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Come dice lui stesso
nell'introduzione alla sua autobiografia, La libertà nell'esilio
(Sperling & Kupfer, 1998), il Dalai Lama è considerato in
modi diversi da gente diversa. Per i buddhisti tantrici, è la
reincarnazione di Avalokiteshvara, il Bodhisattva della Compassione.
Per i tibetani, è il loro quattordicesimo e divino re. Per i cinesi,
è un monarca feudale dal quale essi hanno liberato il Tibet. Per il
resto del mondo, è il Premio Nobel per la pace del 1989. Per Tentzin
Gyatso, il suo nome al secolo, è «semplicemente un essere umano,
incidentalmente tibetano, che ha scelto di essere un monaco
buddhista».
Quest'essere
multiforme è divenuto in Occidente il simbolo del cammino non
violento verso due liberazioni: quella politica del Tibet, e quella
spirituale del buddhismo. Ci sono però anche aspetti meno noti della
personalità del Dalai Lama: ad esempio, il suo interesse per la
scienza, che non gli fa perdere occasione per confrontarsi con gli
scienziati sul loro terreno. Abbiamo approfittato proprio di questo
suo interesse per intervistarlo.
Santità, da
una quindicina d'anni lei si incontra regolarmente con gli
scienziati. Come mai?
«Le visioni della
scienza sono molto utili per i buddhisti. E, allo stesso tempo, la
concezione buddhista della realtà può offrire agli scienziati un
nuovo punto di vista da cui osservare le cose».
Vogliamo fare
qualche esempio concreto, partendo dalla fisica?
«Il buddhismo tibetano si interessa di come si è formato l'universo,
della sua evoluzione, della sua dissoluzione. Secondo alcuni nostri
testi, l'universo ha avuto origine da particelle di spazio. Come
vede, ci sono punti di contatto con la teoria del Big Bang. Noi
pensiamo anche che un oggetto sia costituito, in ultima analisi, di
particelle sottili piccolissime. Qui c'è un comune campo d'indagine
con la fisica quantistica, che si interessa anch'essa della sostanza
più sottile»
.
E per quanto
riguarda la neurobiologia?
«Il buddhismo offre una gran quantità di spiegazioni sulla mente, le
emozioni, i pensieri, e sui diversi modi di modificarli e
trasformarli. Il tantrismo ha sviluppato vari esercizi e tecniche di
meditazione, che permettono di influenzare il corpo attraverso la
mente».
Quale sarebbe
lo scopo della meditazione?
«Attraverso la meditazione si può accrescere il livello di
percezione della mente, e arrivare a capire fenomeni che solitamente
non si possono percepire. Si perviene a quella che noi chiamiamo
"mente sottile", che permette di vedere meglio le cose».
E che
relazione c'è tra mente e materia?
«La scuola buddhista chiamata Mind only, solo mente, insegna che
tutto è solo una sorta di creazione della mente. Ma c'è un'altra
scuola, chiamata Madhyamika, che ritiene che ci sia una realtà
esterna, indipendente dalla mente. Noi tibetani pensiamo che questa
scuola sia più profonda».
Perché?
«Il nostro metro di giudizio è l'indagine, l'investigazione. Alcune
spiegazioni della scuola Mind only appaiono molto belle, ma se le si
analizzano a fondo portano a delle contraddizioni».
In altre
parole, il metro di giudizio è la logica.
«Certo. Se io guardo qualcosa e non vedo bene il colore, cerco di
osservarla con più luce. Poi chiedo ad altri di che colore sia. Se
tutti mi dicono che è bianca, e io credevo fosse grigia, mi accorgo
di aver sbagliato. Se invece la mia percezione concorda con quella
altrui, viene convalidata. A volte, però, non possiamo basarci solo
sulle percezioni dirette. Ad esempio, supponiamo che io le dica che
ho qualcosa in tasca. Lei non può saperlo, deve fidarsi di me. Per
capire se le mento o no, deve analizzare ciò che le dico e vedere se
ci sono contraddizioni. Se non ne trova, può concludere che non ho
motivi per mentirle, e mi crede».
La verità
come assenza di contraddizioni: certo mi suona familiare! Che tipo
di logica seguono i buddhisti tibetani?
«La logica indiana di Dignaga e Dharmakirti. Tutta la tradizione
buddhista passa per l'India. E quella tibetana si fonda più sui
testi sanscriti che su quelli pali. Le regole monastiche si derivano
dai testi pali, specialmente il Vinaya. Ma tutto il resto, compresa
la logica, deriva dai testi sanscriti. Dico sempre che il miglior
buddhismo è quello della tradizione Nalanda, alla quale
appartenevano non solo Dignaga e Dharmakirti, ma anche Nagarjuna».
Chi conosce
Nagarjuna in Occidente trova molte somiglianze tra il suo pensiero e
il decostruzionismo.
«L'idea è che tutti i fenomeni, sia quelli interni come il dolore,
che quelli esterni come il colore, sembrano avere un'esistenza
assoluta e indipendente. Se però andiamo ad analizzare a fondo, ci
accorgiamo che non è così. Il che non significa negare l'esistenza.
Le cose ci sono, ma hanno soltanto un'esistenza relativa e
interdipendente».
Come nella
matematica. Mi sembra che ci siano vari punti di contatto fra la
logica buddhista e la logica matematica. Dovremmo approfondire il
discorso, un giorno.
«Sarebbe molto utile fare uno studio comparato. In Oriente,
nell'antichità, si facevano spesso questi studi comparati nel campo
della logica. Paragonare la logica indiana antica, compresa quella
buddhista, e la logica occidentale moderna sarebbe davvero molto
interessante».
Speriamo di
poterlo fare. Se non in questa vita, nella prossima. Anche se in
questa sarebbe meglio.
«In questa
vita dobbiamo prepararci al lavoro da fare nella prossima
reincarnazione. Ci prepariamo, e poi si comincia!»
proposito, le
piacerebbe reincarnarsi in un computer, ora che l'Intelligenza
Artificiale ritiene che le macchine possano avere una coscienza?
«Non mi sembra possibile, con i computer di oggi. Nel futuro,
chissà. Se si creano le condizioni per avere le basi di una mente,
allora sarebbe possibile. Ah, ah!».
Visto che lei
viaggia molto, io le consiglierei di reincarnarsi in un computer
portatile. Sarebbe più facile portarla in giro...
«Questo non mi piacerebbe. Non ci sarebbe nessuna libertà, nessuna
indipendenza. Il mio segretario mi trasporterebbe, e gli dovrei
sempre andare appresso. No, nessuna libertà!». |