| Chi
erano le Brigate Rosse?
by § Thursday,
Mar. 16, 2006 at 1:27 PM
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A rileggere 18 anni di lotta armata in Italia ci
si accorge che ogni tanto, qua e là, rimangono dei buchi
neri nel terrorismo rosso, buchi coperti anche di
segreti, spesso inconfessabili, di chi contro quella
stagione di utopie rivoluzionarie e sanguinarie ha
esercitato l'arma della repressione in nome dello Stato,
ma anche di chi a Sinistra ha assistito alla gestazione
ed alla nascita del fenomeno BR.
A parziale conferma di ciò e nella stessa direzione
del mio pensiero - per quanto sarebbe comprensibile se a
qualcuno sembrasse inopportuno fare della mera
dietrologia con quanto affermato da un ex terrorista -
vanno le parole di Patrizio Peci, primo "pentito" delle
Brigate rosse: "Lo stato allora [agli inizi
dell'attività brigatista] - poi non più - ti lasciava
gli spazi per poter sperare nella vittoria lo stato
poteva avere interesse a lasciare spazio alla lotta
armata. Interessi velati, e magari contrapposti, ma
certamente tesi a creare confusione. Altrimenti la lotta
al terrorismo sarebbe stata più immediata e aspra. Ci
avrebbero stroncato subito, come hanno fatto quando gli
è parso il momento". Il fatto è che non ritengo
ammissibile parlare di dietrologia quando in ballo ci
sono anche dei morti ammazzati, ma soprattutto quando
perfino a distanza di 25-30 anni dagli accadimenti
continuano ad amergere nuovi frammenti di verità fino ad
ora nascoste. Analizzando la storia della folle epopea
brigatista, ci si accorge che sono presenti con una
certa costanza degli accadimenti "particolari", delle
coincidenze strane, così prodigiosamente tempestive, da
far supporre degli interventi esterni ben mirati in una
determinata direzione.
Non
possiamo però esimerci dall'aprire una finestra su una
certa parte della Sinistra italiana, ed in modo
particolare su quell'area "dura" che dal 25 Aprile 1945
(ma forse sarebbe meglio far risalire il tutto alla c.d.
"Svolta di Salerno") non ha mai smesso di sognare la
rivoluzione. Un grigio alone di mistero e di
'indicibilità' avvolge ancora certi aspetti degli anni
immediatamente successivi alla fine della Seconda guerra
mondiale ed in particolare gli avvenimenti che
riguardano l'evoluzione di quella che fu Resistenza una
volta finita la guerra. Basti pensare alle violente
polemiche che il volume scritto da Pansa (Il sangue dei
vinti) ha provocato. Questo ha probabilmente due ordini
di ragioni: il primo concerne il fatto che la
Resistenza, in quanto elemento decisivo e fondante della
Repubblica, ha assunto e continua ad avere un alone di
mito. Il partigiano che combatte per la libertà dal
nazi-fascismo fa parte della storia, del costume e del
sentire comune della maggior parte degli Italiani. Il
mito del partigiano è dunque un elemento fondamentale
dell'Italia post-fascista anche perchè aiuta -se così si
può dire- a "ripulire" gli italiani dalla macchia
costituita dal diffuso sostegno al regime di Mussolini e
-perchè no- da quel brusco cambio di alleanze che fu l'8
Settembre. Il secondo aspetto che non consente una
tranquilla trattazione dell'argomento "Resistenza dopo
la fine della Resistenza" è invece decisamente meno
nobile, e riguarda direttamente la storia del PCI, un
partito che ebbe poi un ruolo fondamentale nella
sconfitta del terrorismo nostrano, ma che dall'immediato
dopo-guerra ha mantenuto un reale dualismo al proprio
interno: un lato ufficiale fieramente democratico,
l'altro nascosto e con delle mai dome velleità
insurrezionali. Detto per inciso, per 50 anni hanno
convissuto all'interno del PCI due anime frontalmente
contrapposte, e se è vero che l'ala dura che faceva
riferimento a Pietro Secchia venne pesto messa in
minoranza, è anche vero che soldi provenienti da Mosca
sono continuati ad arrivare in Via delle Botteghe oscure
fino a tempi relativamente recenti (vedere pubblicazioni
di Victor Zaslavsky), e che una parte del PCI ha
continuato ad avere con il blocco sovietico un
atteggiamento di "vicinanza" nonostante i vari
allontanamenti e strappi che via via il partito
ufficialmente faceva dal PCUS. Non possiamo, in qualità
di ricercatori, esimerci dal sottolineare come almeno
2000 uomini dalla fine della guerra sono passati dai
campi di addestramento in Cecoslovacchia, e di questi
una buona parte era costituita da ex partigiani che si
erano macchiati di crimini nel dopoguerra e che per
sfuggire alla giustizia italiana erano stati fatti
scappare in quel paese con l'aiuto del PCI. Non possiamo
non notare come già nel '52 il Sifar avesse scoperto che
questi uomini frequentavano corsi di addestramento al
sabotaggio, psicologia individuale e di massa,
preparazione di scioperi e disordini di piazza, l'uso
delle armi; come trasmissioni in lingua italiana
provenissero da Praga (Radio Italia Oggi) con il preciso
scopo di fornire una controinformazione comunista e che
gli stessi uomini che gestivano le trasmissioni avevano
teorizzato una insurrezione rivoluzionaria per il 1951
(abortita per una fuga di notizie che allarmò, e non
poco, i nostri servizi segreti); come l'addestramento di
giovani comunisti italiani sia proseguito fino a tutti
gli anni '70, quindi ben dopo il seppur pesante strappo
operato dal PCI dopo la fine della 'Primavera di Praga'.
La domanda che ci si deve porre riguarda dunque i
rapporti che le Brigate Rosse possono aver avuto con
l'area dei Secchiani e con l'Stb (servizio segreto
cecoslovacco) nei loro 15 anni di storia, se quel
passaggio simbolico di armi dalle mani dei vecchi
partigiani alle nascenti BR di cui parla Franceschini
non nasconda in realtà anche un passaggio di contatti ed
aiuti con i paesi di oltrecortina e con la
Cecoslovacchia in primis, se con la morte di "Osvaldo"
Feltrinelli nelle BR siano confluiti solo i membri dei
suoi GAP o anche tutta la rete di contatti
internazionali che l'editore-guerrigliero aveva. La
storia la si scrive leggendo gli avvenimenti a 360°,
senza paraocchi politici o ideologici, così se è
corretto considerare l'influenza che gli USA, la CIA,
certi ambienti filo-atlantici e l'area neo-fascista
hanno avuto nella storia repubblicana, è anche corretto
considerare la fazione che ad essi era contrapposta,
comprese le eventuali 'macchie'; non per infangare ma
per studiare a fondo, per capire.
Tutto il percorso evolutivo delle Br è caratterizzato, a
cominciare dai suoi albori, dalla presenza di infiltrati
di varia natura; ciò, se non fosse abbondantemente
provato da riscontri e testimonianze, risulterebbe
inoltre perfino facile da ipotizzare alla luce del fatto
che forze di varia natura erano riuscite ad insinuarsi
con successo già negli ambienti più "caldi" del periodo
storico che della lotta armata fu un po' la culla: il
'68. E' da considerare che già nell'estate 1967 la CIA
aveva promosso la "Chaos Operation" per contrastare il
movimento non violento e pacifista americano che si
batteva per i diritti civili e contro la guerra del
Vietnam. Quindi aveva deciso di estenderla su scala
internazionale, in particolare in Europa, per
contrastare anche il movimento studentesco-giovanile del
vecchio continente, inquinandone gli assunti
anti-autoritari e non violenti. L'operazione consisteva
anche nell'infiltrazione, a scopo di provocazione, nei
gruppi di estrema sinistra extraparlamentare (anarchici,
trotzkisti, marxisti-leninisti, operaisti, maoisti,
castristi) in Italia, Francia, Germania Occidentale con
l'obbiettivo di accrescerne la pericolosità inducendo ad
esasperare le tensioni politico-sociali con azioni
aggressive, così da determinare un rifiuto
dell'ideologia comunista e favorire spostamenti "a
destra" (secondo la logica di "destabilizzare per
stabilizzare"). In tale direzione - dunque una conferma
di quanto detto - va anche un rapporto dedicato alla
contestazione studentesca datato Febbraio 1971 e redatto
in forma riservata proprio nell'ambito della "Operazione
Chaos" dall'Ufficio Affari riservati del Viminale:
"almeno all'origine si deve rilevare la spinta di
qualche servizio segreto americano [alludendo alla CIA]
che ha finanziato elementi estremisti in campo
studentesco". Un ulteriore dato interessante lo
ritroviamo nella lettura del resoconto sulla riunione
del coordinamento delle forze di polizia che si tenne a
Colonia il 19 Gennaio 1973 e dedicata al problema
dell'infiltrazione nei gruppi terroristici Br e RAF e
nei gruppi della sinistra extraparlamentare. Risulta
infatti evidente che l'intendimento dei vari servizi
segreti non era quello di predisporre semplici
confidenti o informatori ma anche veri e propri
terroristi, in grado di arrivare al vertice del gruppo
da infiltrare. E che dire delle strane "premonizioni"
avute dall'allora capo del SID, Miceli, nel 1974? Egli,
interrogato innanzi al giudice tamburino nel settembre
di quell'anno dichiarò con una inquietante lungimiranza:
"Ora non sentirete più parlare di terrorismo nero, ora
sentirete parlare soltanto di quegli altri".
Alla luce di ciò, non appare sconvolgente scoprire che
le infiltrazioni all'interno delle Br cominciarono
piuttosto presto. La prima talpa di cui si hanno notizie
certe fu Marco Pisetta; già compagno di Renato Curcio e
di Mara Cagol alla libera università di Trento, grazie
alla sua testimonianza (il suo memoriale, che sosterrà
essergli stato ispirato direttamente da uomini dei
servizi segreti, fornirà una prima e importante fonte,
anche cronologica, di dati sulla nascita della Br) il 2
Maggio 1972 venne individuata la principale base
milanese delle Br, in Via Boiardo, ed arrestato un
primissimo nucleo di brigatisti. Ma all'interno delle Br
l'Ufficio Affari Riservati del Viminale era riuscito ad
infiltrare un altro agente, ed anzi era stato proprio
questo - nome di battaglia "Rocco" - a prelevare
materialmente il giudice Sossi insieme ad Alfredo
Bonavita per portarlo alla così detta "Prigione del
Popolo". Francesco Marra, questo il nome di battesimo di
"Rocco", era un paracadutista addestratosi in Toscana e
in Sardegna all'uso delle armi e con una sorta di
specializzazione nella pratica delle "gambizzazioni"
(della quale faranno ampio ricorso le Br nel corso degli
anni) prima di entrare nelle Brigate Rosse; in seguito,
a differenza di Pisetta, la doppia identità di Marra non
è venuta alla luce, ed il suo nome è rimasto fuori da
tutti i processi, stranamente coperto anche dal
brigatista Alfredo Bonavita dopo il suo pentimento. Per
sua stessa ammissione, Marra si era infiltrato nelle Br
per conto del brigadiere Atzori, braccio destro del
Generale dei Carabinieri Francesco Delfino. Tra gli
avvenimenti "strani" della vita delle Br è impossibile
non menzionare anche l'infiltrazione da parte dei
Carabinieri di Silvano Girotto, la terza infiltrazione
all'interno del gruppo nei suoi primi quattro anni di
vita, un'ulteriore defayans della banda di Curcio e
compagni che dimostra come a confronto con l'esperienza
ed il mestiere del servizio di sicurezza dello stato - o
quantomeno di parte di esso - le prime Brigate Rosse
possano essere tranquillamente definite come "Tupamaros
all'amatriciana". Reso noto dai rotocalchi come "Frate
Mitra", Girotto era un ex francescano con dei trascorsi
- a dire il vero poco chiari - di guerrigliero in
Bolivia ma che tra le forze extraparlamentari (Lotta
Continua in primis) godeva di una fama di tutto
rispetto, e che riuscì a far catturare in un sol colpo
due capi storici delle Brigate Rosse del calibro di
Alberto Franceschini e Renato Curcio, l'8 Giugno 1974.
Come racconta lo stesso Franceschini "Frate mitra appena
rientrato in Italia cercò subito di entrare in contatto
con le Br [...] si fece precedere da alcune lettere dei
dirigenti del Partito Comunista di Cuba in cui si
attestava di essere addestrato alla guerriglia e vantò
rapporti anche con i Tupamaros. La cosa non poteva non
interessarci".
Dopo alcuni tentennamenti i brigatisti si fecero
convincere ad incontrare Girotto, e durante il terzo
incontro, a Pinerolo, la trappola dei Carabinieri scattò
inesorabile. I lati oscuri riscontrabili in merito a
questo arresto sono diversi: anzi tutto bisogna fare
riferimento ad una telefonata ricevuta dalla moglie
dell'avvocato - con note simpatie brigatiste - Arrigo
Levati che mise in preallarme l'organizzazione sui
rischi di quell'ultimo appuntamento. Da più parti, ivi
compresi i diretti interessati, si ipotizza che gli
autori di quella telefonata furono gli agenti del Mossad,
il servizio segreto israeliano, da sempre interessato
alle attività delle Br per via dell'instabilità che la
loro azione terroristica avrebbe potuto portare ad un
governo - quello italiano, appunto - che da tempo stava
seguendo una linea in politica estera definibile come
filo-araba. A confermare questa ipotesi ci sono i
racconti degli stessi terroristi, (Moretti e Peci) i
quali affermano che già nel 1974 il Mossad si era fatto
vivo con l'organizzazione offrendo armi e denaro, in
più, per rompere la loro iniziale diffidenza, gli posero
- come si suole dire - su di un piatto d'argento
l'indirizzo del nascondiglio del "traditore" Pisetta,
che era stato portato dalla polizia italiana in
Germania. Alla luce di questi elementi non ritengo
impossibile dare credito alla veridicità di questa
ipotesi, una congettura che, tra le altre cose, è
condivisa sia da Giorgio Bocca sia - però solo
indirettamente - dal Generale Delfino, ma che non cambia
l'interessante realtà delle cose: attorno alle Br
ruotavano, fin dall'inizio, tutta una serie di interessi
particolari, anche molto differenti tra loro. E' un
fatto, comunque, che la telefonata di avvertimento ci fu
veramente, e fu lo stesso Moretti ad essere incaricato
di darsi da fare per cercare di rintracciare Curcio
prima dell'appuntamento con Girotto; una ricerca che
però si rivelò vana, come altrettanto vane e poco
convincenti sono - a mio modesto parere - le spiegazioni
fornite da Moretti per giustificare il suo fallimento in
quella occasione. E poi, come ha scritto Franceschini,
pur conoscendo ora e luogo dell'appuntamento arrivò con
un'ora di ritardo, quando eravamo già stati arrestati".
Come afferma sempre Franceschini: "Quella era la seconda
volta che i servizi di sicurezza avrebbero potuto
arrestare tutti i brigatisti e porre fine all'esperienza
delle Br [...] noi avevamo concordato con Girotto di
dare vita a una scuola di addestramento, da lui diretta,
alla cascina Spiotta, dove nel giro di un mese tutti gli
appartenenti all'organizzazione, un po' alla volta,
avrebbero partecipato ad un breve corso di
addestramento. Se chi lo aveva infiltrato avesse chiesto
a Girotto di continuare a stare al gioco dopo un mese
sarebbe stato in grado di far arrestare non solo me e
Curcio, ma tutti i brigatisti. E il fatto che questo non
sia avvenuto è la riprova che l'organizzazione delle Br
poteva tornare comoda per qualcuno delle alte sfere dei
servizi di sicurezza e del potere". Si deve fare
menzione anche del vertice che i dirigenti delle Br
avevano avuto giorni prima a Parma, una riunione durante
la quale era stato deciso di estromettere Moretti dal
"Comitato Esecutivo" per via dell'intransigenza
dimostrata durante la trattativa per la liberazione di
Sossi. Questa dato va tenuto presente allorché alcuni
osservatori - e Sergio Flamigni tra tutti - ritengono
che Mario Moretti non abbia volutamente rintracciato
Curcio e Franceschini il giorno del loro arresto.
L'ipotesi si accredita maggiormente se si considerano
altre due (chiamiamole così) "stranezze": prima di tutto
il fatto che se i Carabinieri avessero aspettato
solamente qualche ora in più sarebbero stati in grado di
annientare tutta la dirigenza delle Brigate Rosse
arrestando, appunto, anche Moretti. La seconda cosa
bizzarra è che nonostante durante le proprie esposizioni
davanti alla "Commissione Moro" il Generale Carlo
Alberto dalla Chiesa abbia parlato chiaramente di foto
scattate a tutti i brigatisti durante i primi incontri
con Frate Mitra (e Moretti era presente al 2° di quegli
incontri), le foto segnaletiche su Moretti non
comparvero mai al processo di Torino contro il "nucleo
storico" delle Br, ed in più egli non sarà coinvolto in
nessuna inchiesta giudiziaria prima del caso Moro.
Insomma, le sue foto segnaletiche erano note alle forze
di polizia almeno quanto la sua identità, però -
misteriosamente - non fecero la loro apparizione
ufficiale se non molto più tardi. La conclusione cui si
vuole arrivare, e che appare tanto perfida per lucidità
quanto logica, è che per un motivo o per un altro le
forze dell'ordine lasciarono volutamente in libertà
Mario Moretti, in modo che egli potesse riorganizzare le
Br a modo suo, seguendo cioè una logica di spietata
"militarizzazione", base di partenza necessaria per una
svolta sanguinaria del gruppo. Proprio come voleva il
Mossad. Per correttezza vanno menzionate altre ipotesi
plausibili circa il mancato avvertimento di Curcio da
parte di Moretti: la prima va obbligatoriamente in
contro a quanto raccontato dallo stesso Moretti, e
secondo la quale lui avrebbe profuso il massimo impegno
nella ricerca dei suoi compagni di avventura, ma solo il
caso avrebbe influito negativamente sulla sua caccia.
L'altra ipotesi che mi viene di fare, in vero trascurata
dagli altri osservatori, è che Moretti abbia di sua
volontà evitato di avvertire della trappola il duo
Franceschini-Curcio in virtù dell'estromissione dal
Comitato Esecutivo impostagli nella riunione di Parma.
E' - la mia - un'ipotesi che, volendo considerare anche
l'aspetto umano della storia, collegando quindi il tutto
al risentimento personale ed all'ambizione di Moretti,
si pone a cavallo tra chi sostiene la completa mala fede
del futuro leader del gruppo e chi invece si dice
convinto delle sue buone intenzioni. In direzione
opposta si va invece considerando un altro fatto. Nella
riunione di Parma, infatti, erano state altre le cose
interessanti al vaglio delle Br, e di ciò parla lo
stesso Renato Curcio nel suo libro-intervista "A viso
aperto". Raccontando la storia della sua prima cattura,
Curcio dice che Mario Moretti, che doveva avvertirlo del
pericolo che correva, "non ritiene necessario agire
subito perché sa che io e Franceschini stiamo lavorando
a un certo libricino in una casa di Parma e che da quel
posto non mi sarei mosso fino a sabato notte o domenica
mattina". Alla domanda di Scialoja " Di che libricino si
trattava?", Curcio rispose: " Avevamo compiuto
un'incursione negli uffici milanesi di Edgardo Sogno
impadronendoci di centinaia di lettere e elenchi di nomi
di politici, diplomatici, militari, magistrati,
ufficiali di polizia e dei carabinieri [ insomma tutta
la rete delle adesioni al cosiddetto "Golpe bianco"
preparato dall'ex partigiano liberale con l'appoggio
degli americani ]. Giudicavamo quel materiale esplosivo
e lo volevamo raccogliere in un documento da rendere
pubblico. Purtroppo avevamo tutto il malloppo con noi al
momento dell'arresto e così anche quella documentazione
preziosa finì in mano ai carabinieri. Qualche anno dopo,
al processo di Torino, chiesi al presidente Barbaro di
rendere noto il contenuto del fascicolo che si trovava
nella mia macchina quando mi arrestarono e lui rispose
imbarazzato: "Non si trova più"
[...]
Qualcuno deve averlo trafugato dagli archivi giudiziari
". Sarebbe interessante invece sapere qualcosa di più su
quella sparizione. Anche in questo caso, l'intervento
provvidenziale dell'infiltrato Girotto, oltre ad
arrestare Franceschini e Curcio, servì a recuperare
delle carte "imbarazzanti", dello stesso tipo dei
memoriali e dei resoconti dell'interrogatorio di Moro
nella Prigione del popolo... A questo punto un'altra
supposizione nasce spontanea: l'arresto di Pinerolo da
parte dei Carabinieri scattò in quanto essi sapevano
della enorme pericolosità delle carte cadute in mano
delle Br e dunque dovevano recuperarle in ogni modo? In
questa ipotesi altri due scenari si aprono innanzi a
noi: col primo si considera che fu dunque merito di
quell'arresto "urgentemente anticipato" se Moretti ed il
resto delle Br si salvarono dalla cattura. Il secondo
considera poi la sicurezza con la quale i Carabinieri,
arrestando Curcio e Franceschini, agirono al fine di
trovare - assieme a loro - i fogli in questione. In
questo caso chi altro della Direzione Strategica - se
non Moretti - era a conoscenza del fatto che quelle
carte erano proprio in viaggio per Pinerolo (e dunque
può aver fatto una "soffiata")? Quella di Moretti è
dunque una figura centrale nell'analisi del fenomeno Br,
in primis perché ha vissuto quasi l'intera avventura del
gruppo [girando - tra le altre cose - impunemente per lo
stivale durante il rapimento Moro nonostante fosse il
nemico pubblico n°1], poi perché a lui è legata la
gestione del rapimento di Aldo Moro, apoteosi di quelle
"coincidenze" particolari di cui adesso parleremo. E' da
sottolineare come nel 1970 Nel 1970 un gruppo
fuoriuscito dal CPM e composto, oltre che da Moretti, da
Corrado Simioni, Prospero Gallinari, Duccio Berio e
Vanni Mulinaris, andò a creare una struttura "chiusa e
sicura", superclandestina che potesse entrare in azione,
come racconta Curcio, "...quando noi, approssimativi e
disorganizzati, secondo le loro previsioni saremmo stati
tutti catturati". Dopo poco tempo il gruppo (fatti salvi
Moretti e Gallinari) si trasferì a Parigi dove, sotto la
copertura della scuola lingue Hyperion, agiva - secondo
alcuni - come una vera centrale internazionale del
terrorismo di sinistra. I contatti tra Moretti e il
Superclan continuarono nel corso degli anni 12, ed è
singolare sia il fatto che a gestire il rapimento Moro
fu proprio il duo Moretti-Gallinari, lo stesso che
rappresentò nel corso degli anni l'ala più militarista e
sanguinaria delle Br, sia che la stessa scuola aprì un
ufficio di rappresentanza a Roma in via Nicotera 26
[nello stesso edificio dove avevano sede alcune società
di copertura del SISMI] poco prima del rapimento del
leader DC per poi chiuderla immediatamente dopo,
nell'estate del '78. Sulla "questione Moretti"
Franceschini parla chiaro: " Non ho sempre pensato che
Moretti fosse una spia ", " La prima persona che mi ha
detto questo è stato Renato [Cucio, ndr.]. Era nel 1976
alle Carceri Nuove di Torino e Curcio era stato da poco
arrestato per la seconda volta: Il dubbio era nato
proprio dalla dinamica del suo arresto. Dai sospetti di
Curcio ebbe origine un'inchiesta interna fatta da Lauro
Azzolini e Franco Bonisoli, i quali aprirono
un'istruttoria che però non portò ad alcun risultato",
ma un'altra inchiesta era già stata aperta "da Giorgio
Semeria ", che già dall'esterno aveva avuto il sospetto
"che Mario fosse una spia per una serie di cose avvenute
a Milano". Franceschini racconta anche, che dopo il suo
arresto (nel 1974) fu interrogato dal giudice Giancarlo
Caselli che gli mostrò le foto degli incontri con frate
Mitra "Le foto in cui c'ero io - dice Franceschini - e
una foto con Moretti indicato con un cerchietto. Mi
chiese se lo conoscevo e risposi di no. Lui si mise a
ridere e mi disse: "Se non lo conosce, almeno si ponga
il problema del perché l'operazione è stata fatta quando
c'era lei e non quando c'era quella persona" ". Riporto
questa testimonianza perché trovo doveroso completare il
quadro, ad ogni modo non è difficile ipotizzare che
usando quelle parole il giudice Caselli avesse avuto in
mente, in qual momento, altre mire; resta comunque il
fatto che alcune di quelle foto non sono più state
trovate. Da citare infine una frase pronunciata dal
Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa di fronte alla
Commissione Moro: "...le Brigate rosse sono una cosa, le
Brigate rosse più Moretti un'altra ". Prima di passare
oltre mi è sembrato quantomeno doveroso citare l'ex capo
dell'ufficio "D" del SID Generale Maletti, ed in
particolare una sua intervista rilasciata al settimanale
Tempo nel giugno 1976 in merito alle Br: "Nell'estate
del 1975 [...] avemmo sentore di un tentativo di
riorganizzazione e di rilancio [...] sotto forma di un
gruppo ancora più segreto e clandestino, e costituito da
persone insospettabili, anche per censo e cultura e con
programmi più cruenti [...] questa nuova organizzazione
partiva col proposito esplicito di sparare, anche se non
ancora di uccidere [...] arruolavano terroristi da tutte
le parti, e i mandanti restavano nell'ombra, ma non
direi che si potessero definire "di sinistra" ". Il
culmine delle "stranezze" inerenti le Brigate rosse lo
ritroviamo però nel rapimento dell'On. Moro. I 55
drammatici giorni del sequestro dello statista DC furono
segnati fin dall'inizio da una serie incredibile di
"coincidenze". Iniziamo col dire che quella mattina del
16 Marzo 1978, giunta in via Fani l'auto di Aldo Moro
(una normalissima "auto blu", incredibilmente non
blindata se consideriamo il periodo e l'importanza del
personaggio) e quella della scorta vengono bloccate da
un commando delle Brigate Rosse che apre il fuoco. In
pochi istanti fu la strage: vengono uccisi gli agenti
Iozzino, Ricci e Rivera, Francesco Zizzi, gravemente
ferito, morirà poco dopo, il maresciallo Leonardi viene
freddato mentre girato su di un fianco cerca di far da
scudo all'onorevole. Aldo Moro venne prelevato a forza e
trascinato in una FIAT 128 blu scuro targata "Corpo
Diplomatico" che in breve si dileguò. Il trasbordo del
presidente DC - secondo la testimonianza diretta di
un'involontaria spettatrice dell'accaduto - avvenne
piuttosto lentamente, una calma quasi surreale visto ciò
che era appena accaduto. Intanto al numero 109 di Via
Fani, un altro fortuito spettatore - Gherardo Nucci -
scatta dal balcone di casa una dozzina di foto della
scena della strage a pochi secondi dalla fuga del
commando; dopo i primi scatti il Nucci sente il rumore
delle sirene e vede arrivare sul posto un auto della
polizia seguita poi da altre. Di quelle foto, consegnate
quasi subito alla magistratura inquirente dalla moglie,
non si saprà più nulla; qualche "manina" le ha fatte
sparire. A tale proposito è da sottolineare come quelle
foto, che evidentemente avevano immortalato qualcosa (o
meglio qualcuno) di importante, furono al centro di
strani interessamenti da parte di un certo tipo di
malavita, la 'drangheta calabrese, di cui avremo modo di
parlare in seguito e che ad una prima analisi
sembrerebbe un'intrusione completamente fuori luogo
trattandosi di terrorismo di sinistra, dunque politico.
Ecco, ad esempio, uno stralcio delle intercettazioni
telefoniche effettuate sull'apparecchio di Sereno Freato,
"uomo ombra" di Moro, nel caso specifico egli stava
parlando con l'On. Benito Cazora, incaricato dalla DC di
tenere i rapporti con la malavita calabrese per cercare
di avere notizie sulla prigione di Moro:
Cazora: "Un'altra questione, non so se posso dirtelo".
Freato: "Si, si, capiamo"
azora: "Mi servono le foto del 16, del 16 Marzo"
Freato: "Quelle del posto, lì ?"
Cazora: "Si, perchè loro... [nastro parzialmente
cancellato]...perchè uno stia proprio lì, mi è stato
comunicato da giù"
Freato: "E' che non ci sono... ah, le foto di quelli,
dei nove ?"
Cazora: "No, no ! dalla Calabria mi hanno telefonato per
avvertire che in una foto presa sul posto quella mattina
lì, si individua un personaggio... noto a loro"
Freato: "Capito. E' un pò un problema adesso"
Cazora: "Per questo ieri sera ti avevo telefonato. Come
si può fare ?"
Freato: "Bisogna richiedere un momento, sentire"
Cazora: "Dire al ministro"
Freato: "Saran tante !"
Traspare lampante dunque la preoccupazione di certi
ambienti malavitosi calabresi, le foto scattate dalla
terrazza di casa Nucci avrebbero potuto portare gli
inquirenti su di un sentiero piuttosto pericoloso sia
per la persona loro "cara", sia per la precisa
ricomposizione dello scenario di quella tragica mattina.
Ecco poi un altro singolare accadimento: lo stesso
giorno dell'eccidio di via Fani alle ore otto di mattina
la notizia che stava per essere compiuta un'azione
terroristica ai danni di Moro fu diffusa da un'emittente
radiofonica, Radio Città Futura, da parte del suo
animatore Renzo Rossellini. Poiché non si può pensare ad
una divinazione, né appare credibile che si trattasse
della conclusione di un ragionamento politico collegato
agli avvenimenti parlamentari che nella stessa giornata
sarebbero avvenuti (l'inizio del dibattito alla Camera
dei deputati sulla fiducia al governo di solidarietà
nazionale), non resta che concludere che, nonostante la
rigida compartimentazione di tipo militare che
caratterizzava le Br (il famoso "cubo di acciaio" di cui
ha parlato tra gli altri anche Prospero Gallinari) da
qualche crepa le notizie sulla preparazione dell'agguato
fossero filtrate nell'area magmatica degli ambienti
dell'Autonomia Romana (con cui Rossellini era in
contatto), che oggi sappiamo fossero stati
abbondantemente infiltrati da parte delle forze
dell'ordine. Tra l'altro la sede della radio era
distante pochi passi da quella del "Collettivo di Via
dei Volsci", sede storica dell'Autonomia romana. Lo
stesso Rossellini il 4 ottobre '78 dichiarò in una
intervista al quotidiano francese Le Matin (ma
successivamente apparve anche su "Lotta Continua") che:
"spiegavo che le Br avrebbero in tempi molto
ravvicinati, poteva anche essere lo stesso giorno,
compiuto un'azione spettacolare, e tra le ipotesi
annunciavo anche la possibilità di un attentato contro
Moro". Successivamente Rossellini smentì il contenuto
dell'intervista, l'annuncio quel 16 Marzo era però stato
ascoltato da diversi testimoni, casualmente non dal
Centro di ascolto dell'Ucigos (che registrava ed
ascoltava tutte le radio private...) che incredibilmente
interruppe la registrazione dalla 8,20 alle 9,33.
Un'altra cosa che salta subito agli occhi è la
particolarità della data scelta dalle Br per portare a
termine l'azione, un giorno simbolo per tutti i nemici
del c.d. Compromesso Storico. Le testimonianze dei
brigatisti dissociati, anche su questa scelta, non fanno
alcuna chiarezza: Valerio Morucci - uno dei componenti
del gruppo di fuoco - riferendo sull'accaduto ha
affermato in più di un'occasione che quello in pratica
era solo un tentativo, e che nel caso l'auto di Moro
quella mattina non fosse giunta, le Br avrebbero
aspettato anche il mattino dei giorni seguenti. Di fatto
però la sera prima dell'agguato vennero squarciate le
gomme del fioraio che ogni mattina sostava in Via Fani,
e ciò rende sicuro che l'azione fosse stata programmata
per il 16 Marzo. Come però le Br potessero essere sicure
del passaggio di Moro e della sua scorta da quella via
proprio quella mattina, alla luce del fatto che il
percorso veniva cambiato tutte le mattine, resta tutt'oggi
un mistero. Compiuta la strage e sequestrato Moro i
terroristi riuscirono a dileguarsi grazie ad una
sorprendente coincidenza: una volante della polizia
stazionava come ogni mattina in Via Bitossi nei pressi
del giudice Walter Celentano, luogo dove stavano per
sopraggiungere le auto dei brigatisti in fuga; proprio
qualche istante prima dell'arrivo dei brigatisti, un
ordine-allarme del COT (centro operativo
telecomunicazioni) fece muovere la pattuglia. In via
Bitossi era parcheggiato il furgone con la cassa di
legno sulla quale sarebbe stato fatto salire Moro. Un
tempismo perfetto. I brigatisti avevano la certezza che
quella volante si sarebbe spostata ? L'unica certezza
cui possiamo fare appello per questa circostanza è che
tra i reperti sequestrati a Morucci dopo il suo arresto
verrà trovato un appunto recante il numero di telefono
del commissario capo Antonio Esposito (affiliato alla
P2...), in servizio guarda caso proprio la mattina del
rapimento. Secondo il racconto degli esecutori, il
commando brigatista, una volta effettuato un cambio di
auto nella già citata Via Bitossi, con il sequestrato
chiuso in una cassa contenuta in un furgone guidato da
Moretti e seguito da una Dyane al cui volante era
Morucci, fa perdere le proprie tracce. Le Br per portare
a termine il sequestro del segretario del maggior
partito politico italiano e fronteggiare eventuali posti
di blocco fecero uso solamente di due auto, veramente
strano se si considera che per rapire Valeriano Gancia
le stesse Br ne avevano usate tre. I dubbi si fanno
insistenti se si pensa che, sempre secondo il racconto
fatto dai terroristi, il trasbordo dell'On. Moro sul
furgone che doveva portarlo nel covo-prigione di Via
Montalcini avvenne in piazza Madonna del cenacolo, una
delle più trafficate e per giunta piena zeppa di
esercizi commerciali a quell'ora già aperti, mentre il
furgone che doveva ospitare il rapito (e del quale, al
contrario delle altre auto usate, non verrà mai
ritrovata traccia) era stato lasciato privo di custodia,
in modo tale che se qualcuno avesse parcheggiato in
doppia fila, le Br avrebbero compromesso tutta
l'operazione. Adriana Faranda in merito a questo
particolare - anche di fronte alla Commissione stragi -
ha risposto che in caso di contrattempi di questo tipo
Moretti avrebbe portato il prigioniero alla prigione del
popolo con l'auto che aveva in quel momento,
un'affermazione alla quale non mi sento di credere visto
l'inutile pericolo che i brigatisti avrebbero corso e
considerando che, come hanno più volte dimostrato
dimostrato, non erano affatto degli sprovveduti. Non è
però difficile ipotizzare che i brigatisti vogliano
coprire qualche altro compagno che magari non stato
ancora identificato. Poco dopo la strage un tempestivo
black-out interruppe le comunicazioni telefoniche in
tutta la zona tra via Fani e via Stresa, impedendo così
le prime fondamentali chiamate di allarme e coprendo di
fatto la fuga delle Br. Secondo il procuratore della
Repubblica Giovanni de Matteo - ma anche per gli stessi
brigatisti - l'interruzione venne provocata
volontariamente, tutto il contrario di quanto sostenuto
dall'allora SIP, che attribuì il blocco delle linee al "
sovraccarico nelle comunicazioni ". Su questo punto i
brigatisti hanno affermato che il merito di tale
interruzione era da attribuirsi a dei "compagni" che
lavoravano all'interno della compagnia telefonica. Però
coincidenza volle che il giorno prima (il 15 Marzo alle
16:45) la struttura della SIP che era collegata al
servizio segreto militare (SISMI), fosse stata posta in
stato di allarme, proprio come doveva accadere in
situazioni di emergenza quali crisi nazionali
internazionali, eventi bellici e...atti di terrorismo.
Una strana premonizione visto che era giusto il giorno
prima del rapimento di Moro. Un mistero inerente al
giorno del rapimento riguarda poi la sparizione di
alcune delle borse di Moro. Secondo la testimonianza di
Eleonora Moro, moglie del defunto presidente, il marito
usciva abitualmente di casa portando con se cinque
borse: una contenente documenti riservati, una di
medicinali ed oggetti personali; nelle altre tre vi
erano ritagli di giornale e tesi di laurea dei suoi
studenti. Subito dopo l'agguato sull'auto di Moro
vennero però rinvenute solamente tre borse. La signora
Moro in proposito ha delle precise convinzioni: " I
terroristi dovevano sapere come e dove cercare, perché
in macchina c'era una bella costellazione di borse ".
Nonostante l'enorme quantità di materiale brigatista
sequestrato negli anni successivi all'interno delle
numerose basi scoperte, delle due borse di Moro non è
mai stata rinvenuta traccia, un fatto di rilievo se si
considera soprattutto il contenuto dei documenti che il
presidente portava con se. Corrado Guerzoni, braccio
destro dell'onorevole Moro, ha affermato che con ogni
probabilità quelle borse contenevano anche la prova che
il coinvolgimento del presidente DC nello scandalo
Lockheed era stato frutto di una "imboccata" fatta dal
segretario di stato americano, Kissinger. Un punto,
questo, da tenere molto in considerazione, come
suggerito dalle tesi del Partito Operaio Europeo. Questo
delle borse scomparse (e dei documenti da esse
contenute...) è un punto sul quale l'alone di mistero
tarda a scomparire, tant'è che nea relazione del
presidente della Commissione stragi del Luglio '99, il
senatore Pellegrino continua ad indicarlo come di
cruciale importanza. Chi era veramente presente quella
mattina in via Fani? Le Commissioni parlamentari hanno
ormai confermato, tanto per riportare alcuni nomi
alquanto "particolari", che quella mattina alle nove, in
via Stresa, a duecento metri da via Fani, c'era un
colonnello del SISMI, il colonnello Guglielmi, il quale
faceva parte della VII divisione (cioè di quella
divisione del Sismi che controllava Gladio...).
Guglielmi, che dipendeva direttamente dal generale
Musumeci - esponente della P2 implicato in vari i
depistaggi e condannato nel processo sulla strage di
Bologna - ha confermato che quella mattina era in via
Stresa, a duecento metri dall'incrocio con via Fani,
perché, com'egli stesso ha detto: " dovevo andare a
pranzo da un amico ". Dunque, benché si possa definire
quantomeno "singolare" presentarsi a casa di un amico
alle nove di mattina per pranzare, sembra addirittura
incredibile che nonostante a duecento metri di distanza
dal colonnello ci fosse un finimondo di proiettili degno
di un film western, egli non sentì nulla di ciò che era
avvenuto ne tanto meno poté intervenire magari solo per
guardare cosa stesse accadendo. Ma il particolare più
inquietante è che il Guglielmi non era un gladiatore
qualsiasi, bensì colui che nel campo di addestramento
sardo di Capo Marragiu si occupava dell'addestramento
delle truppe per le azioni di comando... A dire il vero
l'incredibile presenza a pochi metri dal luogo della
strage di Guglielmi è stata rivelata solo molti anni
dopo l'accaduto, nel 1991, da un ex agente del SISMI -
Pierluigi Ravasio - all'On. Cipriani, al quale lo stesso
confidò anche che il servizio di sicurezza disponeva in
quel periodo di un infiltrato nelle Br: uno studente di
giurisprudenza dell'università di Roma il cui nome di
copertura era "Franco" ed il quale avvertì con mezz'ora
di anticipo che Moro sarebbe stato rapito. Ad ogni modo
resta il dato di fatto, perché ormai appurato, che la
mattina del rapimento di Aldo Moro un colonnello dei
Servizi segreti si trovava nei pressi di via Fani mentre
veniva uccisa la scorta e rapito il presidente della DC
e in più lo stesso ha taciuto questo importante fatto
per più di dieci anni. Per la verità oggi sappiamo anche
che alcune precise segnalazioni su di un possibile
attentato a Moro erano pervenute ai Servizi segreti, per
esempio un detenuto della casa circondariale di Matera
aveva segnalato che "è possibile il rapimento di Moro";
la soffiata venne riferita alla locale sezione dei
Servizi, ma, secondo quanto riferito dal generale
Santovito (P2) essa giunse al SISMI centrale solamente a
sequestro già avvenuto. È quantomeno singolare che una
segnalazione così precisa, e che avrebbe dovuto
riguardare una personalità così importante per la vita
politica del paese, abbia seguito un iter burocatico
così lento invece di attivare immediatamente delle
efficaci procedure di controllo. Evidentemente, e la
presenza di Guglielmi in Via Fani lo dimostra,
all'interno dei Servizi c'è chi aveva dato credito alla
soffiata, ma invece di prevenire era andato a
controllare lo svolgimento dei fatti. Del resto il
collega di Guglielmi, da cui l'agente segreto si sarebbe
dovuto recare per pranzo, interrogato, ha confermato che
egli si era effettivamente presentato nella sua
abitazione ma ha anche dichiarato che non era da lui
atteso, perchè non era affatto programmato un pranzo.
L'ultima clamorosa novità inerente il fatto che
qualcuno, negli apparati dello Stato, sapeva che le
Brigate Rosse volevano rapire Moro è emersa - a dire il
vero qualche anno fa - dall'oceano del web, in un sito
costruito da un ex agente segreto del Sid, Antonino
Arconte. Nome in codice G.71, Arconte faceva parte di
una struttura riservatissima, la Gladio delle centurie,
che aveva compiti operativi oltre confine: trecento
uomini superaddestrati, che si muovevano all'interno
delle strategie della Nato. Arconte, sardo di Cabras,
raccontò la sua storia di soldato e di 007 sul suo sito
http://www.geocities.com/Pentagon/4031). Arruolatosi
nel 1970 a soli 17 anni, partecipò a una selezione per
entrare nei corpi speciali dell'Esercito. Passò poi al
Sid (Servizio informazioni della Difesa), allora guidato
dal generale Vito Miceli. Così cominciò la sua avventura
in un mondo sotterraneo e silenzioso, muovendosi per
tutto il mondo con la copertura di uomo di mare della
marineria mercantile. Intervistato Arconte, l'agente G.71,
parlò di una sua missione in Medio Oriente, che si
intrecciò con la tragedia di Aldo Moro. Ecco cosa disse:
"Partii dal porto della Spezia il 6 marzo 1978, a bordo
del mercantile Jumbo Emme. Sulla carta era una missione
molto semplice: avrei dovuto ricevere da un nostro uomo
a Beirut dei passaporti che avrei poi dovuto consegnare
ad Alessandria d'Egitto. Dovevo poi aiutare alcune
persone a fuggire dal Libano in fiamme, nascondendole a
bordo della nave. Ma c'era un livello più delicato e più
segreto in quella missione. Dovevo infatti consegnare un
plico a un nostro uomo a Beirut. In quella busta c'era
l'ordine di contattare i terroristi islamici per aprire
un canale con le Br, con l'obiettivo di favorire la
liberazione di Aldo Moro". E qui, ecco il mistero: il
documento è del 2 marzo '78 e viene consegnato a Beirut
il 13. Moro verrà rapito dalle Br il 16. Cioé, nel mondo
sotterraneo degli 007 qualcuno si mosse per liberare il
presidente della Dc, prima del rapimento. Quindi, si
sapeva che Moro sarebbe stato sequestrato. Recentemente
una perizia ha confermato che il documento "a
distruzione immediata" che è stato fornito da Arconte è
originale. Insomma, Gladio sapeva, e con buon anticipo,
che Moro stava per essere rapito. Ma torniamo alla
mattna della strage. Come ormai accertato anche in sede
parlamentare, un tiratore scelto addestratissimo armato
di mitra a canna corta, risolse gli aspetti più
difficili e delicati della difficile operazione: con una
prima raffica, sparata a distanza ravvicinata, colpì i
carabinieri Leonardi e Ricci seduti nei pressi di Moro,
lasciando però illeso l'onorevole DC. Fu un attacco
militare di estrema precisione: la maggioranza dei colpi
(49 su di un totale di 93 proiettili ritrovati dalle
forze dell'ordine) sparata da una sola arma, un vero e
proprio "Tex Willer" descritto dai testimoni (tra i
quali un esperto di armi, il Lalli) come freddo e di
altissima professionalità. Gli esperti hanno sempre
concordato sul fatto che non poteva essere un
autodidatta delle Br; nessuno dei membri del commando
aveva una capacità tecnica di sparare come quello che
alcuni testimoni hanno definito appunto "Tex Willer" ed
invece, secondo le perizie, praticamente tutti i colpi
letali furono sparati da uno solo dei membri del
commando. A ciò si somma il fatto che, secondo una
perizia depositata in tribunale, in Via Fani non si
sparò solamente da un lato della strada (quello cioè
dove si trovavano i quattro brigatisti i cui nomi sono
ormai noti), mentre tale ricostruzione è sempre stata
negata dai diretti interessati. L'azione, definita degli
esperti come "un gioiello di perfezione, attuabile solo
da due categorie di persone: militari addestrati in modo
perfetto oppure da civili che si siano sottoposti ad un
lungo e meticoloso addestramento in basi militari
specializzate in azioni di commando", risulta veramente
straordinaria se si pensa che, come ha testimoniato
Adriana Faranda (anch'ella in azione quel giorno): "gli
addestramenti all'uso delle armi da parte dei brigatisti
erano estremamente rari perché era considerato
pericoloso spostarsi fuori Roma". La stessa Faranda ha
però recentemente aggiunto che: " ...era convinzione
delle Brigate rosse che la capacità di usare un'arma non
era tanto un presupposto tecnico ma piuttosto di volontà
soggettiva, di determinazione, di convinzione che si
metteva nel proprio operato". Insomma, una - poco
credibile - apologia del "fai da te" a dispetto
dell'estrema difficoltà dell'azione. Nata quasi venti
anni fa dal lavoro di Zupo e Recchia autori del libro
"Operazione Moro", la figura di del superkiller è stata
ripresa, acriticamente in tutte le successive inchieste.
Zupo e Recchia affermano: " Il lavoro da manuale è stato
compiuto essenzialmente da due persone una delle quali
spara 49 colpi l'altra 22 su un totale di 91 [...] il
superkiller quello dei 49 colpi, quasi tutti a segno,
quello che ha fatto quasi tutto lui, viene descritto con
autentica ammirazione dal teste Lalli anche lui esperto
di armi". La perizia balistica identifica sul luogo
dell'agguato 91 bossoli sparati da 4 armi diverse. Ed
effettivamente 49 bossoli si riferiscono ad un'arma e 22
ad un'altra. Occorre però notare che più volte la
perizia mette in evidenza la parzialità delle risultanze
data la vastità del campo d'azione e la ressa creatasi
subito dopo il fatto: " Non è da scartarsi nella
confusione del momento, che curiosi abbiano raccolto od
asportato bossoli, o che essi calpestati o catapultati
da colpi di scarpa od altro siano rotolati in luoghi ove
poi non sono stati più trovati (ad esempio un tombino)
ed infine che i bossoli proprio non siano caduti a terra
perché trattenuti dentro eventuali borse, ove era
trattenuta l'arma che sparava ". Bisogna quindi
precisare che 91 non sono i colpi sparati, ma soltanto i
bossoli ritrovati sul terreno. Tenendo presente che i
colpi sparati potrebbero essere molti di più dei 91
bossoli ritrovati, il fatto che 49 colpi sono stati
sparati da un'unica arma acquista un valore del tutto
relativo. Se dai bossoli, poi, si passa all'analisi dei
proiettili, il dato diventa ancor più aleatorio. La
perizia, infatti, afferma: " I proiettili ed i frammenti
di proiettili repertati sono relativamente molto pochi,
un quarto circa dei proiettili che si sarebbero dovuti
trovare in relazione al numero dei bossoli. Non tutti i
proiettili, e forse la maggior parte, nello stato come
sono, abrasi, dilaniati, deformati e scomposti sono
utili per definire le caratteristiche della presumibile
arma". Quanto poi all'affermazione dei 49 colpi quasi
tutti a segno le risultanze balistiche dicono: " Nei
cadaveri in particolare a fronte di almeno 36 ferite da
armi fuoco sono stati repertati soltanto 13 proiettili
calibro 9 mm 8 di cui sparati da un'arma e 5 da un'altra
". Come si può notare quindi è cosa certa, ed emerge
dalla perizia, la presenza in Via Fani di un terrorista
che esplode un numero veramente rilevante di colpi.
L'altro elemento che è servito per creare la figura del
superkiller è l'ormai famosa testimonianza del benzinaio
Lalli che afferma: " Ho notato un giovane che
all'incrocio con Via Fani sparava una raffica di circa
15 colpi poi faceva un passo indietro per allargare il
tiro e sparava in direzione di un'Alfetta [...] L'uomo
che ha sparato con il mitra, dal modo con cui l'ha fatto
mi è sembrato un conoscitore dell'arma in quanto con la
destra la impugnava e con la sinistra sopra la canna
faceva in modo che questa non s'impennasse inoltre ha
sparato con freddezza e i suoi colpi sono stati secchi e
precisi". Lalli parla quindi di una persona esperta nel
maneggiare le armi, nulla può chiaramente dire sulla
precisione del killer. Ma è veramente indecifrabile
questo personaggio che maneggia così bene le armi? Nella
sua dichiarazione, Lalli assegna all'esperto sparatore
un posto ben preciso: " egli è situato all'incrocio con
Via Stresa ". Secondo le ricostruzioni quella posizione
è occupata da Valerio Morucci. Perché allora ci sono
dubbi sull'identità del brigatista? Evidentemente
Morucci potrebbe anche possedere le qualità "tecniche"
indicate dal Lalli. Per sincerarcene diamo uno sguardo
alla sua "carriera": Morucci entra in Potere Operaio
all'inizio degli anni settanta, come responsabile del
servizio d'ordine ed è tra i primi a sollecitare una
militarizzazione del movimento. Nel febbraio del 1974 è
arrestato dalla polizia svizzera perché in possesso di
un fucile mitragliatore e cartucce di vario calibro.
Alla fine del 1976, al momento dell'entrata nelle Br,
devolve all'organizzazione diverse pistole, munizioni, e
la famosa mitraglietta skorpion, già usata nel ferimento
Theodoli, ed in seguito utilizzata per uccidere Moro.
Come componente della colonna romana delle Br partecipa
a quasi tutti gli attentati che insanguinano Roma nel
1977. Infine, quando insieme con la Faranda esce dalle
Br, pur essendo ormai un isolato senza concrete
prospettive militari, decide di riprendersi le proprie
armi. Un vero arsenale formato da pistole, mitra e
munizioni rinvenuto in casa di Giuliana Conforto al
momento del suo arresto, il 29 Maggio 1979. A conferma
del rapporto quasi maniacale che Morucci ha con le armi
ci sono moltissime testimonianze di compagni brigatisti.
Carlo Brogi, un militante della colonna romana nel
processo Moro afferma: " Morucci aveva con le armi un
rapporto incredibile, anche perché, come lui stesso mi
ha detto, molte delle armi che aveva portato via le
aveva portate lui nell'organizzazione provenendo dalle
F.A.C. e che queste armi erano il risultato d'anni di
ricerche per modificarle, per trovare i pezzi di
ricambio, insomma erano sue creature. Pertanto per lui
separarsene era un insulto a tutto il suo lavoro". Credo
che, viste le caratteristiche di Morucci, affermare che
fosse in grado di maneggiare correttamente un fucile sia
davvero il minimo. Però Morucci - ed è stato confermato
più volte anche in Commissione stragi - ha affermato che
il suo mitra si inceppò dopo 2 o 3 colpi. Dunque egli
non può essere il super killer e probabilmente è anche
sbagliata la ricostruzione fatta circa la posizione dei
vari brigatisti in Via Fani; se a ciò si aggiunge il
fatto che nessuno degli altri membri del commando aveva
una preparazione da "commando", la domanda sorge
spontanea: ma allora chi era il "Tex Willer" ? I
"misteri" sull'azione militare non sono però finiti. In
via Fani, dei 93 colpi sparati contro la scorta
dell'onorevole Moro, furono raccolti trentanove bossoli
sui quali il perito Ugolini, nominato dal giudice
Santiapichi nel primo processo Moro, disse quanto segue:
" Furono rinvenuti colpi ricoperti da una vernice
protettiva che veniva impiegata per assicurare una lunga
conservazione al materiale. Inoltre questi bossoli non
recano l'indicazione della data di fabbricazione ". In
effetti vi era scritto "GFL", Giulio Fiocchi di Lecco,
ma il calibro non veniva indicato - come normalmente
fanno invece le ditte costruttrici - e nemmeno la data
di fabbricazione di quei bossoli. Il perito affermò che
" questa procedura di ricopertura di una vernice
protettiva veniva usata per garantire la lunga
conservazione del materiale. Il fatto che non sia
indicata la data di fabbricazione è un tipico modo di
operare delle ditte che fabbricano questi prodotti per
la fornitura a forze statali militari non convenzionali
". Alla luce di tali rilievi, mi chiedo come sia potuto
accadere che in via Fani fossero usati proiettili di
questo tipo. In ogni caso, sarebbe interessante sapere
come mai questo tipo di proiettili finirono nelle mani
delle Brigate rosse e di quel commando che assassinò la
scorta di Aldo Moro. Un altro ragionamento poi avvalora
la tesi del killer estraneo alle Brigate rosse. Per
quale ragione i terroristi del gruppo di fuoco
indossavano delle divise dell'ALITALIA? Quello fu
effettivamente un accorgimento abbastanza singolare,
talmente strano da richiamare l'attenzione dei passanti
anziché distoglierla. La spiegazione che viene da
trovare risiede nel fatto che forse non tutti i
brigatisti del commando si conoscevano fra loro, così la
divisa serviva appunto al reciproco riconoscimento, in
pratica per non spararsi a vicenda. Una conferma dunque
della teoria del Killer "esterno". Ma chi poteva essere
questo killer professionista ? Due persone piuttosto ben
informate, Renato Curcio e Mino Pecorelli, in merito a
tale questione hanno parlato di "occasionali alleati"
delle Br; gruppi legati alla delinquenza comune che
avrebbero per l'occasione "prestato" alcuni uomini per
portare a termine quella strage. E quale luogo migliore
delle carceri italiane avrebbe potuto fungere da punto
di incontro da due realtà tanto diverse ? E' infatti al
loro interno che si parlò molto del sequestro (o
comunque di un attentato) di un'alta personalità
politica, tanto che il SISMI ne era stato debitamente
informato in tempo utile [un detenuto comune, Salvatore
Senese, informò il 16 febbraio 1978 appunto il SISMI che
le Brigate rosse stavano progettando un simile
sequestro]. Il riferimento che Mino Pecorelli fa sul suo
giornale "OP" a Renato Curcio non appare quindi casuale,
perché proprio lui potrebbe aver rappresentato il
tramite ideale fra i suoi compagni liberi e gli ambienti
malavitosi ai quali chiedere temporaneo soccorso. Certi
indizi puntano direttamente in Calabria. Di questo
parere sembra essere oggi anche Francesco Biscione che
afferma: " probabilmente allorché Moretti costituì la
colonna romana delle Brigate rosse (fine 1975) aveva già
rapporti (viaggi in Sicilia e in Calabria) o con settori
criminali o con compagni dell'area del partito armato in
grado di metterlo in contatto con segmenti del crimine
organizzato ". E ricorda tre episodi che potrebbero
costituire un serio indizio in tal senso: " La presenza
del Moretti è accertata - scrive - a Catania il 12
dicembre 1975 (insieme con Giovanna Currò, probabile
copertura di Barbara Balzerani) presso l'hotel Costa e
il 15 dicembre presso il Jolly hotel. Il 6 febbraio 1976
Moretti ricomparve nel Mezzogiorno con la sedicente
Currò, a Reggio Calabria presso l'hotel Excelsior. Oltre
al fatto che non sono mai state chiarite le finalità dei
viaggi - prosegue Biscione - questa circostanza sembra
possedere un altro motivo di curiosità: i viaggi, o
almeno il secondo di essi avvennero all'insaputa del
resto dell'organizzazione tant'è che quando
l'informazione venne prodotta in sede processuale
suscitò lo stupore di altri imputati ". Il terzo è stato
rivelato da Gustavo Selva: dopo la conclusione del
sequestro di Aldo Moro " nel luglio 1978 venne arrestato
il pregiudicato calabrese, Aurelio Aquino, e trovato in
possesso di molte banconote segnate dalla polizia perché
parte del riscatto del sequestro Costa operato dalle Br
". E' ovvio che con quei soldi le Br potrebbero aver
pagato alla 'ndrangheta qualche partita di armi, ma
anche il "prestito" di un killer professionista. Il
forte sospetto resta dunque intatto. Da valutare,
infine, con la dovuta cautela, l'appunto di Mino
Pecorelli ritrovato dopo la sua morte fra le sue carte:
" Come avviene il contatto Mafia-Br-Cia-Kgb-Mafia. I
capi Br risiedono in Calabria. Il capo che ha ordito il
rapimento, che ha scritto i primi proclami B.R., è il
prof. Franco Piperno, prof. fis. univ. Cosenza "; anche
volendo considerare tutto questo una mera illazione si
può comunque, in questo caso, concordare con Francesco
Biscione che considera come l'appunto si riferisce ad
un'ipotesi ricostruttiva che connette gli indizi
riguardanti l'esistenza in Calabria di un terminale
decisivo, sebbene di incerta definizione, dell'intera
operazione del sequestro Moro. In questo modo trova una
logica spiegazione la probabile presenza in via Fani di
un killer di "alta professionalità", un professionista
che il pentito calabrese Saverio Morabito ha indicato in
Antonio Nirta, detto "due nasi" per la sua capacità di
usare la lupara, anche se alcune testimonianze più
recenti puntano invece il dito contro Agostino De Vuono,
anch'egli calabrese ed esperto tiratore tutt'oggi
latitante; l'incorgnita comunque resta. Le teorie e le
supposizioni sul nome del Killer lasciano però il tempo
che trovano di fronte ai fatti: quella mattina del 16
Marzo 1978 le Brigate rosse vennero aiutate, e da più
parti, a compiere un'azione troppo più grande delle loro
capacità. Ed anche Alberto Franceschini continua ad
esternare forti dubbi in merito. Ultima particolarità da
annotare riguardo alla tragica giornata del 16 Marzo
1978 è una deposizione di Nara Lazzarini, segretaria di
Licio Gelli, fatta nel 1985 al processo
Pazienza-Musumeci; la Lazzarini ha ricordato infatti che
la mattina della strage di Via Fani il Gran Maestro
della P2 ricevette la visita di due persone all'Hotel
Excelsior di Roma, e durante il colloquio a Gelli
sfuggirono le seguenti parole: " Il più è fatto ". Può
non voler dire nulla, è però una testimonianza
attendibile e come tale la riporto. E' ormai "verità
processuale" (il che non vuol dire che sia verità) che
Aldo Moro sia stato tenuto prigioniero, per tutti i 55
giorni del sequestro, nell'appartamento all'interno 1 di
via Montalcini 8, nel quartiere Portuense, a Roma. Un
primo accenno ad una prigione di Moro era comparsa in un
fumetto pubblicato all'inizio di giugno del 1979 dal
primo numero di "Metropoli", periodico dell'Autonomia
operaia. Nel fumetto (disegni di Beppe Madaudo,
sceneggiatura di Melville, pseudonimo usato da Rosalinda
Socrate) la tavola con l'interrogatorio di Moro era
preceduta da una didascalia che diceva: " Mentre a via
Fani cominciano le indagini, nella stanza interna di un
garage del quartiere Prati comincia l'interrogatorio di
Moro ". Interrogato, Madaudo disse di aver ricalcato il
disegno da "Grand Hotel". Certo è che in quel fumetto
saltavano fuori notizie allora sconosciute, segno
evidente che gli ambienti dell'Autonomia non erano poi
così male informati. Dopo la versione disegnata, il
primo a parlare della prigione dello statista DC è stato
il pentito Patrizio Peci, che ha raccontato però di aver
appreso che Moro fu tenuto nascosto nel retrobottega di
un negozio poco fuori Roma. La versione di Peci venne in
seguito smentita da Antonio Savasta, catturato il 28
gennaio 1982 alla fine del rapimento Dozier. Il Savasta
cominciò subito a collaborare e disse di aver saputo che
Moro venne tenuto prigioniero in un appartamento di
proprietà di Anna Laura Braghetti. All'inizio
l'attenzione degli inquirenti si concentrò
sull'appartamento che era stato del padre in via
Laurentina 501, ma poco dopo le indagini si orientarono
su via Montalcini, una casa acquistata nel giugno 1977
per 50 milioni circa, e dove Anna Laura Braghetti si era
trasferita nel dicembre dello stesso anno. Due anni dopo
anche Valerio Morucci e Adriana Faranda hanno confermato
che Moro trascorse tutta la sua prigionia
nell'appartamento abitato non solo dalla Braghetti ma
anche da Prospero Gallinari, e frequentato da Mario
Moretti e da - ma lo si è saputo molto dopo - Germano
Maccari, il fantomatico "Ingegner Altobelli". Prima cosa
bizzarra è il fatto che il 5 luglio 1980 il giudice
Ferdinando Imposimato apprese che l'UCIGOS, nell'estate
1978, aveva svolto indagini sulla Braghetti e via
Montalcini. L'appunto sulle indagini gli venne
consegnato il 30 Luglio, ma era in forma anonima e non
conteneva i nomi di chi aveva svolto le indagini. Sempre
a tale proposito, nel febbraio 1982 sul quotidiano "La
Repubblica" Luca Villoresi scrisse: " Sono passati pochi
giorni dalla strage di via Fani quando alla polizia
arriva una prima segnalazione, forse una voce generica,
forse una soffiata precisa [...] ma all'interno 1 di via
Montalcini 8 gli agenti non bussano ". Nel 1988 si venne
poi a sapere che verso la metà di luglio 1978, pochi
mesi dopo il sequestro, l'avv. Mario Martignetti (che
sembra lo avesse saputo da una coppia di suoi parenti)
segnalò all'On. Remo Gaspari che una Renault 4 rossa
come quella in cui le Br lasciarono il cadavere di Moro
era stata vista in via Montalcini 8 nel periodo del
rapimento ed era scomparsa dopo la morte di Moro.
Gaspari informò il ministro Rognoni il quale attivò le
indagini subito affidate all'UCIGOS. In seguito,
l'ispettrice dell'UCIGOS incaricata del caso ha riferito
che dalle indagini era emerso che, fino al giugno 1978,
con la Braghetti abitava un uomo che si faceva chiamare
Ingegner Altobelli. L'ispettrice disse anche che,
ritenendo che una perquisizione a due mesi dalla morte
di Moro avrebbe dato esito negativo e avrebbe
insospettito la Braghetti, preferì farla pedinare per
cercare di arrivare ad Altobelli o scoprire se
frequentava gruppi eversivi. I pedinamenti durarono fino
alla metà di Ottobre ma ebbero risultati negativi perché
la Braghetti usciva puntualmente per recarsi al lavoro e
al ritorno a casa faceva cose normali. Il 16 ottobre
1978, un appunto dell'UCIGOS informò la magistratura che
gli inquilini dell'interno 1 non destavano sospetti. I
pedinamenti e le richieste di informazioni sul suo posto
di lavoro (di cui la Braghetti viene a sapere) spinsero
però la terrorista ad entrare in clandestinità e a
lasciare (il 4 ottobre '78) l'appartamento, che nel
frattempo aveva venduto ad una signora (moglie del
segretario particolare dell'ex ministro Ruffini).
Nell'agosto 1978 la Braghetti ebbe un'accesa disputa con
l'ex inquilino dell'appartamento, Gianfranco Ottaviani,
che aveva mantenuto la disponibilità della cantina; la
Brigatista scardinò la porta della cantina e l'ex
inquilino chiamò immediatamente la polizia. Per una lite
banale la brigatista rischiò così un pericoloso
intervento della polizia. Ma invece proprio quella lite
venne usata dall'UCIGOS per spiegare che la Braghetti e
Altobelli, che risultava trasferito in Turchia da
qualche mese per motivi di lavoro, non erano
sospettabili, perché altrimenti avrebbero evitato la
lite con l'intervento del 113. Solo nel 1993 si è
arrivati alla vera identità del così detto "quarto
uomo", Germano Maccari, che sembra proprio essere quell'ing.
Altobelli a cui erano intestate le utenze di luce e gas,
come lui stesso ammette nel 1996. Stranamente
l'individuazione di Maccari avvenne proprio lo stesso
giorno in cui trapelarono dalla stampa le dichiarazioni
di Saverio Morabito secondo il quale Antonio Nirta,
killer della mafia calabrese e confidente del generale
dei carabinieri Francesco Delfino, era stato " uno degli
esecutori materiali del sequestro dell'on. Aldo Moro " .
Molto interessante mi è parsa una circostanza apparsa
nel suo recente libro "Il delitto Moro" da Francesco
Biscione, e riguardante il fatto che nelle immediate
vicinanze di via Montalcini, a pochi passi dal covo
delle Br, abitavano numerosi esponenti della Banda della
Magliana. L'elenco è molto dettagliato: " In via G.
Fuggetta 59 (a 120 passi da via Montalcini) abitavano
Danilo Abbruciati, Amelio Fabiani, Luciano Mancini; in
via Luparelli 82 (a 230 passi dalla prigione del popolo)
abitavano Danilo Sbarra e Francesco Picciotto (uomo del
Boss Pippo Calò); in via Vigna due Torri 135 (a 150
passi) abitava Ernesto Diotallevi, segretario del
finanziere P2ista Carboni); infine in via Montalcini al
n°1 c'era Villa Bonelli, appartenente a Danilo Sbarra ".
In effetti la "Prigione del Popolo" era situata proprio
nel quartiere romano della Magliana, una zona
notoriamente controllata in modo capillare da quel
particolare tipo di malavita collegato, come poi si è
saputo con certezza, a settori dei servizi segreti, alla
P2 e all'eversione nera. Se davvero Aldo Moro è stato
tenuto nel territorio della Banda della Magliana per
tutto il periodo del sequestro, appare altamente
improbabile che la malavita della zona non ne fosse
venuta a conoscenza. Ma lo Stato si stava dando da fare
per rintracciare la "Prigione del Popolo"? Ad un
osservatore inesperto i numeri sembrerebbero dire di si.
Dalla relazione della Commissione Moro emerge che dal 16
marzo al 10 maggio '78 vennero attuati 72.460 posti di
blocco di cui 6.296 nella sola Roma; effettuate 37.702
perquisizioni domiciliari di cui 6.933 nelle case dei
cittadini della capitale; controllate 6.413.713 persone
(cioè circa un italiano ogni 10) impegnando ogni giorno
13.000 uomini delle forze dell'ordine con l'ausilio di
2.600 automezzi. Questa enorme mobilitazione non portò
apparentemente a nulla, anzi, nel periodo del rapimento
Moro le Br commisero 2 omicidi, 6 ferimenti, 5 incendi
di auto ed un attentato contro una caserma dei
Carabinieri. Come ha affermato il Procuratore generale
di Roma Pascalino: «Tante volte si fanno azioni
dimostrative per tranquillizzare la popolazione [...]
non posso spiegarlo, non sta a me spiegare perchè si
prferì fare operazioni di parata anzichè ricerche. E in
quei giorni si fecero operazioni di parata». Però non ho
usato il termine "apparentemente" a caso: nonostante
tutto le forze di polizia il 3 aprile '78 era riuscita a
fermare o individuare molti personaggi legati o vicini
alle Br
Si
chiamava l’Anello. Era una struttura dei
servizi segreti mai scoperta prima. Oggi
da documenti inediti emerge che gestì il
rapimento Cirillo, fece fuggire Kappler.
E scoprì il "covo" delle Br, mentre il
presidente dc era nelle mani dei
terroristi
di Paolo Cucchiarelli
by @
Thursday, Mar. 16, 2006 at
1:40 PM
http://italy.indymedia.org
Roma
È la chiave del caso Moro. Cercata,
invano, per anni. Oggi comincia a
emergere. E offre nuove spiegazioni non
solo di quel sequestro, ma anche di
tanti altri affari neri d’Italia. Aiuta
a ricomporre i frammenti della tragedia
del presidente democristiano, rapito 25
anni fa dalle Brigate rosse, ma anche
del caso Cirillo, della fuga di Kappler,
di traffici di armi e di petrolio. Dal
dopoguerra alla metà degli anni Ottanta
ha operato in Italia un superservizio
segreto, clandestino, alle dipendenze
(informali) della presidenza del
Consiglio. Nome in codice: l’Anello.
Questo superservizio, pochi giorni dopo
il rapimento di Moro, individua il
"covo" br di via Gradoli, a Roma,
comunica la notizia a Giulio Andreotti,
presidente del Consiglio, e a un dolente
Francesco Cossiga, ministro
dell’Interno. Ma l’ordine è: restare
fermi. "Moro vivo non serve più a
nessuno", è la conclusione di Andreotti.
L’Anello e le sue attività sono oggetto
di un’inchiesta in via di conclusione a
Roma. Il pubblico ministero Franco Ionta
ha da poco chiesto al giudice per le
indagini preliminari di archiviare il
caso, poiché ormai nessun reato è
ipotizzabile o perseguibile, anche
perché in molti casi è già scattata la
prescrizione. Ma è stata la Procura di
Brescia a imbattersi per prima in una
misteriosa struttura, chiamata "Noto
Servizio", di cui si faceva cenno in
alcuni dei documenti ritrovati anni fa
in un archivio abbandonato di via Appia
Nuova, a Roma, dove erano state stivate
alla rinfusa carte dell’Ufficio Affari
Riservati (il progenitore del servizio
di sicurezza civile, il Sisde). Del
"Noto Servizio" – in realtà oscuro e
assolutamente ignoto – si è parlato in
pubblico per la prima volta nel novembre
2000, quando la procura di Brescia invia
alla Commissione parlamentare sulle
stragi un rapporto del perito Aldo
Giannuli, lo scopritore della
"discarica" dei servizi sull’Appia
Antica.
Oggi il "Noto Servizio" ha un nome e un
volto: è l’Anello, organizzazione
clandestina degli apparati di sicurezza,
operativa dal 1948 alla metà degli anni
Ottanta, formata da ex ufficiali
badogliani, ex repubblichini,
imprenditori, faccendieri, giornalisti,
in grado di reclutare (almeno part-time)
uomini della malavita e della
criminalità organizzata. Personaggi di
punta dell’Anello, negli anni cruciali
del caso Moro e del rapimento Cirillo,
sono Adalberto Titta, il sedicente
"colonnello del Sismi" che trattò con i
camorristi la liberazione dell’assessore
democristiano Ciro Cirillo; il senatore
missino Giorgio Pisanò; il faccendiere
Felice Fulchignoni; l’imprenditore
Sigfrido Battaini; il religioso Padre
Enrico Zucca, entrato nelle cronache per
aver trafugato, nell’immediato
dopoguerra, la salma di Benito Mussolini
a Milano.
Titta è, in quegli anni drammatici, il
vertice operativo della struttura. Un
uomo fin troppo loquace, un po’
guascone, ex pilota nella Repubblica
sociale. Muore d’infarto dopo la
liberazione di Cirillo, mentre è
impegnato in una delicata missione
legata proprio a questo caso. Tanto
delicata da suscitare i sospetti di una
morte non del tutto naturale: i servizi
di sicurezza francesi mandano a misurare
la lunghezza del cadavere, per
accertarsi che sia proprio Titta, e i
carabinieri fanno qualche indagine dopo
alcuni esposti che accennavano a un
omicidio mascherato da malore.
L’Anello, del resto, era specializzato
proprio in omicidi coperti da morte
naturale e da incidenti stradali. Ma,
più in grande, si occupava dell’economia
parallela del petrolio, che serviva a
finanziare le forze politiche più
"affidabili" e sinceramente
anticomuniste. Tra il 1975 e il 1976
l’Anello si dà da fare addirittura per
far nascere una nuova Dc, in grado di
contrastare l’apertura a sinistra
preparata da Aldo Moro: è la breve
avventura del Nuovo partito popolare,
che divenne poi l’oggetto principale,
con riferimenti alle forniture militari
alla Libia, di un famoso dossier
segreto, chiamato "Mi.Fo.Biali", oggetto
di ricatti trasversali che coinvolsero
anche il giornalista di Op Mino
Pecorelli.
IL SUPERTESTIMONE. L’Anello, nella sua
lunga storia, ha avuto una diretta forma
di dipendenza dalle istituzioni
politiche, a cominciare dalla presidenza
del Consiglio. Michele Ristuccia, uno
degli aderenti alla struttura, classe
1941, già funzionario della Fiera di
Milano, grande amico di Adalberto Titta,
negli interrogatori dell’inchiesta
afferma a chiare lettere che vi erano
persone del ministero della Difesa e
dell’Interno che "agevolavano"
l’attività dell’Anello, ma che esso
"dipendeva direttamente dalla presidenza
del Consiglio. La sua gestione è stata
monopolio democristiano, tranne che
nell’ultimo periodo, nel quale suppongo
che anche il Psi sapesse, in quanto mi
risulta che avesse fatto alcune
richieste". I componenti dell’Anello,
continua a verbale il supertestimone
Ristuccia, avevano in dotazione "un
tesserino sulla base del quale era
dovuta a loro cooperazione e immunità da
responsabilità penali in cui avrebbero
potuto incorrere per motivi di servizio.
Preciso che non so se tutti i membri
dell’Anello avessero questo tesserino,
ma Titta certamente lo aveva e io l’ho
potuto personalmente vedere, ricordo che
aveva l’intestazione della presidenza
del Consiglio dei ministri".
Operativamente, i componenti della
struttura si appoggiavano
prevalentemente ai carabinieri, ma anche
al Sid, il servizio segreto militare di
quegli anni. L’Anello poteva contare su
un ufficiale dei carabinieri operativo a
Milano, che aveva un ufficio in via
Statuto; un altro ufficio era a Roma. "Battaini",
è scritto in una delle informative
sull’attività dell’Anello, "dispone di
notevoli masse di denaro e tiene il
proprio deposito di armi, munizioni e
automezzi, presso la caserma dei
carabinieri di via Moscova".
Andreotti risulta il principale
beneficiario politico della struttura,
almeno secondo quanto si afferma in più
punti nelle "veline" agli atti
dell’inchiesta. Anche alcune
testimonianze affidano al sette volte
presidente del Consiglio un ruolo guida
per l’Anello. Fu Andreotti a volerla,
con questa denominazione, per
fronteggiare il "notevole caos" che
c’era negli anni Settanta nei vari
organismi che si occupavano di
intelligence, sia per inefficienza, sia
per concorrenza. Andreotti decise di
creare una struttura "pilota" che
traghettasse questo mondo dal caos a
servizi segreti più adeguati. Nascerebbe
da qui il nome di Anello, adottato,
secondo alcune testimonianze, dalla metà
degli anni Sessanta: la struttura
avrebbe dovuto essere infatti la
congiunzione – l’anello appunto – tra le
molteplici e spesso confuse strutture
parallele del dopoguerra e i servizi di
sicurezza istituzionali. I testimoni
ascoltati nell’inchiesta hanno
confermato che il compito principale
dell’Anello era quello di "arginare" con
tutti i mezzi l’avanzata delle sinistre.
Anche Francesco Cossiga era a conoscenza
dell’Anello, testimonia Ristuccia. "Una
volta l’onorevole Andreotti, secondo
quanto mi ha raccontato Adalberto Titta,
fece intervenire l’Anello a beneficio
del governo Craxi".
La struttura poteva contare su un buon
numero di uomini (164 nel 1974) che
costavano diversi miliardi di lire
l’anno. Tra la fine degli anni Sessanta
e l’inizio dei Settanta, almeno secondo
i racconti dei testimoni dell’inchiesta,
la struttura si era preparata per
sequesti (poi non realizzati) di alcuni
personaggi politici. Tra questi, il
sindaco di Milano Aldo Aniasi, il leader
del Movimento studentesco Mario Capanna
e l’editore Gian Giacomo Feltrinelli. Ma
è il caso Moro l’episodio più clamoroso
nella storia segreta dell’Anello.
VIA GRADOLI. "Ricordo che il Titta mi
accennò, già durante il sequestro Moro e
me lo confermò poi successivamente, che
erano stati contattati per adoperarsi
per la liberazione di Moro, così come
per il sequestro Cirillo". Questa è la
testimonianza di Ristuccia, uno dei
principali collaboratori di Titta. "Mi
disse addirittura di aver avuto contatti
con appartenenti alle Br e che questi
avevano espresso sfiducia verso l’Arma
dei carabinieri e la Dc. Mi disse",
continua a verbale Ristuccia, "che gli
uomini delle Br con i quali erano
entrati in contatto non erano riusciti a
trovare gli interlocutori adatti e non
si fidavano delle istituzioni. Titta
sosteneva di aver parlato di ciò con
Cossiga e con l’onorevole Andreotti, ma
che quest’ultimo (si era espresso) con
valutazioni negative sull’eventualità
del rilascio dell’ostaggio, bloccando
così le attività che intendeva
intraprendere. Ricordo che lo stesso
giorno in cui si seppe che nel lago
della Duchessa doveva trovarsi il
cadavere di Moro, mi disse in tempo
reale che si trattava di una "bufala".
Ciò ovviamente me lo disse prima che ci
fosse la smentita".
Lo stesso testimone racconta: "Io venni
informato da Titta che il presidente
della Dc correva seri rischi di
sequestro. Sequestro durante, il Titta
mi disse di essere a conoscenza del
luogo dove Moro era detenuto, lo aveva
detto anche ai senatori Andreotti e
Cossiga. Il Titta mi disse, sequestro
durante, che Moro era detenuto in via
Gradoli e, come ebbi occasione di
accennarvi, lo seppe direttamente dalle
Brigate rosse. Non posso dirvi come
entrò in contatto con le Br, ma lui mi
disse di essere stato fortemente
ostacolato sul caso Moro, proprio dal
potere politico dal quale dipendeva.
Come già dettovi, in particolare alla
richiesta di poter intervenire su via
Gradoli, il Titta ricevette un secco
diniego da Andreotti che, mi disse, gli
fece capire che non era auspicabile una
soluzione positiva del processo, la
frase che ricordo distintamente è: "Moro
vivo non serve più a nessuno". Preciso
che tutte queste notizie io le ho
apprese sequestro durante".
È la testimonianza di un personaggio che
riferisce racconti di un morto, che non
può più né confermare né smentire. Forse
è troppo poco per imbastire un’azione
giudiziaria, ma certo è un’ulteriore
smagliatura in una vicenda, il sequestro
Moro, piena di elementi oscuri. Nelle
dichiarazioni di Michele Ristuccia vi è
certamente un errore: l’appartamento di
via Gradoli è indicato come la prigione
di Moro, mentre è appurato che fosse una
base delle Br, ma che non ospitò il
sequestrato. È lo stesso errore
compiuto, in diverse dichiarazioni, da
Bettino Craxi. Titta aveva una
indicazione che riguardava la sola via
Gradoli, oppure il capo operativo
dell’Anello aveva cambiato in Gradoli
una diversa indicazione della prigione
al fine di tutelarla?
Dopo che la politica blocca l’intervento
a favore di Moro, le notizie raccolte
dall’Anello potrebbero aver imboccato un
percorso autonomo. La famiglia Moro e il
Vaticano continuano a cercare di
liberare il prigioniero. E il 9 maggio
1978 il Vaticano tenta di scambiare il
presidente della Dc con 50 miliardi di
lire. Era già noto che padre Zucca – che
oggi scopriamo essere stato un
importante esponente dell’Anello – si
era dato da fare per raccogliere
un’ingente somma di denaro dopo essere
stato contattato, in confessionale a
Milano, da un uomo delle Br. Questo
episodio fu rivelato dal settimanale
L’espresso già il 26 maggio 1978.
Recentemente, il 12 marzo 2003, Giulio
Andreotti rivela che il 9 maggio di 25
anni fa (il giorno in cui fu ritrovato
il cadavere di Aldo Moro), il Vaticano
era pronto a pagare un ingente riscatto
per liberare il prigioniero, ma che alla
fine tutto fallì. È evidente che il
tentativo di cui parla Andreotti e
quello dell’Anello, tramite padre Zucca,
hanno molte analogie: stessa data, il 9
maggio; stessa città, Milano; stesso
contatto, "esponenti dissidenti" delle
Br, stesso mezzo, il confessionale.
KAPPLER E CIRILLO. L’Anello ebbe un
ruolo anche nella vicenda della fuga di
Herbert Kappler, il colonnello delle Ss
responsabile dell’eccidio delle Fosse
Ardeatine, fatto uscire dall’ospedale
militare del Celio, dopo un accordo
politico ed economico con la Germania.
Fu Titta e non la moglie di Kappler,
Annelise – come si disse – ad
accompagnare Kappler al confine. Nelle
carte dell’inchiesta romana c’è la
testimonianza del medico che visitò
Kappler prima che questi fosse portato
oltre confine.
È nel caso Cirillo, però, che l’Anello
giocò in pieno le sue carte. Ciro
Cirillo, assessore campano della Dc, fu
rapito dalle Br a Napoli nel 1981. Per
Cirillo, a differenza che per Moro, la
Democrazia cristiana e lo Stato
accettarono di trattare con i
terroristi, anzi lo fecero attraverso la
criminalità organizzata. È Adalberto
Titta in persona che tratta in carcere
con Raffaele Cutolo, il capo della Nuova
camorra organizzata (Nco). Titta entra
nel carcere di Ancona per concordare
direttamente con Cutolo la liberazione
di Cirillo, porta a cena fuori dal
carcere il capo camorrista e gli mostra
un foglio di scarcerazione per
invogliarlo a riprendere i contatti con
le Br che erano stati aperti già nel
1978, durante la vicenda Moro. L’Anello
è la chiave che unisce le due vicende. E
spiega alcune affermazioni di Cutolo,
che ha più volte ripetuto di aver avuto
un ruolo anche nella vicenda Moro, oltre
che in quella Cirillo. Personaggio di
congiunzione tra l’Anello e il boss
della Camorra è Francesco Gangemi,
esponente di primo piano della Dc
calabrese, avvocato di Raffaele Cutolo,
ma anche grande amico di Adalberto
Titta. Fu proprio Gangemi – affermano
alcuni testimoni dell’inchiesta – a
presentare Cutolo a Titta per
permettergli di intervenire nell’affare
Cirillo. "Il Cutolo non avrebbe mai
accettato di prendere parte ad alcuna
trattativa se il Gangemi non avesse
garantito per il Titta", assicura il
supertestimone Ristuccia. Il legame
Titta-Cutolo-Gangemi-Anello può dare un
contesto ad alcune sibilline
affermazioni fatte dal capo della Nco.
Nel 1993 Cutolo diceva, a proposito
della vicenda Cirillo, che in tanti
"fecero la fila da me, ad Ascoli Piceno,
e quel Titta dei servizi segreti era
disposto in cambio dei miei favori a far
eliminare i miei nemici". E aggiungeva:
"Avrei potuto salvare la vita
dell’onorevole Moro perché, grazie a
informazioni ottenute da alcuni membri
della banda della Magliana, avevo saputo
dove era la sua prigione. Mi incontrai
con il sedicente "inviato di Cossiga"
che mi promise persino sconti di pena.
Ma in seguito ricevetti una visita del
mio fedele luogotenente Vincenzo Casillo,
latore di un messaggio di alcuni
politici campani: "Don Rafè, facitevi ’e
fatte vuoste"".
L’inviato di Cossiga, rivela Cutolo nel
volume di Giuseppe Marrazzo Il
camorrista. Vita segreta di don Raffaele
Cutolo, potrebbe essere Nicola Lettieri,
il sottosegretario all’Interno che
durante i 55 giorni del sequestro
guidava il "comitato di crisi" del
Viminale. Cutolo avrebbe incontrato
Lettieri mentre era latitante, dato che
era fuggito dal manicomio criminale di
Aversa il 3 febbraio 1978. Certo è che
Cutolo dice di essere stato in possesso
di una lettera di ringraziamento di
Lettieri e di un biglietto di
accompagnamento dell’onorevole Attilio
Ruffini, sequestrati dai carabinieri al
momento dell’arresto, nel rifugio di
Albarella dove aveva trascorso l’intera
latitanza. I carabinieri,
imbarazzatissimi, dissero poi che la
lettera e il biglietto erano caduti a un
maresciallo durante la perquisizione
della casa-covo. Nessuno ha mai saputo –
ufficialmente – che cosa contenessero le
due missive.
L’anno dopo, nel 1994, davanti alle
telecamere di Mixer Cutolo raccontò di
aver ricevuto, mentre era latitante ad
Albarella e mentre Moro era nelle mani
delle Br, la visita di Nicolino Selis,
affiliato della Nco, suo rappresentante
a Roma e contemporaneamente boss della
banda della Magliana, per conto della
quale controllava la zona che da Acilia
arriva al mare. Selis, dice Cutolo,
"aveva saputo dove si trovava la
prigione di Moro e mi chiese se volessi
salvarlo". Cutolo in quella occasione
aggiunse di essersi consultato con un
avvocato che a sua volta si rivolse a
dei politici. Il capo della Nco ha detto
di aver saputo successivamente da un suo
fedelissimo, Enzo Casillo ("Morto con la
tessera dei servizi segreti in tasca")
che "importanti politici nazionali erano
molto preoccupati del fatto che Moro
avrebbe potuto salvarsi". In quell’occasione
si mossero anche due sacerdoti
calabresi. Selis non può certo
confermare: scomparso nel 1981, il suo
cadavere non è mai stato trovato;
probabilmente sotterrato ad Acilia,
vicino al greto del Tevere, è stato
coperto con la calce viva.
Durante i 55 giorni, quindi, Cutolo
latitante sostiene di aver ricevuto
l’avvocato Gangemi, l’inviato di Cossiga,
Lettieri, e il suo rappresentante nella
banda della Magliana, Nicolino Selis,
che aveva scoperto dove era la prigione
di Moro: presumibilmente nella sua zona
di controllo, cioè tra Aprilia e il
mare. Cutolo trascorse quei mesi di
latitanza a casa di un vecchio contadino
di Albanella, vicino a Pestum. L’uomo si
chiamava, ironia della sorte, Nicola
Lettieri, come il probabile "inviato di
Cossiga". Finirà ucciso anche lui: da
chi – dirà Cutolo – "credeva di trovare
nella sua casa di campagna qualche
tesoro da me nascosto".
IL VATICANO E IL CONFESSIONALE. Con
alcune lettere ad Andreotti, padre Zucca
chiedeva di poter aprire una trattativa.
Il religioso milanese affermava di
essere "sicurissimo" che le Br avrebbero
liberato Moro per soldi. Diceva anche di
aver incontrato un brigatista in una
chiesa di Milano "verso la fine di
aprile" (Moro era stato rapito il 16
marzo). L’incontro-colloquio si era
svolto in confessionale e in quell’occasione
si era parlato di soldi. Il brigatista
avrebbe anche proposto a Zucca di
incontrare Moro. I soldi sarebbero stati
depositati in una banca svizzera.
L’inchiesta sull’Anello, svolta dal
maggiore del Ros-carabinieri Massimo
Giraudo (lo stesso ufficiale che ha
condotto l’inchiesta sulla strage di
piazza Fontana che ha portato alle prime
condanne del gruppo di Ordine nero dopo
oltre 30 anni), ha dimostrato che già il
31 marzo 1978 Zucca aveva confidato a un
amico (presumibilmente Adalberto Titta)
di essere stato avvicinato al fine di
aprire una trattativa con le Br. Un
appunto del Sisde del 4 aprile 1978 dà
conto di questa notizia.
Michele Ristuccia ha confermato il
contatto Anello-Br: "Titta mi disse che
le Br non volevano condurre la
trattativa con organi di polizia
ufficiali o esponenti politici. In
merito alle mancate risposte di
Andreotti, mi ricordo che non le diede a
voce, al Titta, facendo bene intendere
che Moro vivo non interessava".
Francesco Cossiga ha detto di essere
stato informato "anni dopo" del
tentativo messo a punto dal Vaticano il
9 maggio per cercare di liberare Aldo
Moro e di cui ha parlato per la prima
volta Andreotti in marzo. "Seppi da lui
che questa possibilità di riscatto era
la ragione del suo ottimismo quando lo
andai a trovare la sera dell’8 maggio
1978. In Vaticano si avevano ragioni per
credere di avere contatti con le Br. Da
quello che compresi questo contatto
passava per la rete dei cappellani
carcerari", dice oggi Cossiga, che come
Andreotti smentisce categoricamente a
Diario di conoscere l’Anello e Titta. Ma
c’è un altro elemento che si connette a
questa vicenda, dando un senso concreto
ad alcuni dubbi che ancora oggi dominano
i pensieri della famiglia Moro.
Qualcuno, mai identificato, la mattina
del 9 maggio 1978 avrebbe dovuto entrare
nella prigione di Moro e portargli la
carezza, il conforto del Papa, e poi
garantire la liberazione dell’ostaggio e
il contemporaneo pagamento del riscatto.
Poche ore più tardi, invece, Aldo Moro
sarebbe stato ritrovato ucciso in via
Caetani. Comunque l’Anello predispose i
50 miliardi di cui parla Andreotti per
pagare la mattina del 9 maggio il
riscatto che avrebbe liberato Moro. Se è
finita come è finita qualcosa è andata
male o qualcuno non ha rispettato i
patti. Chi interruppe bruscamente la
trattativa in corso? L’Anello fu
bloccato da qualcuno che non voleva che
Moro uscisse libero dalla prigione
potendo raccontare che il suo luogo di
prigionia era stato individuato, ma si
era scelto di non intervenire? E di
trattare segretamente tramite quelli che
un comunicato delle Br (il numero 4 del
4 aprile, quando Zucca aveva già il suo
contatto aperto con le Br) definisce i
"misteriosi intermediari"?
Afferma la sentenza che ha mandato
assolto, in primo grado, Giulio
Andreotti dall’accusa di essere il
mandante politico dell’omicidio del
giornalista Mino Pecorelli: "Qui preme
sottolineare l’articolo Vergogna
buffoni, pubblicato su Op del 16 gennaio
1979, e quindi poco più di due mesi
prima dell’omicidio, in cui Carmine
Pecorelli preannunciava una
rivisitazione di tutto il caso Moro, con
esplicito riferimento alle trattative
con le Br, non andate a buon fine perché
qualcuno non aveva mantenuto i patti e
aveva "giocato al rialzo", pretendendo
un prezzo che non poteva essere
accettato. Ma se così è, non può
revocarsi il dubbio che tali
circostanze, se vere e portate a
conoscenza dell’opinione pubblica, che
pure aveva atteso con ansia la
liberazione di Aldo Moro, avrebbero
sicuramente sconvolto il panorama
politico italiano, proprio perché
sarebbe chiaramente emerso che il potere
politico non aveva voluto che fosse
salvata la vita dello statista".
L’inchiesta sull’omicidio Pecorelli ha
evidenziato i rapporti che si erano
stabiliti tra il giornalista di Op e il
generale Carlo Alberto dalla Chiesa,
almeno dall’agosto-settembre 1978.
Pecorelli ricevette molte "dritte" dal
generale. Tante allusioni di Pecorelli
al fascicolo "Mi.Fo.Biali", nato intorno
alla corruzione della Guardia di finanza
per lo scandalo dei petroli, non sono
che riferimenti in codice all’Anello e
alla sua azione sotterranea. E dalla
Chiesa, almeno secondo le malevole
testimonianze di Ristuccia, conosceva
l’Anello: "Il generale non faceva parte
dell’Anello, conosceva Titta e non
ostacolava le attività dell’Anello, non
perché fosse contrario a esse, ma
semplicemente per concorrenza, in
quanto", dichiara a verbale Ristuccia,
"non desiderava, specialmente in tema di
lotta al terrorismo, che qualcuno
potesse arrivare prima di lui. Ricordo
in particolare il tentativo di catturare
Moretti a Milano con un intervento su un
obiettivo, sul quale da tempo stava
lavorando anche l’Anello. L’improvvido
intervento del generale ne consentì la
fuga. Conobbi il generale dalla Chiesa
in quanto me lo presentò il Titta appena
giunto a Milano". E ancora: "Ricordo
(che Titta, ndr) non apprezzava il
generale dalla Chiesa in quanto per
protagonismo avrebbe danneggiato alcune
operazioni dell’Anello".
Il generale dei carabinieri Nicolò
Bozzo, collaboratore di dalla Chiesa, ha
affermato davanti a un magistrato nel
1993 che dalla Chiesa era molto
interessato da una ipotesi di lavoro:
l’esistenza di una struttura segreta
paramilitare, con funzioni organizzative
antinvasione ma che "aveva debordato poi
in azioni illegali e con funzioni di
stabilizzazione del quadro interno".
Dalla Chiesa credeva che questa
struttura poteva aver avuto origine "sin
dal periodo della Resistenza, attraverso
infiltrazioni nelle organizzazioni di
sinistra e attraverso il controllo di
alcune organizzazioni di altra
tendenza". Poteva trattarsi di
Gladio-Stay behind. Ma Gladio nasce nel
1954. L’Anello nasce invece nel 1948.
LE ALLUSIONI DI PECORELLI. Che cosa è
accaduto tra la sera dell’8 maggio 1978
e le prime ore del 9? Pecorelli aveva
una sua ipotesi: "Cossiga era convinto,
crediamo (?), che Moro sarebbe stato
liberato, e forse la mattina che il
presidente è stato ucciso era (...) in
attesa che arrivasse la comunicazione
che Moro era libero. Moro invece è stato
ucciso. In macchina. A questo punto
vogliamo anche noi fare un po’ di
fantapolitica. Le trattative con le Br
ci sarebbero state. Come con i Feddayn.
Qualcuno però non ha mantenuto i patti.
Moro, sempre secondo le trattative
doveva uscire vivo dal covo (al centro
di Roma? Presso un comitato? Presso un
santuario?), i "carabinieri" (?)
avrebbero dovuto riscontrare che Moro
era vivo e lasciar andar via la macchina
rossa. Poi qualcuno avrebbe giocato al
rialzo, una cifra inaccettabile, perché
si voleva comunque l’anticomunista Moro
morto, e le Br avrebbero ucciso il
presidente della Democrazia cristiana in
macchina, al centro di Roma, con tutti i
rischi che una simile operazione
comporta. Ma di questo non parleremo,
perché è una teoria cervellotica campata
in aria. Non diremo che il legionario si
chiama "De" e il macellaio Maurizio".
Il "De" (un modo per alludere e tutelare
tipico di Pecorelli) secondo tutti gli
studiosi del caso Moro è Giustino De
Vuono, un ex legionario, calabrese,
legato alla criminalità organizzata, di
cui non si sa più nulla da anni. De
Vuono venne indicato come uno dei
possibili componenti del commando di Via
Fani nel "volantone" diffuso dal
Viminale subito dopo il 16 di marzo. Per
anni si è favoleggiato sulla presenza
della ’Ndrangheta nel commando che rapì
Moro e uccise i cinque uomini della
scorta. Ci sono state decine di
riferimenti a questa presenza e i
sospetti maggiori hanno riguardato De
Vuono, grande specialista di armi che,
secondo alcuni testimoni, era
effettivamente presente in via Fani.
"De" secondo Pecorelli partecipa alla
uccisione insieme a "Maurizio" (il nome
di battaglia di Mario Moretti). Ma un
uomo dell’Anello, almeno secondo il
nostro testimone Ristuccia, faceva parte
del commando di via Fani: "Il Titta mi
disse che anche nel commando che aveva
operato in via Fani era presente un
calabrese che lavorava per l’Anello
meridionale, ma che era stato più volte
impiegato da lui".
La famiglia Moro, Maria Fida in
particolare, ha il dubbio che Moro sia
stato liberato dalle Br e ucciso da
qualcun altro. Da chi? "L’unica
spiegazione", ha detto l’ex presidente
della Commissione stragi, Giovanni
Pellegrino, in occasione del
venticinquesimo anniversario della morte
del presidente della Dc, "è quella che
aveva pensato Craxi. Cioè che non sono i
carcerieri a decidere l’esecuzione.
L’ordine viene da fuori. E non sono
stati loro neanche gli esecutori
materiali. Entra in campo la complessità
di più trattative che tendono da un lato
alla salvezza di Moro e dall’altro alla
neutralizzazione di quello che aveva
potuto dire alle Br.
La vicenda alla fine precipita perché
queste trattative si ostacolano e fanno
emergere nei custodi finali di Moro
l’idea che la soluzione politicamente
più opportuna fosse la soppressione di
un ostaggio, cioè il Moro vivo, per
poter neutralizzare gli effetti
destabilizzanti del secondo ostaggio,
cioè le cose che Moro aveva detto alle
Br". Oppure, molto più semplicemente, le
Br uccidono Moro per uscire da una
situazione senza sbocchi politici se non
la liberazione, vista la mole di
iniziative che quella mattina del 9
maggio erano in corso. Oppure c’è stata
una cogestione: alla fine, per chi ha
trattato, sia dalla parte delle Br, sia
da quella dello Stato, la soluzione
migliore, la più concreta e realistica
dal punto di vista politico, è la morte
di Moro. Ecco il perché delle tante
incongruenze sulle modalità della morte
e anche sul fatto che fosse stato detto
o no a Moro che il suo destino era
segnato.
Ma c’è stato lo zampino di qualcuno che
ha giocato al rialzo? Giustino De Vuono
è scomparso nel nulla. Resta soltanto
l’estremo messaggio di Carmine Pecorelli,
che fa nascere nuovi interrogativi su
questa storia dell’Anello e su questa
inchiesta che la procura di Roma si
avvia ad archiviare. Pochi giorni prima
di essere assassinato (era il 20 marzo
1979), Pecorelli dedicò al delitto Moro
l’ultimo suo inconfondibile articolo.
Intitolato: Aldo Moro un anno dopo.
Pieno di domande allusive, di sottintesi
e probabilmente di messaggi, sarcastici
e cifrati. Cita il lago della Duchessa,
il falso comunicato Br del 18 aprile
1978, quanto il falsario Toni
Chichiarelli, vicino alle Br e alla
banda della Magliana, stila un falso
documento che dà Moro per "suicidato" e
sepolto nei "fondali limacciosi" di quel
lago. Toni Chichiarelli seguiva da tempo
– ci sono testimoni – il giornalista.
"Chi è stato interrogato nel Palazzo? La
catena ha rivelato in ogni suo anello
l’esistenza di connivenze all’interno
della struttura dello Stato, nel cuore
dello Stato". Un messaggio, un
avvertimento, o una firma. Diventerà
decifrabile poche ore dopo, quando un
colpo di pistola in bocca chiuderà la
vita di Carmine Pecorelli.
Paolo Cucchiarelli |
UTOPIA E BRIGATE ROSSE
Sono in
questo recinto di filo spinato da tanti anni, ho
conosciuto per mia scelta irresponsabile la
violenza della teoria e l'illusione morta della
pratica. Nella mia mente c'è indelebile il
rumore sordo delle nocche infrante sulle labbra,
negli occhi il sangue colato a fiumi.Tanti anni
trascorsi a sopravvivere, tanti giorni in fila
per tre, senza domani,atomizzati dal delirio di
onnipotenza, in miserie vissute a piene mani.Ora
e nuovamente avanzano antichi spettri in
risoluzioni strategiche, pagine scritte di
panico bianco,poi d’improvviso la scia del
sangue nel delitto D'Antona.Mi sono costretto a
riprendere in mano il mio ultimo libro da poco
pubblicato, a sfogliarne lentamente le pagine, a
rileggerne le parti che riguardano il mio pezzo
di carcere vissuto nell'incontro con le Brigate
Rosse. LEGGI >> |
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