
Spagnolo,
a 17
anni
creò il
calciobalilla
per i
ragazzi
vittime
delle
bombe
della
guerra
civile.
Visse da
esule in
Sud
America,
fu anche
ballerino
di tip
tap
Addio
a
Finisterre,
poeta
del
biliardino
in fuga
dal
regime
di
Franco
di
GAIA
GIULIANI

E' morto Alejandro
Finisterre, poeta,
filosofo, editore,
ballerino di tip tap e
fiero oppositore del
regime di Francisco
Franco. Tra i primi
dirottatori aerei della
storia dell'aviazione.
Anche se il suo nome non
passerà alla storia per
tutto questo, ma per
aver inventato il
futbolìn, cioè il
calciobalilla, il
bilardino nella versione
più moderna. Un'idea di
cui parlò sempre poco
perché non ne andava
particolarmente fiero.
Più importante l'impegno
poetico e politico. Ma
anche il metegol,
come dicono in
Argentina,
bordfodbold come si
scrive in danese o
langirt alla turca -
e a voler elencare tutti
i paesi che l'hanno
importato e inserito nei
loro vocabolari c'è di
che annoiarsi - nacque
con uno scopo nobile.
Dalla creatività di un
ragazzino diciassettenne
che rimase ferito da una
delle bombe che
insaguinarono il suo
paese nel corso della
guerra civile spagnola.
Ricoverato in ospedale,
Alejandro si accorse che
la maggior parte dei
suoi compagni di corsia
erano adolescenti come
lui, ma più sfortunati
perché a causa delle
ferite avevano subito
l'amputazione degli arti
inferiori. Mai più corse
nei prati, mai più calci
a un pallone. Un
orizzonte cupo, a cui
cambiare presto tinta.
Appassionato di ping
pong, Finisterre pensò
che se poteva giocare a
una sorta di mini tennis
con racchette e tavolo
verde, lo stesso si
poteva fare con il
calcio.
Ed ecco che grazie a
un carpentiere che
lavorava nell'ospedale,
piccoli giocatori di
legno vennero infilati
in lunghe aste
orizzontali. Poi due
aperture sui lati corti
del piano di compensato
che reggeva tutta la
struttura, circondate da
una piccola rete,
proprio come quella del
futbòl vero.
L'invenzione venne
prontamente registrata
nel 1937 a Barcellona,
anche perché qualcosa di
analogo già esisteva a
opera del tedesco Broto
Wachter, che ne aveva
realizzato una versione
più semplice sei anni
prima, a cui mancavano
però le sagome dei
calciatori. Grande
successo, altrettanta la
sfortuna.
Finita la guerra e
insediato il regime di
Franco, Finisterre
scappa verso la Francia
attraversando
clandestinamente i
Pirenei. Una pioggia
torrenziale, e il
prezioso plico che
documenta la sua
creazione diventa una
pappa inutilizzabile di
cellulosa. La parentesi
del biliardino per lui
finirà qui, con la sola
eccezione di una partita
giocata con Ernesto Che
Guevara, almeno così
riportano succintamente
i biografi. Quello che
viene dopo costituirà il
vero nucleo della sua
lunga esistenza durata
87 anni. Dopo un breve
rientro in patria che
gli permetterà di
laurearsi in filosofia,
Alejandro soggiornerà
prima in Francia e poi
in Ecuador, Guatemala e
Messico, dove incontrerà
l'uomo a cui dedicherà
una devozione che finirà
solo con la morte, il
poeta spagnolo - altro
esule a causa del regime
- Leòn Felipe.
Per lui, e molti
connazionali letterati
fuggiti in Sud America,
si improvviserà editore
pubblicando le loro
opere oltreoceano e in
Spagna dopo la morte del
"generalissimo"
aiutandoli a passare
alla storia. Finisterre
è un uomo esperto
nell'arte di
arrangiarsi: uno dei
dieci figli di un
radiotelegrafista poi
divenuto ciabattino, per
mantenersi lavorò come
muratore, imbianchino e
anche ballerino di tip
tap, riuscendo a farsi
scritturare in una delle
compagnie più in vista
del suo paese. La
capacità di sviluppare
soluzioni argute nei
momenti di difficoltà
gli servirà anche quando
verrà coinvolto nel
colpo di stato del '54
in Guatemala orchestrato
dalla Cia.
Corriere di documenti
riservati di una delle
nazioni che
riconoscevano la
repubblica franchista,
verrà rapito da agenti
spagnoli e imbarcato su
un aereo diretto a
Madrid. A bordo
l'illuminazione: preso
il sapone della
toilette, lo avvolge
nella carta stagnola
fingendolo un'arma e
costringendo il pilota a
sbarcarlo a Panama.
Finisterre, che poi si
chiamava Alejandro
Campos Ramìrez -
Fisterra era la sua
città d'origine che
adottò come cognome -
non ha mai concesso
volentieri interviste a
causa di una timidezza
quasi patologica e
altrettanto leggendaria
della sua vita
avventurosa. Per gli
ultimi giorni della sua
lunga esistenza scelse
Zamora, la città in cui
era nato il poeta Leòn
Felipe, approdando in
ritardo tra i necrologi
della stampa che danno
notizia della sua morte
a distanza di diverse
settimane. La data sulla
lapide è 8 febbraio, ma
c'è chi ha scritto il 9
stampando la notizia il
16, o 8 uscendo il 13
nel caso di El Paìs
o di nuovo il 9 come il
Guardian che l'ha
pubblicata il 24. Lui
probabilmente avrebbe
apprezzato la varietà
delle interpretazioni.
(4
marzo 2007)
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