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NEWS!
SALUTE: CIOCCOLATO
CALDO ABBASSA LA PRESSIONE
SIMBOLI E PATOLOGIE DEL CIBO
MANGIARE LENTAMENTE E CON...L'UDITO
GIORNATA
MONDIALE DELLA
PASTA
C'E' UN INTRUSO NEL PIATTO
NEI PAESI INDUSTRIALIZZATI LE PERSONE MANGIANO TRA I 6 E 7 CHILI DI
ADDITIVI OGNI ANNO
MARMELLATE: MEGLIO QUELLE
EXTRA
ALIMENTI E COLORANTI
PREZZI: RADDOPPIATI IN 10 ANNI PER
RISTORANTI, TRATTORIE E PIZZERIE
Parliamo con Martino di
gastronomia
SIMBOLI E PATOLOGIE DEL CIBO
di Ivano
Spano
Università di Padova
Il
mangiare è un fare sacro (sacrum facere – sacrificio), un do
ut des che si stabilisce tra la sfera degli uomini e quella degli
dei.
Ciò vuol dire che per ogni uomo l’atto del mangiare non si esaurisce
nella semplice soddisfazione di un bisogno biologico.
Si
sa, ad esempio, che il cibo, la sua preparazione e l’atto del nutrirsi
hanno assunto valenze religiose molto forti nella tradizione dell’India
e tale tradizione difficilmente può essere
scalfita.
Afferma Delenay (Il modello Indù) “L’India include tutto ciò che
concerne il pasto nella sfera del religioso, ma di una religione che non
divide il mondo, la società e il tempo in sacro e profano… (Se) Per noi
un alimento è materia inerte, un prodotto di consumo, per l’indù, il
cibo possiede una certa forma di vita che egli trasformerà assorbendolo,
ma egli stesso non è altro che questa vita trasformata… L’uomo è un
crogiolo dove il cibo, figlio del sole, si tramuta in gioia perfetta:
l’umile fornello sul suolo puro della cucina è il punto di partenza di
questa alchimia cosmica, e si avvicina quindi all’altare delle Divinità
familiari. La cucina diventa cappella e luogo privilegiato della
preghiera…” (Avallon, L’uomo e il sacro. A tavola con gli dei) .
All’opposto di questa tensione, di questa visione che la Rivista
Avallon- L’uomo e il sacro, in una sua monografia ha colto nella frase
espressiva, vi sono le immagini offerte da Alan Watts nella sua opera “Assassinio
in cucina” che mette sotto accusa la civiltà occidentale e, in
particolare, la cultura americana, che hanno atrofizzato quel centro
vitale che è la cucina, perdendo il gusto del nutrimento e il piacere
sacro del prepararlo.
La
cucina, spesso angolo angusto della casa “assomiglia più a un bagno” a
un laboratorio: bianca, fredda, brutta anche se magari luccicante e
aggressivamente pulita.
Si
sta forse imponendo una sorta di nuova religione, asettica, fondata
sull’igiene e la dietetica, verosimilmente metafora inconscia di una
nuova forma di esorcismo : allontanare il mondo oscuro della malattia e
della morte in un mondo totalmente anestetizzato.
E
far regnare sulla tavola un mondo vergine e inoffensivo, un mondo sul
quale regna un nuovo dio: quella della salute, della dietetica, della
norma alimentare conservata, riprodotta.
Le
cucine di campagna, rudimentali non tecnologiche ma spaziose e
funzionali anche per poter cuocere la marmellata, fare la polenta nel
paiolo, cambiare un neonato, rammendare, trovarsi intorno al fuoco (al
focolare) per dialogare e raccontarsi dei fatti quotidiani e della vita
recuperando la memoria, sono realtà in estinzione o beni esclusivi.
Non
a caso sui diversi cartelloni della agenzie immobiliari fa specie quando
la cucina è indicata come “abitabile”.
La cucina diviene luogo neutro di passaggio, il cibo è
prodotto della catena commerciale, segno sottratto alla polisemia del
simbolo, che si scambia, che equivale a un altro segno-misura in grammi
del peso corporeo.
In
cucina manca anche il fuoco sostituito da piastre termiche tecnologiche
o da fuochi che richiamano poco più dell’immagine
della fiamma bunsen del
laboratorio.
Ma
è nella magia della fiamma che si rivela, ad un tempo, il gioco
complesso del calore e della metamorfosi.
I
francesi dicono « Il fait bon et chaud” e “ Il sent bon e
chaud » : « C’è un buon teporino » in cucina, così come « c’è
un buon odorino”.
La
cucina è fucina in cui con il calore si trasformano le cose.
Tra
il crudo e il cotto, direbbe Levi-Strauss (Il crudo e il cotto),
la distanza è alchemica,
la trasformazione è di natura in cultura.
La
cucina, luogo misterioso, luogo magico del fuoco, caldo e odoroso, dove
sarebbe bello ritrovarsi, luogo di metamorfosi sottratto agli dei in cui
si plasmano tante materie ri-creandole: una sorta di ventre della casa
che forse rimanda al ventre materno dalle cui alchimie nasce la vita.
La
cucina, invece oggi, luogo di transito, fast food in miniatura, che
assomiglia sempre più a quelli che Marc Augè (Non luoghi) ha
definito non luoghi dove non si incontrano diverse identità ed
esperienze ma si definisce astrattamente una identità condivisa : in
questo caso quella di consumatori. Non a caso l’antropologo Renè
Girard nel suo saggio “Il
risentimento. Lo scacco del desideri nell’uomo contemporaneo” vede
nei disturbi alimentari l’espressione di un “desiderio mimetico” che si
risolve nella coincidenza tra l’immaginario individuale e l’immaginario
collettivo.
“Sono
come tu mi vuoi” ovvero il mangiare troppo o il non mangiare
espressioni di una libertà radicale che è sinonimo di schiavitù nei
confronti dell’opinione altrui.
Girard racconta come in uno show sulla NBC
viene rappresentata una scena dove, al termine di un pranzo in un
ristorante newyorchese, una giovane donna si reca in bagno per vomitare
il gran piatto di spaghetti che ha appena finito di mangiare e lo
annuncia al suo commensale con la stessa pacatezza e naturalezza con
cui, in altri tempi, avrebbe potuto dire “vado a mettermi un po’ di
rossetto”.
Passando da una stanza all’altra
si cambia personaggio, mascherando il corpo ed esibendo
lo spirito.
Paragonati alla giovane donna dello show newyorchese i romani decadenti
erano degli innocenti sensualisti:
anch’essi mangiavano e vomitavano per poter mangiare di nuovo, ma lo
facevano per se stessi e per nessun altro.
La
nostra moderna bulimica
mangia per se stessa ma vomita per gli altri; dice Girard “per
tutte quelle donne che si osservano il punto vita “.
Il
desiderio mimetico punta alla ineffabile leggerezza dell’essere, di un
essere che è sempre davanti ai nostri occhi ma che non siamo noi.
L’alimentazione ha perso la propria innocenza divenendo un autentico
geroglifico sociale che richiede di essere decifrato e capito.
L’innocenza perduta è quella del vagheggiamento di
Montagne, sorpreso e rapito dal gusto appagante del papone
(melone), dono sublime della natura, scoperto nei suoi
viaggi in Italia alla ricerca del piacere di ciò che non può far male.
E’
il desiderio di poter godere della natura o dei suoi prodotti senza
consumarsi nella fatica estenuante, fuori dalle preoccupazioni che la
natura possa tradire il lavoro dell’uomo.
Ma, questo ci richiama al desiderio di Adamo di mangiare
dall’albero dell’ eternità. All’inizio Dio proibisce ad Adamo di
mangiare dall’albero della scienza del bene e del male, non dall’albero
della vita. Lasciando che mangi dall’albero della vita concede alla
polvere di diventare umanità eterna.
Ma,
altro è essere eterni con il consenso di Dio, altro è esserlo contro la
volontà di Dio, cioè dopo aver mangiato il frutto (dell’albero del bene
e del male) che Dio stesso ha proibito.
La
cacciata di Adamo dal Paradiso Terrestre ha una potenza chiarificante
ineguagliabile: Dio mandò fuori Adamo dal Paradiso di delizia affinché
lavorasse la terra dalla quale proveniva.
La
perdita di questa purezza fu, allora, necessaria per superare
l’incertezza e, a volte, il terrore, che ha sempre accompagnato il
lavoro della terra. E’ l’indeterminazione di questo gesto, la non
certezza dei raccolti della terra che ha lasciato ampio margine alla
possibilità di attribuire i risultati stessi dei raccolti a spiriti e
divinità.
Se
oggi, questa incertezza si è drasticamente ridotta, almeno per una
grossa parte della popolazione o, comunque è aumentato il grado della
sua prevedibilità, in passato comportava una unificazione degli sforzi,
un impegno collettivo vieppiù organizzato, elementi unificanti
dell’identità collettiva.
In
definitiva, la fame ha insegnato ai popoli sia il senso della comunione
sia quello della rivoluzione.
ALLA RICERCA DELL’ENERGIA VITALE
La
fame è la prima motivazione che spinge la specie umana e animale verso
l’ambiente, è il sintomo che evidenzia l’esaurirsi dell’energia e il
bisogno di ripristinarla, quando si è più o meno consapevoli
dell’affievolirsi della vita:
La
sensazione di fame propone il tema dell’esistenza come lotta continua
per la vita contro la possibilità concreta di non poter più esistere
(infatti l’individuo affamato va alla ricerca del cibo che gli permette
di accrescere l’energia vitale di cui ha bisogno).
Se
la fame richiama la morte, allora il pasto diviene una fonte di energia
che allontana il decesso del soggetto e, come nucleo energetico, il cibo
garantisce la presenza dell’individuo nel mondo.
L’uomo partecipa quindi alle trasformazioni dell’energia universale.
Egli si nutre di alimenti, acquista energia, che si tramuta e viene
restituita sotto altra forma all’universo, questo processo rientra nella
logica della natura che prevede la perenne trasformazione delle sue
forme.
Al
di là del valore nutritivo, il cibo si riveste di una valenza profonda
che coinvolge l’individuo, il suo “esser al mondo”, e il suo
“appartenere all’universo” in evoluzione.
L’uomo nell’atto di mangiare conosce ed esiste, si nutre dell’universo
ed è a sua volta compreso in esso.
In
questo ciclo energetico ogni individuo diviene forza vitale per gli
altri e viene assorbito dalla natura.
L’INCORPORAZIONE DEGLI ASPETTI SIMBOLICI DEL CIBO
Da
un punto di vista biologico il mangiare consente all’individuo e alla
sua specie di esistere, crescere, svilupparsi ed evolvere.
L’atto di mangiare è tra i più vitali ed intimi. In latino intimus è il
superlativo di interior.
Gli
alimenti incorporati accedono alla base dell’interiorità e ciò che
mangiamo diventa noi. Il cibo varcando la barriera orale, il confine tra
mondo esterno e il nostro corpo, si introduce in noi e diventa nostra
intima sostanza.
Introdurre un alimento significa, su un piano reale come pure su un
piano immaginario, incorporare tutto o in parte le sue proprietà. Esso
modifica dall’interno la stato dell’organismo, la sua natura e la sua
identità.
Alcune popolazioni primitive, ad esempio, si rifiutano di mangiare la
carne di lepre o di istrice per paura di perdere il coraggio, o di
immobilizzarsi di fronte a un pericolo.
Il
cannibalismo rappresenta invece il tentativo di appropriarsi di una o
più caratteristiche della vittima, o di far vivere attraverso di sé il
corpo divorato.
Tutto questo lo si ritrova anche nella nostra cultura popolare, dove il
vino “fa buon sangue”, la carne rossa al sangue infonde vigore, per non
parlare dei numerosi cibi definiti afrodisiaci (Fischler C., 1992) .
L’
alimentazione è in fondo il “cordone ombelicale” che più saldamente ci
lega alla materia e ai condizionamenti quotidiani, essa permette il
trasferimento analogico al soggetto di alcuni caratteri del cibo
mediante la loro incorporazione (Magnano S., 1992) .
IL SISTEMA CULINARIO: UN LEGAME TRA L’INDIVIDUO E LA
COLLETTIVITA’
L’alimentazione svolge la funzione di legame tra l’individuo e il suo
ambiente, rinforza l’appartenenza ad un certo gruppo sociale, è
portatrice di senso, testimone di valori morali che caratterizzano e
differenziano il soggetto e il suo gruppo.
L’incorporazione per C. Fischler (1992) è infatti la fondatrice
dell’identità collettiva e, insieme, dell’alterità.
Vi
sono molti esempi che dimostrano che le diverse popolazioni vengono
anche definite in base alla loro cucina.
Noi
italiani siamo associati alla pizza e agli spaghetti, i francesi alle
rane, i tedeschi ai crauti e alle patate fritte, gli inglesi al rosbif,
gli americani agli hamburger…
All’interno di una stessa cultura, il tipo di cibo assunto rappresenta
le posizioni della scala gerarchica ( i legumi sono gli alimenti
considerati poveri legati alle classi sociali meno abbienti). In una
nazione le diverse zone sono associate all’alimentazione della gente che
le occupano ( il nord Italia è popolato dai “polentoni”) , i diversi
alimenti permessi o vietati sono legati alle diverse religioni ( ad
esempio la carne di maiale è proibita nella religione mussulmana) .
Chi
mangia oltre ad incorporare le proprietà del cibo, viene incorporato a
sua volta nel sistema culinario e quindi nel gruppo che lo pratica.
Si
può andare oltre: ad un sistema culinario corrisponde una visione del
mondo, una cosmologia.
L’uomo che mangia, assume in sé una cultura ed è assunto da questa,
inoltre, la cultura gli trasmette delle categorie mentali che gli
permettono di conoscere e interpretare la realtà e la vita secondo la
visione del mondo di quella stessa cultura .
L’
alimentazione si pone quindi nella dimensione che va dall’individuale al
collettivo, dalla funzione nutritiva a quella simbolica, dallo
psicologico al sociale .
La
partecipazione ad un sistema culinario consente il legame tra io e
mondo, tra microcosmo e macrocosmo.
IL PERICOLO DELL’INCORPORAZIONE
L’incorporazione risponde ai bisogni vitali, ma suscita ansia e
angoscia profonda collegate all’ incorporazione dell’oggetto cattivo che
può provocare gravi problemi esistenziali .
C.
Fischler (1992) scrive: “…sono la vita e la salute stesse del
soggetto che mangia a essere in gioco tutte le volte che prende la
decisione d’incorporare. Ma lo è anche il suo posto nell’universo, la
sua essenza e la sua natura, in breve la sua identità, l’oggetto
intempestivamente incorporato può contaminarlo surrettiziamente e dal di
dentro, possederlo, cioè in realtà privarlo del possesso di sé” .
L’alimentazione quindi è sì il dominio dell’appetito e del desiderio
gratificati, ma anche della diffidenza, dell’ incertezza e dell’ ansia.
IL
PARADOSSO DELL’ONNIVORO
L’
uomo è una creatura onnivora, e come tale è portatore di autonomia,
libertà, ricerca e adattamento, infatti ha la possibilità di vivere
mangiando svariati alimenti e di adattarsi ai cambiamenti ambientali.
A
questa libertà si associa la dipendenza alla varietà, cioè il soggetto
non sa trarre tutte le sostanze nutritive da un unico cibo come un
“mangiatore specializzato”, ad esempio il koala trae il suo
sostentamento dalla sola foglia di un tipo di eucalipto australiano.
L’uomo necessita invece di un minimo di varietà per soddisfare i suoi
bisogni di protidi, glucidi, vitamine, sali minerali…
Il
paradosso dell’ onnivoro prevede la compresenza della necessità di
ricercare ed esplorare nuovi alimenti, poiché il suo organismo necessita
di un’alimentazione diversificata; dall’altro egli deve dimostrare
prudenza e diffidenza di fronte ai cibi a lui sconosciuti che possono
essere potenzialmente pericoloso .
Si
tratta di un conflitto tra neofilia e neofobia, le quali risultano
occupare posizioni di pari importanza nell’ esistenza .
Si
realizza una doppia costrizione tra il familiare e l’ ignoto, la
sicurezza e la varietà .Si crea così, nel rapporto uomo-cibo, una forte
ansia derivante sia dalla diffidenza verso il nuovo, tendendo di
conseguenza al conservatorismo, sia dalla necessità di esplorare ed
ampliare gli orizzonti del possibile .
Il
sistema culturale risolve questo problema definendo le norme e le regole
del sistema culinario.
“
L’ alimento costruisce l’uomo e lo situa nel mondo; ma è lui stesso
costruito e situato dall’uomo” (C.Fischler, 1981, presentazione a “Atti
alimentari e atti culinari, DSE, Bologna).
Nella modernità J.J. Rousseau, incline come dice Eleonora Fiorani, ai
latticini e ai cibi semplici aveva già denunciato nel “Contratto
sociale” il furore cannibalico dell’ uomo occidentale chiedendosi “Come
si possono avere idee umanitarie se si è carnivori?” .
Bisogna aver allontanato e perduto l’ animale fratello e rotto la fitta
rete di connivenze e di complicità originarie per farne oggetto di
nutrimento di massa.
Di
fatto, l’antropocentrismo, ponendo l’uomo al centro del mondo ha
coltivato l’imperialismo dell’ io e la sua rigidità, perdendo
quell’anima della foresta e della savana, il nostro alter ego animale,
istituendo la distanza tra le piante, l’animale e l’ uomo, istaurando il
suo dominio e il suo controllo, riducendo le altre dimensioni della vita
a cose.
Ma,
parafrasando Burkard si potrebbe dire: ora che si celebrano gli
individui al posto degli dei, l’individuo tende a scomparire.
Così l’ umanità totalitaria di questo sistema fa passare immediatamente
per significativa l’ eliminazione della differenza. Essa aspira a
livellare: un’ utopia di completa polverizzazione dei rapporti sociali e
un’intercambiabilità degli individui.
L’universalizzazione
dell’alienazione non la sua abolizione è la sua meta inconscia: promette
come liberazione una eguaglianza di dominio.
Come afferma Musil (L’uomo senza qualità) “oggi la
responsabilità ha il suo punto di gravità non più nell’ uomo ma nella
concatenazione delle cose. Non si è notato come le esperienze si siano
rese indipendenti dall’ uomo?…E’ sorto un mondo di qualità senza colui
che la vive, e si può quasi immaginare che al limite l’ uomo non potrà
più vivere nessuna esperienza privata”.
Ciò
si produce facendo apparire i rapporti umani e sociali come rapporti
naturali, dati, come immutabili rapporti tra cose.
Questo corrisponde in definitiva al concetto di reificazione: fare di
qualsiasi realtà una cosa. Ma come afferma Marx: “ogni reificazione è
un dimenticare”.
Ora, in questo mondo di cose sempre più sofisticate, quasi ad animarsi
in questo mondo di rapporti deificati-cosificati, quasi a mortificarsi
sembra che non si sappia più chi è il soggetto e chi è l’ oggetto.
E’
forse in questo equivoco che si iscrive inevitabilmente l’equivoco del
nutrimento.
“Procuratevi
non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna”,
afferma il Vangelo di Giovanni (6/27).
Allora, lo scopo del nutrimento per l’uomo è quello di conservare e
accrescere ciò di cui si sostanzia la vita: la conoscenza, che l’ uomo
crea traendola dalla sua esistenza, dalla sua esperienza.
Allora, ogni uomo non può che nutrirsi del suo nutrire l’ intero corpo
dell’ umanità, attraverso la propria attività conoscitiva-creativa.
Che
questa attività umana sia essenziale per lo sviluppo di tutta la storia
è, senza dubbio, certo. Ciò che è meno visibile in questa dinamica
evolutiva-trasformativa è il ruolo del soggetto donna. Per la donna la
storia non c’è stata, ovvero la donna non è mai apparsa sulla scena
della storia come soggetto attivo.
Esterna, per lo più, alla produzione della cultura, alla donna è rimasto
il campo della natura, della riproduzione biologica della vita.
L’
attività della donna come nutrice non va al di là di quella biologica
essenziale alla sopravvivenza materiale: così ella, nel nutrire offre
anche se stessa come nutrimento naturale.
Con
questa sua funzione media, amministra anche il nutrimento culturale -
spirituale prodotto dall’ uomo.
Ma,
nel mente la nutrizione sul piano biologico ha un limite nell’ ordine
metabolico di un singolo organismo umano , il nutrimento
spirituale-culturale non ha limite. Così, quando è lo spirito che si
nutre la fame si fa illimitata.
Anche per la donna come soggetto umano, può succedere di avere fame di
spirito. Ma per saziare questa fame illimitata ha a disposizione,
conosce, ha esperienza di un cibo che, viceversa, richiede un limite di
assunzione.
All’ interno del conflitto che si instaura tra natura e cultura, nella
difficoltà di infrangere il tabù dell’ ordine sociale costituito che la
relega nel mondo della natura, la donna ricorre all’ espediente, anche
se doloroso, di rimuovere il conflitto della sua coscienza per
esprimerlo con quel comportamento ambivalente che è la nevrosi.
Questa nevrosi allude alla necessità di portare alla conseguenze estreme
la coerenza a un modello di comportamento che si deve superare per
dimostrare l’ incompatibilità di esso con il proseguire della vita.
Quando alla donna, allora, appare la consapevolezza del non
riconoscimento sociale della propria identità umana a lei non resta che
uscire da ogni forma adeguata alla vita, come prova la problematicità
dell’ assunzione di cibo illimitata.
La
bulimia, infatti, nell’impossibilità di saziare la fame illimitata del
suo spirito trapassa nell’ insaziabilità illimitata di cibo.
Il
vomito non è che l’ espressione di un limite fisico a questa assunzione
di cibo illimitata che porterebbe alla morte e, quindi, è la modalità
della sua riproduzione.
Afferma Silvia Montefoschi (L’equivoco del nutrimento, La gola,
novembre 19839: “Non che la donna equivochi a tal punto da scambiare la
minestra per Platone, che anzi questo suo equivocare fino al paradosso
vuole piuttosto denunciare l’equivoco che, per lo più, si tende a tener
nascosto”.
Nell’ anoressia si assiste, invece, al rifiuto radicale di cibo. Qui, la
tensione verso lo spirito, verso una conoscenza trasformativi-universale
non vuole essere camuffata ma dimostrata nella sua impotenza a farsi
atto.
Se
alla donna è negata la capacità riflessiva base dalla dinamica
trasformativi di natura in cultura, di vita in conoscenza della vita, di
trascendimento dalla materia nello spirito, altro non resta, se vuole
accedere alla dimensione conoscitiva - spirituale, specificatamente
umana, che negare la dimensione materiale.
L’anoressica è costretta a rifiutare l’assunzione, anche minima, di cibo
come sostanza aliena (altra) alla sua vera essenza, di cui teme
l’invasione incontrollabile e il pericolo di dissolversi in essa.
Alieno, per lei, non è solo il bisogno di alimento che non saprebbe
controllare ma qualsiasi pulsione vitale che non sapendo mediare
potrebbe travolgere in lei la tensione spirituale, la presenza del
soggetto.
Per
salvare quest’ultimo, all’anoressica, non resta che distruggere
metodicamente l’oggettualità della vita, la quale, contraddittoriamente,
rappresenta la minaccia costante alla libertà soggettiva ma, ad un
tempo, anche la radice dell’esserci del soggetto.
Ecco come il filosofo Gustav Thibon dice di Simone Weil: “Il suo io
era come una parola che forse lei era riuscita a cancellare, ma che
restava sottolineata”.
Il
corpo, ostacolo che l’individuo impone a se stesso non superandosi, può
divenire infatti veicolo nel mondo, mediante la trascendenza.
Trascendenza che l’anoressica persegue e si nega svolgendo il suo
percorso interiore lungo una elisse dove il corpo veicolo primo di
trasporto, è anche primo obiettivo di questa guerra alla materia.
L’immaginario corporeo dell’anoressica assume, in tal modo, gli
inquietanti rilievi di una duplicità che coincide con l’ ambivalenza del
progetto in atto.
Sostiene Umberto Galimberti (Il corpo) “La differenza fra salute
e l’alienazione mentale è proprio e solamente in questo diverso modo di
vivere il proprio corpo”.
L’anoressica, infatti, si disputa con il mondo il corpo, oggetto scettro
del proprio potere, feticcio minacciosamente ostentato ad ogni tentativo
del mondo di interferire con il suo progetto.
L’anoressica si nega la fame per negarsi il mondo, in una controversa
diatriba che dovrebbe condurla a conservarlo per sempre.
Ciò
che l’anoressica concretizza utilizzando il corpo, sembra quindi,
rappresentare il suo caratteristico modo indiretto di dare notizia di
sé, sia con le parole, sia con i gesti e gli atteggiamenti che,
attraverso le stravolte vicissitudini dei suoi arti, dei suoi organi,
delle sue parti corporee, vissute come entità a se stanti, ma pur sempre
legate al sé dal filo dell’angoscia.
L’onnipotenza con cui viene realizzata questa lotta che disgrega e
annienta, questa profonda auto-distruttività, fa si che l’unico rapporto
che le anoressiche riescono a conservare con loro stesse, consista nel
“sentirsi divise e sdoppiate in anima e corpo”, realizzando una modalità
di esistenza in autentica, attraverso la costituzione di ciò che Ronald
Laing (L’io diviso)ha definito “sistema del falso-io”.
Il
sistema del falso-io, scrive infatti Laing, esiste come complemento di
un io “interiore”, che è occupato a conservare la sua identità e la sua
libertà mediante la trascendenza, mediante l’essere incorporeo, e che
pertanto non può mai essere afferrato, fermato o posseduto”.
In
questo modo, la distruttività del processo si pone, contemporaneamente,
come modalità difensiva, visto che consente al soggetto di recuperare e
salvare almeno una parte di sé, agendo e concretizzando ciò che Cartesio
teorizzava: “posso dubitare –scriveva nella Meditazioni
Metafisiche- che il mio corpo esista; non posso dubitare che io
esisto; perciò il mio corpo non è essenziale alla mia esistenza”.
Il
corpo sostiene Boss, è il momento di passaggio della realizzazione dei
nostri rapporti con il mondo ed appartiene all’esserci.
L’anoressia concretizza il tentativo di farsi puro spirito. L’anoressica
si difende da tutti gli oggetti materiali dell’esistenza e la sua fuga
dai rapporti vitali terrestri corrisponde ad un tentativo di evaporare.
E’
così che far evaporare il corpo coincide con il dilatarlo per
comprendere e comprendersi nel mondo. Spirito puro, negazione della
materia, nella dialettica contraddittoria che l’anoressica stabilisce
con il mondo dove, il “corpo che non serve”, è ciò che utilizza
affinché sia ben visibile il suo progetto.
L’anoressia, malattia impossibile, ci ricorda che la scienza non può
avere risposte universali, non può in nessun modo eliminare il soggetto.
L’anoressica, medico di se stessa, dal canto suo conosce l’origine del
suo male e sa come porvi rimedio: s’impone una dieta che è una
prescrizione, un trattamento e non una privazione.
L’anoressica è al di là del bisogno fisiologico della sopravvivenza: di
questa sopravvivenza non vuole nemmeno sentir parlare.
Quello che lei esige è un’altra legge, un’altra vita che non quella
della sopravvivenza, un discorso non vuoto, non formale, verso il cui
ascolto è, disperatamente protesa, a rischi della propria stessa vita. “Non
ho fame: questa notte non riesco a digerire la mia vita” dice
Antigone di Margherita Yourcenar.
Ma,
se l’anoressica, non potendo accedere all’ “altro”, (alla sua dimensione
maschile), non potendosi nutrire di conoscenza, spiritualmente, nega il
suo corpo, il maschile, imprigionato nel suo logos, è la quintessenza di
un soggetto che ritiene di saziarsi mediante la soddisfazione di quei
bisogni materiali che la razionalità della cultura dominante ritiene
essenziali per la sua stessa riproduzione che è spesso negazione totale
del soggetto stesso, della complessità della sua natura, della sue
potenzialità trasformative.
Questa riduzione dell’esperienza del soggetto colto, prevalentemente,
all’interno della soddisfazione dei bisogni materiali, non è forse una
nuova forma del comportamento anoressico, di una “anoressica della
mente” che allontana, sempre di più, il soggetto da se stesso, dalla
propria natura, dalla complessità del bisogno, depotenziando la capacità
riflessiva.
L’uomo è sempre più oggetto del bisogno piuttosto che soggetto!
Nell’attesa che il maschile e il femminile ritrovino la loro unità, si
potrebbe convenire con Silvi Montefoschi sulla possibilità di “offrire
una ricetta, certo non nuova per chi sa sfamarsi della propria fame di
spirito, ma utile per chi, non avendo ancora imparato quest’arte, voglia
in essa esercitarsi. La ricetta è collaudata da una annosa esperienza e
pertanto garantisce ottima salute…La ricetta consiste in: una mozzarella
a cena, guarnita con qualche foglia di insalata, un frutto a pranzo e
niente a colazione”.
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MANGIARE LENTAMENTE E CON...L'UDITO
GIAPPONE
/ Mangiare lentamente non fa aumentare il peso corporeo
Secondo un
gruppo di ricercatori mangiare lentamente non fa aumentare il peso
corporeo. Hanno studiato piu' di 4000 adulti, qualcuno mangiava per
abitudine molto lentamente, altri normalmente, altri ancora con molta
velocita' (anche cinque minuti). I ricercatori hanno poi paragonato il
peso di adulti con quello che avevano a 20 anni ed hanno visto che c'e'
un rapporto diretto tra abitudini alimentari e peso fisico.
G.BRETAGNA / Si mangia anche con l'udito
Non si mangia solo con la bocca o... con gli occhi. Anche con le
orecchie. Per lo meno quando sgranocchiamo qualcosa di croccante, come
patatine o biscotti. Il nutrizionista M.Povevy dell'Universita' di Leeds
descrive su "Journal of texture
Studies" un suo esperimento. Munito di microfono e di un particolare
software ha scoperto che piu' forte e' la risonanza uditiva dei cibi
croccanti, tanto piu' sono graditi.
Avvertenze numero 2006-4
del 15 Febbraio 2006
In Internet: http://www.aduc.it/dyn/avvertenze
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LA PASTA
Inizia domani (02/11/05)
la Giornata mondiale della pasta, il simbolo della cucina
italiana, il prodotto piu' amato dagli italiani: soggiornare all'estero
e stare
una settimana senza affondare la forchetta in un piatto di spaghetti fa
soffrire
i cittadini d'Italia. Insomma nell'immaginario italico la pasta e'
equiparata
alla mamma. Come tutti i prodotti anche la pasta puo' essere oggetto di
contraffazioni e di... furbe presentazioni. In Italia la pasta si fa con
la
farina di grano duro (semola) e il pane con quella di grano tenero;
stante la
differenza di prezzo, la frode piu' frequente e' quella di mescolare le
due
farine. All'estero e' consentita la vendita, e l'esportazione in Italia,
di
pasta di grano tenero. Il risultato e' acqua di cottura torbida per la
perdita
d'amido, pasta opaca e collosa, piu' adatta ad attaccare manifesti che
ad essere
girata nella forchetta. Per evitare queste spiacevoli sorprese basta
leggere
sull'etichetta la composizione: semola ed acqua sono i soli ingredienti
che
devono essere indicati. In modo fraudolento possono essere usati anche
altri
cereali o semole avariate e per evitare di cadere in queste trappole
sono
opportuni alcuni controlli che ogni consumatore puo' effettuare, tenendo
presente che una buona pasta:
* deve essere di colore giallo ambrato;
* non deve avere punti bianchi, neri, bolle d'aria o incrinature;
* deve produrre un suono secco quando si rompe;
* deve tenere la cottura (pasta al dente); * non deve odorare di acido o
di
muffa.
Un'attenzione particolare va rivolta ad alcuni prodotti alimentari
simili alle
paste ma che tali non sono e che vengono presentati come "preparati
alimentari"
o "specialita' gastronomiche". E' tutto perfettamente legale ma sa molto
di
furbizia!!
Avvertenze numero 2005-21 del 1 Novembre
2005
In Internet: http://www.aduc.it/dyn/avvertenze
C'È UN INTRUSO NEL PIATTO
Coloranti, conservanti, pesticidi... «Quando si parla di mercato globale l’allarmismo è pienamente
giustificato», dice Felicity Lawrence, autrice di un fresco
libro-inchiesta. «Comprando da
piccoli produttori si limita l’agricoltura intensiva e il trasporto
insensato di merci da tutto il mondo. E si mangia meglio».
Il biologico? Sì, ma...
C’è un intruso nel piatto.
Coloranti, conservanti, pesticidi, zuccheri: servono a rendere più bello
ciò che troviamo sugli scaffali. Ma l’etichetta spesso non lo dice
Articolo di Raffaele Panizza
Una volta arrivava la primavera, e dopo la primavera l’estate, che da
giugno a settembre significava decine di albicocche e susine da mangiare
fino a non poterne più.
Adesso gli stessi frutti li vediamo tutto l’anno sugli scaffali dei
supermercati.
Albicocche gialle, dure come il pane secco, perfette a vedersi. Arrivano
dal Sud Africa, via aerea, per poi essere preparate e confezionate in
una catena infinita di intermediari e stabilimenti di imballaggio.
È l’estate perenne a cui ci siamo ormai abituati, che ha portato con sé
la rivoluzione dei consumi e dei costumi più grande dai tempi della
macchina a vapore.
Almeno secondo Felicity Lawrence, scrittrice e inviata del quotidiano
inglese The Guardian sui problemi della grande distribuzione e del
mercato globale dei generi alimentari, che ha scritto una sorta di
No logo del mondo dell’alimentazione intitolato "Non c’è
sull’etichetta. Quello che mangiamo senza saperlo", Einaudi.
E in effetti si scopre che, decisamente senza saperlo, mangiamo tutti i
giorni ogni tipo di veleno, alla faccia delle assicurazioni sui
controlli e sulle norme relative alla tracciabilità dei prodotti entrate
in vigore lo scorso gennaio: pesticidi che rischiano di modificare la
struttura dell’utero femminile; grassi, zuccheri, olii e amidi nascosti
o super raffinati che aumentano l’incidenza di obesità e problemi
cardiovascolari; coloranti cancerogeni come il Sudan 1 -messo al bando
dall’UE nel 2003 e oggi al centro di uno scandalo nel Regno Unito -usato
per adulterare la polvere di peperoncino contenuta nella salsa worcester.
Ma Lawrence si spinge oltre.
E denuncia i supermercati che vendono sottocosto molti prodotti per
sbaragliare la concorrenza dei piccoli negozianti.
E pagano prezzi sempre più bassi ai fornitori che, di fatto, finanziano
con le proprie tasche le varie promozioni tipo 3x2 e si vedono
continuamente ridotti i margini di guadagno.
Tutto questo ha effetti rovinosi sul mercato del lavoro.
I coltivatori non possono investire quanto è necessario per grantire la
sicurezza, condizioni igienico sanitarie adeguate, e diritti minimi per
i lavoratori stagionali.
«Quando si parla di mercato globale dei prodotti», dice Lawrence con
scarsa voglia di apparire rassicurante, «l’allarmismo è ampiamente
giustificato».
E poi continua: «Occorre essere in possesso di un dottorato per
interpretare le etichette. Secondo la legge europea, se un ingrediente
è presente per meno del 2 per cento in un prodotto non è obbligatorio
indicare come è stato ottenuto. Si può leggere “salsa di pomodoro”,
senza sapere con quali additivi, o amidi lavorati, o coloranti questa è
stata davvero prodotta».
Lattuga al cloro
E giusto per non incorrere nel luogo comune del
“ma chissà cosa mangiano questi inglesi”, facciamo il gioco
di spedirle a Londra un fax con qualche etichetta nostrana: ragù alla
bolognese, paella pronta, pane bianco a fette, formine di merluzzo
impanate, lattuga già lavata e asciugata, brodo istantaneo vegetale.
Ed ecco Felicity, chiamata a nozze, che risponde: «Di solito l’insalata
in busta viene lavata dentro vasche con una percentuale di cloro dieci
volte superiore a quella di una piscina olimpionica. Per essere
conservata, viene posta in un’atmosfera protetta, con ossigeno al minimo
e anidride carbonica al massimo. Secondo gli studi - tra cui quello
condotto dall’Istituto per la nutrizione di Roma - questo procedimento
ne distrugge gran parte delle proprietà nutritive. Per il pane
industriale, posso dire che, letteralmente, i maiali mangiano meglio di
noi: il loro mangime è ricavato
dal germe del grano, che è ricco di olii sani e nutritivi, che invece
viene scartato nella creazione di pane bianco.
Nel brodo per bambini si parla di amidi: ma quali sono?
Mentre nel sugo si dice “amido di mais”, uno dei prodotti più
frequentemente utilizzati per adulterare i prodotti: si tratta di
zuccheri raffinati, e fanno male. Idem nella paella: c’è amido di
frumento e sciroppo di glucosio. Poi latte scremato reidratato, estratto
di lievito. Non esattamente gli ingredienti di una paella fatta in
casa».
Mele truccate
Ma anche per gli alimenti “freschi” le cose non vanno meglio. Mangiamo
mele sottoposte a rigidi controlli di bellezza perché i supermercati non
accettano frutta e verdura né più piccola né più grande né più opaca di
come hanno stabilito nelle loro guide di prodotto.
C’è un’azienda olandese, la Greefa, che vende in tutto il mondo
calibratori per valutare la perfezione estetica della frutta.
Ha una sede anche in Italia e non a caso in Trentino. I suoi macchinari
scattano centinaia di fotografie alle mele mentre scorrono sui nastri,
per verificare che la superficie sia liscia come una palla da biliardo.
Per valutare poi la consistenza del frutto ci sono i penetrometri.
Più è duro, più il supermercato si garantisce un tempo lungo di
esposizione sugli scaffali, prima che si deteriori.
«In alternativa i responsabili acquisti dei supermercati chiedono al
produttore di cogliere il frutto ancora più acerbo. Poi ci si lamenta
che, una volta a tavola, non sappia più di niente», chiosa la Lawrence.
Ne abbiamo parlato con Lorenzo Bazzana, responsabile economico
Coldiretti, ma a lui sentire queste storie non fa più nessun effetto:
«Questo è il minimo. Alcuni si spingono anche a pretese assurde, pena la
rescissione del rapporto di lavoro. Pretendono di decidere quali
prodotti vadano usati per migliorare le colture, e persino se e ogni
quanti metri debbano essere posti dei cestini di rifiuti nei campi di
raccolta. Con l’allargamento del mercato e l’arrivo dei capitali
stranieri queste politiche sono destinate a divenire ancora più
aggressive».
Esselunga, interrogata per fornire chiarimenti su queste pratiche da
casting di bellezza, ha scelto di non dare spiegazioni.
Schiavi moderni
In sostanza, spiega Lawrence, i supermercati decidono il prezzo e, quasi
liberi da ogni legge contrattuale, pretendono forniture a seconda delle
proprie esigenze che possono cambiare in tempo reale. È direttamente col
codice a barre utilizzato alla cassa che gli ordini vengono aggiornati.
Se c’è un picco di vendita nei pomodori, ecco che il fornitore deve
essere in grado di fornirli.
Se li ha finiti, li compra all’estero e li rivende al supermercato, e in
gran parte dei casi il saldo della transazione sarà a suo sfavore.
Per far fronte a questi capricci, c’è bisogno di manodopera flessibile e
servizievole.
Ossia straniera.
Spesso e volentieri fornita dai caporali, personaggi dall’attitudine
mafiosa che hanno in pugno migliaia di persone che fanno viaggiare per
tutta Europa all’inseguimento delle stagioni.
«Nel sud della Spagna, centinaia di immigrati irregolari aspettano tutto
il giorno sul ciglio della strada, con la testa spaccata dal sole, in
attesa che i furgoni dei produttori li carichino» racconta Lawrence,
«Poi, finita l’interminabile giornata di lavoro, vanno a dormire nelle
bidonville costruite vicino ai campi».
In Italia i consulenti della Flai (Federazione lavoratori agroindustria)
- sindacato di categoria in seno alla Cgil - stanno conducendo in questi
mesi un’inchiesta sui flussi di manodopera irregolare immigrata.
I primi risultati mostrano che da noi la situazione è altrettanto grave,
con situazioni di degrado inaccettabili. Nel comune di San Gervaso, in
provincia di Potenza, da agosto a settembre arrivano più di mille
lavoratori su un totale di seimila abitanti, impiegati nella raccolta
dei pomodori (le quote d’ingresso previste per legge parlano di poche
centinaia).
Situazione a rischio anche verso la zona tra Battipaglia ed Eboli, dove
oltre tremila persone sono impiegate a rotazione nella raccolta del
tabacco e degli ortaggi.
«Vivono quasi tutti in baraccopoli e tendopoli ai margini dei campi,
sottoposti a violenze e ricatti, senza acqua ed elettricità, in
condizioni igieniche disperate. Peggio delle bestie», racconta Gino
Rotella, responsabile Flai per il mercato del lavoro.
Colore tossico
In Inghilterra il Sudan 1 ha provocato uno scandalo che ricorda quello
della mucca pazza.
Il numero dei prodotti con-taminati dal colorante illegale e poi
ritirati dagli scaffali ha superato le 600 unità, e la lista sul sito
della Food standards agency (www.food.gov.uk).
In Italia, nonostante sia stato proprio un laboratorio torinese
afferente all’Arpa (Agenzia regionale protezione ambientale) a far
riesplodere il problema lo scorso gennaio, questa lista non esiste.
I regolamenti Ue prevedono, invece, che in caso di pericolo per la
salute (il Sudan 1 è considerato un colorante genotossico, in grado cioè
di alterare la struttura cellulare) debbano essere pubblicate marche e
lotti dei prodotti contaminati.
Nel sito del ministero della Salute appare soltanto una lista generica,
con indicazione tipo “peperoncino indiano” senza indicare dove sia stato
impiegato.
La lista finora più esaustiva è quella pubblicata sul sito de Il
Salvagente (www.ilsalvagente.it),
mentre iniziative di ritiro sono per ora affidate alla responsabilità
delle singole aziende, coinvolte nei controlli promossi dalle Asl, o
alle iniziative di singoli magistrati, come il procuratore Raffaele
Guariniello, il magistrato del processo per doping nei confronti della
Juventus.
Quali sono i rischi reali per la salute?
«In teoria non altissimi: il Sudan 1 è considerato un cancerogeno
debole», dice Lawrence.
«Certo dipende da quanti piatti pronti piccanti uno mangia al mese, e
quante altre sostanze si assumono contemporaneamente. Ma il problema
vero è l’adulterazione: il colorante serve perché perchè prodotti
scadenti possano essere venduti per buoni, e questo è nocivo da sé».
Ce ne sono altri di cui non si parla proprio, ancora più allarmanti: l’acrilamyde
ad esempio, che si forma con cottura ad alta temperatura nei forni
industriali per la produzione di biscotti, patatine, o cereali per la
colazione.
Una generazione crescente di scienziati ritiene che l’assunzione anche
minima ma regolare di pesticidi alteri lo sviluppo ormonale femminile,
tanto da addebitare a questo il fenomeno della pubescenza precoce di
molte bambine.
Attenti al bio
E se mangiassimo bio risolve-emmo il problema?
Anche su questo, Lawrence è piuttosto pragmatica.
«Per quanto riguarda ad esempio gli allevamenti avicoli, bisogna capire
che un conto è la crescita dell’animale e un conto la sua
trasformazione.
Ho visto polli allevati all’aperto e con mangimi naturali finire nelle
stesse vasche di scottatura di quelli cresciuti ad antibiotici. Sono
colme di acqua a 52 gradi, che somiglia a una brodaglia scu-a,
contaminata con le feci, cambiata una volta al giorno.
Una soluzione di coltura ideale per salmonella e campilobatteri. Quindi
il bio è ok, ma attenti alla catena di lavorazione».
Il pane sotto casa
E la soluzione?
Consumare prodotti locali e soprattutto di stagione, sempre che ci sia
ancora qualcuno in grado di dire quali siano.
Felicity Lawrence compra il pane in una piccola bottega del centro di
Londra, e la verdura e la carne tramite una società che si rifornisce
direttamente da piccoli produttori.
E non spende, giura, una sterlina in più.
«Cambiare piccole abitudini può determinare importanti effetti a
catena», dice.
«Per esempio si disincentiverebbe l’agricoltura intensiva che distrugge
interi territori, in particolare in America Latina e in Africa. Si
limiterebbe sempre più l’uso di manodopera illegale e mal pagata, così
come il trasporto insensato di merci da un capo all’altro del mondo, in
particolare per via aerea, che sta aggravando l’inquinamento globale.
E infine si riavvicinerebbero gli strati più svantaggiati della
popolazione ai prodotti freschi e non raffinati che di fatto, a causa
della politica dei prezzi attuata dai megastore, stanno diventando
inaccessibili allefasce di reddito più basse».
E invece no.
Vogliamo le patate novelle in tutti i periodi dell’anno, e compriamo
quelle israeliane o egiziane, che in realtà sono state conservate in
celle frigorifere anche per mesi.
In fondo, chi diavolo sa quale sia il periodo delle patate in Egitto, o
quello delle pere in Argentina?
D di Repubblica, 23 aprile 2005
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altri...
Nei paesi industrializzati le persone mangiano
tra i 6 e 7 chili di additivi ogni anno
Tratto da “50 fatti che dovrebbero
cambiare il mondo”, Ponte alle grazie edizioni
Un panino di grano
tenero con prosciutto e senape in una bella confezione triangolare di
plastica, un pacchetto di patatine salate all'aceto, e una bottiglietta
di una bevanda gassata all'arancia: è il genere di pranzo che le persone
dei mondo occidentale mangiano ogni giorno. Sembra gustoso, non è
particolarmente consigliato per la salute, ma è sicuramente un pranzo
conveniente e che sazia. E si trova sulla mia scrivania.
Il panino al prosciutto contiene non meno di tredici additivi con
funzioni strane: emulsionanti, agenti trattanti, stabilizzatori,
regolatori di acidità (indicati sulla confezione con una « E » seguita
da un numero). Ci sono anche degli ingredienti sorprendenti: che cos'è
il frumentone e perché non lo ho mai usato quando ho fatto il pane?
Perché il prosciutto affumicato dovrebbe avere bisogno di acqua?
Apparentemente le patatine sono adatte a vegetariani e ai celiaci, ma
contengono ancora degli esaltatori di sapidità: glutammato monosodico e
ribonucleotide di sodio. E la bibita? Contiene l'8% di succo d'arancia e
poi sciroppo di glucosio-fruttosio, zucchero, aspartame e saccarina,
conservante, aroma, colorante e qualcosa chiamato cloud (che, a
chi interessa, è lo stabilizzatore E1450).
Nel 2000, l'industria alimentare ha speso circa venti miliardi di
dollari per dare al nostro cibo un aspetto più carino, un gusto migliore
e una durata maggiore. Si tratta di un grande giro di affari, indotto
dall'enorme bisogno che i paesi industrializzati hanno di nutrire a buon
mercato - e con profitto - moltissime persone. L'industria degli
additivi alimentari è convinta che questi prodotti chimici semplifichino
la nostra vita. Permettono al nostro cibo di rimanere fresco per un
tempo maggiore e hanno reso possibile il concetto di «cibi pronti».
Senza gli additivi, sostengono, dovremmo spendere molto più tempo in
cucina. Dovremmo anche impiegare più tempo per fare la spesa, dato che
il nostro cibo durerebbe solo un paio di giorni prima di iniziare ad
andare a male. E poi dimenticatevi la margarina (che non contiene grassi
saturi), i piatti a basso contenuto calorico e i prodotti con vitamine
aggiunte. Come dice la Federation of European Food Additives and Food
Enzymes Industries, «l'utilizzo di additivi alimentari... ha reso
possibile la preparazione in larga scala di cibo buono e sano a prezzi
economici... in effetti, molti dei cibi odierni non esisterebbero senza
additivi».1
E’ facile
immaginare la discussione sugli additivi alimentari come un dibattito
tra chimica e natura, ma non è affatto così semplice. Per secoli, gli
uomini hanno usato sostanze naturali, quali sale e fumo, come mezzo per
conservare il cibo. Nelle società primitive dove l'esito di una battuta
di caccia non poteva essere certo e i raccolti potevano facilmente
essere vittime di malattie, la ricerca di un modo per conservare le
eccedenze di cibo era di vitale importanza.
Ai giorni nostri, in rapporto al loro peso, meno dell'1% degli additivi
alimentari servono alla conservazione del cibo. Il 90% è rappresentato
da quelli conosciuti come additivi «cosmetici»: aromatizzanti,
coloranti, emulsionanti (per rendere il cibo più omogeneo nella vostra
bocca), addensanti e dolcificanti. Sono queste sostanze quelle che
preoccupano maggiormente chi si batte contro gli additivi. Mascherando
ingredienti base insipidi e di bassa qualità, sostanze dei genere
possono convincerci che stiamo mangiando qualcosa che è migliore
dell'insieme delle sue parti. Solo chi ha un'elevata conoscenza di come
agisca ogni sostanza può essere sicuro dì quello che sta mangiando. E
ciò è preoccupante.
Il mercato mondiale degli aromi è di tre miliardi e seicento milioni di
dollari ogni anno.(2) La sintesi degli aromi è un processo estremamente
complesso e molti produttori custodiscono gelosamente le loro formule.
Anche un sapore che potremmo considerare semplice - per esempio, di
banana o di mela - è il prodotto dì un centinaio di reazioni chimiche.
La quantità di aromi chimici necessaria a rendere la mia bevanda gassata
più «aranciosa» è minima. I produttori non devono nemmeno fornire i
dettagli di cosa sia contenuto in questo aroma, tutto quello che devono
dire è se è naturale o artificiale.
Anche questa distinzione è ingannevole. Le
disposizioni dell'Unione Europea prevedono che il termine «aromi
naturali» possa essere usato solo per sostanze aromatizzanti estratte da
materiali animali o vegetali, ma non viene richiesto che l'aroma
naturale alla fragola dei vostro yogurt debba provenire da una fragola.
Tutto quello che vuole dire è che è stato estratto da una fonte
naturale.
La lettura dei siti Internet dei produttori di aromi è un'esperienza
surreale. Un sito descrive un'«emulsione di aroma naturale al lime...
omogeneizzata, resistente al calore, con certificazione kasher e senza
sali». Puoi comprare concentrato di birra in polvere, liquidi che
imitano il sapore di panna densa e di torta al burro. Finché provengono
da fonti naturali, molti consumatori non lo sapranno mai.
I dolcificanti artificiali sono un altro settore immensamente
redditizio. Il gruppo industriale Britain's Food Additives and
Ingredients Association giustifica la popolarità dei dolcificanti
facendo riferimento alla salute: «Il sovraconsumo è collegato
all'obesità e al diabete, per cui i dolcificanti senza contenuto
energetico sono ovviamente desiderabili in molti cibi»(3) Le persone
preoccupate dall'assunzione di zuccheri, possono ora scegliere tra
un'ampia varietà di cibi con pochi zuccheri, senza sacrificare quel
dolce sapore che cercano.
Ma c'è un'altra potente ragione per esagerare la dolcezza senza
zuccheri: il costo. Mentre addolcire un litro di bevanda con lo zucchero
costa circa sei centesimi di sterlina, il dolcificante privo di zucchero
più venduto, l'aspartame, ne costa solo due. La saccarina costa meno di
mezzo centesimo.(4) In tutto il mondo vengono usati ogni anno
approssimativamente quindicimila tonnellate di dolcificanti
sintetici.(5)
Sia le industrie di additivi alimentari
sia gli organi regolatori, come la Food Standard Agency della Gran
Bretagna, sono convinti che i dolcificanti naturali siano sani. Ma
coloro che sono contrari sostengono che sussistano dubbi considerevoli a
proposito di molti dei prodotti più usati. Gli esperti di tumori hanno
espresso dubbi circa gli esperimenti su un dolcificante, l'acesulfame-K,
e hanno richiesto controlli più rigorosi; un vice Direttore Generale
Federale della Sanità degli Stati Uniti in riposo ha detto che «è
probabile che l'acesulfame-K può essere cancerogeno... e che dovrebbe
essere eseguita un'apposita ricerca a lungo termine su topi e ratti».(6)
E’ stato dimostrato che la saccarina provoca il cancro nei roditori e a
quanto si dice l'aspartame è stato collegato ad effetti neurologici come
le vertigini e l'emicrania.(7)
In Gran Bretagna la sicurezza degli additivi alimentari è determinata
dalla Commissione Europea sulla sicurezza dei cibi. Ci sono prove di
grandi pressioni dietro le quinte, con l'industria alimentare che cerca
di influenzare l'Unione Europea. E neppure la Food and Drug
Administration (FDA) degli Stati Uniti ne è immune. Nel 1977 uno studio
canadese confermò dei test iniziali che avevano dimostrato che i ratti
sviluppavano il tumore alla vescica quando venivano nutriti con alte
quantità di saccarina e la Food and Drug Administration propose un bando
totale. In seguito a una protesta pubblica, senza dubbio sovvenzionata
dai produttori, il Congresso ordinò una moratoria e poi emanò una legge
che richiedeva che i prodotti contenenti saccarina dovessero portare
l'indicazione sull'etichetta di essere potenzialmente nocivi. Anche
questa richiesta ora è stata limitata.
E’ chiaro che il pubblico inglese è preoccupato per la sicurezza dei
cibo: una ricerca della compagnia di sondaggi Mintel ha mostrato che il
44% dei consumatori è preoccupato al riguardo e il 36% degli adulti
crede che dovrebbe esserci un'etichettatura più chiara a proposito degli
ingredienti, degli additivi e degli «E seguiti dai numeri». Non c'è
dubbio che facciano bene a preoccuparsi. Ma inasprire le condizioni di
etichettatura non porterà necessariamente a una soluzione. Mentre i
comitati di controllo stimano che ci sono cinquecentoquaranta composti
di additivi alimentari sicuri per il consumo umano, sussistono dubbi
sulla sicurezza di centocinquanta di questi. Trenta potrebbero
addirittura causare danni duraturi a chiunque li consumi. (8)
L'Autorità sulla Sicurezza Alimentare
dell'UE ha annunciato nel marzo 2003 che avrebbe cambiato i criteri di
regolamentazione degli aromi: dal luglio 2005 saranno autorizzati solo
gli aromi che fanno parte di un «elenco sicuro». L'elenco comprenderà
solo sostanze valutate secondo una procedura stabilita e risultate
appunto sicure. è un buon inizio, ma ancora una volta il messaggio
sembra essere chiaro: se il cibo viene considerato «sicuro», l'Europa
non si preoccuperà di controllare di che cosa è fatto. Dunque non c'è
differenza tra vere fragole e l'aroma di fragola frutto di dozzine di
composti chimici?
Ebbene, in questo momento, no. Ma ciò di cui noi vogliamo parlare è che
cosa ci mettiamo in bocca e il fatto che tutti questi additivi
alimentari stiano perpetrando una sorte di frode a danno di tutti noi.
Se compro un panino al prosciutto voglio sentire il sapore reale dei
prosciutto, non uno strano miscuglio di tessuto animale aromatizzato con
prodotti chimici. Non voglio dover leggere le parti stampate in piccolo
sulla mia bibita alla frutta per vedere se contiene dolcificanti.
Il cibo fresco e ben cotto possiede già di per sé tutto l’aroma e la
consistenza di cui ha bisogno.
Alcune di queste cose interessano le scelte che compiamo, ma la maggior
parte riguardano scelte che sono fatte per noi dai venditori e dai
produttori. Fare pressioni per introdurre delle regole migliori è una
cosa facile, e la prossima volta che andate al supermercato fermatevi un
momento a dare un’occhiata alle scritte piccole: se c’è qualcosa che ha
un aspetto che non vi piace, non compratela. I produttori e i
rivenditori non ci metteranno molto a capire l’antifona.
www.disinformazione.it 11/02/05
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PREZZI: RADDOPPIATI IN 10 ANNI PER
RISTORANTI, TRATTORIE E PIZZERIE
In dieci anni a Roma i prezzi al ristorante, in trattoria e in pizzeria
sono in pratica raddoppiati. Abbiamo voluto fare un confronto dei costi
fra 15 ristoranti, trattorie e pizzerie della Capitale che puo' essere
presa come indicatore nazionale. Il paragone e' stato effettuato
confrontando i prezzi riportati nella guida del Gambero Rosso del 1995 e
del 2005 che probabilmente si riferiscono ai prezzi dell'anno
precedente. Il periodo considerato e' abbastanza lungo da assorbire
variazioni stagionali o annuali dei costi delle materie prime, di
gestione o dell'effetto euro. Qui di seguito la comparazione con i
valori del 1994, in lire e in euro, e del 2004 in euro. I valori sono
approssimati all'unita' inferiore o superiore.
Legenda
- i costi in £ e in euro sono del 1994;
- i costi solo in euro sono del 2004;
- la percentuale e' quella di aumento tra 1994 e 2004.
-----------------------------------------------------------
Ristoranti di alto livello
1) La Pergola £ 120.000 (62 euro)...160 euro...158%
2) La Rosetta £ 130.000 (67 euro)...125 euro...86%
3) Il Convivio £ 85.000 (44 euro)...86 euro...95%
4) Agata e Romeo £ 75.000 (39 euro)...80 euro...105%
5) Antonello Colonna £ 80.000 (41 euro)...90 euro...119%
media..........+113%
Trattorie
1) L'insalatiera £ 20.000 (10 euro)...21 euro...110%
2) Alfredo Gabi £ 35.000 (18 euro)...30 euro...67%
3) Tram Tram £ 30.000 (15 euro)...34 euro...126%
4) La Torricella £ 30.000 (15 euro)...29 euro...93%
5) Marcello £ 25.000 (13 euro)...28 euro...15%
media..............+102%
Pizzerie
1) Good Good £ 18.000 (9 euro)...12 euro...33%
2) Dar Poeta £ 20.000 (10 euro)...18 euro...80%
3) Candido £ 20.000 (10 euro)...25 euro...150%
4) Il Buchetto £ 15.000 (8 euro)...15 euro...87%
5) Forno della Soffitta £ 25.000 (13 euro)...20 euro...54%
media...............+80%
Media aumenti ristoranti, trattorie
e pizzerie: + 98%
Al consumatore non possiamo che raccomandare l'uso dell'unica arma
disponibile che ha: il non acquisto. Il ristorante e la pizzeria possono
essere luoghi di una piacevole serata con amici e parenti, ma non c'e'
nessun obbligo a frequentarli, soprattutto se sono particolarmente cari
e se nel menu' c'e' la gabella medioevale detta "pane e coperto".
PREZZI AL RISTORANTE: PRIMA E DOPO
L'EURO. AUMENTI DEL 30%
In quattro anni a Roma i prezzi al ristorante e in trattoria sono
aumentati
mediamente del 30%. Abbiamo voluto fare un confronto dei costi fra 10
ristoranti
della Capitale (presa come indicatore nazionale), prima e dopo l'entrata
in
vigore dell'euro, e con un congruo lasso di tempo (2000-2004) onde
evitare
variazioni anomale. Il paragone e' stato effettuato confrontando i
prezzi
riportati nella guida del Gambero Rosso del 2001 e del 2005 che
probabilmente si
riferiscono ai prezzi dell'anno precedente, quindi al 2000 e al 2004. Da
considerare che nello stesso periodo l'indice Istat dei prezzi al
consumo e'
stato, fino ad agosto scorso, del 12,5%, quindi la percentuale
dell'aumento dei
prezzi al ristorante, che e' del 30%, e' aumentata del 143% rispetto
all'indice
Istat.
Da apprezzare il ristorante Armando che in quattro anni ha aumentato i
prezzi
del solo 7%. Ristoratori seri e affidabili, che consigliamo.
Legenda
- i costi in £ e in euro sono del 2000;
- i costi solo in euro sono del 2004;
- la percentuale e' quella di aumento tra 2000 e 2004.
- i valori sono approssimati all'unita' inferiore o superiore.

-----------------------------------------------------------
Ristoranti di alto livello
1) La Pergola £ 195.000 (101 euro)...160 euro..........58%
2) La Rosetta £ 180.000 (93 euro)....125 euro..........34%
3) Il Convivio £ 140.000 (72 euro)......86 euro..........19%
4) Agata e Romeo £ 135.000 (70 euro)...... 80 euro....14%
5) Antonello Colonna £ 80.000 (41 euro)...90 euro......38%
media..........+33%
Trattorie
1) Armando £ 55.000 (28 euro)........30 euro............7%
2) Ditirambo £ 50.000 (26 euro).......35 euro..........35%
3) Matricianella £ 55.000 (28 euro)...31 euro..........11%
4) Uno e Bino £ 55.000 (28 euro)......40 euro..........43%
5) Trimani (enoteca) £ 45.000 (23 euro)...32 euro.....39%
media..............+27%
Media complessiva: 30%
Primo Mastrantoni, segretario Aduc
Avvertenze numero 2004-22 del 15
Novembre 2004 http://www.aduc.it
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ALIMENTI E COLORANTI
Li troviamo negli alimenti, a volte con il loro nome, per esempio
caramello o curcumina, altre volte con le sigle E150 o E100. Cosa sono?
Coloranti! A cosa servono dal punto di vista alimentare? A niente! I
coloranti hanno solo una funzione estetica, cioe' servono ad "abbellire"
un prodotto. Le sigle che il consumatore puo' leggere sulle etichette
sono costituite dalla lettera E (Europa) e da un numero che, per i
coloranti, va da 100 a 180. Qui di seguito li raggruppiamo per colore.
* gialli da E100 a E104;
* arancione E110;
* rossi da E120 a E127;
* blu, E131 e E132;
* verdi, da E140 a E142;
* bruno, E150 (con varianti a,b,c,d)
* neri, E151 e E153;
* coloranti misti, da E154 a E180.
Questi coloranti si trovano in moltissimi alimenti, negli aperitivi,
nelle salse, nelle minestre, nei gamberetti confezionati, nelle uova di
pesce, nell'aceto balsamico, nei dessert, nei gelati, nella frutta
candita, ecc. Alcuni vengono aggiunti al mangime per galline per avere
il rosso d'uovo piu' arancione o a quello per trote e salmoni per
ravvivare il colore del pesce.
Un consiglio? Visto che non servono a niente sarebbe opportuno evitarli,
quindi se su una etichetta di un prodotto alimentare si legge
"colorante........", sarebbe bene non acquistarlo. Una aranciata con un
bel colore "arancio" soddisfa solo la vista, se proprio ci piace il
colore facciamoci una bella spremuta di arance!
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MARMELLATE: MEGLIO QUELLE
EXTRA
Marmellata di frutta fresca o conservata? Il consumatore che desidera un
prodotto di qualita' non puo' che scegliere quella di frutta fresca e
cioe' le "confetture extra" per due validi motivi. Il primo e' relativo
alla quantita' di frutta contenuta nelle marmellate, che nelle
"confetture extra" e' maggiore di quella contenuta nelle semplici
"confetture". Il consumatore acquista quindi piu' frutta e meno
zucchero. Il secondo motivo sta nel fatto che nelle "confetture extra"
non e' contenuto un conservante, l'anidride solforosa, che e' invece
consentito nelle "confetture", perche' nelle preparazioni di queste
ultime puo' essere utilizzata frutta conservata con l'anidride
solforosa, che puo' provocare allergie. Tra l'altro la quantita' di
anidride solforosa e' portata da una direttiva europea da 30 a 10
milligrammi per kg di confettura. Segno evidente che questo conservante
proprio bene non fa, perche' puo' verificarsi l'effetto accumulo,
essendo l'anidride solforosa contenuta anche in altri prodotti
alimentari (vino, frutta secca, ecc.).
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(19/01/07
) Carissimi turisti per caso,
abbiamo intervistato Martino! Probabilmente molti di voi lo conoscono
già come
curatore di questo sito e del sito cugino di
Velisti per Caso.
Forse però non tutti sanno che Martino si dedica anche a molto altro:
medico e psichiatra, al momento è giornalista, autore televisivo,
gastronomo, commediografo, umorista e scrittore. Nell'intervista ci
concentriamo sulla sua vocazione gastronomica, in vista del super
aggiornamento della nostra sezione
Cucina
e della pubblicazione di
Turisti per Cibo, scritto a sei mani con Patrizio e Syusy e uscito
da poco in libreria. Gli abbiamo chiesto quello che tutti vorrebbero
sapere da un esperto girovago gastronomo, curiosando anche tra i suoi
fornelli!
Samira: Martino,
iniziamo subito con una curiosità: Turisti per Cibo è il tuo quinto
libro sul cibo e il terzo scritto insieme a Pat e Syusy. In questi
giorni poi hai aggiornato l'area Cucina del nostro sito pubblicando
tantissime nuove ricette dal mondo... Non è che hai in mente di aprire
un ristorante?
Martino: Non proprio, ma
devo confessare che c'è una sorpresa che bolle in pentola per la
prossima primavera... Ovviamente ha a che fare con il cibo! Intanto la
nostra stagista Alessandra ha pubblicato molte nuove ricette dal mondo
assaggiate e proposte dai Turisti per Caso, visitate l'area Cucina.
Samira: Turisti per Cibo
e
Golosi per Caso raccontano il tuo lungo giro in Italia sulle tracce
dei prodotti tipici. Da nord a sud, passando per le isole, ti è mai
capitato di trovare lo stesso piatto tipico in due regioni diverse?
Martino: Sono profondamente convinto che in Italia, più
che di cucina regionale, si debba parlare di "cucina di pianerottolo":
affacciandosi da due porte vicine, infatti, si scopre facilmente che uno
stesso piatto è preparato in due modi diversi! Questa estrema
personalizzazione della cucina è una cosa che ho notato dappertutto nel
mio viaggio lungo lo stivale. Al punto che difficilmente si rivendica la
paternità di un piatto... tanto ognuno è convinto che sia il suo quello
vero! Secondo me è giusto che sia così, perché i piatti di famiglia sono
delle fotografie, dei veri e propri pezzi di identità.
Samira: Nei libri che
hai scritto con Pat e Syusy c'è anche il confronto gastronomico tra
Italia e resto del mondo. Qual è secondo te il popolo più orgoglioso
della propria cucina?
Martino: E' difficile a
dirsi perché, sia a livello nazionale che internazionale, non c'è popolo
che non sia orgoglioso della propria cucina, considerata ovunque parte
integrante dell'identità e espressione diretta della propria storia.
Almeno è questo che mi è parso di constatare viaggiando. Poi, è vero, ci
sono popoli più o meno agguerriti, alcuni quasi sciovinisti.
I francesi, per esempio, sono molto orgogliosi della propria identità
gastronomica, perché hanno avuto per molto tempo il primato mondiale
della cucina: lì, in Francia, è nata la gastronomia moderna e il
concetto di ristorazione come oggi lo intendiamo, precisamente al
ristorante Procope a Saint Germaine de Prés. Sempre lì è nata anche la
cucina intenazionale. Poi, però, il primato è passato all'Italia, che ha
alzato la testa dopo aver rivestito a lungo il ruolo di Cenerentola.
Oggi, la nostra cucina è riconosciuta ovunque come la migliore del mondo
e noi stessi, pur dall'interno del nostro masochismo, stiamo iniziando
ad abituarci al ruolo di leadership. Poi ci sono i paesi che si
vergognano un po' della propria cucina, tipo gli inglesi che - si sa -
non è che brillino in questo campo. Posto che a mio parere c'è qualcosa
di buono ovunque, un'autocritica è sempre uno stimolo a migliorare...
Anche la cucina inglese oggi sta emergendo, per lo stimolo alla ricerca
e all'innovazione: ad esempio si distinguono nelle "cucine tematiche",
come quella alle erbe. Dappertutto quindi bisogna sempre tenere d'occhio
il cambiamento!
Samira: A proposito di
evoluzioni e cambiamenti, ci sono alcuni popoli intrappolati nell'esatto
opposto: i luoghi comuni. Vedi i cinesi "mangiatori di riso", o gli
italiani "mangiatori di pasta". Te la senti di smentirli ufficialmente?
Martino: Noi abbiamo una
cucina mediterranea a base di carboidrati, questo è evidente, così come
i giapponesi sono specialisti nel crudo e i cinesi mangiano molto riso
perché lo coltivano in modo intensivo... ma non ci si può fermare a
questo! Il luogo comune è sempre riduttivo, anche se spesso appoggia su
una remota verità. Un noto luogo comune battezza la cucina inglese come
la peggiore del mondo, ma io non sono d'accordo: la cucina peggiore a
mio parere è quella statunitense! Se si esclude il melting pot delle
cucine multietniche, si limita a cibi precotti e surgelati, innaffiati
di salse coprenti comprate al supermercato...
Samira: A proposito di differenze tra le nazioni,
parliamo di cucina e convivialità. C'è un modo diverso di mangiare in
posti diversi e il modo "italiano" è molto legato al piacere di stare a
tavola, ancora lontano dalla mentalità del mordi e fuggi... Cosa ne
pensi?
Martino: Qualche tempo fa ho letto un articolo su un
giornale inglese che diceva "gli italiani che strana gente, mangiano
ancora tutti insieme". A noi può sembrare incredibile, ma nel mondo
anglosassone mangiano insieme in media una volta alla settimana e si
stupiscono del fatto che - in Italia - si tende invece a fare un pasto
conviviale almeno una volta al giorno. Lì al massimo succede la
domenica, ma è più un'eccezione che una regola: durante la settimana il
primo che arriva a casa guarda cosa c'è nel frigorifero e mangia!
L'articolo continuava dicendo che gli italiani non comunicano con i
bigliettini attaccati sul frigo, ma le cose che si devono dire se le
dicono direttamente a tavola. E pare che siamo anche più loquaci proprio
in virtù di questa abitudine!
In realtà da qualche tempo anche da noi è dilagato il malcostume di
guardare la tv a tavola, ma almeno si è tutti insieme, mentre gli
americani si mettono sul divano con un vassoio sulle ginocchia e
mangiano; ed è facile che i figli vadano in camera loro a vedere e
mangiare qualcos'altro.
Samira: Quale dieta è la
più bilanciata, a tuo parere, e dunque la migliore?
Martino: Noi abbiamo la
fortuna di avere stampati nei nostri cromosomi i principi della dieta
mediterranea, che è indubbiamente la migliore, senza paragoni. La dieta
mediterranea infatti non è carnivora: la carne rossa è poco presente e
questo è un bene. Anche per un onnivoro è sufficiente mangiare carne
rossa una volta alla settimana, le donne in età fertile anche due per la
perdita di ferro mensile. Viceversa la dieta mediterranea è ricca di
pesce, quasi una panacea. Tra l'altro, ora sappiamo che è vero l'effetto
benefico dell'omega3, come è vera la regola dei cinque pasti al giorno
con frutta e verdura, tanto quanto il discorso dei punti ORAC da
accumulare in una giornata.
Samira: Cosa sono questi
punti ORAC?
Martino: Sono delle
unità da raggiungere ogni giorno per mettere il corpo in condizione di
combattere i radicali liberi. La necessità quotidiana si aggira intorno
alle 5000 unità, contenute soprattutto nella frutta nera: mirtilli, uva
nera, more. È sufficiente per esempio un bicchiere di succo d'uva al
giorno per raggiungere le 5000 unità, mentre una porzione di 100 grammi
di susine ne fa raggiungere 2000. Queste unità sono presenti anche nella
verdura scura come spinaci, bietole e tutte le crocifere (quindi
l'intera famiglia dei cavoli). Questo tipo di alimentazione garantisce
un'azione anti-aging e antiossidante. Teniamo presente che noi siamo
fortunati: tutti gli alimenti che ho citato fanno parte della nostra
dieta e non dobbiamo andare a cercarli altrove.
Samira: Neanche importarli perché sono cibi di
produzione locale...
Martino: Sull'igiene dell'alimentazione ci sono alcune
regole d'oro: la prima è mangiare sempre cibi di stagione. Con questa
abitudine le persone mentalmente corrette sanno di risparmiare grandi
sprechi. Far arrivare sulla nostra tavola le ciliegie in dicembre, ad
esempio, significa importarle dal Sud Africa: queste percorrono
moltissimi chilometri e sappiamo che i viaggi significano un grande
spreco di energia in termini di dispersione di ossido di carbonio
nell'aria.
Per non parlare delle serre che vanno riscaldate, di nuovo altro spreco
di energia e altro ossido di carbonio! Senza contare che alimenti
coltivati con metodi non naturali sono più cari e meno buoni. E causano
pure dei danni.
Samira: Sia all'ambiente
che all'organismo, quindi, perché col cambio di stagione anche il corpo
ha delle necessità da ascoltare.
Martino: Decisamente,
infatti io non capisco chi ha perso del tutto il contatto con la parte
più animalesca di sé! Quelli che istintivamente chiedono la zuppa calda
d'estate e la frutta fresca d'inverno, e non viceversa. Non credo che
disattendere le necessità faccia "male", però è innegabile che mangiando
fuori stagione si trovano sapori meno accattivanti e meno buoni. E poi,
culturalmente, si perdono di vista i piatti tradizionali stagionali:
molti tra i piatti rappresentativi della nostra identità sono dei
rituali che si preparavano per le feste, a loro volta legate alle
stagioni.
Samira: Una domanda
ovvia: qual è il tuo piatto preferito?
Martino: Potrei fare una
lunga lista, perché dipende da come mi sento, dalle stagioni, dal giorno
della settimana... Però sono molto italiano, quindi la pasta col
pomodoro è un "jolly" che va sempre bene. Sicuramente non penso a un
piatto di carne, ma ad uno con le verdure. Magari una pasta con le
verdure.
Samira: Un sapore che
non tolleri e uno a cui non rinunceresti mai
Martino: L'unica cosa
che non mangio è l'agnello, a causa di un trauma psicologico infantile:
avevo un paio d'anni e mio padre portò a casa un agnellino vivo pochi
giorni prima di Pasqua. Il giorno di Pasqua l'agnellino era sparito e si
è presentato a tavola un piatto a base di carne. Avevano cercato di non
farmi capire niente ma, mi hanno raccontato i miei, ho collegato le due
cose dall'odore e non ho voluto mangiarlo. Ora non riesco a sopportare i
sapori né di agnello né di ovino in generale. Invece sulla mia tavola
non manca mai l'olio d'oliva!
Samira: E cucini da te?
Martino: Ma scherzi? Io
mangio al ristorante solo per lavoro. C'è da dire che le occasioni di
lavoro sono talmente frequenti, che capita spesso. Ma non vado mai al
ristorante per piacere personale o per necessità: io sono single, vivo
da solo e cucino due volte al giorno, per me o, se ci sono ospiti, per
chi c'è. Mai andrei a mangiare fuori per nutrirmi, qualsiasi cosa la
preparo a casa!
Samira: Hai mai provato
a riprodurre un piatto che ti era piaciuto, magari anche non italiano?
Martino: Continuamente!
Oggi, per esempio, ho avuto una colazione di lavoro con dei
collaboratori e siamo andati al ristorante giapponese: c'era un riso
saltato con le verdure molto buono e io ho memorizzato la ricetta, che
nei prossimi giorni ripeterò. Copio moltissimo.
Samira: Toglici
un'ultima curiosità su un popolo che dovresti conoscere bene. C'è un
detto sugli agrigentini che recita così: "mettono su delle case come
se non dovessero morire mai, ma mangiano ogni giorno come se dovessero
morire l'indomani".
Martino: [ride] Io credo
che sia estendibile un po' a tutti i siciliani. È vero, c'è quest'idea
monumentale dell'abitare, per cui la casa è vista più come un monumento
al proprio successo professionale che altro. Per quanto riguarda i
pasti... credo che sia così un po' ovunque in Italia!
Finirei questa chiacchierata con una raccomandazione: mangiate cibi di
stagione, mangiate cibi italiani. State attenti anche alle altre
culture, ma una cosa è mangiare un piatto esotico (o anche andare al
ristorante giapponese, per esempio), mentre diverso è sostituire la
nostra frutta con la frutta esotica. Si può fare una volta, ma "mangiare
il territorio", è sicuramente una mossa vincente dal punto di vista
culturale, dell'identità e della salute... Abbiamo delle ottime pesche,
pere, mele!
Samira Bucci
Redazione Turistipercaso.it
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