|
TORNA A SPLENDERE LA “DEPOSIZIONE” DI RAFFAELLO
La
“divinissima opera” restituita all'ammirazione del mondo
Riemergono lo
splendore degli incarnati, la rapsodia delle pieghe delle
vesti, la ricchezza delle cromie e della vegetazione, il
dinamismo della composizione drammatica. Ma il restauro
della «Deposizione» di Raffaello, custodita alla Galleria
Borghese, non si limita a restituire la «divinissima opera»
all'ammirazione del mondo, bensì riapre gli studi sull'arte
del genio urbinate. Presentato alla stampa dal
soprintendente del Polo museale romano, Claudio Strinati,
dalla direttrice dell'intervento Kristina Herrmann Fiore e
dalla restauratrice Paola Tollo, il restauro è stato
finanziato con 40 mila euro da Jaguar Italia ed è durato un
anno. Il risultato, ha detto Strinati, «è radioso, magnifico
e dà conto della grandezza dell'opera, aureolata dalla fama
per la sua intrinseca bellezza». L'alterazione delle vernici
protettive usate nel precedente restauro dell'Icr,
conclusosi nel 1972, aveva compromesso l'intera leggibilità
del dipinto. Secondo lo studioso, la vita di Raffaello è
infatti simbolicamente marcata dalla figura del Cristo, con
la quale, allo stesso modo di Durer, si identificò.
«Entrambi - ha detto Strinati - si autoinvestirono del
compito di salvatori e redentori dell'arte, come dimostrano
anche gli autoritratti dell'età matura» e i passaggi
dall'adolescenza (artistica) alla pienezza della maturità e
quindi alla morte, nel caso di Raffaello sono segnati da
opere ispirate a Cristo». La prima è appunto la
«Deposizione», o meglio «Il trasporto di Cristo alla tomba»,
che Raffaello, quando era a Perugia, dipinse, intorno al
1500, su commissione di Atlanta Baglione, vedova di Grifone,
per commemorare anche la tragica morte del figlio Grifonetto
in una congiura da lui ordita. La pala, su tavole di pioppo,
fu collocata nella cappella gentilizia dei Baglioni nella
chiesa di San Francesco in Prato, da dove fu rimossa un
secolo dopo dal cardinale Scipione Borghese che la portò a
Roma. È certamente un'opera autobiografica, sostiene
Strinati, l'unica della cultura umanista nelle arti visive.
Il sentimento che si esprime dalle cromie e dalla
composizione scaturisce dal vissuto di Raffaello, dal tema
della morte e della resurrezione, del perenne finire e
ricominciare dell'arte.Il restauro ha comportato il
riconsolidamento della struttura portante delle sei tavole
di pioppo, la ripulitura delle vernici ossidate, che avevano
tolto leggibilità all'opera. Così sono riapparsi i magnifici
colori delle vesti, degli incarnati (sorprendente la
differenza tra il pallore di Cristo morto, di Maria svenuta
e il rosato degli altri personaggi intorno), il gioco dei
particolari che ridanno unità della composizione
(l'impalpabile velo con cui Maria Maddalena sostiene la mano
del Cristo).
|