Gli
appassionati di fantascienza
sanno che Isaac Asimov
immaginava per i lieviti
un'importanza cruciale in un
lontano futuro dell'umanità.
Sarebbero stati questi
microrganismi, coltivati in
grandi vasche alle periferie
delle metropoli, a saziare
una popolazione mondiale
cresciuta a dismisura. Le
visioni del grande scrittore
potrebbero avverarsi tra non
molto, ma per fortuna con
una sostanziale differenza.
I lieviti, prima che la fame
di cibo, ci aiuteranno
probabilmente a placare la
sete di benzina.
Un passo importante in
questa direzione è stato
compiuto dai ricercatori del
Massachusetts Institute of
Technology che sono riusciti
a intervenire con
l'ingegneria genetica sulle
capacità del banale lievito
da forno, il
Saccharomyces cerevisiae,
a trasformare la cellulosa
in glucosio e quindi in
etanolo. Lo studio, firmato
dal chimico del Mit Hal
Alper e pubblicato sulla
rivista
Nature, apre nuovi
scenari alla produzione di
uno dei carburanti candidati
a sostituire la benzina con
un'alternativa al petrolio
che sia ecocompatibile.
In tutto il mondo, Stati
Uniti in testa, si è
scatenata una vera propria
corsa alla produzione di
biocarburanti in entrambe le
loro forme: il biodiesel,
ricavato da piante dai semi
oleosi come la colza e il
girasole, e l'etanolo,
ricavato da piante ricche di
glucosio come la canna da
zucchero, il mais e la
barbabietola. Non è però
tutto 'verde' quel che
luccica. Sostituire benzina
e gasolio con queste
alternative agricole rischia
di innescare una pericolosa
competizione tra le
coltivazioni destinate
all'alimentazione e quelle
alla mobilità, contribuendo
ad aggravare l'erosione del
suolo, la deforestazione e
uno sfruttamento eccessivo
delle risorse idriche.
L'energia necessaria per la
trasformazione rischia
inoltre di azzerare i
vantaggi del mancato
rilascio di CO2 garantito
dal fatto che le piante per
crescere assorbono
l'anidride carbonica
prodotta dalla combustione
dei biocarburanti.
Il processo prevede la messa in "ammollo" di grandi quantità di cellulosa dalle quali i lieviti, attraverso un processo di idrolasi, estraggono glucosio, trasformandola in una poltiglia zuccherina che fermentando produce etanolo. Attualmente il costo di questa operazione non è però assolutamente conveniente (l'etanolo da cellulosa costa circa il triplo di quello estratto dalla canna da zucchero), anche perché il tutto avviene con tempi molto lunghi.
Quello che sono riusciti a fare gli scienziati del Mit di Boston guidati da Alper è intervenire sui meccanismi di trascrizione del lievito, aumentando la quantità di un gene già presente nel microrganismo, modificandone le capacità di trasformare la cellulosa in glucosio e poi in etanolo. La migliore efficienza, secondo i ricercatori, può arrivare sino al 50%, dimezzando i tempi di produzione o raddoppiandone le quantità.
