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ESCLUSIVO

"VOCE" DI CHI NON HA VOCE

Pubblichiamo il testo dell’intervento di Claudio Baglioni alla Conferenza internazionale sull’immigrazione che si è tenuta il 13 settembre a Bruxelles, nella sede dell’Europarlamento.

Vengo senza bandiere, senza colori, senza tessere di partito. Senza pretendere di suggerire visioni politiche, senza forzature ideologiche, libero da orientamenti pregiudiziali. Vengo come ambasciatore di domande, non come possessore di risposte. A chiedere, non a portare soluzioni.

Vengo nel cuore istituzionale d’Europa, nello spirito di "O-scià" (la tre giorni di musica dal vivo sulla spiaggia della Guitgia, a Lampedusa, che, giunta quest’anno alla sua quarta edizione, è in programma il 28, 29 e 30 settembre, ndr.), per sollecitare istituzioni, forze politiche, media e opinione pubblica a una riflessione autentica, profonda e non di circostanza su un dramma che riguarda il presente, ma anche l’equilibrio e lo sviluppo futuro del nostro continente e dell’intera area del Mediterraneo: il dramma dell’immigrazione clandestina.

"O-scià" non è qui per porre un problema di solidarietà o formulare un generico appello alla carità o alla fratellanza. È qui per parlare di diritto, economia, sicurezza. Per chiedere all’Europa di garantire a tutti – anche ai migranti: minori quasi sempre "invisibili", donne, uomini – quei diritti universali e inalienabili che sono propri di ogni uomo, senza esclusioni, né eccezioni; di concorrere a costruire opportunità di sopravvivenza, lavoro e sviluppo per quei Paesi dai quali sono più forti le spinte migratorie; di farsi esportatrice di pace, libertà, sicurezza e stabilità per tutte quelle aree che vivono un insostenibile e preoccupante deficit di tali valori.

Alle porte dell’Europa, che ha tutto e può tutto, bussa chi ha nulla e può nulla. Lo abbiamo fatto anche noi, quando eravamo poveri e senza prospettiva. E non esiteremmo a rifarlo se si rendesse di nuovo necessario.

A ciò si aggiunge il fatto che, oggi, la società globalizzata non ammette più oasi verdi, zone franche o compartimenti stagni. Se, quindi, da un lato c’è l’urgenza di puntare a rimuovere le cause di quell’immigrazione volàno di disagi, tensioni e squilibri, dall’altro c’è bisogno di una legislazione aperta e intelligente, capace di regolamentare accessi e presenze, anche in considerazione di precise lacune ed esigenze delle economie continentali. Da noi la domanda di manodopera di imprese e famiglie (lavoro stagionale, domestico, assistenza ad anziani e malati) cresce, e, con essa, cresce il bisogno di combattere piaghe quali il lavoro nero e lo sfruttamento di donne e minori.

Perché l’Europa? Perché Lampedusa non è una zattera rocciosa alla fonda in un tratto di mare più vicino all’Africa che all’Europa. È un quartiere di Bruxelles. Un quartiere periferico, certo; per molti aspetti, forse, tra i più disagiati dell’intera Unione. Ma lì vivono cittadini europei come tutti gli altri. Cittadini che dovrebbero godere almeno di pari diritti (visto che non si può parlare di pari opportunità) rispetto a chi vive a Parigi, Londra, Berlino o in qualunque altro piccolo o grande Comune d’Europa. Perché il diritto non si misura in chilometri e non diminuisce con l’aumentare della distanza che ci separa dal cuore delle nostre istituzioni.

L’immigrazione clandestina è, dunque, un problema europeo ed esige una risposta europea.

"O-scià" è qui per sollecitare tale risposta. Ma lampedusano ed europeo – nell’intenzione almeno – è anche chi bussa alle nostre porte nella speranza di trovare ciò che nella sua terra gli è negato: libertà, pace, salute, lavoro. In una parola: futuro. Non lo chiede formalmente, certo. Non ne avrebbe il tempo. In nessun caso. Lo chiede di fatto, nel modo più urgente e drammatico. Abbandona tutto – terra, casa, famiglia, affetti – e impegna tutto per rischiare la vita in mare aperto, su un relitto sul quale nessuno di noi metterebbe piede, nemmeno se fosse saldamente ancorato in porto. Cerca di eludere i controlli e raggiungere, a qualunque costo, l’estrema periferia sud di Bruxelles: Lampedusa, appunto. Riusciamo a immaginare una domanda più pressante e definitiva? Non è una semplice richiesta di aiuto. È un urlo lacerante, che risuona dal Mediterraneo al Mare del Nord. Possiamo continuare a fingere di non udirlo?

È singolare che, parlando di clandestini, ci si soffermi sempre sui problemi costituiti dal loro ingresso e non ci si interroghi mai sulle ragioni del loro fuggire dai Paesi d’origine. Perché? La domanda non è mia. È di papa Benedetto XVI, formulata lo scorso ottobre, in occasione della Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato. Credo sia la domanda fondamentale.

In certe condizioni, migrare non è una scelta. Al contrario: lo fa chi non ha scelta. In presenza di un’alternativa, nessuno rischierebbe tanto.

Ebbene, l’Europa politica è chiamata a lavorare per costruire quell’alternativa. Se non per solidarietà, per necessità. Chiudere le porte non è solo inaccettabile dal punto di vista etico: è anche tecnicamente impossibile e, per molti aspetti, può risultare addirittura economicamente controproducente. La cronaca quotidiana lo dimostra. In Europa e in tutto il mondo. Per questo "O-scià" – che quest’anno ha ottenuto anche il sostegno ideale dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e di Amnesty International – è a Bruxelles, per chiedere politiche illuminate e lungimiranti in grado di ristabilire il diritto, garantire pari dignità e pari opportunità a chi c’è e a chi arriva e costruire le condizioni politiche, sociali ed economiche per le quali migrare torni a essere un’opportunità e non una scelta obbligata per la sopravvivenza.

Un compito difficile, certo, ma – come la storia dimostra – non impossibile. Anche perché, quando la causa è alta, l’uomo si scopre capace di coprire qualunque distanza.

Claudio Baglioni
 

 

Baglioni, concerto a Europarlamento  http://www.tgcom.mediaset.it

Live dedicato al problema clandestini

Claudio Baglioni si esibisce oggi (13/09/06) da un palco insolito, quello dell'Europarlamento di Bruxelles, in un "live" dedicato al problema dell'immigrazione clandestina. Il cantautore, che canterà anche al festival "O' scia" a Lampedusa, dal 28 al 30 settembre è sensibile da tempo alla tematica. "Perché l'Europa? - si chiede Baglioni, - perché Lampedusa è un quartiere di Bruxelles

Il concerto di Baglioni segue di qualche mese quello del colombiano Juanes contro le mine anti-uomo. Sarà un live organizzato dal Lilli Gruber, insieme al presidente della commissione Libertà civili, il francese Cavada.

Durante l'esibizione Baglioni pronuncerà anche un intervento, che sarà pubblicato da Famiglia Cristiana, per "sollecitare istituzioni, forze politiche, media e opinione pubblica a una riflessione autentica, profonda e non di circostanza su un dramma che riguarda il presente, ma anche l'equilibrio e lo sviluppo futuro del nostro continente e dell'intera area del Mediterraneo: il dramma dell'immigra
zione clandestina".

La presenza di Baglioni all'Europarlamento è stata richiesta "per chiedere all'Europa di garantire a tutti - anche ai migranti: minori quasi sempre invisibili, donne, uomini - quei diritti universali e inalienabili che sono propri di ogni uomo, senza esclusioni, nè eccezioni.
"Perché l'Europa? - è la domanda che si pone il cantautore - Perché Lampedusa non é una zattera rocciosa alla fonda in un tratto di mare più vicino all'Africa che all'Europa. E' un quartiere di Bruxelles". "Quindi O' Scia" - ha detto - "sarà in grado di ristabilire il diritto, garantire pari dignità e pari opportunità a chi c'é e a chi arriva e costruire le condizioni politiche, sociali ed economiche per le quali migrare torni a essere un'opportunità e non una scelta obbligata per la sopravvivenza".

TANTE CANZONI PER DARE SPERANZA AGLI ULTIMI
di CLAUDIO BAGLIONI

OGNI oltraggio è morte. Non sono parole mie. Non ne posseggo di così alte. Le rubo a un grande Gadda, perché credo che la strada che suggeriscono sia quella che dobbiamo trovare il coraggio di percorrere, quando ci avviciniamo ad un tema così doloroso come l'immigrazione clandestina. Un tema di fronte al quale, prima ancora di essere capaci di parole, dobbiamo essere capaci di silenzio. Il silenzio che serve a percepire il battito, appena udibile, di un cuore. Ma non il nostro. Il cuore dell'altro. Finché il radar della nostra coscienza non sarà capace di rilevare quel battito e riconoscergli la stessa dignità che chiediamo venga riconosciuta al nostro, le parole che diciamo non varranno l'aria della quale sono fatte.
Vista dall'aereo, Lampedusa non è che un piccolo neo sulla pelle del mare. Ondeggia indecisa, come un'imbarcazione che non sa se avvicinarsi o allontanarsi dalle coste di un'Europa madre sì, ma talvolta anche matrigna. Non sa se attraversare il "mare nostrum", passare le colonne d'Ercole e tentare la sorte, tra le acque sconfinate e senza riparo dell'Atlantico. E, forse, se decidesse di prendere il largo, non avrebbe tutti i torti. Gli sbarchi sono molto più delle cronache del disagio che portano e di quello che procurano. Più della contabilità dolorosa - e, qualche volta, vergognosa - di ingressi, accoglienza, espulsioni. Più di un tornasole con il quale misurare il valore di questa o quella linea, l'efficacia di questa o quella norma.
Sono nomi, occhi, cuori, carne, ossa. Sono dolore e speranza. L'oltraggio di un passato incapace di garantire un futuro; la speranza disperata di un presente che possa restituire il futuro rubato. Sono l'urlo di Munch; lo strazio del Laocoonte; la vergogna dell'Adamo cacciato dal Paradiso terrestre. Ma, soprattutto, l'immagine più evidente di una democrazia che si scopre inadeguata a governare società sempre più vaste e complesse, nelle quali fedi, culture, storie, tradizioni e linguaggi sembrano incapaci di incontrarsi e capaci solo di scontrarsi, rischiando - ogni volta - di prendere fuoco ed esplodere. Una democrazia che corre il rischio di fare harakiri. Se la maggioranza è fatta da quelli che stanno meglio, tutela i diritti dei più forti. Il divario con i più deboli aumenta sempre più e le parole "a chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quel poco che ha" rischiano di assumere un significato apocalittico. Non possiamo fingere di ignorare che torto, ragione, responsabilità, colpa, legalità, diritto, sono parole che assumono un significato completamente diverso se pronunciate nell'inviolabile serenità del nostro salotto o nel buio gelido di una notte d'alto mare, tra anime calpestate e scheletri di uomini che trattengono il fiato nella speranza che il loro viaggio sia il primo e non l'ultimo.
Per riflettere su tutto questo, ho chiesto ad altri uomini di musica di scendere a Lampedusa dal 23 al 25 settembre, per unire le loro note alle mie. Per questo appuntamento ho preso in prestito il saluto della gente dell'isola -"O scià!": "fiato mio", "mio respiro"- perché credo non ci sia niente di più forte e profondo che essere fiato e respiro l'uno per l'altro. La speranza è che questi "fiati" si fondano in un vento capace di sgombrare menti e cuori dalle nubi che li avvolgono e aiutare chi lo deve fare a costruire una prospettiva in grado di garantire un futuro di dignità a quanti vivono a Lampedusa e la dignità di un futuro a quanti a Lampedusa approdano. Le canzoni - è vero - non contengono e non possono dare risposte. Ma la musica è la dimostrazione del fatto che esistono linguaggi e categorie che non conoscono confini, barriere, muri e pregiudiziali. Ed è a questi universali che ci dobbiamo affidare se vogliamo davvero chiederci se questo è un uomo; se vogliamo capire cosa fare per fare in modo che torni ad essere uomo pienamente e, allo stesso tempo, dimostrare a noi stessi e al mondo che vogliamo continuare ad essere chiamati uomini anche noi.

http://lampedusainfo.it

CAST "O SCIA" 2006: Francesco Baccini, Loredana Bertè, Riccardo Cocciante, Cochi e Renato, Luisa Corna, Grazia Di Michele, Khaled, Fichi D'India, Gigi Finizio, Riccardo Fogli, DJ Francesco, Teo Mammuccari, Mango, Antoine Michel, Amedeo Minghi, Nada, Nair, Neffa, Neri Marcorè, Neri per caso, Pablo e Pedro, Pago, Giorgio Panariello, Gatto Panceri, Raf, Massimo Ranieri, Francesco Renga, Aida Satta Flores, Alan Sorrenti, Anna Tatangelo e Paolo Vallesi, Michele Zarrillo.


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