve. Insomma. Siccome, come sapete, da giovane ho fatto anche il giornalista m'è venuta voglia di scoprire che cavolo sta succedendo in paese. Gente che si minaccia col cacciavite, bande di ragazzini che si affrontano minacciosamente ai giardinetti, anziani signori che improvvisamente si afferrano l'un l'altro per il bavero della giacca: e il vigile che lascia correre, come se non ci fosse. Ed ecco i risultati dell'inchiesta. Giorno 28, alle ore 23.30 nel retrobottega del Bar Sport sito in piazza Roma 3, ha avuto luogo una riunione segreta indetta da Massimo il barista, dal professor Bonafè, dal dottor Paloscia, dal ragionier Del Bono e da alcune altre autorità del paese. Ordine del giorno: il Sant'Ilario Footbal Club, che milita valorosamente in serie D2 e ogni anno riesce fortunosamente (di solito con gol di spareggio e monetina) a non essere retrocessa in serie E. "Quest'anno dobbiamo andare sul sicuro - ha proclamato il barista - Organizziamoci a partire da ora non solo per restare in D, ma addirittura per salire in C!". "E come? L'anno scorso abbiamo fatto tre gol in tutto il campionato!". "Non li leggi i giornali? Ci facciamo promuovere per motivi d'ordine pubblico!". Tutti sono rimasti fulminati dall'idea. "Vuoi dire che..." ha mormorato il ragioniere. "Certo! Si devono spaventare, alla sola idea di quel che può succedere se non ci mandano in serie C!". "Ma scusa... qui non succede mai niente... come si fa a fargli prendere sul serio...". "Dobbiamo cambiare metodo! Dobbiamo ter-ro-riz-zar-li! D'ora in avanti qua dev'essere peggio del Bronx!". "Se ho capito bene - interloquì il professore - si tratterebbe dunque di assumere una sorta di mutazione antropologica tale da pervenire a quella che definirei, se i nostri amici me lo consentono, una sorta di imbarbarimento indotto!". "Ehm... insomma, una cosa del genere". "Bene! Allora, Massimo, sai che ti dico? Sei uno stronzo!". E tutti sorrisero soddisfatti. ________________________________________ 1 settembre 2003 n. 194 Le lucciole. Gl'italiani, da molto tempo, non cantano più. Io sono arrivato ancora a vedere il "contrasto" in un'osteria presso Siena, forse nel '67: un tizio entra, si volge con aria burbanzosa a un altro avventore suo conoscente e gli declama contro un'ottava ariostesca, improvvisata lì per lì. L'altro deve rispondere letteralmente per le rime, con un'altra ottava. Vince quello che riesce a rispondere sempre perfettamente in versi. E' ammesso qualche endecasillabo zoppo o monco (ma non sempre), ma sulla struttura e la rima il pubblico è inflessibile: esitare un minuto è già segno di prossima sconfitta. Di mestiere, per lo più, i contrastanti erano 'ontadini. Da noi, in Sicilia, non si arrivava a queste altezze; a ogni festa però c'era sempre qualcuno che improvvisava un lungo brindisi in rima, e il festeggiato era tenuto a rispondere, o quantomeno a provarci. Un bellissimo mito del mio paese è quello del dottor Z., che a un capodanno particolarmente sibaritico alzò il bicchiere per rispondere, fissò il suo interlocutore con sforzo, articolò "Bevu all'amici miei con 'stu buccali...", restò assorto un attimo a cercare la rima e s'abbattè fulminato sul tavolo, ucciso dall'età tarda e dal vino. "On oi theoi philousin...". Una morte invidiata. Va bene, non mi ricordo più di che cosa stavamo parlando. Gl'italiani una volta cantavano e ora non cantano più. Una volta brindavano in versi, e adesso ciccia. Ah, ecco: una volta giocavano a football, e ora non giocano più. Per "giocare a football" intendo sia i nostri pomeriggi dietro a una palla che le serate di mio padre e i suoi amici davanti alla tv. Ci metto anche la schedina della domenica, parte costitutiva (ah, quel povero sogno: che però richiedeva anch'esso delle conoscenze, una sua "cultura") dell'identità italiana. E' bello che lo sport popolare sia stato il calcio, qui da noi in Italia. Uno sport collettivo, da polis, in cui c'è il centravanti brillante ma anche il duro terzino, e il mediano che tiene l'area e il portiere ultima difesa. Ettore e Achille, Nestore e Aiace; uno sport colto, da popolo antico, altro che le bastonate a una palla in mezzo a un quadrato di mammalucchi. E il calcio, come le canzoni e il contrasto, non c'è più. Se fossi un ragazzo e dovessi rioccupare la mia scuola, stavolta non organizzerei il collettivo, dentro il liceo occupato: ma una bella e sovversiva partita, undici contro undici dietro un pallone e niente politici e manager a rompere le palle e a sporcare tutto. ________________________________________ 8 settembre 2003 n. 195 Matti. Eh sì, ha ragione lui: bisogna essere proprio pazzi per mettersi a fare il giudice in questo paese. Dove gli avvocati di mafia diventano ministri e presidenti di commissioni, dove un governante su tre è un incappucciato della P2, dove i politici incriminati proclamano: "Resto al mio posto! Mi assolverà la Madonna!", chi volete che si metta a fare un giudice, se non uno toccato nel cervello? Peccato che l'abbiano scoperto solo ora; se ci avessero pensato prima, a fargli l'esame psichiatrico agli aspiranti giudici, chissà quanti amici nostri sarebbero ancora vivi. "Avanti, tocca a lei! Lei, come si chiama?". "Livatino Rosario". "E perchè vuol fare il giudice? Sentiamo!". "Per difendere i cittadini e affermar la giustizia!". I tre commissari si guardano: "Va bene, avanti un altro!". Due tizi afferrano Livatino e se lo portano dentro un'ambulanza. "E lei?". "Borsellino Paolo!". E così via. Ma chi gliel'ha insegnato, al nostro valente cabarettista, che i personaggi scomodi sono matti e vanno - coerentemente - messi al sicuro in una stanza bianca? E' un'idea troppo bella per essere sua. E infatti, è un'idea communista: mai sentito parlare di ospedali psichiatrici del Kgb? Il capo del Kgb, che ora è diventato anche presidente, è adesso - sono loro che lo dicono - il miglior amico del signor B. Nella Sardegna dei Vip, nella megavilla, i due grandi statisti - l'uomo del Kgb e l'uomo della P2 - discutono allegramente fra di loro: imbrogliare, nascondere, mettere dentro. Hanno le due più grandi mafie d'Europa, nei loro stati, e mai hanno fatto qualcosa contro di esse. I giornalisti liberi, quelli non ancora cacciati, e i giudici liberi, quelli non ancora fatti fuori, ogni tanto lo dicono: "Ma che rapporti aveva lei con questo Manganoff? Ma chi è questo Dellutriski?". Ci sono tanti modi bellissimi di mettere al loro posto questi rompicoglioni stronzi, e i due se li raccontano ridendo. Quante belle cose hanno da insegnarsi a vicenda! Al largo della villa, all'ancora, dondolano lo yacht del posteggiatore italiano e l'incrociatore blindato del guardialager russo. "Eh, chi l'avrebbe detto che ci sarebbe andata così! Ma ce n'è voluta!". "Io una volta ho dovuto fare la Lewinsky col mio capologgia, un certo Gelli!". "E io? Quella volta che il compagno Andropov mi ordinò di mettermi a quattro zampe?". "Ma ne valeva la pena!". "Eh sì, valeva la pena! Ora siamo tutti democratici! Viva la democrazia!". E sghignazzano fragorosamente. Lontano, lontanissimo, in qualche paesino del Baltico o del mar Nero, una donna ha appena ricevuto tutto ciò ch'è rimasto di suo marito: una fotografia sorridente con la scritta "Marina Russa". Un altro marinaio andato giù con tutto il sommergibile perché da molto tempo i soldi per i pezzi di ricambio finiscono nelle tasche di nomenklatura e mafiosi. Ma qui, sulla Costa dei Vip, le onde lambiscono yacht e villa, garbate e carezzevoli come giornalisti. ________________________________________ 15 settembre 2003 n. 196 A proposito, siamo diventati importanti. La "Catena" ha vinto il principale premio di satira italiano, il Forte dei Marmi, che c'è stato consegnato in gran pompa (senza purtroppo il congruo assegno che una volta accompagnava i premi) qualche giorno fa. Io gli ho spiegato che veramente quando dico che in Italia comanda ancora la mafia non intendo far satira ma semplicemente banale giornalismo. Ma forse non mi sono spiegato bene: adesso sono un satiro, e va bene anche così. Direi che tutto sommato possiamo vantarci un po': io che sono riuscito a continuare ad abbaiare abbastanza forte nonostante i numerosi bavagli (di destra e "di sinistra") che girano per questo paese; gli amici di Clarence - il principale sito che ci ospita - che avevano già vinto lo stesso premio con la Lia Celi, due anni fa (Clarence uber alles, manager permettendo); e voi lettori che... beh, lasciamo andare, non bisogna abituare i lettori a montarsi la testa, comunque questi della Catena sono come quelli dei Siciliani e di Avvenimenti - curiosi, critici, attenti - e in più hanno l'internet, così appena scrivo una cazzata mi possono massacrare in tempo reale. E' anche il momento giusto per ringraziare il compagno Lucio Tomarchio - Shining, del Partito Linuxista - che da quattro anni cura la diffusione per mail della Catena; e tutti quelli che la riprendono, la rimbalzano, la ficcano sui loro maledetti siti (dovrebbero essere sui ventimila, quelli che in un modo o nell'altro ogni settimana si attaccano alla Catena) e insomma prendono alla lettera quel "fa' girare". Non potendoli citare tutti, ne cito almeno uno: Nino Tilotta, che era corrispondente dei Siciliani da Trapani ai tempi dell'antimafia, e ha fatto giornali locali, ha fatto inchieste, alla fine anche un bel sito internet (www.till-news.org) senza mai mollare. E' durata quasi vent'anni, a pensarci bene, questa storia mia, sua e di tanti altri ragazzi come me e lui. "A che serve vivere, se non c'è...". Grazie a Lucio, grazie a Nino, grazie a tutti quelli che anche questa settimana ci permettono di chiudere con la nostra vecchia e indomita bandiera di poppa, il nome di Giuseppe Fava. ________________________________________ 13 ottobre 2003 n. 200 oblomov@freemail.it wrote: < Mi piacciono le poesie di Antonella Consoli, è grave? > * * * No, non è grave. Il grave è che nessun editore si precipita a chiedere di pubblicarle. Credo che sia fra i dieci migliori autori di poesie italiane di questi anni. C'è stato un momento in cui lei era una dei pochissimi militanti antimafia rimasti attivi nella sua città. Che è una città dalla memoria corta, e uccide in tanti modi diversi oltre che con le pistole. Lei, là, è rimasta sola con le sue poesie. ________________________________________
13 ottobre 2003 n. 200 David wrote: < Sono David, 21 anni, dalla città di Parma. Ho avuto modo di frequentare varie associazioni studentesche (da Alternativa marxista alla Sinistra giovanile, da CL ad Azione Giovani) e il risultato è poco esaltante: gente che sta dentro per se stessi (tornaconti affettivi, autoesaltazione, ideologie) e non per gli altri. La soluzione forse sarebbe la creazione di una sorta di partito tecnico: gente che sa fare il suo lavoro per far funzionare bene e assolvere le varie necessità dell'Italia. A maggioranza femminile (un mondo dove le femmine fanno politica usando la loro sensibilità sarebbe migliore - mica comportandosi da maschio come hanno fatto le varie Rice e Thatcher). La disaffezione generale dalla politica può portare un beneficio a lungo andare: il non credere più ai politici, quindi di volta in volta scegliere il male minore (e a lungo andare, poter fare la migliore scelta). Vorrei far politica, ma non nelle vie convenzionali di partito. Per questo preferisco avvicinarmi a associazioni come "Perché no?" che fanno qualcosa di utile (insegnare italiano agli immigrati, dai senegalesi ai moldavi, dai filippini agli americani wasp). Col tempo spero che questo modo di fare politica prevalga. Per il resto i vertici dell'Italia sono vergognosi. E la "classe" di chi ha fatto il '68 è quanto di più rivoltante si possa vedere: in Università ci sono professori che si vantano di aver "fatto" quell'anno e allo stesso tempo sono meschini arrivisti: rivoltante. E non penso sia differente in altri posti. Poco male, io la fiducia nel futuro mica la perdo > ________________________________________
3 novembre 2003 n. 203 S. T. V. B. E., E. V. Caro Cornelio, ti mando volentieri le delucidazioni che mi hai chiesto: come vecchio prefetto, mi sembra mio dovere illuminare i colleghi più giovani sulle questioni essenziali del servizio. E veniamo alle tue domande. La croce non è assolutamente uno strumento di tortura. O meglio, lo è anche, ma devi considerarlo soprattutto uno strumento politico, un mezzo di comunicazione, uno dei media. In un certo senso, essa è il simbolo del nostro impero. Prima di noi, infatti, la pena di morte veniva applicata a singoli individui colpevoli, e in maniera kitsch, da terzo mondo (pensa allo scorticamento dei Cartaginesi). Noi invece siamo stati i primi a usarla civilmente e a livello di massa. Da noi non è affatto necessario, per finire sulla croce, di aver commesso un reato individuale: basta appartenere a una categoria o gruppo sociale che, qui e ora, abbia commesso *collettivamente* un reato. Esempio: quelli crocifissi da Crasso lungo la via Appia (seimila, mi pare). Mica tutti spartachisti, ovviamente. Però s'erano trovati là, ed erano degli schiavi. Oppure, tanto per fare un esempio più recente, gli schiavi della casa di Pedanius, dopo la misteriosa morte del padrone. Il pretore decise che era omicidio, e in questi casi la legge è formale: crocifissione per tutti gli schiavi della casa. Erano in quattrocento e finirono appesi tutti. Non per colpe individuali, ovviamente, ma semplicemente perché a) erano schiavi b) si trovavano nel posto sbagliato. Devo dire che ai senatori (tranne quel vecchio stronzo di Aemilius Fides) non piacque affatto questa storia di dover appendere almeno 399 innocenti. Ma non era un capriccio. Lo schiavo deve sapere che cosa succede se l'idea di una rivolta lo sfiora anche solo per caso. Riepilogando: la croce è quella cosa che serve a tenere al loro posto, giusto o ingiusto che sia, gli schiavi. Senza i quali, come tutti sappiamo, non ci sarebbe nè economia nè impero nè società nè niente. Tecnicamente, presenta il vantaggio di essere relativamente pulita, altamente spettacolare (la gente fa le scommesse sul tempo che uno impiega a crepare), abbastanza tranquilla, e soprattutto mirata. Quest'anno, dei 6457 soggetti messi in croce nell'Urbe, 5945 erano extraitalici, per lo più già schiavi. Anche il 79,9 per cento dei condannati alle galee è costituito da extra, e corrisponde al 28 per cento di tutti i maschi adulti di colore compresi fra i 17 e i 25 anni e al 22, 5 per cento di quelli compresi fra i 26 e i 49 anni (l'età militare, insomma). Ricordati bene queste statistiche: il mio e tuo lavoro consiste essenzialmente nel mantenerle entro i giusti valori, che sono gli unici compatibili con l'Impero. Che altro, sulla croce? A volte si stabilisce una sorta di strana solidarietà fra centurioni e briganti - gli uni a guardia della croce, gli altri sopra. Mi spiego. Tu sai che, su una croce, il modo migliore per starci è coi piedi non appoggiati a niente, e lasciandosi il più possibile cadere. Se infatti hai dove puntare i piedi, puoi issarti su qualche istante, respirare e dunque prolungare di diverso tempo la faccenda. Ed è esattamente quel che fai se non ci avevi mai pensato prima - se sei un brav'uomo insomma, uno dei 399 o magari uno dei seimila. Se invece il tuo mestiere ti portava a considerare la croce come un rischio professionale, allora sai perfettamente cosa fare: chiudi gli occhi e ti lasci andare. Pedanius (il centurione della Quinta, l'hai conosciuto) aveva l'abitudine di venire incontro a quelli che avevano l'esperienza e le palle di morire da professionisti: un bel colpo di pilum al torace, e chiudeva l'esecuzione in pochi istanti. Una volta, il compare là in alto (si cacciavano a vicenda da due o tre anni) gli ha semplicemente fatto una strizzatina d'occhio, senza bisogno d'altro: e subito Pedanio lo riconosce, sorride, gli strizza l'occhio a sua volta e lo termina con un colpo secco al cuore. Basta, a furia di chiacchierare (beh, voglio vedere te quando sarai in pensione) mi ero quasi scordato dell'altra tua domanda. Io personalmente non ne ho mai incontrati, ma il mio amico Pontius (è in pensione anche lui) sì; e non uno qualunque, ma addirittura il capo, prima di farlo appendere per ribellione e tutto il resto. Lui dice che era un ragazzo simpatico, una specie d'intellettuale. Boh. In ogni caso, mi pare francamente impossibile che qualcuno, persino i peggiori estremisti, vada a prendere proprio la croce come proprio logo. Il simbolo dei "cristiani" (o esseni, o galilei, o come li vuoi chiamare: in effetti sono semplicemente dei sadducei più estremisti) in realtà è un pesce, non ho mai capito perché (il capo è pescatore?); non è affatto vero che adorano un asino, e nemmeno che fanno sacrifici umani. Sono semplicemente rompicoglioni; ma siccome fanno propaganda soprattutto fra gli schiavi noi siamo costretti a prendere le nostre misure. Per il resto, figurati quanto ce ne frega a noi se uno vuole adorare qualcosa invece di qualcos'altro. Comunque questa della croce è buona: chi te l'ha raccontata? E come farebbero poi se per caso finissero al potere? Dovrebbero subito abolire la pena di morte e quindi per coerenza anche la schiavitù e gli schiavi! Come barzelletta fra di noi, va bene; ma sul lavoro non affacciare mai un'ipotesi del genere, nemmeno per scherzo: non è professionale. Via, statti bene e ogni tanto scrivimi come te la cavi. E se passi da Baia magari fatti vedere un po' in villa col tuo efebo. Ave atque vale. ________________________________________ 17 novembre 2003 n. 205 La fidanzata del dottore Nastasi - che allora non era ancora dottore ma studente in veterinaria - era fascista fanatica, Giovane Italiana, e in continuazione lo rimproverava perché non s'era ancora arruolato. Il povero Nastasi resistè per un po', alla fine "Ma insomma! Veterinario! - pensò fra sè e sè - Che gli possono fare a un veterinario? Mica lo mandano alla baionetta". E infatti. Il tempo di fare il corso e ricevere le stellette, ed ecco il sottotenente Nastasi, volontario universitario classe ventuno, che arranca sulla neve dalle parti dell'Ucraina, veterinario di muli, divisione Julia. Ruvolo e Alfano, invece, erano stati in Grecia e in Albania e dopo in Africa, entrambi in fanteria ed entrambi feriti; poi c'era mio padre; e infine l'altro Nastasi, l'unico fascista - ma brav'uomo - dei cinque amici, che erano gli unici cinque sopravvissuti - nel piccolo paesino siciliano da cui venivano - di quelli che avevano sedici anni nel trentasei. "Mangia! - faceva mia nonna - E non fare i capricci! Tempo di guerra, anche le bucce di patata si mangiavano!". Poi c'erano le grotte in collina in cui noi bambini giocavamo a nascondino e che - spiegava la zia Alba - erano quelle in cui dieci anni fa si nascondeva la gente sotto i bombardamenti. Poi c'era la zia Carmelina che a volte improvvisamente scoppiava in lacrime ed era, dicevano, per suo figlio - mio cugino in seconda - che io non ho mai conosciuto. Poi c'era - in fondo a un cassetto - la foto di tutti i colleghi del battaglione di mio padre, accosciati o in piedi come una squadra di calcio, i più con grandi baffi tipo esercito di Saddam; spavaldi e un po' impacciati sorridevano, e accando a quasi ognuno di loro c'era una crocetta a penna con una parola sbiadita: Al Qattara, Alamein, Bir-El-Gobi. Poi... C'erano un sacco di cose così, a quei tempi. La guerra era ancora vicina e tutti la conoscevano di persona. Quella generazione, che ormai sta chiusa in casa e ha ottant'anni, parlò l'ultima volta dieci anni fa, quando scoppiò la prima guerra irachena e improvvisamente, da tutti i supermercati d'Italia, sparirono tutte le lattine di carne e le scatolette. "C'è la guerra!". Ed era una guerra lontana, da televisione; ma essi istintivamente sapevano che la guerra non si sa mai quanto cresce e dove para, e perciò provvedevano in tempo a presidiare la casa con caffè, carne in scatola, zucchero e tutto il resto. * * * Sono pochissime, le parole serie, in tempo di guerra. "Signor tenente", "in licenza", "imboscato", "colpito a morte". La guerra è l'unica cosa che non viene valutata e decisa - a lungo andare - dai generali e dai capi, ma dal semplice soldato. E' lui, e non quelli che parlano, che alla fine dà il giudizio. La guerra di mio padre, che lui e i suoi amici si fecero con dignità e senza paura, rimase una guerra sbagliata: non sono gli storici a dirlo, sono quelli che l'hanno fatta. I tedeschi erano bestie, gl'inglesi non ci avevano fatto niente, Mussolini era un buffone e i russi povera gente. Ciascuna di queste frasi non viene dai bei discorsi, ma da infiniti passi sulla neve, da su e giù per le piste, da raccogliere morti e da silenzi cupi. Alla fine, la sentenza era quella, e non comportava disprezzo per i "fessi" (anzi) né minore orgoglio per i propri compagni (anzi) e per il dovere che s'era fatto. Significava semplicemente "Mussolini era un buffone", lui e tutti quelli che gli avevano dato mano, che avevano preso dei giovani e li avevano portati a morire perché lui si facesse bello con l'alleato, per conquistare greci francesi e russi che non ci avevano fatto niente. * * * Così, ci è davvero difficile, oggi, scrivere di *questa* guerra. L'unica cosa certa, è che è una guerra; non è un'altra cosa. Non è una cosa in cui le parole dei politici, e persino dei predicatori come me, contino molto. Qui, l'unica parola che conta è quella di chi davvero la paga: il soldato, la sua famiglia, il "nemico" - russo o iracheno - del soldato. Se vale la pena o no, lo sanno soltanto loro. I giovani di quella guerra, in Russia e in Africa, crebbero molto. Impararono la cosa più amara e più difficile, non fidarsi dei "grandi" che ti sorridono e fanno grandi parole ma poi in realtà hanno in testa altre cose. Impararono a giudicare con la propria testa, perché non c'era nessun altro che lo facesse al posto loro. Sei tu, e nessun altro, che devi decidere se quell'inglese era veramente tuo nemico, se quel tedesco era veramente tuo alleato. E questa non è politica, ma semplicemente la vita. * * * Non so che altro dire. Le parole di questi giorni, quasi tutte, sono parole politiche. Lo sono quelle che ricordano via Tolemaide (che qui, nella vita d'ora, non c'entra affatto), e lo sono quelle di chi parla di orgoglio e dice "non siamo più il paese delle mamme". I politici, in questi giorni, si sono contenuti abbastanza. Si sono sforzati di non dir cose troppo stridenti, di non gridar troppo forte, sentendo - istintivamente - che c'era dell'altro di più importante. E' stata una cosa buona; ma non può durare. Prima o poi, anche questi giorni di guerra verranno riafferrati dai politici e reinseriti nella macchina, nel solito meccanismo decisionale di vip, di presidenti, di politici - per lo più in buona fede - di entrambe le parti. Invece questo è un punto di svolta, il punto in cui c'è da decidere che cosa, oggi nel duemila, è bene e che cosa è male, che cosa considereremo bene o male per le prossime due o tre generazioni. Non è una decisione delegabile. Non puoi affidarla a nessun altro che a te stesso. ________________________________________ 8 dicembre 2003 n. 208 Gasparizzazione. L'informazione è libera, ogni cittadino ha il pieno diritto di fondare una sua televisione e di gestirla come vuole a condizione di avere quel paio di miliardi di euri che oggi sono necessari per stare sul mercato. La legge Gasparri non reprime (quasi) niente: dice semplicemente che la televisione è un monopolio in vendita al migliore offerente, che per pura combinazione è Berlusconi. I concorrenti possono venire non più dall'Italia, dove non ci sarà mai più la massa critica per fare un'altra televisione ma dall'Australia (Murdoch), dal Brunei (il sultano), dalla Cina (quando entrerà nel settore) o dalle due multinazionali americane. Dunque non è che non ci sia concorrenza. Semplicemente, non è più concorrenza italiana. Con questo, la storia della televisione finisce, e comincia quello di uno strumento tecnico che sta fra l'intrattenimento e la propaganda; non sarà affatto vietato criticare garbatamente il potere, purché non sulle cose importanti; è ammessa Striscia la Notizia, non è ammessa Samarcanda. Tutto qua. La carta stampata segue, poiché la raccolta pubblicitaria (da quando i giornali hanno deciso di basarsi solo sulla pubblicità) è di molto inferiore a quella della televisione. Non è solo in Italia: in Inghilterra, patria della libertà di stampa, Murdoch sta trasformando il Times in tabloid proprio in queste settimane; in America ("E' la stampa, bellezza") la Cnn ha ormai dei regolari fogli d'ordini sulle notizie ammesse. "E' concepibile un paese senza governo, ma non senza libera stampa": chi l'ha detto? Non Lenin, probabilmente; l'informazione libera era alla base della civiltà liberale dell'ottocento, quanto e forse più dei parlamenti. E ora, semplicemente, non c'è più. Possiamo benissimo dire, ai nostri tre amici, quel che ci pare; ma non possiamo più farlo arrivare agli altri cittadini, poiché non ci sono più i canali. Le scelte politiche non possono dunque più essere, in senso largo, collettive, ma solo individuali; o dell'individualità che comanda, e che spalma le proprie idee individuali su tutto il mondo, o dell'individualità che subisce, e che cerca di percorrere un proprio individuale percorso interno. La discussione, la piazza, la polis, non c'è più; ne restano dei succedanei a fini d'addolcimento, per tener buona la generazione che ha conosciuto la democrazia; ma fra una decina di anni neanche questi ci saranno più. Nè la Cnn, nè i tabloid inglesi, nè la Tv russa nè Mediaset-Rai sono più stampa libera nell'accezione liberale ottocentesca; nè Bush, nè Blair, nè Putin nè Berlusconi sono leader parlamentari nell'accezione liberale ottocentesca. Ciascuno di questi media è organo - propaganda e consenso - di un potere ben delineato; nessuno di questi leader è stato eletto regolarmente nel corso di libere e paritarie elezioni. Berlusconi non è l'eccezione, è il mondo nuovo; rozzo, naturalmente, e texano e brianzolo; la prossima generazione di berlusconi sarà molto più "seria" e "professionale". Non sarà democratica, naturalmente. * * * Per quanto personalmente mi riguarda, sono stato gasparizzato tanti anni fa, per cui la gasparizzazione collettiva mi tocca, egoisticamente, solo di riflesso. In questi vent'anni ho imparato però che ci sono tante vie per continuare a informare. Da soli, per dare testimonianza, almeno quella; ma, in gruppo, anche per produrre degli strumenti che arrivino da qualche parte, che facciano danno. Che cosa facciamo adesso, dopo Gasparri? L'idea che la televisione pubblica deve morire è passata con l'unanimità sostanziale di tutti quanti. L'idea che l'informazione è mercato, e non diritto acquisito del cittadino, unifica l'onorevole Berlusconi di Forza Italia e il senatore Debenedetti dei Ds. Come gestiranno costoro la fase successiva? Cercheranno di ritagliarsi degli spazi privati, più o meno vasti, ma comunque privati, nel nuovo mondo. Che cosa proporranno a noi professionisti dell'informazione, ai giornalisti? Di scegliere il privato meno brutale, di salvare se non il diritto del pubblico ad essere informato sempre e comunque almeno qualche briciola occasionale di libertà. Una aurea mediocritas oraziana (Augusto in tv ha avuto successo, mi dicono), con molte rassegnazioni e molte nostalgie. C'è poi un'altra strada, che è la mia. Buttarsi su tecniche nuove, non ancora invase; gettare subito un guanto, sperando che sia raccolto e che faccia pensare; puntare sui ragazzi che crescono, sulla humanitas istintiva dei giovani esseri umani; e ipotizzare coerentemente un Gutenberg nuovo. "Buscar el levante por el poniente": se la televisione col telecomando ormai è conquistata, lasciamogliela, e puntiamo su un continente - l'interattività, lo scambio veloce, la parità coi lettori, la rete - completamente nuovo, su cui non sono ancora arrivati. Ma bisogna puntarci tutto, fino in fondo, senza guardarsi indietro. Fa male - ad esempio - Dario Fo, dopo tanto dibattito su tv alternative e di strada, ad affittare un canale... da Murdoch. Non perché sia sbagliato "politicamente", qui ed ora: ma perché farà danno in avvenire, impedirà di seguire l'altra strada. * * * Firma o non firma? Tirarla o non tirarla, la giacca? Non è più una questione importante, la decisione - o non decisione - di Carlo Amleto Ciampi. O con Gasparri o con un altro, i vecchi media ormai se li sono presi. Non illudiamoci di riprenderceli grazie a Ciampi o a chicchessia. Inventiamocene, professionalmente, degli altri nuovi e diamo battaglia su di essi. ________________________________________ 15 dicembre 2003 n. 209 Leggere e scrivere. La cosa che state leggendo non contiene - tecnicamente non potrebbe farlo - elementi coinvolgenti come presentatori, veline o imbonitori,. ed è dunque assai debole nel trasmettere emozioni psico-fisiche immediate o informazioni complesse, simil-reali. Può trasmettere tuttavia con una certa efficacia emozioni interiorizzate nel tempo e informazioni "pure", razionali. Si tratta infatti di un testo scritto e questo modello (relativamente recente: ha meno di tremila anni) è completamente diverso da quello televisivo (ormai vecchiotto: ha più di cinquant'anni). La tivvù piomba tutta in una volta sullo spettatore, esaurisce il rapporto con lui nell'arco della trasmissione e non gli lascia nulla da fare. La scrittura arriva molto lentamente (leggere è solo il primo impatto), costringe il lettore a immaginare continuamente e parallelamente delle cose; il rapporto che se ne instaura è molto diluito nel tempo. Voi potete ri-leggermi, individuare le cazzate di cui non vi eravati accorti a una prima lettura, contestarmele (anche solo dentro di voi) a distanza di tempo: e dunque farvi di me e della mia (eventuale) credibilità un'opinione abbastanza solida e razionale. Bruno Vespa invece, un attimo dopo la fine di Porta a Porta, non lo vedete più: potete dunque valutarlo solo per le impressioni istantanee, non tesaurizzabili, nel corso della trasmissione. In compenso, Vespa non può cambiarvi: può solo indurvi a compiere determinate azione qui ed ora, o anche ad accettare modelli di comportamento immediato, da rinnovare però continuamente a causa della loro stessa labilità: non può profondamente addentrarsi nel voi interno. La lettura invece può cambiarvi davvero, perché è pervasiva, essenziale, è il nucleo intellettuale di una persona. Leggere Tolstoi - o Gianni Brera - significa parlare con Tolstoi o Gianni Brera, non subirli affascinati per qualche momento. Nella storia occidentale, la comunicazione basata sulla scrittura veniva - se la scrittura è periodica - chiamata "giornalismo". Quando il fondatore di Mediaset dice che "alla massaia basta la tivvù" dice una verità profonda. Se la "massaia" legge i giornali, non è più una massaia ma - almeno in tendenza - una cittadina. Non dico l'Unità o MicroMega: basta un semplice Grand'Hotel (di una volta) o un Novella Tremila, e già il meccanismo del rapporto lettura-immaginazione si mette in moto, allarga la confidenza in sè stessi, fa crescere l'autonomia. Davanti alla tivvù, si può rimanere "massaie" perché tutto quel che c'è da fare è assorbire. * * * Il compito di chi possiede il potere (che oggi è sostanzialmente la tivvù) è quello di lasciare ogni persona dove si trova, e in particolare di lasciare la massaia a fare la massaia, evitandole accuratamente ogni occasione di autonomia. Il compito di chi non ama il potere è di rispettare e diffondere l'antica arte occidentale della lettura. Non per propagandare determinate idee rispetto ad altre, ma proprio per propagare il leggere-e-pensare in sè, che è la cosa più di sinistra che sia mai stata inventata. ________________________________________ 22 dicembre 2003 n. 210 Politica. Non ho ancora capito qual è il nostro punto di vista sulle pensioni. Nemmeno sull'articolo 18, sui soldati in Iraq, sulla Rai, sull'inflazione e il resto. Naturalmente, siamo tutti nemicissimi di Berlusconi, che vuole abolire le pensioni, togliere l'articolo 18, tenere i soldati in Iraq, fare a pezzi la Rai. Ma questo significa che noi vogliamo ritirare i soldati, difendere le pensioni, mantenere l'articolo 18 ecc.? Uhm. Io penso che prima o poi (piuttosto prima che poi) il signor B. farà la fine non dico di Ceaucescu (per carità) ma quella di Michele Parretti o di Felice Riva, in qualche paese estero in cui avrà avuto la preveggenza di sistemare un po' di denari. Ci sarà un mese di tripudio e tutti saranno molto felici e s'intervisteranno a vicenda e danzeranno per le vie. Al trentunesimo giorno apparirà in tv un signore molto lindo e perbene e mi dirà più o meno: "Buongiorno signor O. Sono il nuovo presidente. Mi congratulo con lei per la valorosa resistenza opposta al tiranno Berlusconi. Purtroppo, prima di sparire dalla scena costui ha completamente dilapidato le casse dello stato, onde per cui siamo qui a chiederle di dare il suo contributo alla rinascita nazionale rinunciando responsabilmente alla sua pensione". "Compagno Lispi! - dirà contemporaneamente un altro signore lindo e perbene dal televisore del mio vicino - Viva la classe operaia e viva il sindacato! Purtroppo, a causa della dissennata politica economica del precedente governo, occorre rilanciare l'industria italiana nel mondo (primo piano sul gruppo degli industriali sullo sfondo, dignitosi ma laceri e con la faccia contrita) e pertanto bisognerà rassegnarsi sull'art.18, e anzi già che ci siamo anche sul 19, 20 e 21". Poi arriverà il generale Managgialarocca che annuncerà "Italianiiii... fuggirete voi vilmente di fronte ai terroristi iraccheniiii? Non ho capitooo la rispostaaaaa.... Comunque, fianco destr, fianco sinistr, avanti, marsch!". Per dire che i problemi non finiranno con Berlusconi, e già le prime avvisaglie (ogni volta che un pezzo grosso del centrosinistra apre la bocca per dire qualcosa che non sia "abbasso Berlusconi") si fanno sentire. Ma allora che facciamo, ci teniamo il signor B.? Oppure nè con l'uno nè con l'altro, "fate vobis" alla Ponzio Pilato? Non è una strategia molto intelligente: il governo attuale è molto divertente sul piano spettacolare ma ci sta costando un casino, un altr'anno di questa storia e finisce che si emigra tutti in Argentina o in Romania. Insomma bisogna scegliere: turiamoci il naso - diceva Montanelli - e votiamo Dc. Cioè, nella circostanza concreta, Prodi e Rutelli. * * * Però senza farsi illusioni, e senza dargliela vinta proprio tutta. Già ora in questo momento, la forza organizzativa (e elettorale) della sinistra risiede più nei cittadini incazzati e nei girotondi che non nei partiti ufficiali, sempre più loffi e sempre più imbranati. Per ora gli eredi di Craxi, i "socialisti", stanno imponendo l'ukase (terrorizzati dalle manette) "Non vogliamo Di Pietro!". E nessuno, nella sinistra, gli ride in faccia nè gli risponde a tono. Per dire in che mani siamo. Ma è sicuro che dobbiamo accettare proprio tutto? Non c'è proprio niente che possiamo imporre a questa gente? Io penserei che, se non possiamo sceglierci tutto il governo, possiamo almeno scegliercene una parte. Possiamo dire: Benissimo, ingoiamo Prodi e Fassino. Però ci vogliamo dentro, chessò, Gino Strada e Rita Montalcini. Scegliere due o tre nomi, che siano un po' il simbolo del movimento, e imporli agli apparati: almeno questo. E' una cosa possibile, o tutto il nostro ruolo consiste nel gridare viva e abbasso nelle piazze? Chissà se provassimo a contarci, su una faccenda come questa. * * * La società civile, dieci anni fa, aveva cominciato a incamminarsi per questa strada. Lo fece poco, lo fece male, lo fece rozzamente e soprattutto si affidò alle persone sbagliate: che, annusato il Palazzo, lo gradirono e ci entrarono dentro e non ne uscirono più. Ma la strada era buona. In prima fila c'erano quelli che allora si chiamavano i militanti e il movimento antimafioso. La mafia è un potere totale, molto pervasivo, molto "padronale": non è quattro killer, è una classe dirigente che ha il potere economico e in più è armata. E quindi l'antimafia, quand'è conseguente, diventa l'alternativa fisiologica al potere bruto. Per questo eravamo vincenti allora e per questo abbiamo tradito o ci siamo dissolti appena abbiamo preteso di diventare antimafiosi di corte con tutti i privilegi del potere. * * * Per me, che di quella generazione ho fatto parte, ci sono delle giornate simboliche - come il primo maggio o il venticinque aprile - che in qualche modo riassumono tutto questo. Una di esse è molto vicina, ed è il cinque gennaio, il giorno in cui gli imprenditori mafiosi fecero ammazzare il capo dell'opposizione antimafiosa in una città siciliana, che era Catania, in cui vivevo allora; e sono passati vent'anni. Vent'anni, ma brucia ancora; brucia, e fa luce. Io credo che queste scadenze vadano riprese, non con celebrazioni ufficiali e importanti relatori, ma con serietà e concretezza, col fare delle cose fra eguali e insieme. Trovarsi insieme, parlarsi, criticarsi, proporre, scoprire quant'è bello e difficile essere non-inquadrati, essere diversi. E' una faccenda antichissima, eppure ringiovanisce ogni momento, e rende antichi e giovani coloro che hanno l'umiltà e la forza di affidarsi ad essa senza inseguire sogni di palazzo e di status e dunque, poveramente, di potere. Si chiama forza del popolo, democrazia. ________________________________________ 22 dicembre 2003 n. 210 AntonellaConsoli <libera@libera.it> wrote: 22 dicembre 1988 < Angusta la casa non trova spazio nemmeno in una poesia di natale Viene una ragazza ogni tanto con le briciole del suo amore e si sforza di inzupparle non sa se ha ancora un cuore Vedi dove finisce la poesia e dove finisce la speranza sgretoli l'ultimo sorriso contro un muro freddo Il the non l'hai mai saputo fare e la tua pipa è parecchio fumosa In quella casa piccola piccola come il mondo ogni tanto viene una ragazza stanotte ha cercato tra mille parole la più bella per dirti ti amo Neanche il sole è stato al suo patto è arrivata con nubi la nuova giornata Ma che c'entra, che importa la ragazza cerca ancora tra mille parole la più bella per dirti ti amo > ________________________________________ 29 dicembre 2003 n. 211 - Almanacchi, almanacchi nuovi. Bisognano, signore, almanacchi? - Almanacchi per l'anno nuovo? - Si signore. - Credete che sarà migliore quest'anno nuovo? - Oh illustrissimo si, certo. Non c'è dubbio alcuno che sarà assai più felice di questo. - E cosa vi conduce a questa persuasione? - Cadrà l'attuale governo, e ne metteranno su uno nuovo. E non è uno qualunque a dirlo, ma proprio San Libero in persona. - Ah, ecco. E questo governo che verrà, sarà molto migliore del precedente... - Senza dubbio, illustrissimo. Lei che è un filosofo forse non lo sa; ma la vita s'è fatta ben dura, per noi poveretti. Un pane, che prima era a un bajocco, oggi è a mezzo ducato; e vuol crescere ancora. - Comprendo. - Ma neanche ciò è il peggio. Prendono i nostri figli e li menano in guerra, e in terre sempre più lontane. Noi credevamo che fosse quel Napoleone, a voler conquistare tutto il mondo; eppure, anche ora che non c'è più lui continuano a bombardarsi più arrabbiati di prima. Ma il governo che verrà non farà più guerre. Richiamerà i nostri figli e i generali li manderà a casa. - Certamente. - E inoltre darà una giusta meta per il pane, frenerà i bottegai troppo insolenti, terrà a segno i nobili, farà leggi eguali per tutti... - Ma dunque vi saranno dei venditori d'almanacchi al governo? - Non intendo. - Voglio dire: tutte queste bellissime cose, che sicuramente avverranno, andranno a beneficio dei venditori ambulanti, dei fiaccherai, dei manovali... - Certo! - E dunque saranno costoro, immagino, a prendere le decisioni per sè più opportune: che parte avrete voi in questo governo? - Lei mi burla, illustrissimo. Come potremmo noi poveri ignoranti sedere in un governo? A parte che, se noi impegnassimo il nostro tempo in queste cose, chi provvederebbe al pane dei nostri figli? - E' vero. I poveri non hanno tempo per governare, e neanche per occuparsi troppo di chi governa. - Non occorre! Abbiamo un marchese, un conte, un Regio Astronomo, un abate... tutti umani e coltissimi, e pronti a governare in nome nostro e per il nostro bene. - A differenza degli abati e dei conti del governo di prima. Coll'anno nuovo, il governo incomincerà dunque a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero? - Speriamo. - Dunque mostratemi l'almanacco più bello che avete. - Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta euri. - Ecco trenta euri - Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. ________________________________________ 5 gennaio 2004 n. 212 Cinque gennaio. Perché la Sicilia è "vecchia"? Socialmente, voglio dire. Troppo piccola per autogestirsi, troppo grande per essere mantenuta con la forza, per duemila anni è stata regolarmente "invasa" e altrettanto regolarmente affidata alla classe dirigente di prima: latifondisti romani, feudatari spagnoli, notabili borbonici o "uomini di rispetto". Cosa Nostra dialogava ufficialmente col governo italiano. Gestissero la Sicilia a modo loro. In cambio, ordine e disciplina e - quando richiesto - appoggio al governo "alto". Perciò classi dirigenti obsolete (serbate artificialmente al potere) e società duramente divisa in due: viddani e baronia, coppole e cappeddi. Questa Sicilia dura tuttora. E questo marca, fra l'altro, i suoi intellettuali. In nessun'altra regione si scrive bene come in Sicilia. Tomasi, Bufalino, Verga, Pirandello, Sciascia - la lingua italiana, già elegante di suo, qui tocca i vertici della raffinatezza. E in nessun'altra terra i grandi scrittori, alla fine della loro carriera, ripiegano così fiocamente su se stessi; sovente, con esiti reazionari e di destra. Pirandello s'iscrisse al fascio. Sciascia combattè l'antimafia. Verga elogiò Bava Beccaris. Come mai? E' che nessun altro uomo al mondo come il siciliano è costretto a scegliere senza mediazioni. Qui non si può barare. La povertà, la violenza, il mondo ferocemente diviso ti gridano ogni momento "da che parte stai?". Alla fine devi rispondere, e la risposta ti marchia. Qui, la libertà la ritrovi fra gli scrittori "minori"; messi da parte cioè; quelli che muoiono all'alba, da giacobini impenitenti, su una forca alla Marina; oppure per un colpo di pistola, in una serata qualunque, mentre stai uscendo dal tuo teatro. Io non sono orgoglioso della nostra bellissima letteratura "ufficiale": lo sono invece dei nostri cantastorie, dei nostri poeti di strada, dei nostri giornalisti; quelli "minori" e rimossi, anche stavolta. Ne abbiamo perso una decina, uccisi perché scrivevano contro i potenti; questa decina di uomini, coi nostri cento sindacalisti e compagni e giudici assassinati, sono l'anima dura della nostra Isola, ciò che ci fa dire con forza "sono siciliano". * * * Giuseppe Fava, figlio di maestri di scuola, nipote di contadini, giornalista, fondatore dei Siciliani, scrittore, fu uno di costoro. I padroni di Catania lo uccisero il 5 gennaio del 1984, mentre usciva dal teatro in cui, poche settimane prima, aveva rappresentato un durissimo atto d'accusa contro il regime mafioso cittadino. Lo uccisero tranquillamente, sapendo che nessuno avrebbe reagito e che dopo un paio di giorni di chiacchiere tutto sarebbe tornato come prima. Non fu così. Qualcosa si risvegliò nella città, e uscì fuori al sole. Io sono stato molti anni a Catania, e ho visto molte cose. Ho visto morti ammazzati e giudici venduti. Ho visto giornalisti prostituti, politici miserabili, e quanto più laido e osceno si possa immaginare. Ma se tu mi chiedessi, ora, cos'è Catania, risponderei: ho visto due vecchi contadini, marito e moglie, davanti alla loro casa con la lava dell'Etna a cinquanta metri. Smontavano il cancello, tranquillamente, perché sarebbe servito al momento di ricostruire. Questa era la Catania a cui s'era rivolto Giuseppe Fava. E questa Catania, incolta e qualunquista, facile da imbrogliare, politicamente rozza, aveva tuttavia in sè qualcosa di bello e antico. Venivo a Catania - per "fare il giornalista" e dunque, a modo mio, per "sistemarmi" - da un decennio di militanza a tempo pieno nel movimento. Un "rivoluzionario professionale", insomma: corretto, sofisticato e presuntuoso, con tanto di puzza al naso e destinato, probabilmente, a un posto nella sinistra perbene e poi nel regime. Dei giovani di Catania, avevo un'opinione molto precisa: qualunquisti e paesani. Ma quando il Direttore morì e la Città fu chiamata, come in tempo di Resistenza, a scegliere fra occupanti e patrioti, si vide quanta civiltà e quanto coraggio vi fossero in questi giovani "comuni". Noialtri redattori - ragazzi spaventati, in realtà, con una bandiera molto più grande di noi - decidemmo, più per affetto che per coscienza, di continuare. E il giorno dopo ci presentammo in redazione, per riaprire la sede. Ma fuori dai Siciliani, timidi ma risoluti, c'era un piccolo capannello di ragazzi. "Chi siete?". "Siamo la Fgci di Battiati. Siamo qui per distribuire il giornale". Noi non sapevamo ancora se avremmo avuto il coraggio di farlo, il giornale. Ma loro avevano già quello di distribuirlo. * * * Quei tre anni durissimi, l'ottantaquattro l'ottantacinque e l'ottantasei, furono gli anni dei ragazzi catanesi. Non l'entusiasmo delle manifestazioni (ci furono anche quelle, le più grandi mai viste a Catania) ma l'impegno concreto e operativo, giorno dopo giorno, per - almeno - trentasei mesi. I Siciliani - con scritto sotto: fondatore Giuseppe Fava - e SicilianiGiovani sono stati i miei giornali, e anche qualcosa di più, l'elemento centrale della mia, delle nostre, della nostra vita. E mi è difficile scriverne di più; non ora, non in questo giorno. Dirò soltanto che a Catania, in Sicilia, in Italia, di nuovo come in tempi di garibaldini o di partigiani, cresceva palpitando e lottando qualcosa di veramente nuovo. Non dirò, per non offendere quelli di noi che erano di altre idee (c'era persino un fascista), come mi verrebbe naturale, che stava nascendo una sinistra. O forse sì: ma sinistra nel senso antico del termine, allonsanfan e compagni. Una bella sinistra; *la* sinistra, quella davvero espressa profondamente dal Paese. "La meglio gioventù" per me fu questa. * * * Vent'anni sono una vita; t'insegnano, fra le altre cose, una difensiva autoironia. Così, ora chiudo in fretta. Farò dei nomi - non posso farli tutti: e dunque, questi sono qui solo in rappresentanza di tutti. Il più giovane, e la più anziana; il primo è Fabio D'Urso, "Fabiolino"; e davvero aveva solo tredici anni quando suo padre lo portò, il sette gennaio, alla sede dei Siciliani. Il signor D'Urso era stato, molti anni prima, giovane giornalista con Giuseppe Fava; poi uno era andato avanti, e l'altro aveva scelto un mestiere normale. Ed ora eccolo qui, a presentare suo figlio, che certo si sarebbe fatto onore. La signora Roccuzzo era la madre di uno di noi; si parlava, la mattina presto, di cosa sarebbe potuto succedere ancora. Per suo figlio, la rassicuravo, il pericolo era relativamente minore; l'avremmo sistemato fuori Sicilia al più presto. "Aspetta - disse lei - se c'è da rischiare dovete rischiare tutti insieme, anche lui". * * * Questi erano i Siciliani. Nessuno di loro ha mai avuto il minimo riconoscimento - da partigiani quali erano, da garibaldini - per le cose grandi e eroiche che, ciascuno di loro al suo momento, seppero tirar fuori da sè stessi in quel tempo di guerra. C'è la signora, amica del Direttore, che due giorni dopo la sua morte si presenta ai Siciliani e abbandona la carriera universitaria per venire ad amministrare il giornale - lo fece per dieci anni di seguito, perdendovi ogni avere ma garantendone finchè possibile l'uscita. C'è il compagno che per quattro anni fornì notizie dall'interno del nemico, rischiando a ogni momento non la morte, ma una morte con torture. Ci sono i liceali dello Spedalieri, uno ora organizza scuole internet in Italia e un'altra è volontaria a Città del Messico. C'è il vecchio giudice, il prete, l'ingegnere - il nostro Cln, i capi del movimento civile. Ci sono quei ragazzini che alla manifestazione antimafia portarono i loro coetanei tossici, convinti uno per uno nelle piazzette della droga; a un tratto, in mezzo agli slogan contro Santapaola e i Cavalieri, uno di loro impallidisce per una crisi e fa per cadere: ed ecco tutti gli altri ragazzi, quelli che in un'altra società sarebbero stati i "normali", far capannello attorno a lui, aiutandolo e nascondendolo e continuando a sfilare. C'erano loro, e altri esseri umani attorno a loro, e altri ancora più in là, a Catania, a Palermo, in Sicilia, e poi - man mano che quella pianta germogliò, con altri nomi - a Roma, a Milano, a Napoli, dappertutto. C'ero anch'io, e credo che a quest'ora sappiate che il mio tratto peggiore è la superbia. Eppure, pensando a quello, che fu il tempo più nobile della mia vita, non ne provo affatto. "Uno dei Siciliani". Un compagno. Che cosa si potrebbe essere di più? Davvero vale la pena, di fronte a cose come queste, di perder tempo a mettere puntini sulle i? No. Noi siamo quelli di Giuseppe Fava. Ognuno può dirlo, e ognuno ne risponde - a se stesso - a modo suo. Il resto, non ha importanza. Non ha importanza nemmeno, dopo vent'anni di bavaglio "nemico", cominciare a sentirsi addosso anche il bavaglio "politicamente corretto". A Catania, da tre anni in qua, non si fa altro che cercar di dividere il Monumento a Giuseppe Fava (lodevole intellettuale siciliano) dal rozzo giacobinismo dei Siciliani, specie di alcuni. Perciò, fra le altre cose, non ci fanno parlare. Ma che importa? Fra noi e i Cavalieri, abbiamo vinto noi. Loro sono scomparsi, noi siamo ancora qui: poveri, ma ci siamo. Catania irredimibile e rozza? Ma c'è pure una Catania che può vincere, una Catania a maggioranza popolare: noi ci siamo arrivati vicinissimi, abbiamo dimostrato che si può fare. E altri no. Catania del monopolio, Catania in mano a Ciancio? Ma c'è anche una Catania dei liberi giornali: basta avere il coraggio di farli. Noi l'abbiamo avuto, e tuttora ci tentiamo. Altri no. * * * "Non si può chiedere a tutti di fare il lupo solitario", disse una volta Giuseppe Fava, ed è una frase bellissima, romantica e spavalda al tempo stesso. I lupi solitari, tuttavia, hanno un senso solo se da qualche parte c'è un branco. Magari in quel momento distratto, ma però vivo, con le sue storie "ordinarie" di lupi e lupacchiotti, impegnati nella loro quotidiana sopravvivenza materiale e morale. Molto spesso divisi, qualche volta (troppo di rado...) uniti, essi sanno comunque, o quanto meno intuiscono, di essere un branco e non un gregge qualunque; una razza a parte. Questo è tutto ciò che può fare per loro uno come me, ricordargli chi sono e cosa possono fare. Il resto, se lo devono ritrovare e reinventare da sè, se no non funziona. Così è sempre stato nei branchi, da che mondo è mondo. * * * Di Giuseppe Fava si parlerà nelle letterature ufficiali - come fu per Stendhal - fra qualche cinquantina di anni. Non è facile, per l'accademia italiana, distinguere fra cocacola e vino: poiché la critica è astemia, e vino se ne passa poco; quando per caso ne trova, giù col "sicilianismo" e con la "civile tensione", che è un modo per cercare di mettere quella roba aspra e forte in bottiglie di plastica e già conosciute. Fava e Tomasi di Lampedusa sono comunque i massimi scrittori siciliani, e fra i massimi italiani, del dopoguerra. In più, Fava era uno scrittore amico. Parla dei contadini siciliani (La Violenza), degli operai emigranti (Passione di Michele, il suo capolavoro), della dignità del resistere (La Ragazza di Luglio), dell'atrocità del potere (L'Ultima Violenza). Ne parla popolarmente, in lingua densa e forte, dove la maestria dell'artista ottiene il premio più difficile - la semplicità. I suoi personaggi più sentiti sono donne e questa, in una letteratura misogina come la nostra, è anche una bella cosa. Di tutte le creature che vivono nei suoi libri, nessuna è monolitica, nessuna priva di sfaccettature umane; il vecchio avvocato mafioso conserva - persino lui - una sua inquietudine, un suo dolore. Eppure Fava non "parla d'altro" mai, non è mai arcadico; tutti i suoi personaggi stanno in una loro precisa metà di mondo, o quella dei potenti o quella degli oppressi. Perché - giornalista, scrittore, fondatore dei Siciliani e quant'altro - egli era prima di tutto un rivoluzionario. Nel senso vero, vissuto, ottocentesco, della parola. Per questo, incontratolo una volta, non lo si abbandona mai più. * * * Così è stato per me. Vent'anni. Eppure non pesano affatto, non come nostalgia. Nè si riesce a non sorridere, pensando a una persona viva come lui. E' morto semplicemente, facendo quel che doveva, da soldato. Non credo che gli sia stato difficile. E' molto più difficile vivere, nel senso pieno e profondo in cui viveva lui. La vita che passa fra le persone care e gli amici, da uno all'altro, da un cerchio all'altro, da una generazione all'altra. La vita che te lo fa riconoscere in persone lontanissime, che non l'hanno mai conosciuto. La vita che si trasforma lentamente in cose umane da fare, in chiari pensieri e affetti, in militanza disciplinata e anarchica non più per un partito o una patria, ma per gli esseri umani in quanto tali. La vita che ti fa sorridere, ripensandolo, quando sei solo. "Ma insomma, si può sapere che cos'è lei, politicamente?" gli chiesi una volta, da quel fighetto "di sinistra" che ero. "Io? Io sono tolstoiano..." sorrise lui, e ci ho messo vent'anni prima di decidere se parlava sul serio o mi pigliava per il culo. ________________________________________ 12 gennaio 2004 n. 213 Libertà 1. "Largo ai bambini!" ha gridato al maestro il delinquente (dopo aver fatto pipì sul pavimento e gettato una scarpa in aria). Il maestro ha chiamato la polizia e il colpevole, un bambino di otto anni "con problemi psicologici", è stato afferrato, schedato, improntato e portato via: "Il soggetto non ascolta mai in classe e disturba il processo di apprendimento". Questo è successo in Pennsylvania; nell'Ohio, al centro di detenzione c'è finita invece una quattordicenne che, venuta a scuola con l'ombelico scoperto, s'era rifiutata d'indossare un camicione riparatore. Due dodicenni sono stati arrestati "per aver spento la luce nella toilette femminile"; una undicenne perché "si nascondeva in un'aula vuota durante l'ora di lezione"; e così via. Ordine e disciplina, o - come dicono ora - "tolleranza zero". La stretta, per cui la società torna indietro, non è fatta soltanto di nuove povertà e d'immiserimento dei ceti medi. E' fatta anche di cultura, di ideologia: Roosevelt, Humphrey Bogart, Charlot, Easy Rider, persino lo scalcagnato ma simpatico "fuorilegge" Paperino, debbono essere cancellati per forza dalla cultura americana. La troppa libertà fa male e troppa democrazia può intoppare l'impero. Sono stati Paperino e Humphie, non i filosofi europei, a preparare il Sessantotto: stavolta li arrestano subito, prima che - con la miseria nell'aria - si mettano di nuovo a combinare guai. "Largo ai bambini" comunque è un buono slogan, meglio di quelli nostri del Potere-a-Qualcosa. Alé, tutti in coro: "Lar-go-ai-bam-bi-ni!". Di nuovo: "Lar-go-ai-bam-bi-niii!". ________________________________________ 19 gennaio 2004 n. 214 Maurizio Pittau wrote: < Caro R., ho letto su Clarence il tuo articolo "La meglio gioventù. Il ricordo di Giuseppe Fava'". Ho notato che nella storia dei Siciliani non hai ricordato una sua interessante appendice: "L'Alba. Giornale popolare dei giovani" di cui eri direttore. Lo dico perché io ne facevo parte e per me è stata una fondamentale esperienza. Non ricordo bene tutto quello che accadde. Avevo credo 17 anni quando lessi sul televideo due righe con un indirizzo che annunciavano la nascita del giornale. Io non sapevo un accidenti dei Siciliani ma ero pieno di curiosità e voglia di descrivere e denunciare le cose del mondo e mi misi in contatto. In breve dal mio paesino divenni il contatto dalla provincia di Nuoro e dalla Sardegna. Ricordo che in uno dei primi numeri venne pubblicato un mio articolo di denuncia sulla situazione delle carceri in Sardegna che avevo scritta con una lettera 22. Questo tre anni prima che in Italia si accendessero le luci sulla infame situazione dei detenuti italiani. Mi ricordo che ci fu un incontro tra i vari contatti d'Italia presso il lago di Bracciano. Ricordo un ragazzo catanese che amava parlare difficile e una ragazza romana stupefatta che non fossi comunista visto come scrivevo. Mi ricordo del tuo arrivo insieme ad un altro giornalista di Avvenimenti, Michele Gambino forse. Mi ricordo che avevi un vecchio e maleodorante cappello. Quando andai all'università invasi mense, facoltà e biblioteche di annunci e creai un gruppo di una ventina di studenti: la redazione sarda dell'Alba. Scrivemmo dozzine di articoli su volontariato internazionale, sette religiose, teppismo, salvaguardia ambientale. Ricordo l'accoglienza nelle scuole occupate che visitavamo con il giornale sotto braccio. L'Alba poi morì. Non ricordo come. Non ricordo perché. So solo che avevo ancora tanta voglia di scrivere, ma non avendo padrini essendo solo figlio di maestri come Giuseppe Fava capivo che il giornalismo non era la mia strada. O almeno non il giornalismo che avevo idealizzato. Dopo ho fatto teatro politico, volontariato internazionale, formazione nonviolenta. Ho viaggiato tanto ho scritto un paio di libri e mi sono laureato in economia. Ora ho 30 anni e il mondo voglio cambiarlo non solo con le parole. Lavoro con organizzazioni internazionali. Opero per lo più all'estero, ma quando sono in Italia aggiorno il mio sito www.utopie.it il cui motto è "Il possibile non verrebbe mai raggiunto se nel mondo non si ritentasse sempre l'impossibile". E' quello che credevo a 17 anni quando scrissi una lettera che iniziava più o meno così: "Cari amici dell'Alba, ho voglio di mettermi in azione. Posso collaborare con voi?". Era l'inizio della mia "meglio gioventù" > * * * Caro Maurizio, certo che mi ricordo di te; ho ancora il tuo telefono di allora. L'Alba sorse nei primi anni '90 ma non come appendice dei Siciliani, bensì di Avvenimenti (dove allora lavoravo). Il modello era sempre quello di SicilianiGiovani, di cui fu praticamente un'estensione sul piano nazionale (ma con input nuovi, come la Pantera). Io ne ero "direttore", come dici tu, solo perché firmavo; ma il giornale in realtà era autogestito dai ragazzi, e con risultati molto brillanti (a Bari, ad esempio, fu il primo a ricostruire con molti anni d'anticipo i retroscena del Petroselli). Come SicilianiGiovani, era un mix fra scuola, associazionismo e giornale; ebbe una funzione in quegli anni come modello di movimento "politico" ma non partitico direttamente espresso dalla società civile; un modello, io credo, che è attualissimo di questi tempi e andrebbe studiato attentamente e se possibile ripreso. Come SicilianiGiovani, l'Alba formò diversi ottimi giornalisti; ma, più ancora, formò parecchi militanti civili, "politici" ma non settari, efficienti ma senza autoritarismo e gerarchie. Moltissimi di loro sono ancora "in funzione", come te, nei più diversi settori e nei più vari luoghi del mondo. Nessuno di loro, che io sappia, ha mai tradito: e questo, scientificamente, è un bel contrasto coi grandi "rivoluzionari" della mia generazione (Lotta Continua, ecc.) che invece ritroviamo, vent'anni dopo, servi di Berlusconi. Non sei il primo a scrivermi: da quando c'è la Catena, sono molti i "ragazzi dell'Alba" che si son fatti sentire per raccontarmi quel che stavano facendo dopo tanto tempo - e ti assicuro che tutti stavano facendo qualcosa. "Sono orgoglioso di voi" non rende abbastanza l'idea; in realtà, mi aspetto tutto da voi, ora che siete autonomi, e penso che prima o poi il mondo lo cambierete. ________________________________________ 26 gennaio 2004 n. 215 Sono rimasto, accidenti, senza computer e questa settimana posso scrivere solo per pochissimo tempo. Me la cavo recuperando alcuni vecchi appunti (di quattro anni fa, per la precisione: uscirono sulla Catena numero 20) e ve li piazzo qui perché - nella loro rozzezza - può darsi che funzionino ancora. Ma prima bisogna fare u |