911 IL MISTERO
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Onu, dall'11 settembre a Beslan le parole delle vittime del terrore (10/09/2008)
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11 Settembre L’alibi per una guerra senza frontiere settembre 2006 "Valori"
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New York, cantiere del dolore 'Così rinasce Ground Zero' 10/09/06 il resto del carlino Giampaolo Pioli
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11 settembre, la memoria sprecata 10/9/2006 di Barbara Spinelli
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Bush, adesso Usa piu' sicuri ansa.it 2006-09-09 15:17
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DarioFo & FrancaRame Il C@C@O della domenica 14 Ottobre 2001
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LA CRONOLOGIA DELL'11 SETTEMBRE 2001
Ore 8.48 :
Un aereo colpisce in pieno una delle due Torri gemelle
del World Trade Center a New York, restando incastrato
nella facciata.
Ore 10.00 :
La Federal American Aviation (FAA), L'Autorità americana
per l'aviazione civile, ordina l'annullamento di tutti i
voli civili negli Stati Uniti: è la prima volta che
accade nella storia degli Usa. Ore 10.10 : Un aereo della United Airlines si schianta al suolo in Pennsylvania, a sudest di Pittsburgh. Ore 10.13 : L'edificio delle Nazioni Unite a New York viene evacuato, per un totale di settemila persone.
Ore 10.28
: Anche la seconda torre del World Trade Center crolla.
Ore 16.59 :
Secondo fonti americane i morti negli attentati
sarebbero ventimila. |
La versione ufficiale sull'impatto dei quattro aerei
L'11 settembre 2001 quattro aerei di linea furono utilizzati da terroristi definiti islamici come fossero dei missili, per colpire le due torri del World Trade Center, il Pentagono e un altro imprecisato obiettivo che fu mancato. Questo almeno è quanto ci ha detto la versione ufficiale del governo USA.
In queste pagine troverete la descrizione degli impatti, le liste dei passeggeri, le foto e le schede tecniche degli aerei in questione, utili per capire come la versione ufficiale, in qualche punto, sia tutt'altro che convincente.
Volo 11 American Airlines (torre nord)
Il volo 11
dell'American Airlines, operato con un Boeing 767-223ER (N334AA)
la mattina dell'11 settembre 2001, alle 07.59 ora locale, partì
dalla pista 4R dell'Aeroporto Internazionale Logan di Boston,
Massachusetts, per un volo di 5 ore diretto a Los Angeles,
California.
A bordo del velivolo c'erano 81 passeggeri (compresi 5
attentatori), 9 assistenti di volo e 2 piloti.
Poco dopo il decollo il volo 11 scomparve dagli schermi radar
della FAA (Federal Aviation Administration) e smise di
rispondere alle chiamate radio dei controllori del traffico
aereo.
Alle 08.24, il pilota di un altro velivolo, il volo 175 della
United Airlines, riportò sulle frequenze radio del controllo del
traffico aereo: "abbiamo sentito una trasmissione sospetta in
fase di decollo da BOS. Sembrava qualcuno che avesse attivato il
microfono e detto a qualcuno di restare seduto al suo posto".
Meno di 90 secondi dopo, il volo 175 avrebbe subito la stessa
sorte.
Lista dei passeggeri Scheda tecnica del Boeing 767
Volo 175 United Airlines (torre sud)
Il volo 175
della United Airlines, operato con un Boeing 767-222 (N612UA),
la mattina dell'11 settembre 2001, alle 08.14 ora locale,
decollò dalla pista 9 dell'Aeroporto Internazionale Logan di
Boston, Massachusetts per un volo di 5 ore
Come il volo American Airlines 11 otto minuti prima, anche per
l'UA 175 fu stimata una velocità di impatto di 350 nodi (circa
650 Km/h). I danni strutturali causarono il collasso
dell'edificio 47 minuti dopo l'impatto, alle 09.50. diretto a
Los Angeles, California.
A bordo del velivolo c'erano 56 passeggeri (compresi 5
attentatori), 7 assistenti di volo e 2 piloti.
Poco dopo il decollo, pochi attimi dopo che il suo equipaggio
aveva riferito all'ARTCC (Air Route Traffic Control Center) di
Boston le trasmissioni radio sospette di un altro aeromobile, il
volo 175 scomparve dagli schermi radar della FAA (Federal
Aviation Administration) e smise di rispondere alle chiamate
radio dei controllori del traffico aereo.Alle 09.03, mentre
centinaia di telecamere inquadravano il complesso del World
Trade Center, il velivolo si schiantò tra il 65° e il 75° piano
della torre sud del WTC. Le immagini fecero il giro del mondo.
Lista dei passeggeri Scheda tecnica del Boeing 767
Volo 77 American Airlines (Pentagono)
Il volo 77
dell'American Airlines, operato con un Boeing 757-223 (N644AA),
la mattina dell'11 settembre 2001, alle 08.10 ora locale,
decollò dalla pista 30 dell'Aeroporto Internazionale Washington
Dulles per un volo di 4 ore diretto a Los Angeles, California.
A bordo del velivolo c'erano 58 passeggeri (compresi 5
attentatori), 4 assistenti di volo e 2 piloti.
Poco dopo il decollo il velivolo scomparve dagli schermi radar
della FAA (Federal Aviation Administration) e smise di
rispondere alle chiamate radio dei controllori del traffico
aereo.
L'aereo invertì la rotta e si diresse verso Washington, D.C. da
nord, si abbassò di quota sopra la Casa Bianca, fece una virata
di 270°, e si diresse verso l'edificio del Dipartimento della
Difesa (il Pentagono), nella Virginia del nord.
Testimoni oculari dichiararono che l'aereo sradicò alberi e
lampioni mentre scendeva ad alta velocità, prima di colpire la
facciata sud-ovest del Pentagono.
Lista dei passeggeri Scheda tecnica del Boeing 757
Volo 93 United Airlines (Somerset, Pennsylvania)
Il volo 93
della United Airlines, operato con un Boeing 757-222 (N591UA) la
mattina dell'11 settembre 2001, alle 08.01 ora locale, decollò
dall'Aeroporto Internazionale di Newark, vicino a New York, per
un volo di 5 ore diretto a San Francisco, California.
A bordo del velivolo c'erano 37 passeggeri (compresi 4
attentatori), 5 assistenti di volo e 2 piloti.Diversamente dagli
altri aerei coinvolti nell'attentato, il volo United Airlines 93
procedette normalmente lungo la sua rotta per più di un'ora e fu
dirottato approssimativamente alle 09.35, nei pressi di
Cleveland, Ohio mentre saliva a 35.000 piedi di quota.
La rotta del velivolo fu cambiata per dirigersi,
presumibilmente, verso Washington, D.C. Gli investigatori
ritengono che fosse diretto verso la Casa Bianca o verso il
Campidoglio. Tuttavia non raggiunse mai il suo obiettivo.
Durante le prime fasi del dirottamento, pare che due assistenti
di volo furono uccisi nella parte anteriore del velivolo, mentre
i restanti passeggeri furono fatti spostare verso la coda.
Durante tutto il dirottamento, sembra che a questi passeggeri e
all'equipaggio fu permesso di utilizzare i telefoni cellulari e
i sistemi telefonici di bordo per comunicare con i propri cari.
La versione ufficiale sostiene che a bordo del velivolo vi fu
una votazione tra i passeggeri per decidere se obbedire ai
dirottatori o tentare di riprendere il controllo dell'aereo.
Sembra che questa seconda ipotesi vinse portando ad una
colluttazione fra i passeggeri e i dirottatori.
Forse non sapremo mai cosa successe realmente a bordo del volo United Airlines 93, quello che è certo è che il velivolo si schiantò al suolo, in un campo, nei pressi di Somerset, in Pennsylvania
Lista dei passeggeri Scheda tecnica del Boeing 757
Lista dei dirottatori secondo la versione ufficiale
Questa la lista ufficiale diffusa dall'Fbi con i nomi dei presunti terroristi che avrebbero eseguito i dirottamenti dell'11 settembre 2001.
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American Airlines 11:
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United Airlines 175: |
American Airlines 77:
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United Airlines 93:
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Naturalmente nessuno di questi presunti dirottatori risulta nelle liste dei passeggeri dei quattro voli.
Questo può significare due cose.
1. Sugli aerei furono fatte imbarcare persone in più rispetto a quelle indicate nelle liste dei passeggeri e, per di più, le persone in più erano proprio dei terroristi. Assolutamente inverosimile.
2. Alcune persone che risultano nelle liste dei passeggeri non erano chi dicevano di essere, ma terroristi imbarcati grazie a documenti falsi. Sarebbe una versione credibile se solo non ci fossero i parenti delle vittime a confutarla. Le persone nelle liste ufficiali sono tutte confermate, nessuno di quei nomi è inventato.
A questo punto nasce spontanea una domanda: da dove vengono questi nomi di presunti dirottatori e, soprattutto, dov'erano l'11 settembre 2001?
Dalla rete, La lista delle Vittime: LEGGI >>


Restano i misteri della verità ufficiale
di Manlio Dinucci e Tommaso Di Francesco – «Il Manifesto»
11/09/2003
Sono passati due anni dagli attacchi
terroristici dell'11 settembre 2001, ma eventi, dinamica, orari,
decolli degli aerei, ruolo dei molteplici - e tutti ancora al
loro posto di comando - Servizi segreti e perfino dello stesso
presidente Bush, fino alla «sparizione» di fatto delle prove,
restano ancora un enigma inestricabile.
A due anni di distanza dagli attacchi terroristici dell'11
settembre 2001, resta fitto il mistero sulla loro dinamica,
ricostruita attraverso le dichiarazioni ufficiali, le
testimonianze e i resoconti giornalistici. La mattina dell'11
settembre 2001, il volo 11, decollato da Boston, viene dirottato
alle 8:13 e il locale centro di controllo perde il contatto con
l'aereo. Come prescrive il regolamento, anche in caso di dubbio
esso dovrebbe immediatamente dichiarare l'emergenza. Aspetta
invece alle 8:25 per lanciare l'allarme. A questo punto la
Federal Aviation Authority dovrebbe subito avvisare il North
American Aerospace Defense Command (Norad). Esso viene invece
informato solo alle 8:40. Dopo circa cinque minuti, un tempo di
reazione molto lento, il Norad decide di intercettare il volo
11, distante ancora circa 188 miglia da New York, ma
inspiegabilmente ordina il decollo di due F-15 dalla base Otis
nel Massachusetts, distante 190 miglia dall'aereo, e non di
altri caccia da basi più vicine. I due F-15 decollano alle 8:52,
quando ormai il volo 11 ha colpito, alle 8:46, la Torre nord del
World Trade Center (che crollerà alle 10:28).
Nel frattempo, alle 8:42, anche il
volo 175, decollato da Boston, devia dalla rotta senza
rispondere alla torre di controllo. I due F-15, che avrebbero
dovuto intercettare il volo 11, ricevono dal Norad l'ordine di
inseguire il volo 175. Questi caccia, che possono superare le
1.875 miglia orarie, viaggiando a una media di 1.125 miglia
potrebbero raggiungere New York in 10 minuti, prima del volo
175. Volano invece a meno di 600 miglia orarie, impiegando 19
minuti. Sono quindi ancora distanti quando, alle 9:03, il volo
175 colpisce la Torre sud del World Trade Center (che crollerà
alle 9:59).
Poco prima, alle 8:46, anche il volo 77, decollato da
Washington, devia dalla rotta e non risponde, dimostrando che si
tratta di un terzo dirottamento. Quindi, alle 8:55, l'aereo
compie una virata dirigendosi su Washington. Cinque minuti dopo,
alle 9, il Pentagono viene messo in stato di allerta, ma al
livello alfa, il più basso. Il Norad, avvisato solo alle 9:24,
fa decollare alle 9:30 tre F-16 dalla base Langley in Virginia,
distante 129 miglia da Washington; non fa invece decollare
nessun caccia dalla base Andrews, distante appena 10 miglia da
Washington, né fa rientrare tre F-16 della stessa base che,
trovandosi a circa 200 miglia di distanza in missione di
addestramento, potrebbero arrivare a Washington entro dieci
minuti. I tre F-16 decollati dalla base Langley potrebbero,
volando a 1.300 miglia orarie, raggiungere Washington in sei
minuti, prima del volo 77. Invece, quando il volo 77 colpisce il
Pentagono alle 9:41, si trovano ancora a 105 miglia da
Washington: in 11 minuti hanno percorso appena 24 miglia a circa
130 miglia orarie. C'è anche un quarto dirottamento, quello del
volo 93 decollato da San Francisco, di cui il Norad viene
informato alle 9:16. Non fa però decollare nessun caccia per
intercettarlo. Il volo 93 precipita alle 10.06 per cause ignote
a 124 miglia (15 minuti di volo) da Washington.
Mentre si svolgono questi
avvenimenti, il presidente Bush si trova a Sarasota (Florida)
per incontrare gli alunni della scuola elementare Booker. Qui,
alle 9, viene informato dal capo dello staff della Casa bianca,
Andrew Card, che un aereo ha colpito quattordici minuti prima la
Torre nord del World Trade Center. Alle 9:02, come se niente
fosse, Bush comincia a leggere ai bambini di una seconda
elementare la storia della capretta di una ragazzina. Alle 9:05,
Andrew Card gli si avvicina e gli sussurra che un secondo aereo
ha colpito le Torri gemelle. Appresa la notizia, Bush continua a
leggere la storia della capretta per altri 20 minuti, fino alle
9:25. Per tutto questo tempo il presidente degli Stati uniti è
all'oscuro dello sviluppo degli avvenimenti, né è in grado di
autorizzare, come comandante in capo delle forze armate,
l'eventuale abbattimento degli altri aerei dirottati. In seguito
dirà che non ha interrotto la lettura per non spaventare i
bambini. Gli agenti dei servizi segreti addetti alla sicurezza
del presidente, ignorando la procedura, non mettono al sicuro il
presidente. Lo lasciano invece a leggere la storia della
capretta.
Man mano che passa il tempo, emergono diversi altri
fatti, indizi e ipotesi che gettano ulteriori ombre sulla verità
ufficiale. Diversi esperti sostengono che il modo in cui le
Torri sono crollate ricorda da vicino gli effetti di una
demolizione controllata. Appare loro sospetto soprattutto il
crollo della torre numero 6 del World Trade Center (Wtc6), la
quale. dopo essere stata investita da detriti della Torre nord,
viene distrutta alle 9:04 da una esplosione che solleva al di
sopra dell'edificio una nube alta oltre 150 metri. Altri
interrogativi vengono sollevati sulla distruzione della torre
numero 7 (Wtc7), un edificio di 47 piani, di cui due occupati
dallo U.S. Secret Service, che crolla alle 17:20 nello stesso
modo delle altre torri.
L'ipotesi che esse siano state distrutte non solo dall'impatto
degli aerei e dal calore sviluppato dall'incendio del carburante
(o, nel caso della Wtc6, dai detriti), pur apparendo improbabile
se non fantascientifica, non avrebbe dovuto essere scartata a
priori in una seria inchiesta
Invece, quando la Società americana
degli ingegneri civili intraprende un'inchiesta sulle cause dei
crolli, essa viene ostacolata in tutti i modi dalla Agenzia
federale per la gestione dell'emergenza (Fema). «Alcuni membri
del team, che comprende alcuni dei più stimati ingegneri
statunitensi, - riporta The New York Times (25 dicembre
2001) - si sono lamentati di essere stati ostacolati da
restrizioni burocratiche che hanno impedito loro di intervistare
i testimoni, esaminare il luogo del disastro e richiedere
informazioni fondamentali. Anche se il nostro è un team
pressoché ideale per tale lavoro, ha detto uno degli ingegneri,
abbiamo le mani legate e alcuni di noi sono stati minacciati di
destituzione per aver parlato con la stampa».
Alcuni ingegneri strutturali, inoltre,
criticano «la decisione di riciclare rapidamente le colonne,
travi e travature reticolari in acciaio», che avrebbero dovuto
essere esaminate attentamente dagli investigatori in quanto
«l'unico modo per determinare con certezza la sequenza e la
causa del crollo è recuperare grandi quantità di acciaio dalle
aree vicine a quelle dell'impatto degli aerei e possibilmente
riassemblare sezioni delle torri». Le autorità, invece, fanno
subito rimuovere da ditte private circa 300mila tonnellate di
acciaio delle torri crollate, che vengono esportate in Asia per
essere riciclate. «Tale decisione - dichiara il Dr. Frederick W.
Mowrer dell'Università del Maryland, professore associato di
ingegneria per la protezione contro gli incendi - compromette
qualsiasi inchiesta sui crolli. (...) Giudico inquietante la
rapidità con cui sono state rimosse e riciclate prove
potenzialmente importanti».

Dopo l'11 Settembre 2001: Leggi tutte le news da Disinformazione.it >>
11
settembre: attori contro la versione ufficiale
Maurizio Blondet - 30/03/2006 - tratto da
www.effedieffe.com
All’ultimo
momento,
la CC ha cancellato la puntata del suo talk-show di successo,
chiamato «Showbiz Tonight».
L’anonimo senatore ha rifiutato all’ultimo minuto.
Ragione del dibattito: discutere le recenti dichiarazioni del
noto attore Charlie Sheen.
Il quale, il 19 marzo scorso, intervistato dalla GCN Radio
Network, ha detto: «mi
pare che la vera teoria della cospirazione sia credere che 19
dilettanti terroristi armati di taglierini abbiano dirottato
quattro aerei e raggiunto il 75% dei loro obbiettivi. Questo
solleva un sacco di domande». Ed ha chiesto una
nuova inchiesta, veramente indipendente, su quel che è successo
l’11 settembre.
Tutti i
media hanno urlato contro Charlie Sheen,
gli hanno dato del complottista e del visionario, gli hanno
intimato il silenzio.
Il 27 marzo, proprio sulla CNN, Sharon Stone ha preso le difese
di Charlie Sheen: in base al Primo Emendamento, ha detto
l’attrice, Charlie ha diritto di parlare liberamente.
Ha aggiunto che il collega si è comportato «con
coraggio», e che è essenziale, nell’attuale
situazione in USA, non farsi intimidire dalle autorità.
Sharon Stone e Charlie Sheen non sono i primi né i soli a
contestare la «verità ufficiale».
L'attore James Woods la contestò dai microfoni della Fox News
già nel 2002, il 14 febbraio.
Dean Haglund
(star di X-Files) ha fatto pubbliche dichiarazioni alla radio
GCN nel 2004 sostenendo che la verità sulle Twin Towers era
stata manipolata dal governo.
Susan Sarandon e Michael Moore sono apertamente critici della
versione ufficiale sul grande attentato.
L'attore Ed Begley jr. ha fatto il presentatore del DVD «Confronting
the evidence», il video finanziato da Jimmy Walter che mostra,
in immagini incontrovertibili, che i due aerei che furono
lanciati contro le Twin Tower avevano sotto la pancia un oggetto
oblungo (forse l’apparato di teleguida), e non avevano
finestrini, né insegne degli aerei-passeggeri; quanto all’aereo
sul Pentagono, sul prato antistante, a pochi minuti
dall’attentato, non vi è traccia di rottami.
E, come
abbiamo ricordato su questo sito,
pochi giorni fa, in un telefilm a episodi («Boston Legal»), un
attore, che impersona l’avvocato Alan Shore, ha pronunciato
un'arringa di questo tenore: «Quando
la storia delle armi di distruzione di massa risultò falsa, mi
aspettavo che il popolo americano insorgesse. Non l’ha fatto.
Quando la faccenda di Abu Ghraib saltò fuori e risultò che il
nostro governo cattura delle persone e le consegna a Paesi dove
si tortura, ero sicuro che il popolo americano si sarebbe fatto
sentire. E’ rimasto muto».
«Poi è arrivata la
notizia che noi teniamo in carcere migliaia di cosiddetti
sospetti terroristi, senza processo e senza nemmeno che possano
replicare ai loro accusatori. Certo, non avremmo sopportato
questo.
L’abbiamo
sopportato…Torture, perquisizioni senza mandato, intercettazioni
illegali, incarcerazioni senza processo, guerra sotto falsi
pretesti: noi cittadini sopportiamo tutto questo…».
Un atto di coraggio civile che non ha eguali nella società
americana.
Perché gli attori e i registi parlano a voce alta contro la
versione ufficiale dell’11 settembre, e gli altri tacciono?
In USA, gli
attori sono ricchi ed anche economicamente autonomi,
al contrario degli altri americani che, anche se sono
benestanti, sono assillati dai debiti.
E dunque tengono la testa bassa, lavorano 14 ore al giorno, e
non esprimono critiche anticonformiste che possano danneggiarli
nella carriera.
In USA, gli attori vivono in un ambiente dove l'anticonformismo
- così totalmente represso nel resto della società USA - è
invece promosso.
Ma c’è di più: gli attori americani sono colti.
Più della popolazione in generale.
Non si può essere attore o attrice, in America, semplicemente
avendo un bell’aspetto.
Né si passa
dal Calendario Pirelli (o dalle foto di Playboy) e
dall’analfabetismo al cinema, o almeno al grande cinema.
Non si può essere attori, là, senza aver letto, gustato e
studiato Shakespeare.
Uno dei motivi per cui il cinema anglo-americano è superiore
agli altri è appunto che nel suo tessuto profondo c’è
Shakespeare, un’idea di teatro alta, animata da «impegno» nel
più alto senso politico ed artistico; come esercizio di
responsabilità civile.
Anche i
docenti universitari godono in parte della stessa autonomia
economica
(non possono essere licenziati con facilità), anticonformismo, e
cultura che - per quanto improbabile - li apparenta al mondo più
consapevole di Hollywood.
Non è un caso che siano due docenti della Kennedy School di
Harvard, John Mearsheimer e Stephen Walt, ad avere avuto il
coraggio di pubblicare uno studio dal titolo «La
lobby israeliana nella politica estera USA», che sta
mettendo a rumore - e rompendo il muro del silenzio - sul potere
occulto della lobby ebraica sopra il governo americano e i
media.
Speriamo di poter offrire presto una traduzione di questo studio
assolutamente dirompente: sono 84 pagine, richiede tempo.
Le altre
categorie sociali in America non hanno gli stessi mezzi né la
stessa autonomia: devono chinare il capo e tacere.
Per questo dobbiamo rendere omaggio ai rarissimi che osano
alzare la voce senza essere né attori né docenti.
Come il comandante Eric Haney: militare tutto d’un pezzo, è
stato il creatore della Delta Force, la celebre unità di
commando anti-terrorismo.
Tutt’altro che un pacifista.
Ecco perché
si è ritirato immediatamente dopo. Siamo noi a fomentare la
guerra civile in Iraq…
La nostra credibilità è assolutamente zero, ed io dico ‘nostra’
perché noi americani, come popolo, abbiamo prestato bordone a
tutto questo».
E' da vedere fino a che punto queste voci coraggiose potranno,
infine, cambiare l'atteggiamento dell'opinione pubblica
americana, ciecamente prona alla versione ufficiale.
Per diretta esperienza so che in USA i professori universitari
hanno pochissima influenza sul vasto pubblico, confinati come
sono nelle felici bolle dei loro campus; ed anche là, come da
noi, gli attori non sono facilmente seguiti come «maitres
à penser».
Tuttavia, nel muro della menzogna si aprono delle crepe.
Maurizio Blondet
DarioFo& FrancaRameNews
Il C@C@O della domenica 14 Ottobre 2001
Dobbiamo confessarvi che ci e' venuto un dubbio, quando
siamo stati
attaccati cosi' brutalmente per le nostre posizioni
pacifiste. Il dubbio di
esserci sbagliati a condannare a priori l'azione militare
Usa.
Abbiamo anche sperato di esserci sbagliati: "Magari sara'
veramente
un'azione di polizia, precisa e mirata che non fara' morti
tra i civili.
Magari l'orrore dell'11 settembre ha instillato umanita' e
prudenza nelle
teste dei militari..."
Invece, disgraziatamente, avevamo ragione.
Sono iniziati i bombardamenti a tappeto sull'Afghanistan,
muoiono
donne, bambini, interi villaggi vengono sterminati, per
carita', un errore
umano, 4 volontari delle organizzazioni umanitarie vengono
centrati in
pieno dalla solita bomba intelligente: spariti. La guerra
sta provocando
migliaia di morti anche tra i civili in fuga, senza cibo,
senza medicine e
senza la possibilita' di ricevere soccorsi.
E tragicamente si rischia che il numero dei morti tra i
civili afgani,
continuando con questo ritmo le incursioni intelligenti a
colpi di centinaia
di missili per volta, raggiunga lo stesso numero di
trucidati americani
nell'orrendo attacco alle torri di New York e al Pentagono.
Ed ecco
realizzato il paventato occhio per occhio.
E nessuno tra i sostenitori di Bush sembra leggere l'assurdita'
di questa
situazione. Nessuno di loro riesce a sentire per questi
morti senza
cellulare la stessa pieta', la stessa indignazione. E meno
male che si ripete
a tormentone che questa e' una guerra umanitaria.
E' interessante notare come avviene questa cancellazione del
senso di
umanita', questa mostruosa capacita' di distinguere un morto
da un altro e
di collocarli all'interno di due categorie mentali
completamente diverse.
La morale che rende possibile questo doppio salto mortale
logico e'
quella del fine che giustifica i mezzi.
Se il fine e' giusto (punire i terroristi) qualunque costo
collaterale
(uccidere civili innocenti) e' accettabile.
Al contrario noi pensiamo che per raggiungere un fine giusto
si possano
compiere solo azioni che rispecchiano la giustizia del fine.
Siamo convinti di questo, non solo per imprescindibili
ragioni morali, ma
anche perche' abbiamo dato un'occhiata alla storia e abbiamo
notato che
ogni volta che si e' cominciato a giustificare i mezzi con
il fine sono
successi disastri.
"Il fine giustifica i mezzi" portava i comunisti di mezzo
mondo a non
vedere che in Unione Sovietica c'era la dittatura e che
l'invasione della
Cecoslovacchia era un crimine vergognoso. Ha portato a non
accettare
l'accusa rivolta a Stalin, di aver massacrato almeno un
milione di
oppositori, dentro il suo stesso partito.
La stessa filosofia ha portato gli Usa a sostenere dittatori
e assassini come
Pinochet, i colonnelli greci e argentini, Saddam e Bin Laden
quando
servivano a proteggere gli interessi economici e militari
statunitensi.
Ora questa idea perversa fa si' che nella coalizione
anti-talebani siano
bene accetti dittatori, torturatori, criminali, signori
della guerra. Ora si
sostengono i loro governi antidemocratici e oppressivi. Si
chiude un
occhio quando uccidono oppositori che hanno il solo torto di
chiedere nel
loro paese gli stessi diritti concessi negli Stati Uniti
d'America... Non ci
si rende conto che la filosofia del fine che giustifica
tutto e' parte
centrale
del problema terrorismo. Sostenendo oggi i regimi
totalitari, perche' ci
servono contro i Talebani, si stanno allevando i terroristi
di domani.
E questo allarme lo manifestano decine di intellettuali sui
piu' importanti
giornali americani a partire dal New York Times.
Le stesse preoccupazioni le abbiamo lette perfino sul
Corriere della Sera,
in un articolo di due intere pagine a firma dello scrittore
Tiziano Terzani.
Ma se non bastasse questa considerazione, a lungo termine ce
n'e'
un'altra che dovrebbe indurre a fermare immediatamente i
bombardamenti.
Il piano di Bush ci sembra completamente delirante. Dice di
voler colpire
i sostenitori dei terroristi ovunque essi siano al governo.
L'idea e' quella
di tempestare scientificamente l'Afghanistan e cosi' indurre
Iraq e Siria a
sotterrare gli oppositori senno' peggio per loro. Se il
progetto non
funziona si passa all'Iraq. E se poi la Siria ancora
continua con la sua
ambiguita' si sistema anche lei.
Si tratta evidentemente di una logica militare da battaglia
navale che
manca di qualsiasi senso della realta'. Non si calcolano
assolutamente le
reazioni che questa guerra puo' innescare. Non si vede come
Arabia
Saudita, Pakistan, Filippine, Indonesia, Kashmir, Algeria,
Libia, Sudan,
Somalia, ex Jugoslavia siano paesi caratterizzati da una
grande
instabilita'. Non si capisce che si sta giocando col fuoco
sopra una
polveriera e che nessuno puo' sapere che cosa succedera' se
si comincia
ad allargare a dismisura il conflitto. Si sta scommettendo
su eventi che
possono innescare reazioni a catena spaventose.
E ancora di piu' stupisce constatare che non e' stata
realizzata nessuna
delle azioni che molti ritenevano essenziali per distruggere
la reale
capacita' operativa dei terroristi: agire immediatamente sul
segreto
bancario e i paradisi fiscali, dove si annida la gran parte
del potere dei
terroristi. Annullare il debito col terzo mondo e
convertirlo in
investimenti strutturali a favore dei miserabili del pianeta
e stabilire
regole di protezione per le economie deboli e aprire i
cordoni della Banca
Mondiale a favore del microcredito...
No, si sarebbe trattato di misure troppo onerose per questo
benedetto
capitalismo speculativo. E, soprattutto, come ha detto un
noto economista
americano: non possiamo entrare nei caveau segreti di
migliaia di banche,
a questo punto dovremmo bombardare anche la Svizzera.
E' meno rischioso bombardare l'Afghanistan.
E non ci si e' neanche preoccupati di distruggere le
infinite coltivazioni di
oppio afgane e pakistane che insieme pare producano
addirittura l'80%
dell'eroina mondiale, con relativo gioco di riciclaggio dei
narcodollari
che coinvolge gran parte del sistema finanziario dei paesi
"liberi".
Quel che succede invece e' che, mentre si bombardano le
citta', il grosso
dei talebani se ne sta ammassato a nord, lungo la linea del
fronte contro i
ribelli afgani filo-occidentali. Ma queste truppe non sono
state ancora
attaccate ne' dal cielo ne' da terra dalle forze
anglo-americane. Perche'?
Forse stanno contrattando con i ribelli del nord garanzie
sul futuro regime
di Kabul, i giornali dicono che bombarderanno i talebani
schierati al
fronte solo dopo un accordo... Ci sono molti dubbi sull'affidabilita'
di
questi alleati guerriglieri... Tanto che a loro si
preferirebbe il vecchio re
deposto e cacciato, che non ha certo la fama di un
democratico, ma e'
disposto fino in fondo a creare un governo completamente
gestibile dagli
Stati Uniti. Cosi' ci sara' finalmente la possibilita'
di impiantare il piu'
grande oleodotto del mondo che, partendo dagli stati dell'ex
Unione
Sovietica, attraversera' l'intero Afghanistan fino a
raggiungere l'India e
da li' tutti i paesi del Sud Est Asiatico, senza dover
passare per l'Iran.
Tiziano Terzani a questo proposito dice: "Nessuno in questi
giorni ha
ricordato che, ancora nel 1997 due delegazioni di "orribili"
talebani sono
state ricevute a Washington (anche al Dipartimento di Stato)
per trattare
di questa faccenda e che una grande azienda petrolifera
americana, la
Unocal, con la consulenza niente di meno che di Henry
Kissinger, si e'
impegnata col Turkestan a costruire questo oleodotto
attraverso
l'Afghanistan. E' dunque possibile che dietro i discorsi
sulla necessita' di
proteggere la liberta' e la democrazia, l'imminente attacco
contro
l'Afghanistan nasconda anche altre considerazioni meno
altisonanti, ma
non meno determinanti." (Corriere della Sera, 8 ottobre
2001)
Nella trasmissione di Santoro abbiamo ascoltato una madre
americana
che ha perso il figlio nel crollo delle due torri. Questa
donna diceva con
grande fermezza: se credete di lenire il mio dolore
producendo vittime
innocenti sappiate che non cancellerete la mia disperazione
ma anzi la
raddoppierete.
Dario Fo, Franca Rame, Jacopo Fo
www.francarame.it
Ancora guerra?15 settembre 2002
Il grande Cesare si prepara alla guerra.
E il nostro piccolo Cesare, come lo chiama Giorgio Bocca,
grida: "Anch'io! Anch'io!".
Pare proprio che una nuova guerra contro l'Iraq sia ineluttabile. Ma,
ci assicurano, come al solito, che sara' scientifica, piena di bombe
intelligenti, azioni chirurgiche, armi avvenieristiche che riducono a
numeri insignificanti la quantita' dei morti. Una guerra che sara'
seguita da migliaia di giornalisti e teleoperatori ma della quale non
vedremo niente. Una guerra pulita, giusta, sana e morigerata. Una
guerra moderna. E come ha dichiarato un alto ufficiale del
Pentagono:"Sara' una guerra facile!"
"Dobbiamo battere il terrorismo!" Grida il grande Cesare. E il piccolo
Cesare gli fa eco.
Se e quando scattera' l'attacco non e' dato di sapere.
Di certo questa guerra e' folle come tutte le guerre ma e'
contraddistinta da alcune varianti che la rendono particolarmente
odiosa.
Innanzi tutto essa viene dopo una serie di guerre pulite che si sono
dimostrate fucine di orrori. Nessuno ha perso tempo a contare i
profughi afgani stroncati dalla fame e dal freddo o stritolati dal
lancio di casse di aiuti umanitari. Esistono rapporti su migliaia di
civili uccisi, parecchi convogli di persone indifese scambiati per
colonne di nemici e massacrati e un paio di matrimoni stroncati da
nugoli di bombe. Non sappiamo invece quante migliaia di Talebani o
supposti tali siano stati massacrati, soffocati nei container o sepolti
ancora vivi in fosse comuni. Di sicuro molti tra questi prigionieri
erano al di sotto dei 14 anni. Quasi nulla si sa poi dei campi di
prigionia dove attualmente migliaia di esseri umani sono tenuti in
condizioni che sono state definite da molti organismi internazionali
simili a quelle dei campi di sterminio nazisti. In compenso la quasi
totalita' dei capi talebani e dei dirigenti della banda di Bin Laden
godono di ottima salute. Il terrorismo e la guerriglia prosperano in
Afghanistan e i civili continuano a morire per volonta' o per errori.
Ei signori della guerra afgani intanto si preparano a scannarsi tra di
loro.
Senza calcolare il conto ancora non presentato dall'inquinamento di
vaste aree dovuto ai proiettili anticarro rivestiti di uranio
impoverito. In Iraq e ex Jugoslavia le persone continuano a morire per
questa causa a migliaia e le nascite malformi sono aumentate in modo
impressionante. Ma anche qui poco si sa perche' si impedisce in ogni
maniera l'insediarsi di commissioni scientifiche internazionali e le
informazioni che circolano sono unicamente quelle raccolte
faticosamente dalle associazioni umanitarie.
C'e' poi da dire che scatenare una guerra contro l'Iraq e' un po'
ridicolo visto che la guerra contro questo paese continua ormai
quotidiana da un decennio. Quasi mai i giornali e le televisioni ne
danno notizia ma pressoche' tutti i giorni i bombardieri Usa sganciano
ordigni sull'Iraq dimostrando capacita' di errore veramente
considerevoli. Se non bastasse l'economia irakena e' allo stremo grazie
all'embargo commerciale e al modo criminale nel quale Saddam gestisce
il potere. In Iraq si muore per una banale infezione e gli interventi
chirurgici vengono fatti senza anestesia perche' non ci sono medicine e
anestetici.
Potremmo poi aggiungere che la guerra in Afghanistan ha fatto esplodere
focolai di violenza e terrorismo in Palestina, Indonesia, Nigeria,
Kashmir, costati migliaia di morti. Certamente una nuova guerra in Iraq
provochera' un ulteriore aumento degli scontri in tutto il mondo.
E se non bastassero queste considerazioni a favore della rinuncia
all'attacco "definitivo" all'Iraq potremmo riflettere sull'insieme dei
fatti avvenuti prima e dopo l'11 settembre 2001.
Il grande Cesare presento' quell'orribile strage in modo assolutamente
limpido e semplice: le stragi erano frutto della follia criminale dei
terroristi.
A distanza di un anno non c'e' piu' quasi nessuno ad essere convinto
che i retroscena di quel massacro siano semplici e limpidi.
Tre sono le questioni essenziali.
Le stesse autorita' statunitensi hanno aperto un'inchiesta per scoprire
come mai nei mesi prima dell'11 settembre decine di miliardi di dollari
siano stati investiti in speculazioni sulle azioni delle compagnie
aeree e assicurative che sarebbero uscite gravemente danneggiate dagli
attentati. E non furono solo gli uomini di Bin Laden a speculare ma
anche alcune multinazionali americane.
I grandi quotidiani americani considerano ormai indubbio che il
presidente Bush sapesse molto di piu' di quel che ammette sugli
attentati dell'11 settembre, prima che avvenissero. O e' completamente
incapace o per qualche motivo non ha preso in sufficiente
considerazione gli allarmi.
Fin dall'estate era pronto un piano di guerra contro l'Afghanistan,
legato alla necessita' di bonificare la zona dai Talebani per
consentire a un enorme oleodotto di attraversare il paese allo scopo di
portare petrolio e gas dall'ex Unione Sovietica fino alle coste indiane.
Basterebbero queste considerazioni per creare dubbi sulle spiegazioni
troppo facili.
E si potrebbero aggiungere anche altri particolari: l'amicizia tra Bush
e Bin Laden (che come Saddam e i Talebani sono creature Usa).
La crisi economica e gli scandali della Enron e degli altri colossi Usa
era gia' in incubazione in primavera.
Che ne sarebbe stato dell'economia americana se gli scandali sulle
grandi truffe azionarie e il crollo della borsa fossero esplosi in una
situazione di pace?
Non sarebbe la prima volta che si prepara una guerra per salvare
l'economia e gli indici di gradimento. Ed e' innegabile che l'aumento
esponenziale delle spese militari Usa dopo l'11 settembre abbia dato
una notevole boccata d'ossigeno all'economia statunitense.
Con questo non vogliamo certo negare che siano stati terroristi
fondamentalisti mussulmani a realizzare gli attentati. Ma possiamo
immaginare che nell'intrico di alta finanza, servizi segreti,
doppiogiochisti, infiltrati e agenti provocatori la linea di confine
che separa i buoni dai cattivi risulti alla fine molto confusa.
Di certo la guerra che gli Usa stanno conducendo contro il terrorismo
e' strutturalmente incapace di arginare questa terribile piaga e sembra
invece di alimentarla a dismisura.
Come hanno sottolineato molti esperti americani il terrorismo non si
batte con i caccia bombardieri ma con un lavoro di indagine scientifica
e minuziosa e operando per ridurre la miseria e la disperazione che i
terroristi utilizzano come bandiera della loro guerra insensata e come
argomento per reclutare kamikaze.
Dario Fo, Franca Rame, Jacopo Fo
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AL LUPO... AL LUPO... |
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11 SETTEMBRE |
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LA STRATEGIA DEL FUMO NEGLI OCCHI |
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IL MISTERO DI UNITED 93 |
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11 SETTEMBRE |
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9-11 IN PLANE SITE |
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BUSH E CHENEY INDAGATI |
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11 SETTEMBRE GIORNALISTI YESMAN |
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11SETTEMBRE |
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L'INCENDIO AL WTC: DOV'E' L'INFERNO ? |
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11 SETTEMBRE A CACCIA DI FANTASMI |
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11SETTEMBRE ANCORA NESSUN COLPEVOLE |
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9/11 GLI ATTENTATI E LA CIA |
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FAHRENHEIT 9/11 |
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FAHRENHEIT 9/11 |
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PATRIOT ACT |
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UN PO' DI PROPAGANDA DELLO ZIO SAM |
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LA PISTOLA CHE FUMO'
PER 1,5 SECONDI... |
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I VOLI AA11 E AA17 NON
DECOLLARONO l' 11/9 |
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IL FALSO VOLO 175 |
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IL FALSO ATTENTATO AL
WTC |
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LA GRANDE BUGIA DELLE
TELEFONATE DAL CIELO |
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PER BUSH IL 911 NON FU UNA SORPRESA |
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COLPEVOLE PER IL 911 BUSH ALLO
SCOPERTO |
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IL SEGRETO DEL PENTAGONO |
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QUANDO RUMSFELD DICHIARAVA CHE UN '
MISSILE '' HA COLPITO IL PENTAGONO
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QUELLO CHE SERVIVA
ALL'AMERICA ERA UNA
NUOVA PEARL HARBOR |
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STORIA RIVISITATA DELL' 11 SETTEMBRE
(
link ) |
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LE FALSE PROVE CONTRO OSAMA BIN LADEN |
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IL BOEING RISPETTA LA NATURA |
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LA GUERRA INFINITA |
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11 SETTEMBRE 2001 COLPO DI STATO IN
USA |
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LE PROVE DEL COMPLOTTO |
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IL BOEING C'E'
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IL BOEING CHE NON C'E' |
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LE TWIN TOWER MINATE? |
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LA TESI DEL COMPLOTTO |
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PER RIFLETTERE |
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LA CONNESSIONE SAUDITA |
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GLI SCENARI NASCOSTI |
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DISASTER RELIEF EFFORT
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Bush, adesso Usa piu' sicuri ansa.it 2006-09-09 15:17
Khatami in Usa, attentatori 11/9 non andranno in paradiso (ANSA) - WASHINGTON, 9 SET - Gli Stati Uniti sono piu' sicuri oggi che cinque anni fa grazie a programmi di valore incalcolabile dell' Amministrazione Bush. Gli Usa sono ancora minacciati e stanno sull'offensiva ovunque nel mondo. Sono alcuni dei concetti che il presidente Bush sosterra' nel discorso alla radio nell'imminenza del V anniversario dell'11 settembre. L'ex presidente iraniano Khatami, in visita negli Usa, denuncia gli attacchi dell'11 Settembre e afferma che i responsabili non andranno in paradiso
IL QUINTO ANNIVERSARIO www.lastampa.it
11 settembre, la memoria sprecata 10/9/2006 di Barbara Spinelli
INIZIATA da George W. Bush subito
dopo l'attacco alle Torri di New York, la guerra contro il
terrorismo non accenna a finire e già è durata molto tempo:
cinque anni, più della prima guerra mondiale, poco meno della
seconda. E nessuna vittoria in vista, nessuna indicazione su
come l'impresa potrebbe andare a finire, ma anzi un proliferare
di guerre etnico-religiose, di aggressioni terroriste in vari
punti del globo, di disarticolazioni dei poteri statali in Medio
Oriente, nel Golfo, in Afghanistan, in Pakistan, in India, nelle
Filippine. Disarticolazione è un vocabolo terrorista, le Brigate
Rosse si ripromettevano simile risultato quando attaccavano «il
cuore dello Stato». Oggi la disarticolazione è epidemia
planetaria e non sono le democrazie e neppure l'America ad
avvantaggiarsene, anche se traumi come quello del 2001 in
America non si sono riprodotti. Un grafico di Foreign Policy
illustra l'approdo cui siamo giunti a cinque anni dall'11
settembre: fra il 2002 e il 2005 gli attacchi terroristici
contro l'America sono scesi da 62 a 51 rispetto al ‘98-2001, e i
morti sono diminuiti drasticamente (2991 fra il 1998 e il 2001,
3 fra il 2002 e il 2005). L'America è al momento risparmiata ma
non l'Asia centrale e sud-orientale, l'Africa, e in primis il
Medio Oriente (10.615 morti e 5517 attentati nel 2002-2005,
contro 609 morti e 1376 attentati nel 1998-2001).
Alcuni esperti americani si consolano con queste cifre:
l'avversario non è in grado di nuocere come nel 2001 e in fondo
si torna al pre-11 settembre. Ma un'America che si protegge dal
mondo mettendo a repentaglio il mondo non può sentirsi né
vittoriosa né sicura. Il suo governo s'è lanciato in guerre
mondiali con la pretesa di imitare il coinvolgimento Usa nei
conflitti europei del '900, ma il suo disegno è per la verità
isolazionista, autarchico. I critici di Bush impiegano un
termine calzante, quando ne riassumono i difetti: lo chiamano
incurious. La persona incurious è priva di curiosità, di
desiderio di conoscere, d'apprendere: ignora volontariamente le
cose attorno a sé, è disattenta, distratta, prigioniera di sue
astratte fantasie. La politica della memoria, nelle mani dell'incurious,
produce danni perché è disordinata, procede a casaccio, dunque è
inservibile. La sua tentazione è la self-fulfilling prophecy, la
profezia che si auto-realizza e che di regola non è affatto una
profezia ma una falsa definizione dei fatti: le conseguenze di
tali definizioni sono diabolicamente reali, ma non per questo è
reale anche l'originaria definizione.
Lo stesso vale per la memoria, che è una profezia sui generis:
ogni giorno Bush evoca le guerre antitotalitarie del '900, ma
quasi si direbbe che non sa quel che evoca. La lotta odierna
contro il terrore ha temporaneamente protetto gli americani in
America (il tempo di vincere questa o quella elezione), ma ha
frantumato l'influenza statunitense nel pianeta. Per cinque anni
è stata condotta senza pensare il mondo, addirittura ignorandone
la fattura. È stata ed è fatta con vista breve, con conoscenza
nulla, con ricordi storici storti. È perduta in Iraq, può
naufragare in Afghanistan. Con le guerre Usa nel '900 ha poco a
che vedere. Allora il centro dell'Occidente era forte. Oggi i
mondi attorno all'America franano e il centro non tiene. Come
nell'oracolo poetico di Yeats: «Things fall apart; the centre
cannot hold; Mere anarchy is loosed upon the world», pura
anarchia si rovescia sul mondo. Nonostante questo precipitare i
discorsi ufficiali restano eguali a se stessi, e non solo in
America: sono ripetitivi, vacui, annunciano offensive globali
contro terrori globali senza riconoscere che il terrorismo ha
preso forme ormai locali, nazionali, distinte. Gli slogan sul
conflitto globale sono un regalo che ogni giorno facciamo a Bin
Laden, aggrappato a quest'immagine che lusinga la sua potenza e
nasconde le sue spossatezze. È vero, dopo l'11 settembre gli
occidentali e parte dell'Islam (innanzitutto sciita)
solidarizzarono con l'America e la missione afghana. Ma
continuare a invocare l'iniziale unità senza domandarsi quel che
nel frattempo è accaduto sul terreno è poco sensato. I talebani
sono di ritorno da molto tempo in numerose province nel Sud e
nell'Est (compresa la zona assegnata agli italiani) ed è
impressionante come le due cose s'intreccino: la ripetitività
dei discorsi occidentali e la negligenza dei fatti. Son
ripetitivi non solo i governanti Usa ma anche la Nato, gli
europei. In questi giorni lo stupore li ha assaliti, di fronte
alla forza talebana che si consolida nelle zone trasferite dagli
Usa alla Nato - è «sorpreso» il generale James Jones, comandante
delle truppe atlantiche in Europa, s'è detto «sorpreso» il
segretario alla Difesa Rumsfeld, a Kabul nel dicembre 2005: sono
anni che in Afghanistan siamo sempre più esterrefatti. Neppure
ci siamo accorti che sradicare le colture di oppio senza
rassicurare i suoi diseredati coltivatori è consegnare questi
ultimi ai talebani. Quando una sorpresa dura troppo a lungo c'è
qualcosa che non va: il buon senso sta svanendo. La potenza che
aveva ambizioni imperiali, a forza di sorprendersi, si perde.
Forse ha ragione lo storico Niall Ferguson: gli imperi moderni,
Usa in testa, durano ben poco, molto meno degli antichi.
Il fatto è che la guerra in Afghanistan non è solo lotta al
terrorismo come sostiene il ministro della Difesa Parisi. Per
ottenere risultati pratici deve conquistare anche cuori e anime
delle popolazioni, dar loro la sicurezza che manca, aiutare lo
Stato centrale a ridivenire autorevole. Se fosse solo lotta al
terrorismo la missione in Afghanistan dovrebbe terminare, tanto
somiglia - sempre più - all'esiziale intervento sovietico.
D'altronde il terrorismo talebano è già stato in parte
indebolito, non con la guerra bensì con interventi su flussi
bancari e con l'intelligence. Per questo è utile esaminare le
nostre sconfitte e imparare da esse, non solo in Iraq ma anche
in Afghanistan: questa è vera memoria, non quella che ogni
minuto evoca Hitler e Churchill. Se usano questa memoria viva,
pratica, i responsabili italiani ed europei potranno rinegoziare
con la Nato la missione, correggendo gli errori Usa. Altrimenti
avranno ragione Fini e coloro che non vedono differenza alcuna,
fra le scelte di Prodi e quelle di Berlusconi dopo l'11
settembre.
Eppure le differenze ci sono, innumerevoli. Oggi è l'ora
dell'Europa ed è grande merito di Prodi, di D'Alema, averlo
intuito presentandosi come custodi-sentinelle della tregua in
Libano. Il conflitto libanese è stato cruciale perché ha
evidenziato proprio questo: è il momento dell'Europa, del
multilateralismo, dell'Onu, perché l'impero Usa periclita.
L'impero non garantisce più sicurezza mondiale, non garantisce
neppure più il punto nevralgico che è Israele. Negli Stati Uniti
si moltiplicano le polemiche contro la lobby ebraica, in Israele
aumentano le voci di chi considera l'America non più parte della
soluzione ma del problema: lo studioso Jason Gitlin, su Haaretz
di venerdì, sostiene che «gli Stati Uniti non sono più una
risorsa nella regione ma un peso». Israele scopre l'importanza
dell'Onu, cerca contatti e aiuti in Europa, in Italia. È una
novità che tanti analisti Usa trascurano quando sostengono che
nulla è realmente cambiato dopo l'11 settembre. Anche Berlusconi
vorrebbe cancellare la novità, opponendosi all'operazione
libanese.
L'Europa ha vantaggi notevoli, se i governi volenterosi
congiungono le proprie forze: è capace di maggiore attenzione
alle situazioni locali, e per esperienza storica sa i pericoli
dei nazionalismi ideologici-millenaristi. Non globalizza tutto,
generalizzando. Ma soprattutto è più restia a usare la memoria
come arma politico-elettorale, come ancor oggi fanno Bush,
Cheney, Rumsfeld. La memoria è una delle grandi vittime di
questi cinque anni. È stata usata a sproposito, manipolata,
sprecata. Si è parlato di Hitler e del cedimento democratico che
va sotto il nome di appeasement con leggerezza stupefacente. Per
questa via Bin Laden ha guadagnato lo statuto di possente
avversario, contro il quale l'Occidente schiera eserciti. Forse
la prima cosa da fare è dimenticare questi paragoni, smetterli
per un po', comunque approfondirli. Non descrivono le situazioni
effettive, non aiutano. L'Iran che cerca spazio nell'universo
musulmano somiglia alla Prussia dell'800 più che a Hitler:
secondo Vali Nasr, studioso degli sciiti, Teheran aspira a
divenire una potenza regionale come la Germania di Bismarck, e
della disputa atomica si serve a tale scopo. È impregnato di
messianesimo, ma quel che cerca è una resa dei conti con i
regimi sunniti, non uno scontro democrazia-dittatura né la
rovina d'Israele. La democrazia è anzi strumento privilegiato
dagli sciiti: il loro peso nella regione aumenta enormemente, se
ovunque è applicata la regola democratica «un uomo, un voto».
Comunque la voce iraniana s'è fatta grossa perché le guerre Usa
hanno magnificato il suo peso, innalzando gli sciiti in Iraq e
indebolendo i sunniti talebani in Afghanistan (Vali Nasr, The
Shia Revival, La Rinascita Sciita, Norton 2006).
Negoziare con l'Iran è inevitabile, con o senza sanzioni, e chi
è preveggente in Israele lo vede: Shlomo Ben Ami, negoziatore a
Camp David nel 2000, consiglia su Haaretz la «distensione con
l'Iran», e la sua «integrazione in una politica di stabilità
regionale prima che la bomba sia acquisita». Gideon Samet, sullo
stesso quotidiano, spera nei mediatori europei e chiede che
Olmert cambi la strategia nucleare: «Perché Israele non consente
ad abbandonare la politica ormai antiquata dell'ambiguità
(ammettere e non ammettere il possesso della bomba), e non
accetta supervisioni del proprio programma nucleare in cambio di
supervisioni internazionali in Iran?». Ma per far tutte queste
cose urge mutare linguaggio, ripensare la storia passata,
connetterla meglio col presente, rimeditare parole come
democrazia, profezia, impero. L'Europa può farlo, se non sarà
incurious come l'America di Bush.
ANNIVERSARIO 11 SETTEMBRE
New York, cantiere del dolore 'Così rinasce Ground Zero'
di Giampaolo Pioli
La vigilia dell'attentato che ha cambiato l'America e il mondo intero diventa un evento mediatico. Manhattan è già blindata in attesa dell'arrivo del presidente Bush davanti al "grande buco"
New
York, 10 settembre 2006 - Domani mattina 11 settembre 2006,
alle 8,40 sarò dov’ero cinque anni fa. Nel nostro ufficio
al Palazzo di Vetro davanti alla televisione e alla finestra
che guarda il Chrysler. Sarà un giorno normale anche per tanti
newyorkesi se non fosse per la politica. L’enfasi per il
quinto anniversario dell’11 settembre è ingigantita e forse
falsata dall’ avvicinarsi delle elezioni di novembre.
La gente cerca stabilità e normalità, sicurezza
economica, certezza del lavoro. Deputati e senatori
invece, ogni spunto per essere rieletti. La grande
vigilia è soprattutto un evento mediatico, uno
spettacolare viaggio per immagini nella memoria di quel
maledetto giorno di sole. Manhattan è già blindata e il
presidente Bush, dopo aver fatto colazione coi pompieri,
arriverà a Ground Zero davanti al grande buco che è rimasto un
buco. Con lui in corteo sono stati invitati i bambini della
«Generation 9-11» nati nel giorno della strage che ha
cambiato il mondo. L’America però è in guerra con l’Iraq e l’Afganistan
, i ragazzi in uniforme vogliono tornare a casa e in cinque anni
sono più i marines morti di quanti non si siano disintegrati nel
crollo delle torri gemelle. Se doveva essere una rappresaglia
o una punizione, è un bilancio da brivido.
Bin Laden introvabile ha mandato un altro video per
sottolineare la sua firma sull’attacco terroristico e la
Commissione sui servizi segreti del Senato ha appena reso
pubblico un documento della Cia che conferma come non è mai
esistito alcun legame tra Saddam e Osama, tra Al Quaeda e
l’Iraq. Bush ha sempre sostenuto il contrario e non ha mai
ammesso di aver sbagliato. L’11 settembre ha cambiato la vita
di un’intera nazione, distorto la sua economia e in
parte quella del mondo, e soprattutto ha condizionato il futuro
delle prossime generazioni. L’America non si sente affatto
più sicura , ma si è attrezzata affinché questo non si
ripeta più.
Se qualche terrorista sequestrasse nuovamente un aereo oggi,
difficilmente arriverebbe sul bersaglio. Il Pentagono ha
messo in piedi un intero apparato militare con uomini
super addestrati che in pochi minuti sono in grado di abbattere
ogni velivolo anche con centinaia di persone a bordo, prima che
questo raggiunga l’obiettivo provocando migliaia di vittime.
Sull’orlo del cratere di Ground Zero al World Trade Center,
sorgeranno almeno tre enormi grattacieli quasi a fare da
corona alla «Freedom Tower» con la sua gigantesca antenna
di cristallo. Sono già stati definiti« il quartetto jazz della
nuova Manhattan» simboli della «Skyline del futuro». Saranno
pronti non prima del 2012.
Di quel martedì del terrore , tutti conservano fotogrammi
mentali agghiaccianti, teneri e indelebili ma una fatale tosse è
rimasta il lungo, inquietante e sottile «filo rosso» che pare
continui a uccidere anche oggi. Le «polveri tossiche»
provocate dal crollo delle torri sarebbero entrate nei
polmoni di migliaia di soccorritori e residenti di down town.
Misteriose malattie hanno provocato infermità, paralisi e
decessi. Si sono fatti convegni internazionali su queste
sostanze respirate per giorni, frutto della diabolica
combustione di acciaio e cadaveri. Sul banco degli imputati le
autorità che hanno concesso con leggerezza il ritorno nelle
abitazioni della zona. C’è chi punta il dito sull’Epa, l’agenzia
dei disastri e della prevenzione e sullo stesso ex sindaco
Giuliani, più interessato all’immagine che alla sicurezza. La
retorica, i rituali, i fantasmi non servono cinque anni dopo.
NEW YORK HA CERCATO di riprendersi con sobrietà
in tutti i modi. I camerieri e cuochi superstiti del «Window
of the World», il ristorante in cima alle torri, ne hanno aperto
un altro che si chiama «Coloros», anche con l’aiuto delle
cooperative di Reggio Emilia. Il boom edilizio non solo a
Ground Zero ma in tutta la città è il segnale che
l’improvvisa fuga da Manhattan si è arrestata ed è iniziato il
grande ritorno. D’ora in avanti a tener lontano dalla Fifth
Avenue non sarà più il rischio ma semmai i prezzi. Certo, resta
la paura potenziale, il bersaglio simbolico, ma è cresciuto
enormemente anche il fatalismo. L’America «invincibile» dei
buoni e cattivi, del bianco e nero, sta dolorosamente
imparando a convivere con la sua vulnerabilità globale. E non è
un passaggio facile.
11 Settembre L’alibi per una guerra senza frontiere


Nel conflitto infinito nato dopo il crollo delle Torri, si
arricchiscono banchieri, petrolieri, speculatori e immobiliari
dell’oro, fabbricanti di armi, trafficanti di droga e tutto il
Gotha della finanza mondiale. A Chicago si è tenuto un meeting
con ricercatori,giornalisti, testimoni tutti riuniti per
analizzare quanto avvenuto l’11 settembre. Giulietto Chiesa
racconta le novità emerse.
di Paola Balocchi e Andrea Montella
SOTTO GLI OCCHI
DEL MONDO L’11 SETTEMBRE 2001 si è consumato un evento che ha
scardinato tutti i principi del diritto internazionale, ha messo
la sordina all’onu e ha creato le basi di una guerra infinita
contro tutti coloro che contrastano i rapaci interessi degli
Stati Uniti: sono stati aperti fronti in Afghanistan, Iraq,
Libano. Si stanno costruendo i presupposti per un attacco alla
Siria e all’iran.
Tutto questo mentre non c’è chiarezza sui responsabili e sulle
dinamiche dei vari eventi accaduti quel tragico giorno; chi pone
domande o cerca risposte razionali ai molti interrogativi
aperti, viene denigrato e sistematicamente oscurato dai media.
Quando a Chicago, a giugno, si sono riuniti ricercatori,
giornalisti e testimoni oculari, sui giornali italiani i titoli
sono stati di questo tenore: “Tutte le leggende sulle Torri
gemelle” (l’Unità). Oppure: “11 settembre, il vertice del
complottisti” (Corriere della sera).
Eppure importanti novità sono uscite da quel meeting, come ci ha
raccontato l’europarlatnentare Giulietto Chiesa, analista di
politica nazionale e Internazionale, oggi promotore
dell’associazione Megachip.
Cosa e emerso da quei meeting?
«La relazione sulla termite di Steven Jones, fisico alla
Brigham Young University (Utah) ha aggiunto un elemento
fondamentale all’ipotesi della demolizione controllata. La
termite è un composto chimico usato nelle cariche cave, che
genera altissime temperature in pochi secondi; produce una
specie di fuoco incandescente molto bianco, in grado di fondere
l’acciaio.
Jones ha mostrato gli effetti della termite con alcuni esperimenti fatti in laboratorio, poi ha analizzato gli stessi effetti nelle riprese del crollo delle Torri dove si sono visti pezzi di acciaio incandescente che uscivano molto al disotto del punto di impatto, che non sono giustificabili con l’ipotesi del fuoco provocato dal combustibile degli aerei, che ha avuto effetto - se lo ha avuto - nei piani in cui c’è stato l’impatto. Al disotto non poteva esserci nessun incendio di quelle proporzioni, con un fuoco di quelle caratteristiche, dl colore bianco. Nelle riprese mostrate da Steven Jones si vedevano volare pezzi d’acciaio di notevoli dimensioni e da alcune finestre dell’edificio, ai piani inferiori, uscivano rivoli di materiale bianco incandescente. La termite, più cariche esplosive piazzate in determinati punti dell’edificio, possono aver provocato la polverizzazione dell’acciaio e l’esistenza, per numerosi giorni dopo la caduta delle Torri, di enormi pozze di metallo fuso, incandescente. La versione ufficiale non spiega tutto questo».
Quindi c’è voluta una lunga preparazione per collocare le
cariche e la termite.
«Non c’è nessun dubbio. Le micce a termite vengono collegate
a sistemi complessi e fatte detonare dall’esterno. Solo con
questa procedura si spiega la caduta degli edifici».
Sono emerse anche altre notizie sull’il settembre?
«Sì, altri elementi che riguardano il Pentagono: anche in quel
caso ci sarebbe stata un’esplosione preliminare.
C’è una testimone diretta, una funzionaria del
Pentagono, che ha deciso di parlare e rivelare che prima
dell’arrivo di quell’oggetto misterioso che ha colpito la
facciata dell’edificio, c’è stata un’esplosione all’interno.
Questo confermerebbe che tutto era stato preparato con largo
anticipo».
Alla luce di quello che è stato scoperto ci sono denunce
nel confronti dell’amministrazione Bush?
«Al convegno Philip Berg, l’avvocato di William Rodriguez,
uno dei responsabili della manutenzione della Torre Nord,
decorato per eroismo dal presidente Usa, ha distribuito l’atto
d’accusa con richiesta di incriminazione, per strage e
complotto, per un gruppo di collaboratori di Bush e di Bush
stesso. Nella denuncia è dettagliatamente riportata la
testimonianza di Rodriguez, che contiene un punto fondamentale:
Rodriguez dice di essere salito fino al 330 piano della Torre
Nord, dove ha incontrato un gruppo di poliziotti che parlavano
via radio con dei colleghi e di aver distintamente ascoltato che
era impossibile salire oltre il 34° piano perché dal 65° al 44°
tutti i piani erano già crollati. Tutto questo è completamente
inspiegabile perché l’aereo ha impattato molto più in alto del
65° piano. Se non c’erano esplosioni controllate in corso come
si spiega tutto questo? Inoltre Rodriguez conferma altre
numerose testimonianze: ripetute esplosioni a diversi livelli
della Torre. Quello che l’impatto dell’aereo non poteva fare, fu
prodotto da qualcos’altro. La testimonianza di Rodriguez ci
conferma che l’intelaiatura esterna d’acciaio ha retto,
nonostante venti piani centrali dell’edificio fossero già
saltati. Evidentemente ha cessato di reggere quando una serie di
cariche esplosive hanno cominciato ad intaccare l’intelaiatura
esterna, proprio quelle esplosioni che si vedono nei film
inchiesta Loose Change, In Plane Site e Inganno globale».
Il convegno
di Chicago ti ha dato la sensazione che stia nascendo un forte
movimento negli Stati Uniti?
<<Non credo si possa dire così: il Paese è in stragrande
maggioranza sotto l’influsso dell’i i settembre, così come gli è
stato dettato dal mainstream informativo. A seguire il meeting
di Chicago c’erano circa 800 persone, ma all’esterno non è
trapelata la minima notizia. Non una riga, non un servizio, non
un commento, praticamente questa gente vive in un isolamento
totale e comunica attraverso la rete, ma non può comunicare in
nessun modo attraverso manifestazioni pubbliche: il secondo
giorno dall’albergo uscirono circa duecento persone, per recarsi
al centro di Chicago e tutto il sistema della comunicazione le
ha completamente ignorate. Io direi che negli Stati Uniti
sull’11 settembre, esistono qualche decina di migliaia di
persone, non saprei valutare se sono trentamila o cinquantamila,
che attivamente indagano».
Ci sono politici che se ne occupano?
<< Praticamente nessuno, sebbene ci siano numerosi
personaggi di rilievo, anche in campo repubblicano, che chiedono
nuove indagini. L’ultimo in ordine di tempo è Daniel Ellsberg,
giornalista e analista, l’autore dei Pentagon papers, in cui
rivelò nel 1971 le falsificazioni del Pentagono sull’avvio della
guerra americana contro il Vietnam con il famoso finto
incidente del Golfo del Tonchino. Ellsberg intervistato
da Alex Jones, per una radio, ha affermato che gli elementi di
prova che indicano un coinvolgimento di parti
dell’amministrazione nell’operazione li settembre sono più che
sostenibili e che si deve richiedere un’indagine completamente
nuoya sull’accaduto. Questo è uno degli esempi, ma ce ne sono altri:
c’è l’ex ministro britannico dell’ambiente Michael Meacher; c’è
Andreas von Bùlow ex ministro tedesco. Sono numerose le persone
di un certo rilievo e di una certa notorietà internazionale che
hanno compreso e dichiarato che la cosa è estremamente dubbiosa.
Ma un largo movimento politico non si può dire che esista,
nessun partito ha neanche lontanamente abbracciato questa tesi.
Quindi non si può parlare di un movimento di massa, ma di
un’incredulità crescente, che non deriva da queste scoperte, ma
piuttosto dal fatto che la gente ha una scarsissima fiducia nel
sistema informativo.
Non si fida di Bush e neanche di quello che ha raccontato,
quindi abbiamo grosso modo il 43 per cento della popolazione
americana, che vorrebbe vedere riesaminato il caso. Ma in questa
percentuale la grande maggioranza crede alla teoria
dell’inefficienza e dell’incompetenza degli organi di sicurezza
di fronteggiare la minaccia. Non è così naturalmente, come
sappiamo>>.
Tu non credi siano stati inefficienti?
«Non è vera la tesi dell’inefficienza perché abbiamo
scoperto che c’erano molti agenti dell’Fbi e della Cia che
stavano facendo il loro lavoro coscienziosamente e avevano
scoperto molte cose, in anticipo. Solo che furono bocciati e
messi fuori gioco. Da chi? Da altri agenti del- là Cia e dell’Fbi
che stavano più in alto».
In Europa sono in molti a dubitare sulla versione ufficiale
dell’ll settembre?
«In Europa il màinstream informativo segue con la stessa
tenacia la tesi ufficiale; chi ha sostenuto tesi differenti, a
cominciare da Thierry Meyssan, per finire con Jurgen Elsaesser è
stato letteralmente fatto a pezzi dal sistema informativo, che
li ha ridicolizzati ed emarginati, oppure sono stati circondati
dal più totale silenzio, come nel caso di Andreas Von Bulow».
In italia ia situazione è un po’ diversa, soprattutto per
merito tuo e di Megachip.
«Sì, in Italia abbiamo realizzato quello che in nessun altro
Paese è stato fatto: abbiamo aperto il fronte sfondando nel
campo dei mass media e del mainstream con le tre trasmissioni a
Matrix, i servizi del Tg2 e del Tg3, con Enigma di Augias e il
discreto speciale Tgl di Roberto Olla, che hanno rappresentato
una decina di momenti in cui il dubbio sulla versione ufficiale
è arrivato ad un largo numero di spettatori, che per la prima
volta ne hanno sentito parlare, dopo cinque anni. Sarebbe bene
che una parte importante del movimento, cosiddetto democratico,
capisse come funziona il sistema dei media e non si mettesse ad
adorare la rete come se questa fosse il luogo della libertà, ma
si rendesse conto che duecento milioni di americani non guardano
mai nient’altro che la televisione e che, anche in Italia, il 90
per cento della popolazione ricava dalla Tv tutta la sua
informazione. La dimostrazione sta nel fatto che negli Stati
Uniti hanno lavorato e studiato moltissimo, ci hanno dato un
contributo fondamentale per capire cosa è accaduto, ma non sono
riusciti ad entrare nel loro mainstream e quindi questi
movimenti sono rimasti isolati. Noi abbiamo in Europa una
società politica molto più matura, che è in grado di capire
meglio, ma che deve essere elementarmente informata».
Il lavoro che stai facendo serve per realizzare l’obiettivo di
una Commissione internazionale di indagine?
«Penso che si debba tentare una cosa del genere, una specie di
Tribunale Russell internazionale. Mi pare sia un obiettivo
giusto e realistico, ma per arrivarci bisogna convincere almeno
trenta, quaranta nomi di livello internazionale che questo è un
problema cruciale. Se non riusciamo a far nascere il dubbio
sulla versione ufficiale, ci sarà un’estensione del conflitto
che ci coinvolgerà tutti. È un problema di salvaguardia:
distruggere il mito dell’il settembre è la chiave di volta per
battere la guerra che stanno organizzando. È il caso che si
sveglino un po’ tutti, anche il movimento pacifista e il
movimento di Porto Alegre, che su queste questioni sono stati
zitti: la prova che hanno capito poco».
Sull’argomento stanno uscendo parecchi film, compreso quello
di Oliver Stone
(World Trade
Center), cosa ne dici?
«Sono armi potentissime nelle mani del mainstream informativo e
dei falsificatori; sono film costruiti per confermare la
versione ufficiale e quindi per portare altra acqua alla teoria
dello scontro di civiltà, Il film sul volo 93 è una pastetta
sentimentale costruita in termini propagandistici, esattamente
come Armageddon. Credo che sia molto difficile uscire dal
terreno e dai binari che sono stati disegnati da chi ha
organizzato questa mostruosa provocazione mondiale. Però se
lavoriamo con una certa intelligenza, il fatto che escano questi
film può diventare un elemento utile per aumentare il senso
critico su quei fatti».
Avete in preparazione qualcosa?
«Con un gruppo di collaboratori di Megachip, e non solo,
abbiamo in preparazione un film.
Stiamo
cercando i finanziamenti, ma lo faremo comunque, anche in
condizioni di volontariato. Credo che saremo in grado di uscire
in autunno con un film, abbiamo accumulato molto materiale
nuovo: oltre trenta interviste fatte a tutti gli analisti
dell’11 settembre e ai testimoni. Poi alcune ricostruzioni più
dettagliate e elementi più precisi. Concluderemo con questo
interrogativo: “Questo film è nato perché abbiamo posto delle
domande, aspettiamo delle risposte da chi ce le deve dare”».
CONFRONTING THE EVIDENCE
In onda domenica 24 settembre alle 21.00
http://www.report.rai.it
Puntata speciale di Report il 24 settembre alle ore 21.00. Verrà trasmessa l’edizione italiana di “Confronting the evidence”, il primo filmato americano che mette in luce i punti oscuri dei fatti dell’11 Settembre e tutte le omissioni prodotte dalla Commissione d’indagine. Il filmato è stato prodotto nel 2004 da Jimmy Walter, un miliardario che ha investito 7 milioni di dollari di tasca propria per chiedere la riapertura della Commissione. Il DVD è stato distribuito in centinaia di migliaia di copie gratuitamente in tutto il mondo e l’utilizzo è libero da diritti, però nessuna tv pubblica e nessun network nazionale lo ha mai trasmesso. Eppure le riviste Forbes, Newsweek, USA Today, New York Times hanno accettato i soldi di Walter per pubblicare pagine di pubblicità nelle quali si sollevano dubbi e si chiede al Governo di rispondere. Quello che viene mostrato sono considerazioni, analisi e fatti che oggettivamente meritano di essere presi in considerazione. Certamente “Confronting the evidence” ha prodotto un primo effetto: dopo la diffusione del video, circa 8.000 cittadini newyorkesi e 2.000 squadre di pronto soccorso e pulizia hanno fatto causa all’Agenzia per la protezione ambientale e al Sindaco di New York in merito alla respirabilità dell’aria. Il documento prova che l’EPA mentì pochi giorni dopo l’attentato dicendo che l’aria era respirabile, ed invitando tutti a tornare a lavorare. Molti di loro si sono ammalati. Secondo un recente sondaggio realizzato dalla ‘Scripps Survey Research Center presso l’Universita’ dell’Ohio’, piu’ di un terzo degli americani sospetta che il governo abbia favorito gli attacchi o che non abbia intrapreso alcuna azione per bloccarli, mentre il 66,6% dei newyorkesi chiede la riapertura della Commissione dell’11 settembre.
IL TESTO COMPLETO DELLA TRASMISSIONE
MILENA GABANELLI
Quanti soldi ha speso?
JIMMY WALTER – Produttore “CONFRONTING THE EVIDENCE”
Sette milioni di dollari di tasca mia, inclusa la pubblicità sui
giornali per fermare la guerra in Iraq.
MILENA GABANELLI (fuori campo)
Jimmy Walter è un miliardario americano che ha investito un
patrimonio nel produrre un filmato distribuito gratis per
convincere l'opinione pubblica che la versione ufficiale sui
fatti dell'11 settembre non è vera.
MILENA GABANELLI
Ma come fa ad essere così sicuro, non le è mai venuto un dubbio?
JIMMY WALTER- Produttore “CONFRONTING THE EVIDENCE”
Non sono sicuro di tante cose, del perché è successo, della fine
che hanno fatto i passeggeri sul volo del Pentagono e tanto meno
che fine ha fatto quell'aereo. Non sono sicuro di cosa è entrato
nel pentagono e l'abbiamo detto, non so cosa l'abbia colpito,
non so cosa abbia fatto quel buco. Ma so per certo che non può
essere stato un boeing 757. Di alcune cose sono sicuro, altre
sono domande, quello di cui sono sicuro è che quello che il
Governo ci ha raccontato sono bugie.
MILENA GABANELLI IN STUDIO
Buonasera, puntata speciale di Report prima della nostra
consueta programmazione che riprenderà domenica prossima. Questo
filmato distribuito gratuitamente è stato il primo a fare una
ricostruzione critica e sistematica dei fatti dell'11 settembre,
nasce da una conferenza organizzata a New York nel 2004 a cui
hanno partecipato ricercatori ed esperti indipendenti. Gira da 2
anni su internet, piccole tv satellitari, è stato trasmesso da
una tv nazionale in Malesia, Venezuela e Olanda. Tutti gli altri
paesi lo hanno ignorato.
È ovviamente un filmato molto controverso, e decidere di
trasmetterlo non significa condividere tutto quello che sta qua
dentro. Le convinzioni personali non servono a niente, stiamo
parlando di un fatto che ha cambiato il mondo e il nostro dovere
è quello di fornire tutte le informazioni disponibili e cercare
di capire anche perché un terzo degli americani non crede nella
versione ufficiale e il 66% dei newyorkesi chiede la riapertura
della commissione d'inchiesta.
ED BEGLEY - Presentatore
Benvenuti a Confronting The Evidence, un'inchiesta per riaprire
l’indagine dell'11 settembre 2001. Presenterò io il programma.
Per cortesia accomodatevi poiché cominceremo subito. Ma ora
vorrei chiamare Jamey Hecht, che presenterà con me stasera.
Jamey, vieni!
JAMEY HECHT
Come mai così tanta gente crede che la violenza, il lutto e il
dolore inflitti l'11 settembre si potessero evitare e che non
sia stato un evento improvviso, né un cataclisma contro
l'umanità che ci porta a piegare il capo, ricordare i caduti, e
tornare poi alla nostra routine? O ancora come ci era stato
detto di fare qui a New York, uscire a fare shopping??!! Perché
le domande poste dalle famiglie e dai ricercatori indipendenti,
alcuni dei quali presenti questa sera, non hanno avuto risposta?
Oggi analizzeremo quegli orribili eventi sotto una nuova luce.
ED BEGLEY - Presentatore
Abbiamo un gruppo di ricercatori in gamba che ha messo in
discussione la versione ufficiale dell’11 settembre dal primo
giorno dopo gli attacchi. Le domande che hanno sollevato sono
state oggetto di molti articoli e di discussioni da parte dei
cittadini. Siamo riusciti a far riflettere tanta gente,
nonostante il silenzio ufficiale da parte dei media, su tutti i
fatti che adesso vi mostreremo.
IMMAGINI CNN CROLLO TORRI
VOCI SOTTOFONDO
“…lei stabene? …come si sente?”
“cerchiamo subito i soccorritori”
“questa è la macchina colpita da dietro che mi ha salvato la
vita”
“sento voci, rumori, non capisco… forse qualcuno che habisogno
d'aiuto…”
“…correte qui…”
“qualcuno habisogno di un medico?”
JAMEY HECHT
Crediamo di dovere alle vittime e ai loro familiari
un'approfondita e coraggiosa indagine degli eventi accaduti,
fatta da diverse angolature e di doverla perseguire ovunque ci
porti. Non conosciamo modo migliore per onorare i caduti che
attingere alle nostre forze intellettuali, ed affrontare ciò che
può darci fastidio o farci male. Oscure implicazioni di prove
che è troppo facile scartare…
IMMAGINI CNN CROLLO TORRI
UOMO 1
“La torre è parsa sgretolarsi e ha cominciato a cadere”
“La torre è parsa sgretolarsi e ha cominciato a cadere. Poi non
ho più guardato”
“Ho cominciato a correre. La gente correva. Scappava. Si
nascondeva nelle portinerie... senza fermarsi a guardare
indietro...”
DONNA 1
“Ma non ci potevo credere. È difficile...”
UOMO 2
“O Dio!”
DONNA 2
“O Dio!”
UOMO 3
“Sono entrambe crollate. È tutto una grande nuvola di fumo”.
UOMO 4
“Un aereo si è schiantato nel Pentagono”.
ED BEGLEY - Presentatore
Se ritenete impossibile che le autorità abbiano potuto
permettere gli attentati dell'11 settembre per ragioni
politiche, ad un costo di vite umane così alto, ecco cosa le
autorità hanno permesso che accadesse ai residenti di New York
subito dopo l'11 settembre. Jenna Orkin dell’Organizzazione
Ambientale del World Trade Center. Jenna!
JENNA ORKIN - ORGANIZZAZIONE AMBIENTALE DEL WTC
L'11 settembre è stato anche un disastro ambientale di
proporzioni storiche. Nel World Trade Center c'erano circa
50.000 computer ognuno contenente dagli 1,8 ai 5,5 kg di piombo.
Senza contare il World Trade Center Sette.
Centinaia di tonnellate di amianto ricoprivano i primi 40 piani
di almeno una torre. Decine di migliaia di lampadine
fluorescenti, ciascuna contenente tanto mercurio da poter
contaminare un quarto di un isolato. I sistemi antifumo
contenevano americium-241 radioattivo. L'alcalinità dell'aria
era equivalente a quella del Drano, tra i più potenti gel
detergenti corrosivi. Un mese dopo il disastro, scienziati
dell’Università della California di Davis scoprirono livelli di
vanadio e particelle ultrafini tra i più alti mai rilevati tra
7.000 campioni raccolti nel mondo inclusi quelli dei pozzi di
petrolio bruciati in Kuwait.
Il Dr. Marjorie Clark ha paragonato l'inquinamento provocato
dall'11 settembre a quello di fabbriche di amianto, crematoi,
inceneritori e un vulcano insieme. Malgrado ciò, 2 giorni dopo,
l’agenzia per la protezione ambientale l’EPA, sostenne che
“l'aria era respirabile.” Un rapporto dell'Ispettore Generale
dell'EPA nell'agosto 2003 sostenne che i comunicati stampa
dell'agenzia, che inizialmente avvertivano dell'amianto
nell'aria, furono cambiati per rassicurare la gente. Le
modifiche furono fatte dal Consiglio sulla Qualità dell'Ambiente
della Casabianca per poter riaprire Wall Street. Questo è nel
rapporto. In seguito alla falsa buona notizia, è stato a volte
proibito ai soccorritori di indossare maschere per l’ossigeno,
per evitare che la gente si spaventasse. Le compagnie
assicurative si sono spesso rifiutate di pagare i costi per la
pulizia dell'aria, obbligando i residenti a pulirsi i rifiuti
tossici nei loro appartamenti, come da istruzioni del
Dipartimento della Sanità cittadino: “Usate uno straccio bagnato
e dove c'è molta polvere, indossate pantaloni lunghi”.
Stiamo cominciando a vedere le conseguenze di questa catena di
eventi. Più della metà degli eroi che ha pulito Ground Zero sta
manifestando problemi respiratori. Centinaia di pompieri non
possono più lavorare. 14 cani da soccorso sono morti. Il
rapporto della commissione lo accenna in appendice. Hanno
intervistato Sam Thernstrom, il coordinatore della Casabianca,
che ha cambiato i comunicati stampa. Dice che non l'ha fatto per
riaprire Wall Street. Era la procedura.
CHRISTIE WHITMAN-Direttore EPA
“Possiamo assicurare che l'aria è respirabile e l'acqua è
potabile”.
HUGH KAUFMAN- Investigatore capo EPA
L’EPA ha mentito al pubblico e al Congresso sugli effetti
nefasti della catastrofe dell'11 settembre.
ROBERT GULACK - Procuratore della SECURITIES AND EXCHANGE
COMMISSION
Siccome l’EPA ha detto che gli uffici erano sicuri e i datori di
lavoro hanno richiamato gli impiegati in ufficio, migliaia di
noi ora sono malati cronici.
HUGH KAUFMAN - Investigatore capo EPA
L’aria è stata inquinata per molti molti mesi. Tonnellate di
materiale pericoloso si sono depositate nelle case, negli
uffici, dove, in molti casi, si trovano ancora oggi.
JOEL R. KUPFERMAN-Direttore esecutivo dell’Environmental Law
and Justice Project
Il fallimento più grande del governo dopo l'11 settembre è stato
il non aver agito come un governo dovrebbe. Cioè informandoci e
proteggendoci.
ED BEGLEY - Presentatore
Tra le immagini terribili dell'11 settembre, quelle del crollo
delle Torri sono le peggiori. Una nazione sotto shock guardava i
due più grandi grattacieli nell'orizzonte di New York crollare
davanti ai propri occhi. Data l'ampia scala, la natura senza
precedenti dell'orribile spettacolo e la mancanza di altre
informazioni, gli spettatori potevano solo pensare che gli
schianti dei voli 11 e 175 fossero stati la sola causa dei
crolli delle torri.
VOICE OVER
L’edificio Numero Sette del World Trade Center aveva 47 piani,
con una struttura d'acciaio. Nessun aereo lo ha abbattuto, né le
torri lo hanno travolto. Eppure, questo edificio si è
disintegrato. Questa immagine satellitare mostra il World Trade
Center circa un anno prima dell’attacco. L’edificio sette è
quello al centro, l’edificio 1 è la Torre Nord. Si può
distinguere dalla Torre Sud per via dell’antenna. Gli Edifici
Quattro, Cinque e Sei erano uffici. L’Edificio Tre era un hotel.
L’attacco ha distrutto tutti e sette gli edifici oltre ad averne
danneggiato alcuni circostanti. Questa e’ la veduta aerea delle
macerie dell’Edificio Sette. Come può un edificio di 47 piani
sgretolarsi in una piccola montagna di macerie?
L’amministrazione Bush dice che il fuoco lo ha disintegrato. Il
fuoco è iniziato nell’Edificio Sette alle 9:00, pochi minuti
dopo lo schianto nella Torre Sud. Gli incendi sono durati tutto
il giorno. La foto è delle 15:00. Non è facile vedere gli
incendi, sono piccoli. L’aria e’ piena di polvere e fumo. Il
riflesso degli edifici intorno rende complesso capire dov’è il
Sette. Oscuriamo gli altri edifici per un momento così che
possiate vedere meglio l’Edificio Sette. Ci sono fiamme
provenienti solo da alcune delle migliaia di finestre di questo
grande edificio. La maggior parte dei piani non aveva incendi e
quelli che ce li hanno bruciano in zone isolate. Se confrontati
ad altri incendi di uffici, questi sono piccoli. Perché il
sistema antincendio non li ha spenti? Alle 17:30 circa,
l’edificio è improvvisamente imploso ed è crollato in un mucchio
di macerie. Possono dei piccoli incendi averne causato il
crollo? Secondo Bill Manning, direttore di Fire Engineering, gli
incendi non distruggono l’acciaio.
LARRY SILVERSTEIN-Affittuario del WTC (fuori campo)
Mi ha chiamato il Comandante della stazione dei Pompieri dicendo
che non sapevano se avrebbero potuto controllare l’incendio, ed
io ho detto: “Abbiamo perso così tante vite che forse la
decisone più saggia è quella di farlo crollare. Hanno deciso di
farlo crollare e abbiamo guardato l’edificio venir giù ”.
IMMAGINI CNN CROLLO TORRI
GIORNALISTA (fuori campo)
“Il termine “pull it”, che Larry Silverstein ha appena usato è
gergo del settore che sta per… demolizione controllata, cosa
dice Larry Silverstein di preciso? Dice quindi che per il Sette
c’è stata una demolizione controllata? Se si, è possibile che in
mezzo al completo isterismo della mattina dell'11 settembre, un
gruppo di demolitori possa aver tirato giù il Sette nel giro di
poche ore? Molte delle demolizioni controllate necessitano fino
a due settimane di pianificazione. In questo caso, l’unica
spiegazione plausibile è che una demolizione controllata fosse
stata decisa prima dell'11 settembre”.
VOICE OVER
Questa sconvolgente ammissione da parte di Larry Silverstein,
proprietario dell’edificio 7, conferma i racconti dei testimoni
sulle avvenute esplosioni. La notizia era stata riportata anche
dalle grandi testate come CNN e Fox, e dalla Associated Press.
IMMAGINI CNN CROLLO TORRI
GIORNALISTA DONNA (fuori campo)
“La parte superiore dell’edificio è saltata in aria”.
GIORNALISTA UOMO 1 (fuori campo)
“C’è stata una seconda esplosione e poi un’altra ancora”.
GIORNALISTA UOMO 2 (fuori campo)
“Ci informano ora di una quarta esplosione al Trade Center”.
GIORNALISTA UOMO 3 (fuori campo)
“C’è appena stata una tremenda esplosione. Sembra quasi come se
l’edificio sia imploso”.
VOICE OVER
Nel 2002 Thierry Messian pubblicò sul suo sito per la prima
volta le uniche foto satellitari del Pentagono e del WTC così
come apparivano prima e dopo l’evento. Le foto offrono una
cronologia visiva degli attacchi e mettono in dubbio la versione
del governo. Il foro frontale dell’edificio è troppo piccolo per
un jet civile 757.
Sebbene gli attacchi dell’11 settembre siano stati seguiti da
molti quotidiani, televisioni e riviste, sorprende di non
trovare prove visibili di un 757 al Pentagono in nessuna foto.
In forte contrasto con il WTC, il Pentagono mostra pochi danni
ed è rimasto per lo più intatto. Ci si aspetterebbero foto che
mostrino parti di un aereo come ali, motori, sedili o ruote. Ma
non ci sono. Un jet civile 757 è largo circa 38 metri. Come può
un aereo di queste dimensioni schiantarsi contro questo edificio
ad alta velocità e fare un foro metà delle sue dimensioni?
L’amministrazione Bush deve dare ancora una spiegazione. I
crolli al WTC causarono apparentemente fiamme così calde da
fondere la travi in acciaio. Mentre al Pentagono possiamo vedere
mobili come questo tavolo e sgabello non bruciati. E qui c’è un
libro che sembra intatto con pagine visibili. Il Pentagono è
alto solo circa 22 metri e il 757 è alto 13 metri. Questo vuol
dire che un pilota ha solo 9 metri per evitare questo edificio:
un’impresa ardua anche per i piloti più esperti, figuriamoci un
allievo della scuola di volo.
In effetti come si può pensare di ritrovare il Pentagono
partendo da un punto qualunque del West Virginia senza più
nessun aiuto da terra nel bel mezzo di quella selva di voli,
rotte e canali preferenziali! Questo sarebbe già difficile per
un pilota pluridecorato nella giornata più fortunata della sua
vita, ma Hany Hanjour, come ha confermato il suo istruttore in
una intervista al New York Times, era lo zimbello della scuola
di volo, non era mai stato in grado di pilotare nemmeno un
monomotore, non aveva mai volato in quota e non aveva mai visto
da vicino i comandi di un 757.
Allora cosa ha colpito il Pentagono?
Il 16 maggio 2006, per smentire tutti i dubbi, l’amministrazione
Bush rende pubblico il video di due telecamere di sorveglianza.
Secondo la Casabianca il video mostrerebbe lo schianto del volo
77 dell’American Airlines contro il Pentagono. L’aereo però non
si vede. Eppure intorno al Pentagono sono disseminate centinaia
di telecamere di sicurezza che coprono ogni minimo angolo della
zona, di giorno e di notte. È semplicemente il posto più
protetto e sorvegliato del mondo. Ci sono inoltre le telecamere
del vicino svincolo autostradale che inquadrano
ininterrottamente lo spazio aereo antistante il Pentagono
stesso. Qualunque cosa lo abbia colpito deve per forza essere
passata di qua. Anche il vicino hotel Sheraton ha alcune delle
sue telecamere puntate proprio in direzione dell’edificio
colpito. Ma i nastri di tutte queste telecamere sono stati
immediatamente confiscati dell’FBI e nessuno ha mai potuto
vederli. Perché per le torri gemelle ci viene mostrato fino alla
nausea l’impatto del secondo aereo, mentre per il Pentagono ci
viene mostrato l’unico filmato in cui l’aereo non si vede, o
perlomeno non si capisce se si tratta di aereo o qualcos’altro?
L’unica cosa su cui tutti i testimoni concordano è che l’aereo
portasse le insegne dell’America Airlines, che volasse a pochi
metri dal suolo e a velocità elevatissima.
IMMAGINI
UOMO INTERVISTATO
“Non c’è il minimo dubbio che sia stato un American Airlines a
colpire l’edificio…e non c’è il minimo dubbio che chiunque
guidasse quell’aereo intendeva colpire il Pentagono”.
VOICE OVER
Ma riguardo al tipo di aereo si va da chi aveva creduto di
vedere un boeing 757 a chi dice di aver visto un aereo molto più
piccolo, da 1012 posti al massimo, molto più simile nelle
dimensioni ad un caccia militare.
Queste foto mostrano l’edificio prima che cadesse il muro e
potete vedere quanto sia piccolo il foro. Sembra impossibile che
un jet civile entri in questo piccolo foro e nessun rottame è
inoltre visibile di fronte all’edificio. Da nessuna parte sono
visibili parti di aereo. Cosa è successo allora? Mentre i
pompieri lavorano per spegnere le fiamme con schiuma bianca
ritardante, possiamo vedere solo un piccolo foro di fronte al
Pentagono. Se un boeing 757 alto circa 13 metri avesse colpito
il Pentagono ci sarebbero stati enormi danni ai piani superiori,
ma nessuno è stato capace di raccogliere queste anomalie e non
sono stati trovati rottami per ulteriori esami. Come sono
sparite queste prove?
Questa foto mostra 2 funzionari che stanno raccogliendo rottami
sulla scena del disastro. Chi sono? Non hanno guanti e tute da
lavoro. Perché si aggirano in mezzo ai pompieri e alla schiuma
antincendio? Perché si affrettano a portare via questi pochi
rottami? Sono dell’FBI? Se si trattasse di un 757 ci sarebbero
60 tonnellate di rottami, quindi questi 2 funzionari non
darebbero nessun contributo significativo allo sgombero. Se
invece fosse un aereo telecomandato ci sarebbero solo 4
tonnellate di rottami, ma poiché più del 50% è fibra di
carbonio, resina o alluminio, materiali che bruciano, questo
spiegherebbe il mistero dei pochi resti: meno di 2 tonnellate.
Questo rottame sembra più appartenere ad un aereo telecomandato
o ad un missile cruise che non ad un boeing 757.
IMMAGINI INCENDIO TORRI
GIORNALISTA (fuori campo)
“Da circa 3 chilometri dal Pentagono potete vedere il fumo
fuoriuscire dall’edificio, mentre il simbolo della difesa
statunitense andava in fumo. Quindi c’è stupore in tutta
Washington”.
VOICE OVER
Tutti hanno visto queste foto dell’attacco dell’11 settembre.
Sappiamo che dei terroristi arabi attaccarono gli Usa e che gli
schianti e le fiamme causarono il crollo degli edifici. Tuttavia
se guardiamo da vicino come sono crollati gli edifici sembra che
sia stato usato dell’esplosivo. Ad esempio la polvere e’ uscita
dai vetri inbasso dalla zona del crollo. Questa polvere e’
causata dall’altissima pressione. Quando guardiamo da vicino la
zona che sta crollando, vediamo la polvere che esce da ogni
finestra sullo stesso piano allo stesso momento. Le torri hanno
un telaio in acciaio, così l’unico fatto che possa causarne il
crollo e’ la rottura delle migliaia di giunti. Le torri sono
crollate in meno di 10 secondi cioè in media 10 piani al
secondo. Immaginate un edificio di 10 piani sgretolarsi in un
secondo. Gli unici edifici che crollano così velocemente sono
quelli distrutti con gli esplosivi. Ci e’ stato detto che il
crollo e’ cominciato quando si e’ distrutto un piano e i pezzi
sono caduti al piano di sotto, frantumandolo e così via fino in
fondo. Tuttavia quando i pezzi colpiscono il piano sottostante
teoricamente dovrebbero rallentare leggermente mentre un po’
della loro energia dovrebbe causare la rottura del piano. La
Torre Nord ha iniziato a crollare dal 94° piano. Se ogni piano
impiega un secondo, servirebbero 94 secondi. Invece i dati
sismici e il video mostrano che la Torre Nord e’ crollata in
soli 8,4 secondi. Dicono che il crollo sia stato causato
dall’incendio, ma nessun grande edificio e’ mai crollato a causa
di un incendio. Questo grattacielo di 32 piani a Madrid, e’ un
ottimo esempio. L’incendio era così forte da propagarsi da un
piano all’altro facendo sembrare l’edificio una torcia. Questo
incendio fu molto più grande di quello del Wtc. Il giorno
successivo c’erano ancora focolai ai piani piùbassi, tutto ciò
che era dentro l’edificio e’ statobruciato, alcune sezioni
dell’edificio distrutte, alcune parti in alto crollate. Ma
l’edificio e’ rimasto in piedi e ha continuato a sostenere in
cima una grande gru. In confronto l’incendio alla torre sud era
piccolo, tanto che non si e’ mai diffuso all’altro lato
dell’edificio. Sappiamo che alcuni pompieri arrivarono nella
zona dell’incendio della torre sud perché hanno usato radio
portatili per comunicare il loro arrivo. Dicevano che vi erano
solo alcune zone con le fiamme, ovviamente l’incendio era troppo
piccolo per uccidere i pompieri, ma dovremmo credere che era
abbastanza grande da causare il crollo dell’edificio dopo
averbruciato per soli 56 minuti. L’incendio a Madrid e’ stato
molto piu’ grave e habruciato tutta la notte, ma l’edificio non
e’ crollato. Gli scienziati hanno creato questa mappa delle
temperature delle macerie, 5 giorni dopo il crollo. I pompieri
hanno spruzzato acqua sulle macerie in quei 5 giorni, tuttavia
la temperatura di una zona tra le macerie dell’edificio sette
era oltre il punto di fusione dell’alluminio e lo stesso in una
zona delle macerie della Torre Sud. Come e’ possibile che 5
giorni dopo le macerie siano ancora così calde da fondere
l’alluminio? I presidenti delle due compagnie che stavano
pulendo la zona dissero a Cristopherbollyn che l’acciaio era
stato fuso allabase del seminterrato nelle torri e nell’edificio
Sette. Queste incredibili temperature si formano con l’utilizzo
di esplosivi. Il calore estremo creato nel seminterrato non
poteva uscire essendo in profondità e così ha fuso l’acciaio.
Per quanto riguarda il crollo dell’edificio Sette, il governo
americano ha indagato per sette mesi, e le conclusioni furono
che non avevano idea del perché c’era stato il crollo. Alcuni
mesi dopo il proprietario dell’edificio Sette, Larry
Silverstein, annunciò alla televisione che furono i pompieri a
demolirlo. Il governo e i giornalisti avrebbero dovuto
richiedere che sia Silverstein che i pompieri chiarissero cosa
fosse successo all’edificio ma nessuno ha posto domande. Il
crollo dell’edificio Sette e’ identico al crollo delle
costruzioni che sono state abbattute con esplosivi.
IMMAGINI A CONFRONTO TRA LE DEMOLIZIONI CONTROLLATE DI
EDIFICI E IL CROLLO DEL WTC
POMPIERI
“…Un piano dopo l’altro, ha cominciato ad esplodere verso
l’esterno…
…e’ come se l’avessero fatto esplodere…
…come quando programmano di tirare giù gli edifici…
…giù fino in fondo”.
LESLIE E. ROBERTSON-Responsabile della solidità strutturale
delle Torri Gemelle
La responsabilità per garantire la massima robustezza delle
Torri era la mia. Vuole sapere se mi sento in colpa per il fatto
che siano crollate? Le circostanze dell’11 settembre erano al di
fuori di quello che avevamo previsto nel progetto.
VOICE OVER
Robertson ha detto struttura garantiva la sicurezza in caso di
impatto e di incendio, ma le circostanze che hanno determinato
il crollo erano al di fuori di quello che era previsto nel
progetto. Forse per questo nessuno gli ha mai fatto causa?
Ci sono molti punti interrogativi sul coinvolgimento del Governo
negli attacchi, alcune delle cose che vi raccontiamo sono
congetture, ma altre riguardano fatti scientifici. E’ difficile
credere nel coinvolgimento del governo perché nessuna delle
maggiori agenzie giornalistiche ne ha parlato. Alcuni reporter
si rifiutano di parlare di esplosivi al WTC perché e’ come dire
che il governo e’ criminale. Un altro motivo e’ che televisioni,
quotidiani, riviste, in America e in Europa sono controllate da
un piccolo numero di persone. Queste persone impediscono ai
reporter di porre la questione della demolizione controllata,
invece ci mostrano molte foto di Osamabin Laden. Molti reporter
ci ignorano quando parliamo degli esplosivi e qualche volta
articoli o programmi televisivi ci ridicolizzano, altre reti ci
criticano. Questi programmi televisivi invece di fornire
informazioni serie per contraddire le nostre discussioni ci
insultano affinché la gente rida di noi. Guardate come Penn &
Teller introducono Jimmy Walter:
PENN E TELLER
“Ed ecco questo cretino. No, così e’ troppo gentile. Fammelo
riprovare. Ed ecco questo cretino!”
JIMMY WALTER – Produttore “CONFRONTING THE EVIDENCE”
Mi avevano invitato a un programma della CNN, l’Anderson’s show,
ed hanno cercato di farmi sembrare un cretino. Ma i
telespettatori telefonavano e l’80% era d’accordo con me. Allora
mi hanno invitato un’altra volta e si e’ ripetuta la stessa
scena del pubblico che si arrabbiava perché mi facevano sembrare
un idiota e da allora e’ scattato il divieto sul mio nome.
MILENA GABANELLI
Cosa vuol dire che la facevano sembrare uno stupido?
JIMMY WALTER – Produttore “CONFRONTING THE EVIDENCE”
Ero…, ero ospite dello studio. Intervengo su una cosa e loro mi
tolgono la parola e dicono: “Ma non ci si puo’ credere, ma cosa
dice? Questo e’ un cretino”. Le puo’ vedere se vuole, sono su
internet.
MILENA GABANELLI (fuori campo)
Compra pagine di pubblicità su Forbes, Newsweek, Usa Today, dove
si pongono domande sui crolli e sul Pentagono e polemizza:
“L’Amministrazionebush spende per la commissione d’indagine 600
mila dollari”, per la questione extra-coniugale di Clinton i
repubblicani avevano investito 40 milioni di dollari.
Commissiona anche un sondaggio dal quale risulta che il 66% dei
newyorkesi vogliono la riapertura della commissione sull’11
settembre.
JIMMY WALTER – Produttore “CONFRONTING THE EVIDENCE”
Questa e’ la prima pubblicita’ che ho comprato sul New York
Times: “Powell sulle armi chimiche racconta palle?” Per questa
pagina ho pagato 100 mila dollari.
Alla vigilia dell'anniversario delle Twin Towers l'Onu ha trovato un modo comune per definire terrorismo: ascoltare chi lo ha subìto. Dal Kenya, Gerusalemme. E dall'Italia
Onu, dall'11 settembre a Beslan le parole delle vittime del terrore
dal nostro corrispondente MARIO CALABRESI http://www.repubblica.it/
Anche Ingrid Betancourt, la donna che ha passato 2321 giorni nella foresta colombiana ostaggio delle Farc, e che le è seduta di fronte, ha il braccialetto azzurro. Sopra c'è scritto "Remember" e "Hope" e ci sono due numeri: 9/11. "Ricorda e spera": è il motto che ha scelto Alex Salamone che aveva sei anni quando il padre John fu ucciso alle Torri Gemelle nel 2001 e decise che voleva inciderlo su un pezzo di gomma azzurra che tutti quelli che gli volevano bene avrebbero indossato. Da allora decine di migliaia di americani ce l'hanno, da ieri lo hanno messo al polso anche il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, la maestra della scuola di Beslan che vide i suoi scolari massacrati, lo sposo che perse 27 amici e parenti nell'esplosione dell'hotel in cui stava festeggiando il suo matrimonio, un attore australiano che vagò per giorni sulla spiaggia di Bali per cercare i resti di sua madre e della sorellina di 13 anni, e altre 23 persone arrivate da tutto il mondo.
L'Onu da anni discute per trovare una definizione di terrorismo, un'impresa che appare impossibile per le divisioni tra Israele e i Paesi arabi, ma all'unanimità i 192 governi che siedono nel Palazzo di Vetro hanno trovato il modo di fare un passo in avanti: riconoscere le vittime.
Così a metà dell'estate ho ricevuto insieme ad una cinquantina di persone una lettera di Ban Ki-moon che invitava a partecipare al primo "Simposio di supporto alle vittime del terrorismo". Un meeting supportato da Italia, Spagna e Gran Bretagna. A me hanno chiesto di raccontare come un figlio che ha perso il padre (il commissario Luigi Calabresi ucciso il 17 maggio del 1972) può ritrovare la forza di vivere e di coltivare la memoria.
E' nato un esperimento per provare a sensibilizzare i governi, a costruire una rete globale e ad indicare dei diritti e delle necessità (mediche, psicologiche, economiche) che hanno valore universale. "Per molti anni ci siamo occupati più della voce dei terroristi che di quella delle vittime", esordisce il segretario generale dell'Onu, che chiede uno sforzo per riconoscere i bisogni delle vittime e per combattere la "spersonalizzazione che cancella la memoria di chi è stato ucciso".
Uno sforzo che secondo Ingrid Betancourt, arrivata a New York insieme alla figlia, deve partire dai mezzi di comunicazione: "Non lasciamo che le vittime diventino solo un'altra statistica, è cruciale che i media raccontino la distruzione del terrorismo sulle vite umane, che raccontino quell'istante in cui si perde tutto, si entra in un'altra dimensione".
Per ore si intrecciano storie solo apparentemente lontanissime tra loro. Un ragazzo indiano, che viene da un piccolo villaggio agricolo, parla del padre ucciso nel 1995 da un gruppo estremista mentre aiutava i contadini predicando la non violenza. E della mamma "in agonia mentale da 13 anni". Il suo racconto, anche se non lo può immaginare, è uguale a quello di molti figli delle vittime delle Brigate Rosse quando parlano delle madri rimaste vedove. Ma non c'è mai compiacimento, ma una dignità fortissima, come sottolinea Arnold Roth che il giorno di Ferragosto del 2001 ha perso la figlia Malki, 15 anni, saltata in aria quando un kamikaze entrò nel ristorante di Gerusalemme dove stava mangiando: "Le vittime del terrorismo non sono persone migliori di altre, ma sono state rubate alla società, rubate alle vite che avevano". Parla di chi è morto, ma anche di chi è sopravvissuto, e della necessità di andare avanti senza coltivare il rancore, per questo ha dato vita ad un associazione che porta il nome della figlia e assiste ragazzi disabili di tutte le religioni.
Carie Lemack, la ragazza di Boston che ha regalato a tutti il braccialetto azzurro, ha perso la madre Judy l'11 settembre: "Era uscita quella mattina all'alba per un viaggio di affari a New York, era sul volo American Airlines numero 11, e la sua vita è finita al World Trade Center. Le vittime vanno ricordate per quello che sono state, per la vita che hanno avuto, non come un nome su una lapide".
E' quello che aspettavo di sentire e che cerco di spiegare: "Il terrorismo, ad ogni latitudine e in ogni tempo, ha bisogno di trasformare le persone che colpisce in dei simboli, spersonalizzandole. Ma le vittime non sono oggetti, palazzi, monumenti, automobili o aeroplani, ma sono persone che stavano andando a lavorare, correvano da un medico, facevano la spesa in un mercato, aspettavano un autobus, portavano i figli a scuola. Sono donne e uomini che stavano vivendo la loro vita e non erano in guerra con nessuno. Per aiutare le società a capire quanto sia mostruoso togliere la vita ad un essere umano in nome di un'idea, di qualunque tipo, bisogna restituire alle vittime la loro identità. Devono tornare ad essere persone".
Laura Dolci aveva un bambino di tre settimane quando il marito Jean Kanaan morì nell'esplosione del quartier generale dell'Onu a Bagdad nell'agosto del 2003. Parla del suo isolamento, ma scopre che non è sola e cerca speranza per crescere il figlio.
Passano le storie e si vedono anni di titoli di giornale, immagini sepolte nella memoria che ci hanno riempito di angoscia ma poi sono scivolate via: le bombe a Londra sugli autobus e nella metropolitana, le stragi in Algeria, la scuola di Beslan, il sangue sulla spiaggia di Bali, le vittime dell'Ira e dell'Eta in Irlanda del Nord e Spagna, il nostro terrorismo e perfino il gas Sarin nella metropolitana di Tokio. Un professore giapponese che partecipa ai lavori, Nozomu Asukai, specialista negli studi sulle malattie psicologiche da stress post traumatici sostiene che le vittime del terrorismo hanno traumi simili a chi resta sotto un terremoto.
Aleta Gasinova, insegnante, che nel settembre del 2004 entrò nella scuola di Beslan per stare con le sue due figlie Amina e Saneta (che avevano 7 e 9 anni) non riesce ancora a trattenere i singhiozzi: "Era impossibile aiutare gli scolari e non c'è nulla di peggio che non poter aiutare i bambini". Ne morirono 396.
Torna in mente il bagliore dell'hotel Radisson di Amman: era il novembre del 2005 e tutto il mondo vide una festa di matrimonio squarciata dall'esplosione di un kamikaze. Ashraf era lo sposo: "Non sono una vittima, sono un sopravvissuto. In quello che doveva essere un giorno di felicità ho perso mio padre, i genitori di mia moglie e i miei migliori amici". Scuote la testa in continuazione e sullo schermo passano le foto della sposa con l'abito bianco e poi in un letto d'ospedale con la testa bendata.
I delegati di tutti i Paesi ascoltano in silenzio, Ban Ki-moon ha spiegato di "aver fatto di tutto perché la politica non inquinasse l'evento". Non ci sono contestazioni, ma l'ambasciatore palestinese ci tiene a prendere la parola: "Sentiamo la vostra pena e siamo con voi, ma anche con le migliaia che non sono qui, anche con le vittime palestinesi. Perché uccidere ogni civile innocente è terrorismo". E racconta la sua spoon river, fatta di bambini palestinesi uccisi o rimasti orfani per i missili israeliani.
Vicino al nome di ogni partecipante una data e un'ora, quella in cui "la vita è cambiata per sempre": "Niente ci può riportare al giorno prima dell'esplosione - conclude Naomi Kerongo - non ci possono restituire le vite, le persone o quello che eravamo, ma si può provare a ricordare, a ricostruire e a sperare".
(10 settembre 2008)







